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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Redazione (del 02/09/2010 @ 23:19:08, in Politica nazionale, linkato 20 volte)
Di Redazione (del 02/09/2010 @ 08:54:12, in Politica locale, linkato 42 volte)
Corriere della Sera, 1 settembre 2010MILANO - «Expo Milano addio, spunta Smirne»: non poteva non far discutere l'articolo uscito mercoledì su «Italia Oggi». Secondo il quotidiano economico la città turca, battuta «sul filo di lana» a Parigi, sarebbe pronta a subentrare al capoluogo lombardo nell’organizzazione dell’Expo 2015, in cambio di accordi economici tra le due città e tra Italia e Turchia. La prima reazione arriva dal consigliere regionale del Pd Franco Mirabelli, che chiede una pronta smentita da parte di Comune e Regione. «Le indiscrezioni contenute nell’articolo di Italia Oggi su Expo - dichiara Mirabelli - secondo cui sarebbe in corso una discussione che potrebbe portare alla rinuncia di Milano ad organizzare l’esposizione internazionale ci preoccupano molto e attendiamo una pronta smentita da parte del sindaco Moratti e del presidente Formigoni».
«COLPA DEI CONTINUI CONFLITTI» - «Solo pochi giorni fa - spiega in una nota l'esponente Pd - il viceministro Castelli ha sostenuto la necessità di ridimensionare il progetto iniziale, seguito il giorno seguente dal presidente della provincia di Milano, Guido Podestà. Inoltre non è ancora stato sciolto il problema dell'acquisizione delle aree perché gli enti preposti continuano a perseguire strade impraticabili». «Oggi - prosegue Mirabelli - si aggiunge la notizia di una possibile resa. Il solo fatto che questa ipotesi, purtroppo realistica, sia comparsa su una testata giornalistica la dice lunga sui danni che i continui conflitti e le incapacità del centrodestra hanno già prodotto, rischiando di compromettere quella che deve essere una irripetibile opportunità per Milano e per il Paese».
LE POSSIBILI IPOTESI - Secondo le indiscrezioni rivelate in esclusiva da «Italia Oggi», la Turchia sarebbe disposta non solo a rifondere i costi finora sostenuti dagli organizzatori dell'Expo meneghina, ma anche «a fornire una congrua somma di avviamento-risarcimento che potrebbe servire a coprire il baratro che Tremonti ha aperto nei conti degli enti locali milanesi e in particolare della Regione Lombardia». Il quotidiano prospetta quindi le possibili alternative: accettare adesso la proposta della Turchia, ammesso che questa arriva, sarebbe un segno di sconfitta, ma si potrebbe dare la colpa alla crisi economica internazionale, mentre invece rifiutarla e poi fallire a ridosso dell'inaugurazione avrebbe una pessima ricaduta sull'immagine dell'Italia all'estero.
Di Redazione (del 01/09/2010 @ 13:46:01, in Politica nazionale, linkato 19 volte)
Di Redazione (del 30/08/2010 @ 21:49:52, in Interventi, linkato 33 volte)
Di Redazione (del 29/08/2010 @ 05:00:00, in Politica nazionale, linkato 116 volte)
di David Arboit
Il populismo non è un’esclusiva del Pdl, attecchisce anche a sinistra, attecchisce anche nel PD. Una delle forme del populismo nel PD è la demagogia disfattista tutt’altro che disinteressata dei giovani oligarchi di provincia. Essendo assai scarsi in materia di progettualità strategico-politica i giovani oligarchi di provincia cercano di mettersi in luce bombardando il quartier generale con la sparata mediatica, con l’affermazione roboante pronunciata con grande sicumera che solletica la pancia degli elettori e dei tesserati del PD.
Si, cari miei, perché ormai la pancia è diventata il principale organo di orientamento politico di tutti gli italiani, sia di destra sia di sinistra, e chi vuole bucare il video, chi vuol farsi notare e lì che deve puntare, non certo su altre cose noiose come il ragionare di politica, lo spiegare strategie e tattiche, l’analisi della composizione sociale, tutte cose obsolete. Di queste cose si occupano ormai solo i cosiddetti politologi, gli specialisti di politica, mentre i politici, ormai, non sono più specialisti della politica, sono specialisti d’altro, si occupano di marketing, si occupano della loro immagine, dell’impatto mediatico (e del ritorno personale) dei loro comportamenti e delle loro azioni.
E nella pancia dell’elettore di sinistra e anche del tesserato del PD oggi più che mai scorre un liquame che può essere sintetizzato in alcune affermazioni:
1) è tutta colpa dei dirigenti;
2) i dirigenti nazionali del PD sono un’oligarchia gerontocratica;
4) i dirigenti del PD hanno perso il contatto con la realtà, con la gente;
3) il PD non ha una linea chiara su… (qui in genere si mette qualunque cosa, non ha alcuna importanza che cosa, tanto fa colpo lo stesso, e poi nessuno va a verificare se è vero).
Queste affermazioni sono quasi certamente condivise dalla maggioranza del popolo democratico, ma hanno qualche fondamento? Sono verificabili? Vox populi vox dei?
Per la demagogia populista certamente sì: vox populi vox dei.
Vediamo per esempio il punto tre, il più importante, quello del programma. Dopo avere sentito per l’ennesima volta la litania “il PD non ha una linea chiara su…” da tempo io mi diverto a prendere in castagna un po’ tutti, elettori, tesserati e giovani oligarchi di provincia utilizzando una semplice domanda: hai letto il documento sul lavoro (scuola, istituzioni ecc.) approvato durante l’Assemblea nazionale del 21-22 maggio? La risposta è sempre inesorabilmente no. Ed è no anche ha proposito di altre prese di posizione trattate in interviste o articoli pubblicati in quotidiani e settimanali. Se poi vogliamo entrare nel campo dei libri… hic sunt leones dicevano i latini. Sono ignoranti, parlano per sentito dire, non leggono più niente, sono totalmente immersi nel mondo della chiacchiera, del sentito dire. È questa oggi l’anima della politica: il sentito dire, e guai andare a vedere se è vero prima di ripetere a pappagallo.
E il buon Matteo Renzi è proprio questo che fa: mira alla pancia. Leggiamo insieme l’intervista che ieri ha rilasciato a Repubblica (leggi qui). Vediamo quale geniale opzione strategica è in grado il nostro di opporre a quella proposta dal segretario del Partito Bersani.
La geniale strategia viene annunciata subito all’inizio dell’intervista: è mandare a casa i leder tristi del PD. «Dobbiamo liberarci – dice il nostro – di un'intera generazione di dirigenti del mio partito».
A fronte di questa affermazione tanto irriverente e perentoria quanto semplicistica, il giornalista ha quasi un moto di ribellione razionale, e cerca di insinuare un dubbio nel nostro giovane oligarca di provincia domandando:
«Rottamare i "vecchi" del Pd vuol dire automaticamente sbarazzarsi di Berlusconi.» E sì, perché la sparata forse gli pare grossa.
Ma tutti sanno che la demagogia populista si nutre di granitiche certezze e di ripetizioni, e il buon Renzi non pare proprio farsi nemmeno scalfire dall’obiezione: lui tira beatamente diritto. E giù a menar fendenti con la già citata sicumera:
«È la precondizione, il punto di partenza. Ma li vedete? Berlusconi ha fallito e noi stiamo a giocare ancora con le formule, le alchimie delle alleanze: un cerchio, due cerchi, nuovo Ulivo, vecchio Ulivo... I nostri iscritti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare a impegnarsi, assistono sgomenti ad un imbarazzante Truman show.»
Ma come, mi chiedo io, la strategia dei due cerchi è una delle cose semplici, chiare e decisive detta dal PD negli ultimi tempi, l’anno capita proprio tutti, e tu no Renzi?
