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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Redazione (del 30/04/2008 @ 00:04:59, in Politica nazionale, linkato 217 volte)


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Di Redazione (del 28/04/2008 @ 23:00:07, in Politica nazionale, linkato 139 volte)
LUCA RICOLFI
La Stampa, 24 aprile 2008
Se fra uno o due anni si tornasse a votare, non mi stupirei che l�Udc sparisse, la sinistra estrema tornasse in Parlamento, e il Pd perdesse fra il 5 e il 10% dei suoi consensi attuali. Sto scherzando, naturalmente, perché chissà quante cose saranno successe nel frattempo. Ma queste tre finte profezie mi aiutano a dire che cosa, secondo me, si nasconde negli ultimi risultati elettorali. L�Udc, è vero, è riuscita a restare in Parlamento, ma nel valutare il suo risultato si dimentica che - lista di Giuliano Ferrara a parte - votare Udc era l�unico modo che i cattolici avevano a disposizione per esprimersi: nel 2006 c�erano anche l�Udeur, la Dc di Rotondi, la Margherita.
Già oggi gli elettori che hanno votato Udc sia nel 2006 sia nel 2008 sono meno del 4% dei votanti, cui si aggiunge un 2% scarso di transfughi da altri partiti, cattolici e non: se il bipolarismo Pd-Pdl dovesse rafforzarsi, e inoltre l�Udc dovesse risultare tagliata fuori dai giochi di governo, è verosimile che molti elettori cattolici tornino a scegliere fra i due poli principali, per non disperdere il proprio voto. Diversa è la situazione dell�estrema sinistra. A mio parere essa finirà per restare fuori del Parlamento, ma solo perché è guidata da persone del tutto prive di senso comune, e non perché gli elettori di sinistra siano scomparsi come i dinosauri. Già oggi la sinistra estrema - sommando Sinistra Arcobaleno e formazioni minori - raccoglie oltre il 4% dei voti, mentre un altro 2% o 3% potrebbe tornare all�ovile, dopo essere stato inutilmente sacrificato sull�altare del Pd per «sconfiggere Berlusconi». In breve: se restasse tutta unita, e fosse guidata da una persona normale (non satura di ideologia), la sinistra estrema potrebbe tornare in Parlamento e - aggiungo io - farebbe anche del bene alla nostra democrazia.
Resta il Pd. Capisco che i suoi dirigenti non possano che ripetere quel che ripetono: il Pd ha suscitato entusiasmo e speranze, la nostra rimonta è stata formidabile, il risultato finale è buono, in così poco tempo non si poteva fare di più, eccetera eccetera (curioso, comunque, dopo mesi di slogan come «yes we can», o «si può fare»). Però ora abbiamo i dati delle elezioni politiche, i risultati di alcune consultazioni amministrative, le stime dei flussi elettorali. Ebbene, se analizzati con cura quei dati tracciano un quadro un po� diverso da quello ottimistico che molti vi hanno voluto vedere (eccezione importante, un articolo di Roberto Gualtieri sul Riformista). Primo. L�arretramento della sinistra nel suo insieme è drammatico. Il distacco fra destra e sinistra, che era pari a zero nel 2006, in soli due anni è salito a quasi 11 punti, ed è oggi molto maggiore di quello del 2001, quando Berlusconi stravinse le elezioni (allora il distacco era dell�ordine di 2-5 punti, a seconda del metodo di calcolo). Tanti elettori di sinistra hanno votato a destra, pochi elettori di destra hanno votato a sinistra.
Secondo. Della famosa super-rimonta di Veltroni non c�è traccia nei sondaggi della campagna elettorale, che talora segnalano un piccolo recupero, talaltra segnalano addirittura un lieve arretramento. Terzo. Secondo le analisi di flusso, che misurano gli spostamenti effettivi (fra 2006 e 2008), il Pd è riuscito ad attirare da destra a sinistra solo l�1,5% dei voti, per lo più sottraendoli ad An, mentre è parzialmente riuscito nell�opera di «cannibalizzazione» delle altre formazioni di sinistra, estrema e non. Quarto. Se si tiene conto che il Pd, oltre a Ds e Margherita, ha incorporato sotto il proprio simbolo i radicali, i voti del Pd nel 2008 sono di pochi decimali al di sopra di quelli del 2006. Quinto. Sottraendo i voti presi in prestito alla Sinistra Arcobaleno, il risultato del Pd nel 2008 risulta decisamente peggiore di quello del 2006 (-2,8), e ciò vale sia al Nord, sia al Centro, sia al Sud: al netto del «soccorso rosso», il «valore aggiunto» del Pd pare dunque negativo (con tre eccezioni: la circoscrizione Lazio 1, la Basilicata, la Puglia). Ecco perché penso che, se si votasse oggi, il Pd perderebbe colpi e si attesterebbe intorno al 30% (il valore storico del vecchio Pci), mentre la Sinistra Arcobaleno potrebbe anche tornare in Parlamento: per determinare questo esito, infatti, basterebbe che la metà di quanti hanno prestato il loro voto per «fermare Berlusconi» ritirassero il prestito, e decidessero di impiegarlo per garantire la sopravvivenza di una lista di estrema sinistra.