Non ti innervosire Matteo, sta calmo, te la spiego io: il cerchio più grande, quello dell’alleanza più ampia, ha come tema le regole della politica, per esempio la legge elettorale, il cerchio più piccolo è quello dell’alternativa di governo, del programma del Centrosinistra. Nel cerchio più grande ci potrebbe stare anche Fini, in quello più stretto ovviamente no. Vedi, caro Matteo, non è difficile capire fin dove con Fini si può arrivare.
Come dici Matteo…? Per il cerchio più stretto non abbiamo un programma? Ma no, vedi che non stai attento, ce lo abbiamo, sono tre parole: più legalità, più lavoro e più welfare (scuola e sanità pubbliche per tutti). Se vuoi ti indico la documentazione per approfondire. E da qui si può discutere con Casini e con tutti gli altri.
Fare la vittima è una delle tattiche insegnate nel manuale del piccolo populista, ce lo insegna Berlusconi, e il nostro Renzi non è da meno.
«Certo, appena apro bocca è sempre la stessa musica: il solito Renzi, l'ambizioso. E che ci vuoi fare, unifico il partito, c'ho tutti contro». Ma no Renzi, la spiegazione è più semplice: il fatto è che dici stupidaggini, e te lo dimostro.
Alcune righe dopo infatti il Renzi terminator ti snocciola i nomi di quelli che dovrebbero sostituire i dirigenti dell’oligarchia gerontocratica nazionale eliminati da lui, quelli che «sono in grado di dire e dare qualcosa di nuovo al Pd»: Chiamparino, Zingaretti, Vendola. (Manca la Serracchiani! Come mai manca la Serracchiani? Be, certo, è un po’ che non fa passaggi TV).
Chiamparino? Penso a Chiamparino e mi viene in mente che la Regione Piemonte l’abbiamo persa, ma Chiamparino non c’entra ovviamente, vero? Penso a Chiamparino e mi viene in mente un’intervista pubblicata su “Il Riformista” nel gennaio di quest’anno (leggi qui). L’ho a suo tempo commentata (leggi qui) perché mi era parsa eccezionale per pochezza e sicumera. Ma suvvia caro Renzi, Chiamparino, lo dice il nome stesso, non ha la statura politica per certe avventure, non può fare il Chiamparone anche se l’ambizione ce l’ha, vorrebbe essere un Chiamparone. Se vai a leggerti l’intervista, caro sindaco di Firenze, scoprirai una cosa: quale strategia ha proposto Chiamparino nella suddetta intervista? Eccola!
Domanda: Se dovessimo dare un nome al progetto?
Risposta: Penso a un «Nuovo Ulivo». Anche perché è una formula che in passato ha avuto una grande capacità di attrazione, che ci ha fatto vincere.
Renzi, Renzi… tu parli, parli, parli, quante chiacchiere, ma non sai quello che dici. Invece di dirci quello che pensi prova a pensare a quello che dici.
P.S. E se quelli da azzerare fossero quelli come te? E se nel Truman show ci fossi tu?
Il populismo non è un’esclusiva del Pdl, attecchisce anche a sinistra, attecchisce anche nel PD. Una delle forme del populismo nel PD è la demagogia disfattista tutt’altro che disinteressata dei giovani oligarchi di provincia. Essendo assai scarsi in materia di progettualità strategico-politica i giovani oligarchi di provincia cercano di mettersi in luce bombardando il quartier generale con la sparata mediatica, con l’affermazione roboante pronunciata con grande sicumera che solletica la pancia degli elettori e dei tesserati del PD.
Si, cari miei, perché ormai la pancia è diventata il principale organo di orientamento politico di tutti gli italiani, sia di destra sia di sinistra, e chi vuole bucare il video, chi vuol farsi notare e lì che deve puntare, non certo su altre cose noiose come il ragionare di politica, lo spiegare strategie e tattiche, l’analisi della composizione sociale, tutte cose obsolete. Di queste cose si occupano ormai solo i cosiddetti politologi, gli specialisti di politica, mentre i politici, ormai, non sono più specialisti della politica, sono specialisti d’altro, si occupano di marketing, si occupano della loro immagine, dell’impatto mediatico (e del ritorno personale) dei loro comportamenti e delle loro azioni.
E nella pancia dell’elettore di sinistra e anche del tesserato del PD oggi più che mai scorre un liquame che può essere sintetizzato in alcune affermazioni:
1) è tutta colpa dei dirigenti;
2) i dirigenti nazionali del PD sono un’oligarchia gerontocratica;
4) i dirigenti del PD hanno perso il contatto con la realtà, con la gente;
3) il PD non ha una linea chiara su… (qui in genere si mette qualunque cosa, non ha alcuna importanza che cosa, tanto fa colpo lo stesso, e poi nessuno va a verificare se è vero).
Queste affermazioni sono quasi certamente condivise dalla maggioranza del popolo democratico, ma hanno qualche fondamento? Sono verificabili? Vox populi vox dei?
Per la demagogia populista certamente sì: vox populi vox dei.
Vediamo per esempio il punto tre, il più importante, quello del programma. Dopo avere sentito per l’ennesima volta la litania “il PD non ha una linea chiara su…” da tempo io mi diverto a prendere in castagna un po’ tutti, elettori, tesserati e giovani oligarchi di provincia utilizzando una semplice domanda: hai letto il documento sul lavoro (scuola, istituzioni ecc.) approvato durante l’Assemblea nazionale del 21-22 maggio? La risposta è sempre inesorabilmente no. Ed è no anche ha proposito di altre prese di posizione trattate in interviste o articoli pubblicati in quotidiani e settimanali. Se poi vogliamo entrare nel campo dei libri… hic sunt leones dicevano i latini. Sono ignoranti, parlano per sentito dire, non leggono più niente, sono totalmente immersi nel mondo della chiacchiera, del sentito dire. È questa oggi l’anima della politica: il sentito dire, e guai andare a vedere se è vero prima di ripetere a pappagallo.
E il buon Matteo Renzi è proprio questo che fa: mira alla pancia. Leggiamo insieme l’intervista che ieri ha rilasciato a Repubblica (leggi qui). Vediamo quale geniale opzione strategica è in grado il nostro di opporre a quella proposta dal segretario del Partito Bersani.
La geniale strategia viene annunciata subito all’inizio dell’intervista: è mandare a casa i leder tristi del PD. «Dobbiamo liberarci – dice il nostro – di un'intera generazione di dirigenti del mio partito».
A fronte di questa affermazione tanto irriverente e perentoria quanto semplicistica, il giornalista ha quasi un moto di ribellione razionale, e cerca di insinuare un dubbio nel nostro giovane oligarca di provincia domandando:
«Rottamare i "vecchi" del Pd vuol dire automaticamente sbarazzarsi di Berlusconi.» E sì, perché la sparata forse gli pare grossa.
Ma tutti sanno che la demagogia populista si nutre di granitiche certezze e di ripetizioni, e il buon Renzi non pare proprio farsi nemmeno scalfire dall’obiezione: lui tira beatamente diritto. E giù a menar fendenti con la già citata sicumera:
«È la precondizione, il punto di partenza. Ma li vedete? Berlusconi ha fallito e noi stiamo a giocare ancora con le formule, le alchimie delle alleanze: un cerchio, due cerchi, nuovo Ulivo, vecchio Ulivo... I nostri iscritti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare a impegnarsi, assistono sgomenti ad un imbarazzante Truman show.»
Ma come, mi chiedo io, la strategia dei due cerchi è una delle cose semplici, chiare e decisive detta dal PD negli ultimi tempi, l’anno capita proprio tutti, e tu no Renzi?
Non ti innervosire Matteo, sta calmo, te la spiego io: il cerchio più grande, quello dell’alleanza più ampia, ha come tema le regole della politica, per esempio la legge elettorale, il cerchio più piccolo è quello dell’alternativa di governo, del programma del Centrosinistra. Nel cerchio più grande ci potrebbe stare anche Fini, in quello più stretto ovviamente no. Vedi, caro Matteo, non è difficile capire fin dove con Fini si può arrivare.
Come dici Matteo…? Per il cerchio più stretto non abbiamo un programma? Ma no, vedi che non stai attento, ce lo abbiamo, sono tre parole: più legalità, più lavoro e più welfare (scuola e sanità pubbliche per tutti). Se vuoi ti indico la documentazione per approfondire. E da qui si può discutere con Casini e con tutti gli altri.
Fare la vittima è una delle tattiche insegnate nel manuale del piccolo populista, ce lo insegna Berlusconi, e il nostro Renzi non è da meno.
«Certo, appena apro bocca è sempre la stessa musica: il solito Renzi, l'ambizioso. E che ci vuoi fare, unifico il partito, c'ho tutti contro». Ma no Renzi, la spiegazione è più semplice: il fatto è che dici stupidaggini, e te lo dimostro.
Alcune righe dopo infatti il Renzi terminator ti snocciola i nomi di quelli che dovrebbero sostituire i dirigenti dell’oligarchia gerontocratica nazionale eliminati da lui, quelli che «sono in grado di dire e dare qualcosa di nuovo al Pd»: Chiamparino, Zingaretti, Vendola. (Manca la Serracchiani! Come mai manca la Serracchiani? Be, certo, è un po’ che non fa passaggi TV).
Chiamparino? Penso a Chiamparino e mi viene in mente che la Regione Piemonte l’abbiamo persa, ma Chiamparino non c’entra ovviamente, vero? Penso a Chiamparino e mi viene in mente un’intervista pubblicata su “Il Riformista” nel gennaio di quest’anno (leggi qui). L’ho a suo tempo commentata (leggi qui) perché mi era parsa eccezionale per pochezza e sicumera. Ma suvvia caro Renzi, Chiamparino, lo dice il nome stesso, non ha la statura politica per certe avventure, non può fare il Chiamparone anche se l’ambizione ce l’ha, vorrebbe essere un Chiamparone. Se vai a leggerti l’intervista, caro sindaco di Firenze, scoprirai una cosa: quale strategia ha proposto Chiamparino nella suddetta intervista? Eccola!
Domanda: Se dovessimo dare un nome al progetto?
Risposta: Penso a un «Nuovo Ulivo». Anche perché è una formula che in passato ha avuto una grande capacità di attrazione, che ci ha fatto vincere.
Renzi, Renzi… tu parli, parli, parli, quante chiacchiere, ma non sai quello che dici. Invece di dirci quello che pensi prova a pensare a quello che dici.
P.S. E se quelli da azzerare fossero quelli come te? E se nel Truman show ci fossi tu?
Di Redazione (del 28/08/2010 @ 20:15:50, in Politica nazionale, linkato 51 volte)
FEDERICO GEREMICCALa Stampa, 28 agosto 2010
Ci sono dei momenti in cui la chiarezza, in politica, diventa quasi un obbligo. E secondo Rosy Bindi – presidente dell’Assemblea nazionale del Pd – su due questioni (primarie e candidatura di Bersani alla premiership) in questo momento c’è bisogno del massimo della chiarezza. A costo perfino di qualche rudezza. Si pensi, per esempio, all’ipotesi – nuovamente circolata dopo la lunga lettera scritta per il Corriere della Sera – di una candidatura alle primarie di Walter Veltroni. Rosy Bindi è netta: «E si candiderebbe in nome di che? Di una linea con la quale abbiamo già perso, in un sol colpo, governo, alleanze ed elezioni?».
L'ipotesi non la convince, insomma.
«No, e non è una questione che riguardi solo Veltroni, ammesso che Walter pensi davvero di candidarsi».
E chi altro riguarderebbe, scusi?
«Alle primarie, per quanto ci riguarda, il candidato del Pd è il segretario, cioè Bersani. Dopodiché, visto che si tratterà – credo – di primarie di coalizione, se ci sono candidati di altri partiti, si facciano avanti. E’ nel loro diritto, non c’è problema».
Con Veltroni, invece, il problema ci sarebbe, è così?
«A dirla francamente, io credo che sia venuto il momento di farsi candidare, piuttosto che candidarsi: farsi candidare da qualcuno in nome di qualcosa, insomma».
In campo, però, ci potrebbe essere anche Sergio Chiamparino, che ne dice?
«Che per ora ha annunciato solo una sua disponibilità. Vedremo. Ma quel che vorrei dire è che qualunque democratico – in presenza della candidatura di Bersani – dovrebbe pensare molto seriamente a se è il caso di scendere in pista. Personalmente la considererei una scelta discutibile».
Nessun problema, invece, su candidature di esponenti di altri partiti, giusto?
«Si riferisce a Vendola?».
A Nichi Vendola.
«E’ in campo. A mio giudizio con una scelta quanto meno intempestiva. Detto questo, Vendola è una ricchezza. Sta facendo un gran lavoro nell’area della sinistra ed è un bene, perché noi dobbiamo vincere le elezioni, e per farlo abbiamo bisogno di recuperare un dialogo con tutte le aree e le fasce di elettorato di centrosinistra».
Però?
«Però c’è bisogno di una riflessione seria da parte di tutti. Anche di Nichi. Di fronte alla prospettiva politica di un nuovo Ulivo, motore di una più ampia alleanza democratica, abbiamo bisogno di candidati-premier capaci della più larga interlocuzione possibile. Insomma, non mi pare il momento di rincorrere parzialità...».
A proposito di interlocuzione, com’è che Bersani e Veltroni adesso parlano al partito via lettera? Che impressione le hanno fatto le due missive?
«Diciamo che una è una lettera, e racconta di un’isola ideale che purtroppo non c’è, indicando una prospettiva che non esiste e in nome della quale abbiamo già pagato prezzi pesanti; l’altra è una proposta politica solida e, secondo me, convincente. Diciamola così: Bersani ha indicato quale deve essere la linea per un partito realmente e concretamente riformista».
Tanto che è piaciuta anche a autorevoli esponenti della minoranza interna al Pd, come Franceschini, Marini e Fassino.
«Quella di Veltroni è un’iniziativa molto personale, naturalmente del tutto legittima, ma fortemente minoritaria nel partito, come si è visto. Comunque la sua lettera un pregio lo ha avuto: ha fatto risaltare la solidità della proposta avanzata da Bersani...».
Il suo amico Fioroni dice, però, che su quella linea si rischia che i cattolici abbandonino il Pd: non ha questo timore?
«L’idea che di fronte alla proposta di un nuovo Ulivo i cattolici si allontanino da noi, è bizzarra. E Fioroni sarà il primo a lavorare a questo progetto, come ha fatto per il primo Ulivo. Anche perché, me lo lasci dire, non è più tempo di inseguire – e senza successo – prospettive personali: magari prendendo a pretesto il disagio dei cattolici o il fatto che il Pd sarebbe diventato un “partito di sinistra”...».
Si riferisce all’uscita di Rutelli dal Pd?
«Mi riferisco a un problema, ad uno stile... Sono ben altre le questioni che abbiamo di fronte».
La più seria?
«Evitare che l’agonia del governo Berlusconi provochi ulteriori danni al Paese».
E poi?
«Correggere l’idea che il Pd avesse – o abbia – paura delle elezioni».
Non è così? La sensazione è proprio questa...
«Non è così. Noi abbiamo solo proposto che prima di andare al voto si riformi la legge elettorale, ridando ai cittadini la possibilità di scegliere chi mandare in Parlamento. Per il resto, siamo pronti alla sfida, che credo non sia comunque lontana».
Prevede insomma elezioni anticipate in tempi brevi?
«I tempi non riesco a immaginarli: ma è evidente che la soluzione trovata nel vertice dell’altro giorno è un rattoppo. In tutta evidenza, Berlusconi non riesce più a tenere assieme la sua maggioranza. E’ un’intera fase politica che si chiude, nel bene e nel male. Vede, il berlusconismo è sempre stato fondato sul “qui comando io”. Adesso, visto che la rottura con Fini è seria e che nel rapporto con la Lega non è più il Cavaliere ad avere il pallino in mano, quel metodo non funziona più. Ed è per questo, insomma, che le elezioni anticipate mi sembrano vicine, sempre più vicine».