Si potrebbe concludere che la vittoria di Berlusconi è stata un trionfo, e che il «buon risultato» di Veltroni in realtà nasconde una disfatta. C�è una piccola complicazione, però. I sondaggi degli ultimi mesi segnalano piuttosto chiaramente che la fiducia dell�elettorato di centro-destra in Berlusconi è sempre rimasta decisamente bassa, più o meno ai livelli cui era scesa alla fine del quinquennio 2001-2006. Ciò significa che il repentino e massiccio «spostamento a destra» che appare dai risultati elettorali (oltre 10 punti rispetto al 2006) non è il frutto dell�ennesimo innamoramento degli italiani per Berlusconi, bensì del fatto che il messaggio di Veltroni è risultato ancora meno credibile di quello del suo «principale competitore». Ci sarà tutto il tempo per capire come mai un popolo non certo entusiasta di Berlusconi ha preferito affidarsi per la terza volta a lui piuttosto che mettersi nelle mani di Veltroni. Per riuscire nell�intento, tuttavia, occorrerà dismettere del tutto la retorica dell�autoconsolazione, e cominciare a guardare in faccia i due dati fondamentali del voto del 13 aprile: il risultato della sinistra è stato un disastro, il «valore aggiunto del Pd» resta un teorema in attesa di dimostrazione.
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Di Redazione (del 28/04/2008 @ 00:39:52, in Politica nazionale, linkato 195 volte)
Silvano Andriani
L’Unità, 25 aprile 2008
Dopo la sconfitta elettorale del 2001, sulle colonne di questo giornale, l’avevo chiamata «sindrome di Enea». Si tratta della tendenza della sinistra italiana a ritenere di dovere andare al governo per salvare il Paese, mettersi sulle spalle il vecchio Anchise per portarlo fuori dalla città in fiamme. Salvo ad accorgersi, dopo, di aver preso sulle spalle non il proprio padre, ma il proprio avversario politico. Era capitato negli anni 70, si era ripetuto negli anni 90 ed è successo ancora.
Anche questa volta, quando ci chiederanno cosa ha fatto di significativo il governo Prodi, diremo che ha risanato il bilancio pubblico evitando al paese la catastrofe finanziaria verso la quale era stata avviata. So bene che Togliatti era un grande estimatore di Quintino Sella, ma mi appare innaturale una sinistra che sembra avere come principale vocazione quella di essere l’erede della destra storica.
Veltroni ha cercato di cambiare aria: ha parlato non di catastrofi, ma addirittura di un possibile miracolo italiano.
Se qualcuno pensava che in due mesi di campagna elettorale si potesse annullare il doppio svantaggio derivante dalla straordinaria capacità del governo uscente di perdere consenso e da un deficit culturale accumulato nel giro di molti anni, si faceva delle illusioni. Si è riuscito semplicemente a cambiare la conformazione del campo di gioco nel quale si svolgerà il confronto politico e non mi pare poco.
Quanto al deficit culturale, in esso vi è una componente tipicamente italiana che proviene dalla storia della sinistra italiana che comporta una scarsa dimestichezza col pensiero riformista del Novecento sia con quello di provenienza socialdemocratica, dei Myrdall e dei Tinberghen, sia con quello liberaldemocratico dei Keynes e dei Beveridge e che porta anche a non distinguere bene, talvolta, nel grande mare della tradizione liberale tra liberaldemocratici e liberisti. La seconda componente riguarda invece la sinistra europea.
È evidente che stiamo assistendo alla crisi della cultura della destra neo-liberista che ha dominato negli ultimi trenta anni e del modello di sviluppo nato dalle politiche da essa adottate. È fallita l’idea di potere governare il mondo imponendo un unico modello di democrazia. L’aumento delle disuguaglianze ed il conseguente irrigidirsi delle strutture della società vanifica la promessa di rendere attraverso il mercato le persone in grado di realizzare le proprie capacità e di essere valutati secondo i propri meriti. Le crisi finanziarie stanno sgretolando il mito dei mercati come meccanismi razionali e capaci di autoregolarsi ed i grandi scandali societari il mito della capacità dei mercati di controllare le imprese.
Un sondaggio Financial Times/Harris Poll del Luglio scorso mostra che il consenso al processo di globalizzazione nei Paesi avanzati dell’Europa è diventato nettamente minoritario, fanno eccezione solo i Paesi nordici che hanno mantenuto un assetto di tipo socialdemocratico, mentre un sondaggio più recente ci dice che negli Usa il 58% degli intervistati valuta negativamente l’attuale processo di globalizzazione e solo il 28% lo valuta positivamente.