Di Redazione (del 28/08/2010 @ 20:00:00, in Politica nazionale, linkato 41 volte)
Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 28 agosto 2010
«Sa qual è la prima cosa che mi è venuta in mente, ascoltando l'intervento di Sergio Marchionne al Meeting di Rimini?».
No, dottor Romiti. Ce la dica.
«Ho pensato a quando, due mesi fa, vidi Raffaele Bonanni in tv, intervistato a "In mezz'ora", su RaiTre. Lucia Annunziata gli chiese: "Scusi, lei preferisce Romiti o Marchionne?". Lui, un po' imbarazzato, rispose: Marchionne. Il giorno dopo gli telefonai. Bonanni, decisamente imbarazzato, pensava volessi lamentarmi. Invece gli dissi: "Non si preoccupi, ci mancherebbe altro che uno non possa esprimere le sue opinioni. Vorrei solo capire le ragioni per cui ha risposto in quella maniera". Bonanni, sempre più imbarazzato, disse che non si aspettava la domanda della giornalista. Chiusi la conversazione ricordandogli che i giudizi vanno dati nel lungo termine, in base ai risultati...».
Dottor Romiti, da quando nel '98 lasciò la Fiat lei non ha mai parlato dei suoi successori né dell'azienda. Che cosa non le è piaciuto dell'intervento di Marchionne?
«Marchionne ha fatto bene a parlare del presente e del futuro. Ma le cose di oggi esistono perché c'è stato il passato. Del passato non s'è parlato. O, meglio, si è parlato delle presenze internazionali della Fiat come di realizzazioni nuove, anche là dove si tratta di fatti acquisiti».
A cosa si riferisce?
«Al Brasile. Agli Stati Uniti, per quanto riguarda le macchine movimento terra e i trattori. Alla Cina. Quando arrivai, nel '74, il Brasile era sguarnito: vi si era insediata la Volkswagen. La Fiat, con Peccei, aveva puntato sull'Argentina: una tragedia. Smobilitai l'Argentina e riorganizzai ex novo la nostra presenza in Brasile, dove nacque uno dei principali stabilimenti Fiat, da cui sono sempre venuti forti utili».
Ci sono altri temi su cui Marchionne non la convince?
«Sì. Quando tratteggia un futuro in cui non esiste la lotta di classe. Ora, guai se mancasse non dico la lotta, ma la contrapposizione degli interessi. Sarebbe un guaio che non finisce mai. Un conto è trovare la formula per ricomporre la contrapposizione, come in Germania, con la partecipazione dei lavoratori ai risultati dell'impresa. Ma la contrapposizione degli interessi ci sarà sempre, ed è un bene che ci sia».
Marchionne chiede un nuovo patto sociale.
«Ecco il punto principale. Vede, la situazione che affrontammo noi nel 1980 era un po' più complicata di quella di oggi. Oggi per fortuna non scorre il sangue. Allora scorreva il sangue. Ci ammazzarono il vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno, e il responsabile della pianificazione, Carlo Ghiglieno. Le Br ci azzoppavano un caposquadra ogni settimana. Di fronte avevamo leader sindacali che si chiamavano Lama, Carniti, Benvenuto, Bertinotti; non voglio fare paragoni con quelli di oggi, ma diciamo che erano leader di un certo calibro. Eppure noi non ci siamo mai sognati di dividere il sindacato, o anche solo di provarci. Il sindacato lo puoi battere, non dividere. Dividere il sindacato è un errore grave, perché il sindacato escluso ti tormenterà nelle fabbriche; a maggior ragione se è il sindacato più grande. Ed è proprio quel che sta accadendo».
Guardi che la Fiat ha tentato a lungo di raggiungere un accordo con la Cgil e la Fiom.
«Il rapporto tra azienda e sindacato è un rapporto dialettico. È sbagliato rinunciare a parlarsi, cercare accordi separati, lasciar fuori qualcuno».
Marchionne dice di essere disposto a incontrare Epifani.
«Ma intanto elogia gli altri due leader sindacali, chiamandoli pure per nome, tra gli applausi. Mi pare un crinale pericoloso. Nel momento in cui sarebbe meglio placare le divisioni, le si alimenta. Mi auguro sinceramente che tutto si risolva bene per la Fiat, ma la situazione è delicata. Anche perché ogni sindacato è da sempre legato a un partito, o comunque a posizioni politiche, pro o contro il governo. Anche per questo dividere il sindacato porta sempre svantaggi».
Marchionne ha ricordato di aver trovato nel 2004 una Fiat sull'orlo del fallimento. Non è forse così?
«La storia della Fiat è legata a grandi cicli e a brevi periodi di gravi difficoltà. Dopo il grande ciclo di Valletta, ci furono cinque o sei anni neri. Poi c'è stato il ciclo tra il 1974 e il 1998, in cui sconfiggemmo il sindacato, battemmo le Brigate rosse, riportammo l'ordine in fabbrica. Nel '98 lasciai la Fiat in condizioni ottime. Sono seguiti sei anni di interregno, in cui morirono prima l'Avvocato e poi Umberto Agnelli, mentre si susseguivano amministratori delegati che non davano buoni frutti. Ora mi auguro davvero che si apra un nuovo ciclo virtuoso. Dico solo che la teoria della pacificazione generale e la divisione del sindacato non mi sembrano le premesse giuste. Anzi, sono le premesse che hanno creato il caso Melfi».
Che idea si è fatto della vicenda dei tre operai?
«Quella notte a Melfi è accaduto quel che accade da sempre in caso di sciopero. L'ostruzionismo c'è stato. Il licenziamento dei tre può anche essere legittimo, per quanto due di loro siano sindacalisti. Ma io non avrei acuito la tensione. Se il tribunale decide per il reintegro, si prepara l'appello, e intanto si rispetta la sentenza. Lo scontro va rabbonito, non eccitato».
Lei andò allo scontro con i sessantuno licenziamenti del 1979.
«Come si fa a paragonare la Mirafiori del 1979 con la Melfi del 2010? A Torino avevamo decine di migliaia di operai, un partito comunista fortissimo, il terrorismo nelle fabbriche. Melfi è sempre stata una fabbrica tranquilla, ideale. Le sono particolarmente affezionato perché l'ho voluta io. E ricordo ancora la gioia con cui, quando gli telefonai, reagì il sindaco, al pensiero dei concittadini che avrebbero avuto un'opportunità di lavoro. Gente particolarmente adatta: seria, affidabile. Noi decidemmo di licenziare i sessantuno dopo che le nuove cabine della verniciatura, fatte secondo le norme, vennero subito sabotate. E non tenemmo all'oscuro il sindacato, anzi, avvertii Lama, Carniti e Benvenuto. Dissi: "Vi comunico che faremo questi licenziamenti. Non chiedo il vostro assenso. Vi chiedo però di non fare causa, perché lo facciamo anche nel vostro interesse, visto che questi sono violenti: terroristi o contigui al terrorismo". Fecero causa lo stesso, e venne fuori che una buona parte dei sessantuno erano legati all'eversione armata. Altro che i tre di Melfi».
Corriere della Sera, 28 agosto 2010
«Sa qual è la prima cosa che mi è venuta in mente, ascoltando l'intervento di Sergio Marchionne al Meeting di Rimini?».
No, dottor Romiti. Ce la dica.
«Ho pensato a quando, due mesi fa, vidi Raffaele Bonanni in tv, intervistato a "In mezz'ora", su RaiTre. Lucia Annunziata gli chiese: "Scusi, lei preferisce Romiti o Marchionne?". Lui, un po' imbarazzato, rispose: Marchionne. Il giorno dopo gli telefonai. Bonanni, decisamente imbarazzato, pensava volessi lamentarmi. Invece gli dissi: "Non si preoccupi, ci mancherebbe altro che uno non possa esprimere le sue opinioni. Vorrei solo capire le ragioni per cui ha risposto in quella maniera". Bonanni, sempre più imbarazzato, disse che non si aspettava la domanda della giornalista. Chiusi la conversazione ricordandogli che i giudizi vanno dati nel lungo termine, in base ai risultati...».
Dottor Romiti, da quando nel '98 lasciò la Fiat lei non ha mai parlato dei suoi successori né dell'azienda. Che cosa non le è piaciuto dell'intervento di Marchionne?
«Marchionne ha fatto bene a parlare del presente e del futuro. Ma le cose di oggi esistono perché c'è stato il passato. Del passato non s'è parlato. O, meglio, si è parlato delle presenze internazionali della Fiat come di realizzazioni nuove, anche là dove si tratta di fatti acquisiti».
A cosa si riferisce?
«Al Brasile. Agli Stati Uniti, per quanto riguarda le macchine movimento terra e i trattori. Alla Cina. Quando arrivai, nel '74, il Brasile era sguarnito: vi si era insediata la Volkswagen. La Fiat, con Peccei, aveva puntato sull'Argentina: una tragedia. Smobilitai l'Argentina e riorganizzai ex novo la nostra presenza in Brasile, dove nacque uno dei principali stabilimenti Fiat, da cui sono sempre venuti forti utili».
Ci sono altri temi su cui Marchionne non la convince?
«Sì. Quando tratteggia un futuro in cui non esiste la lotta di classe. Ora, guai se mancasse non dico la lotta, ma la contrapposizione degli interessi. Sarebbe un guaio che non finisce mai. Un conto è trovare la formula per ricomporre la contrapposizione, come in Germania, con la partecipazione dei lavoratori ai risultati dell'impresa. Ma la contrapposizione degli interessi ci sarà sempre, ed è un bene che ci sia».
Marchionne chiede un nuovo patto sociale.
«Ecco il punto principale. Vede, la situazione che affrontammo noi nel 1980 era un po' più complicata di quella di oggi. Oggi per fortuna non scorre il sangue. Allora scorreva il sangue. Ci ammazzarono il vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno, e il responsabile della pianificazione, Carlo Ghiglieno. Le Br ci azzoppavano un caposquadra ogni settimana. Di fronte avevamo leader sindacali che si chiamavano Lama, Carniti, Benvenuto, Bertinotti; non voglio fare paragoni con quelli di oggi, ma diciamo che erano leader di un certo calibro. Eppure noi non ci siamo mai sognati di dividere il sindacato, o anche solo di provarci. Il sindacato lo puoi battere, non dividere. Dividere il sindacato è un errore grave, perché il sindacato escluso ti tormenterà nelle fabbriche; a maggior ragione se è il sindacato più grande. Ed è proprio quel che sta accadendo».
Guardi che la Fiat ha tentato a lungo di raggiungere un accordo con la Cgil e la Fiom.
«Il rapporto tra azienda e sindacato è un rapporto dialettico. È sbagliato rinunciare a parlarsi, cercare accordi separati, lasciar fuori qualcuno».
Marchionne dice di essere disposto a incontrare Epifani.
«Ma intanto elogia gli altri due leader sindacali, chiamandoli pure per nome, tra gli applausi. Mi pare un crinale pericoloso. Nel momento in cui sarebbe meglio placare le divisioni, le si alimenta. Mi auguro sinceramente che tutto si risolva bene per la Fiat, ma la situazione è delicata. Anche perché ogni sindacato è da sempre legato a un partito, o comunque a posizioni politiche, pro o contro il governo. Anche per questo dividere il sindacato porta sempre svantaggi».
Marchionne ha ricordato di aver trovato nel 2004 una Fiat sull'orlo del fallimento. Non è forse così?
«La storia della Fiat è legata a grandi cicli e a brevi periodi di gravi difficoltà. Dopo il grande ciclo di Valletta, ci furono cinque o sei anni neri. Poi c'è stato il ciclo tra il 1974 e il 1998, in cui sconfiggemmo il sindacato, battemmo le Brigate rosse, riportammo l'ordine in fabbrica. Nel '98 lasciai la Fiat in condizioni ottime. Sono seguiti sei anni di interregno, in cui morirono prima l'Avvocato e poi Umberto Agnelli, mentre si susseguivano amministratori delegati che non davano buoni frutti. Ora mi auguro davvero che si apra un nuovo ciclo virtuoso. Dico solo che la teoria della pacificazione generale e la divisione del sindacato non mi sembrano le premesse giuste. Anzi, sono le premesse che hanno creato il caso Melfi».
Che idea si è fatto della vicenda dei tre operai?
«Quella notte a Melfi è accaduto quel che accade da sempre in caso di sciopero. L'ostruzionismo c'è stato. Il licenziamento dei tre può anche essere legittimo, per quanto due di loro siano sindacalisti. Ma io non avrei acuito la tensione. Se il tribunale decide per il reintegro, si prepara l'appello, e intanto si rispetta la sentenza. Lo scontro va rabbonito, non eccitato».
Lei andò allo scontro con i sessantuno licenziamenti del 1979.
«Come si fa a paragonare la Mirafiori del 1979 con la Melfi del 2010? A Torino avevamo decine di migliaia di operai, un partito comunista fortissimo, il terrorismo nelle fabbriche. Melfi è sempre stata una fabbrica tranquilla, ideale. Le sono particolarmente affezionato perché l'ho voluta io. E ricordo ancora la gioia con cui, quando gli telefonai, reagì il sindaco, al pensiero dei concittadini che avrebbero avuto un'opportunità di lavoro. Gente particolarmente adatta: seria, affidabile. Noi decidemmo di licenziare i sessantuno dopo che le nuove cabine della verniciatura, fatte secondo le norme, vennero subito sabotate. E non tenemmo all'oscuro il sindacato, anzi, avvertii Lama, Carniti e Benvenuto. Dissi: "Vi comunico che faremo questi licenziamenti. Non chiedo il vostro assenso. Vi chiedo però di non fare causa, perché lo facciamo anche nel vostro interesse, visto che questi sono violenti: terroristi o contigui al terrorismo". Fecero causa lo stesso, e venne fuori che una buona parte dei sessantuno erano legati all'eversione armata. Altro che i tre di Melfi».
Di Redazione (del 26/08/2010 @ 07:58:36, in Politica nazionale, linkato 38 volte)
di PIERLUIGI BERSANI La Repubblica, 26 agosto 2010
CARO direttore, dopo anni di illusione berlusconiana l'Italia continua a regredire sul piano economico e sociale e si allontana, alla luce di ogni parametro, dai paesi forti dell'Europa.
Nello stesso tempo l'impegno a riformare e a rafforzare le istituzioni repubblicane si sta trasformando in una deformazione grave della nostra democrazia. Ci si vuole trascinare ad un sistema dove il consenso viene prima delle regole e cioè delle forme e dei limiti della Costituzione; dove si limita l'indipendenza della Magistratura; dove il Parlamento viene composto da nominati; dove il Governo ha il diritto all'impunità e ad una informazione asservita e favorevole; dove si annebbiano i confini fra interesse pubblico e privato.
I segni di tutto questo li abbiamo potuti valutare in questi anni berlusconiani: regressione dello spirito civico e della moralità pubblica, politica ridotta a tifoseria, allargamento del divario tra nord e sud, nessuna buona riforma sui problemi veri dei cittadini. Il populismo infatti è, per definizione, una democrazia che non decide, specializzata com'è nell'usare il governo per fare consenso e non il consenso per fare governo. Il dato di fondo della situazione politica sta qui, mentre la questione sociale e quella del lavoro sono senza risposte e si drammatizzano ogni giorno.
Il consenso per Berlusconi è ancora largo, ma il rapporto fra parole e fatti e fra promesse e realtà diventa sempre più labile anche nella percezione dei ceti popolari. Vengono alla luce degenerazioni corruttive che vivono all'ombra di un potere personalizzato. Gli strappi all'assetto costituzionale non sono più sopportati da una parte della destra attratta da ipotesi liberali e conservatrici di stampo europeo.
A questo punto per Berlusconi la scelta è fra ripiegare o alzare la posta. Per l'Italia la scelta non riguarda più solo un governo, ma finalmente una idea di democrazia e di società. La prossima scadenza elettorale, più o meno anticipata che sia, comporterà in ogni caso una scelta di fondo.
Rispetto a tutto questo, la proposta alternativa soffre ancora di debolezze che devono essere rapidamente superate.
Il venir meno di una promessa populista produce sempre, direttamente o specularmente, fenomeni di distacco dei cittadini dalla politica, una spinta alla radicalizzazione impotente, espressioni vere e proprie di antipolitica che possono insorgere da ogni lato. Il compito dell'alternativa è quello di trasformare grande parte di queste forze disperse in energia positiva, collegandole ad un progetto politico capace di sorreggere non solo una proposta di governo ma una proposta di sistema.
Tocca al PD innanzitutto, come maggiore forza dell'opposizione, indicare una strada che colleghi efficacemente l'iniziativa di oggi alla sfida radicale e dirimente di domani.
Rendendoci disponibili oggi ad un governo di transizione non cerchiamo né scorciatoie né ribaltoni. Sfidiamo piuttosto la destra a riconoscere la realtà e ad ammettere l'impossibilità di mandare avanti l'attuale esperienza di governo e ad introdurre correttivi, a cominciare dalla legge elettorale, che consegnino lo scettro ai cittadini, per tornare poi in tempi brevi al voto. Sarebbe questo un tradimento del mandato elettorale? L'elettore in realtà è stato tradito da chi non è più in grado di rappresentare la sua coalizione e mantenere le promesse del suo programma. Sarebbe questo uno strappo costituzionale? Qui siamo all'analfabetismo o alla sfacciata malafede. E' l'esclusione in via di principio di questa ipotesi, il vero strappo costituzionale!
Chi ha rispetto della Costituzione della Repubblica e del suo Presidente deve considerare invece tutte le possibilità. Noi lo facciamo. Noi consideriamo la possibilità che il Governo provi a sopravvivere con una specie di respirazione artificiale, rifiutandosi di prendere atto della sua crisi politica. Una soluzione che non porterebbe lontano e alla quale risponderemmo con una opposizione netta. Riteniamo infatti doveroso che la destra in disfacimento certifichi la sua crisi in Parlamento.
Consideriamo altresì la possibilità che la situazione precipiti verso un vuoto politico e verso elezioni svolte con questa sciagurata legge elettorale, in una situazione economica, sociale e finanziaria di acutissima criticità. In questo caso la nostra proposta avrebbe la stessa ispirazione che oggi ci fa proporre un governo di transizione; una ispirazione cioè che deriva dall'analisi di fondo cui ho accennato. Noi proporremmo un'alleanza democratica per una legislatura costituente. Un'alleanza capace finalmente di sconfiggere una interpretazione populista e distruttiva del bipolarismo, capace di riaffermare i principi costituzionali, di rafforzare le istituzioni rendendo più efficiente una salda democrazia parlamentare (a cominciare da una nuova legge elettorale) e di promuovere un federalismo concepito per unire e non per dividere.
Sto parlando di una alleanza che può assumere, nell'emergenza, la forma di un patto politico ed elettorale vero e proprio, o che invece può assumere forme più articolate di convergenza che garantiscano comunque un impegno comune sugli essenziali fondamenti costituzionali e sulle regole del gioco. Una proposta che potrebbe coinvolgere anche forze contrarie al berlusconismo che in un contesto politico normale (come già avviene in Europa) avrebbero un'altra collocazione; una proposta che dovrebbe rivolgersi ad energie esterne ai partiti interessate ad una svolta democratica, civica e morale.
Come si vede, questa idea nasce dalla convinzione che la fuoriuscita dal berlusconismo non sia un processo lineare, cioè legato ad una semplice alternanza di governo in un sistema che funziona. Si dovrà uscire, lo ribadisco, da una fase politica e culturale e non solo da un governo, verso una repubblica in cui alternanza e bipolarismo assumano la forma di una vera fisiologia democratica.
Per dare l'impulso decisivo a questo cruciale passaggio occorre l'impegno univoco, leale, convinto e coeso di tutte le forze progressiste, che sono adesso chiamate a mettersi all'altezza di una responsabilità democratica e nazionale. Come potrebbero queste forze essere credibili se in un simile frangente non dessero per prime una prova di consapevolezza, di unità e di determinazione comune?
Ecco allora la proposta di un percorso comune delle forze di centrosinistra interessate ad una piattaforma fatta di lavoro, di civismo, di equità, di innovazione e disponibili ad impegnarsi ad una progressiva semplificazione politica e organizzativa che rafforzi il grande campo del centrosinistra. Un simile percorso dovrebbe lasciarci definitivamente alle spalle l'esperienza dell'Unione e prendere semmai la forma e la coerenza di un nuovo Ulivo. Un nuovo Ulivo in cui i partiti del centro sinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l'Italia e per l'Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese. Dunque, un nuovo Ulivo ed una Alleanza per la democrazia. Su queste proposte il Pd vuole esprimere la sua funzione nazionale e di governo. Su queste basi politiche il Partito Democratico organizzerà per l'autunno una grande campagna di mobilitazione sui temi sociali e della democrazia. E' giunto il tempo infatti di suonare le nostre campane.
Di Redazione (del 26/08/2010 @ 07:45:26, in Politica locale, linkato 37 volte)
di FRANCESCO BEI
La Repubblica 21 agosto 2010
Dividere il gruppo di Fini, incassare la fiducia e andare avanti. Per non lasciare campo aperto a Bossi in caso di elezioni. Sono le tre direttrici impresse ieri da Berlusconi nel vertice di palazzo Grazioli. Una riunione sulla quale aleggiava lo spettro degli ultimi sondaggi riservati, che indicano una drammatica avanzata della Lega, fino al 12%, e un brusco arretramento del Pdl, fino alla soglia critica del 28%, mentre il partito di Fini potrebbe raggiungere il 6%.
Ma il punto che ha fatto scattare l'allarme rosso è stato quello relativo al Senato: grazie al gioco dei premi regionali, se si votasse domani il Pdl-Lega non avrebbe più la maggioranza a palazzo Madama. Numeri che hanno impresso una brusca sterzata alla strategia fin qui ipotizzata a palazzo Grazioli, imponendo al Cavaliere un bagno di realismo. Niente più rotture, niente elezioni anticipate, almeno per ora. Si procede navigando sotto costa, in attesa di capire la reale consistenza delle truppe finiane.
Il punto di forza del Cavaliere, il cosiddetto "Porcellum", rischia così di trasformarsi in un elemento di debolezza. E' proprio a Gianfranco Fini e al suo gruppo che sono state dedicate le maggiori attenzioni del summit berlusconiano. Con l'occhio puntato al 5 settembre, quando a Mirabello Fini chiuderà la festa di Futuro e Libertà e si capirà se andrà avanti o meno con la costruzione di un suo partito. "E' chiaro – ha scandito ieri il Cavaliere – che in quel caso non staremo a guardare, non possiamo permetterci di farlo crescere. Se fa un suo partito cambia tutto, ci conviene davvero pensare alle elezioni anticipate".
Ma ancora quel momento non è arrivato e Berlusconi è convinto che siano numerosi i finiani che non intendono spingersi oltre: "Dicono che vogliono restare nel Pdl no? Stiamo a vedere". Intorno al tavolo di palazzo Grazioli, ieri sono stati fatti e rifatti i calcoli: 10-12 finiani sono considerati "recuperabili" nel caso si vada davvero a una rottura. Ma non è questa, al momento, l'intenzione di Berlusconi. Che, non a caso, si è guardato bene dall'affondare colpi sotto la cintura a Fini, tenendosi alla larga dalla campagna del Giornale e di Libero.
Prova ne è il documento approvato ieri e letto integralmente dal premier. Un programma tanto lungo (13 pagine, "ma sono scritte con caratteri grandi", si è giustificato Berlusconi) quanto poco indigesto per gli uomini del presidente della Camera, che infatti si sono affrettati a dichiarare la loro disponibilità a votarlo. Fino a ironizzare, come ha fatto Carmelo Briguglio, sulla "montagna che ha partorito il topolino". Lo stesso Paolo Bonaiuti, una delle colombe che ha lavorato al testo, ieri sera lo definiva "un documento concretissimo, una fotografia di quello che ha fatto e sta facendo il governo, sul quale è molto difficile dire di no da parte di deputati eletti con il Pdl".
Anche la parte sulla giustizia, affidata a Nicolò Ghedini, non presentava novità così dirompenti da costituire un ultimatum per i finiani. "Il documento non è scritto per escluderli – spiega una fonte che ha partecipato alla riunione – ma, al contrario, è un'offerta per quanti non intendono interrompere la legislatura in modo drammatico". Si tratta comunque, ha chiarito a porte chiuse il premier, di punti "non trattabili". Specie sul processo breve, "deve essere chiaro che chi vota la fiducia s'impegna ad approvare il disegno di legge così com'è, senza ulteriori indugi. Io non mi faccio più logorare".
Quanto alla minaccia di elezioni anticipate a dicembre, nel Pdl ieri qualcuno ammetteva con un filo di imbarazzo che la sparata di Berlusconi andava letta più come una risposta alla Lega che non come una reale intenzione del premier: "Non possiamo certo mostrarci spaventati dalle elezioni". Anzi, ora il premier cercherà di frenare gli ardori di Bossi. Oggi, alla luce delle reazioni dei finiani, il vertice del Pdl si riunirà nuovamente con il Cavaliere per valutare le prossime mosse.
Intanto Berlusconi si prepara anche al peggio, al voto anticipato. Ieri, in maniera sibillina, ha lasciato intendere che ci saranno "ulteriori iniziative" che riguardano il Pdl. L'obiettivo è quello di organizzare una grande manifestazione nazionale del Pdl a settembre-ottobre, al termine delle feste del partito. Una prova di forza rivolta ai finiani certo, ma soprattutto alla Lega.
La Repubblica 21 agosto 2010
Dividere il gruppo di Fini, incassare la fiducia e andare avanti. Per non lasciare campo aperto a Bossi in caso di elezioni. Sono le tre direttrici impresse ieri da Berlusconi nel vertice di palazzo Grazioli. Una riunione sulla quale aleggiava lo spettro degli ultimi sondaggi riservati, che indicano una drammatica avanzata della Lega, fino al 12%, e un brusco arretramento del Pdl, fino alla soglia critica del 28%, mentre il partito di Fini potrebbe raggiungere il 6%.
Ma il punto che ha fatto scattare l'allarme rosso è stato quello relativo al Senato: grazie al gioco dei premi regionali, se si votasse domani il Pdl-Lega non avrebbe più la maggioranza a palazzo Madama. Numeri che hanno impresso una brusca sterzata alla strategia fin qui ipotizzata a palazzo Grazioli, imponendo al Cavaliere un bagno di realismo. Niente più rotture, niente elezioni anticipate, almeno per ora. Si procede navigando sotto costa, in attesa di capire la reale consistenza delle truppe finiane.
Il punto di forza del Cavaliere, il cosiddetto "Porcellum", rischia così di trasformarsi in un elemento di debolezza. E' proprio a Gianfranco Fini e al suo gruppo che sono state dedicate le maggiori attenzioni del summit berlusconiano. Con l'occhio puntato al 5 settembre, quando a Mirabello Fini chiuderà la festa di Futuro e Libertà e si capirà se andrà avanti o meno con la costruzione di un suo partito. "E' chiaro – ha scandito ieri il Cavaliere – che in quel caso non staremo a guardare, non possiamo permetterci di farlo crescere. Se fa un suo partito cambia tutto, ci conviene davvero pensare alle elezioni anticipate".
Ma ancora quel momento non è arrivato e Berlusconi è convinto che siano numerosi i finiani che non intendono spingersi oltre: "Dicono che vogliono restare nel Pdl no? Stiamo a vedere". Intorno al tavolo di palazzo Grazioli, ieri sono stati fatti e rifatti i calcoli: 10-12 finiani sono considerati "recuperabili" nel caso si vada davvero a una rottura. Ma non è questa, al momento, l'intenzione di Berlusconi. Che, non a caso, si è guardato bene dall'affondare colpi sotto la cintura a Fini, tenendosi alla larga dalla campagna del Giornale e di Libero.
Prova ne è il documento approvato ieri e letto integralmente dal premier. Un programma tanto lungo (13 pagine, "ma sono scritte con caratteri grandi", si è giustificato Berlusconi) quanto poco indigesto per gli uomini del presidente della Camera, che infatti si sono affrettati a dichiarare la loro disponibilità a votarlo. Fino a ironizzare, come ha fatto Carmelo Briguglio, sulla "montagna che ha partorito il topolino". Lo stesso Paolo Bonaiuti, una delle colombe che ha lavorato al testo, ieri sera lo definiva "un documento concretissimo, una fotografia di quello che ha fatto e sta facendo il governo, sul quale è molto difficile dire di no da parte di deputati eletti con il Pdl".
Anche la parte sulla giustizia, affidata a Nicolò Ghedini, non presentava novità così dirompenti da costituire un ultimatum per i finiani. "Il documento non è scritto per escluderli – spiega una fonte che ha partecipato alla riunione – ma, al contrario, è un'offerta per quanti non intendono interrompere la legislatura in modo drammatico". Si tratta comunque, ha chiarito a porte chiuse il premier, di punti "non trattabili". Specie sul processo breve, "deve essere chiaro che chi vota la fiducia s'impegna ad approvare il disegno di legge così com'è, senza ulteriori indugi. Io non mi faccio più logorare".
Quanto alla minaccia di elezioni anticipate a dicembre, nel Pdl ieri qualcuno ammetteva con un filo di imbarazzo che la sparata di Berlusconi andava letta più come una risposta alla Lega che non come una reale intenzione del premier: "Non possiamo certo mostrarci spaventati dalle elezioni". Anzi, ora il premier cercherà di frenare gli ardori di Bossi. Oggi, alla luce delle reazioni dei finiani, il vertice del Pdl si riunirà nuovamente con il Cavaliere per valutare le prossime mosse.
Intanto Berlusconi si prepara anche al peggio, al voto anticipato. Ieri, in maniera sibillina, ha lasciato intendere che ci saranno "ulteriori iniziative" che riguardano il Pdl. L'obiettivo è quello di organizzare una grande manifestazione nazionale del Pdl a settembre-ottobre, al termine delle feste del partito. Una prova di forza rivolta ai finiani certo, ma soprattutto alla Lega.
Di Redazione (del 26/08/2010 @ 07:32:16, in Politica nazionale, linkato 77 volte)
di PAOLO GRISERI
La Repubblica, 25 agosto 2010
Alle 11 di domani mattina [oggi], quando prenderà la parola di fronte alla platea del meeting di Rimini, Sergio Marchionne avrà molte risposte da dare. Perché nelle ultime settimane si sono accumulate questioni di non poco conto.
Questioni emerse nei giorni scorsi, mentre l'ad del Lingotto si occupava degli affari americani (e serviva braciole ai dipendenti Chrysler per festeggiare il primo anno di sbarco negli Usa). Ma tutto fa pensare che domani Marchionne quelle risposte le darà, così segnando l'avvio dell'autunno economico e sociale che nelle fabbriche italiane si annuncia particolarmente difficile.
Il primo problema è il mercato. I dati diffusi ieri da Reuters sull'andamento di quello europeo non sono per nulla incoraggianti. Il segno meno coinvolge ormai i principali paesi del Vecchio continente, anche quelli che nei primi mesi dell'anno avevano fatto segnare incrementi significativi. Così la Francia scende del 10 per cento, anche se sul totale dei primi sette mesi di quest'anno aveva fatto registrare un incremento del 47 per cento. Simile la situazione in Spagna (meno 24 per cento a luglio contro un aumento del 27 nei primi sette mesi) e in Gran Bretagna. In Germania il segno meno a luglio (meno 26 per cento) determina una situazione di sostanziale parità nei primi sette mesi 2010 rispetto allo stesso periodo del 2009. I dati italiani sono i più preoccupanti: il crollo di luglio (meno 30 per cento) corrisponde a un dato simile per i primi sette mesi (meno 29).
Cifre che raccontano di un mercato avviato su un piano sempre più inclinato, man mano che ci si allontana dai primi mesi dell'anno quando si facevano ancora sentire gli effetti degli aiuti di stato. Questo fa prevedere agli analisti un secondo semestre molto pesante proprio per le case che si erano maggiormente avvantaggiate negli ultimi dodici mesi. Già a luglio il marchio Fiat ha perso in Europa oltre il 32 per cento, quasi il doppio del mercato (che complessivamente è sceso del 17,4). Per il Lingotto si prospetta dunque un periodo difficile prima che, nella seconda metà del 2011, arrivino i nuovi modelli annunciati da Marchionne. Il rischio è quello che, mano a mano che vanno ad esaurirsi i vecchi modelli, si crei un buco produttivo in attesa dei nuovi. E', ad esempio, quel che temono i sindacati a Mirafiori.
Il secondo problema da affrontare è quello del consenso alla linea dura scelta dall'ad di Torino nei confronti della Fiom. Inizialmente considerata positivamente, a partire dalle altre organizzazioni sindacali che ne vengono indirettamente beneficiate, ora quella posizione comincia a creare qualche problema. Il braccio di ferro sui licenziamenti a Melfi, ben diversamente dalla battaglia sul nuovo contratto di Pomigliano, ha modificato il clima. Negli ultimi giorni anche Cisl e Uil (pur confermando il profondo dissenso dalla Cgil) hanno suggerito prudenza, così come ha fatto per il governo il ministro Matteoli. L'appello di Napolitano, ieri sera, sembra aver chiuso il cerchio. Marchionne proseguire comunque per la strada scelta ma sembrerebbe ancora il mercato a suggerire qualche cautela: perché i dati dicono che la piazza italiana è di gran lunga quella principale per il Lingotto in Europa. E che dunque sarà difficile ignorare gli appelli delle istituzioni e dello schieramento sindacale.
Il terzo punto interrogativo da sciogliere è quello dell'efficienza e della competitività degli stabilimenti italiani. Il progetto per ridurre drasticamente la conflittualità in fabbrica ha una spiegazione economica molto precisa. Se è vero che a Pomigliano la Panda verrà realizzata su una sola linea di montaggio, è evidente che su quella linea tutto deve funzionare come un orologio perché una protesta improvvisa può bloccare tutto. A Melfi, dove si produce ogni anno lo stesso numero di auto, le linee di montaggio sono due: l'investimento per realizzare l'impianto è stato doppio ma il sistema è molto meno vulnerabile. Domani a Rimini si capirà quali soluzioni l'ad del Lingotto ha scelto. Certo, oggi appare difficile immaginare a Pomigliano e a Melfi una scena come quella che si è svolta ieri a Aupburn Hill: con Marchionne che distribuisce braciole ai dipendenti e ai dirigenti di Fim, Fiom, Uilm e Fismic.
La Repubblica, 25 agosto 2010
Alle 11 di domani mattina [oggi], quando prenderà la parola di fronte alla platea del meeting di Rimini, Sergio Marchionne avrà molte risposte da dare. Perché nelle ultime settimane si sono accumulate questioni di non poco conto.
Questioni emerse nei giorni scorsi, mentre l'ad del Lingotto si occupava degli affari americani (e serviva braciole ai dipendenti Chrysler per festeggiare il primo anno di sbarco negli Usa). Ma tutto fa pensare che domani Marchionne quelle risposte le darà, così segnando l'avvio dell'autunno economico e sociale che nelle fabbriche italiane si annuncia particolarmente difficile.
Il primo problema è il mercato. I dati diffusi ieri da Reuters sull'andamento di quello europeo non sono per nulla incoraggianti. Il segno meno coinvolge ormai i principali paesi del Vecchio continente, anche quelli che nei primi mesi dell'anno avevano fatto segnare incrementi significativi. Così la Francia scende del 10 per cento, anche se sul totale dei primi sette mesi di quest'anno aveva fatto registrare un incremento del 47 per cento. Simile la situazione in Spagna (meno 24 per cento a luglio contro un aumento del 27 nei primi sette mesi) e in Gran Bretagna. In Germania il segno meno a luglio (meno 26 per cento) determina una situazione di sostanziale parità nei primi sette mesi 2010 rispetto allo stesso periodo del 2009. I dati italiani sono i più preoccupanti: il crollo di luglio (meno 30 per cento) corrisponde a un dato simile per i primi sette mesi (meno 29).
Cifre che raccontano di un mercato avviato su un piano sempre più inclinato, man mano che ci si allontana dai primi mesi dell'anno quando si facevano ancora sentire gli effetti degli aiuti di stato. Questo fa prevedere agli analisti un secondo semestre molto pesante proprio per le case che si erano maggiormente avvantaggiate negli ultimi dodici mesi. Già a luglio il marchio Fiat ha perso in Europa oltre il 32 per cento, quasi il doppio del mercato (che complessivamente è sceso del 17,4). Per il Lingotto si prospetta dunque un periodo difficile prima che, nella seconda metà del 2011, arrivino i nuovi modelli annunciati da Marchionne. Il rischio è quello che, mano a mano che vanno ad esaurirsi i vecchi modelli, si crei un buco produttivo in attesa dei nuovi. E', ad esempio, quel che temono i sindacati a Mirafiori.
Il secondo problema da affrontare è quello del consenso alla linea dura scelta dall'ad di Torino nei confronti della Fiom. Inizialmente considerata positivamente, a partire dalle altre organizzazioni sindacali che ne vengono indirettamente beneficiate, ora quella posizione comincia a creare qualche problema. Il braccio di ferro sui licenziamenti a Melfi, ben diversamente dalla battaglia sul nuovo contratto di Pomigliano, ha modificato il clima. Negli ultimi giorni anche Cisl e Uil (pur confermando il profondo dissenso dalla Cgil) hanno suggerito prudenza, così come ha fatto per il governo il ministro Matteoli. L'appello di Napolitano, ieri sera, sembra aver chiuso il cerchio. Marchionne proseguire comunque per la strada scelta ma sembrerebbe ancora il mercato a suggerire qualche cautela: perché i dati dicono che la piazza italiana è di gran lunga quella principale per il Lingotto in Europa. E che dunque sarà difficile ignorare gli appelli delle istituzioni e dello schieramento sindacale.
Il terzo punto interrogativo da sciogliere è quello dell'efficienza e della competitività degli stabilimenti italiani. Il progetto per ridurre drasticamente la conflittualità in fabbrica ha una spiegazione economica molto precisa. Se è vero che a Pomigliano la Panda verrà realizzata su una sola linea di montaggio, è evidente che su quella linea tutto deve funzionare come un orologio perché una protesta improvvisa può bloccare tutto. A Melfi, dove si produce ogni anno lo stesso numero di auto, le linee di montaggio sono due: l'investimento per realizzare l'impianto è stato doppio ma il sistema è molto meno vulnerabile. Domani a Rimini si capirà quali soluzioni l'ad del Lingotto ha scelto. Certo, oggi appare difficile immaginare a Pomigliano e a Melfi una scena come quella che si è svolta ieri a Aupburn Hill: con Marchionne che distribuisce braciole ai dipendenti e ai dirigenti di Fim, Fiom, Uilm e Fismic.
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