In questi frangenti ci si aspetterebbe che la sinistra stesse vincendo alla grande, invece in Europa perde quasi dappertutto e, se si votasse ora, perderebbe quasi certamente anche in Inghilterra. Di fronte ai fallimenti del neo-liberismo e alla crescita di insicurezza nelle condizioni di lavoro, di vita e di ordine pubblico che la globalizzazione provoca per la maggioranza della popolazione la sinistra risulta spiazzata dal prevalere al suo interno di una cultura, anch'essa di origine anglosassone, la cosiddetta terza via, sostanzialmente acritica, se non apologetica. Quando Tony Blair ha risposto a chi denunciava la crescita delle disuguaglianze e della povertà, per le quali l’Inghilterra è ora ai massimi livelli in Europa, che riducendo i guadagni di Beckam non si risolvono i problemi del Paese, ha dato prova non solo di un certo cinismo, ma anche di incapacità a comprendere le contraddizioni ed i guasti provocati dal tipo di sviluppo in atto. Barak Obama, accusando Bill Clinton di essere stato uno degli artefici della finanziarizzazione dei sistemi economici, ha detto semplicemente ciò che altri, come il Nobel J. Stiglitz, aveva già affermato dissociandosi a suo tempo dal governo di Clinton.
Giulio Tremonti nel suo recente libro svolge una critica radicale dell'attuale modello di sviluppo. E, nel tentativo disperato di attribuirne la responsabilità alla cultura di sinistra, compie una vera e propria acrobazia intellettuale inventando perfino lo slogan «dal comunismo al consumismo». Nel libro mancano parole chiave: Reagan, Thatcher, Friedman, neo-liberismo, neo-con, tutte le parole che attestano l’innegabile matrice di destra del modello di sviluppo attuale. Il mito del mercato autoregolato e l’ideologia individualista sono tipici della cultura della destra. Il travisamento compiuto da Tremonti è tuttavia facilitato dalla subalternità che la cultura della sinistra ha dimostrato finora. Le sue conclusioni mi sembrano assai discutibili, ma egli ha ragione a vantarsi di essere stato negli ultimi anni l’unico personaggio politico italiano a svolgere una critica dell’attuale processo di globalizzazione. Qualcuno, con altro taglio, lo ha fatto anche a sinistra, ma si tratta in genere di intellettuali che non fanno più parte dell’establishment politico e sono rimasti inascoltati.
Il Partito Democratico ha inevitabilmente sinora concentrato l’attenzione sulla conformazione del sistema politico italiano e su temi di più facile comunicazione nella campagna elettorale. Da ora dovrebbe affrontare i temi più generali che sono di fronte all’impegno di rinnovare la cultura e le politiche riformiste, a cominciare dall’impegno a superare il deprimente provincialismo che ha portato ad escludere completamente la dimensione internazionale dal dibattito politico. Con i tempi che corrono il riformismo in un Paese solo mi sembra un’idea peregrina.
La rivoluzione in atto nel sistema politico italiano sta portando all’emergere di una nuova generazione di dirigenti della sinistra. Finalmente. Ma le nuove generazioni se vogliono davvero candidarsi a svolgere un ruolo politico devono farlo non semplicemente attraverso l’anagrafe, ma producendo un nuovo pensiero e, sopratutto dopo una sconfitta elettorale, una critica esplicita del passato. Mi pare sia giunto il tempo di alzare la celata e mostrare il proprio viso.
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Di Redazione (del 26/04/2008 @ 08:49:21, in Politica nazionale, linkato 171 volte)
Walter Veltroni
L�Unità, 25 aprile 2008
Uno tra i più seri e importanti storici italiani, in un suo articolo di qualche giorno fa, ha immaginato la cronaca di questa giornata riportata in una ipotetica Storia d�Italia nel XXI secolo pubblicata tra dieci anni. «Il 25 aprile 2008 si celebrò solennemente in Italia ­ così il racconto del libro ­ il sessantatreesimo anniversario della liberazione e il ritorno della democrazia. Alla cerimonia nella capitale erano presenti, con il Presidente della Repubblica, numerosi esponenti politici: Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Umberto Bossi e Walter Veltroni, ciascuno con una coccarda tricolore sul petto. Ovunque gli italiani festeggiarono l�evento con un inno corale di fedeltà allo Stato nazionale e alla democrazia nata dalla Resistenza». Che una pagina del genere nessuno potrà mai leggerla, perché oggi questo non accadrà, è purtroppo una cosa evidente. Il problema, però, resta tutto. Resta il fatto che come italiani fatichiamo da sempre a riconoscere la nostra storia, a ritrovarci in una vicenda collettiva, persino a identificarci tutti insieme in simboli come l�inno o la bandiera, che per altri popoli sono naturalmente comuni. Resta la questione di un incontro, quello tra memoria e politica, che in questo nostro Paese proprio non riesce a celebrarsi senza che le ossessioni ideologiche del secolo scorso continuino, invece, ad avere la meglio sul saldarsi di una vera coscienza nazionale comune. E così succede, appunto, che una data come il 25 aprile, che dovrebbe unire tutti gli italiani ed essere patrimonio condiviso, come avviene per il 14 luglio in Francia o il 4 luglio negli Stati Uniti, venga invece fatta oggetto di polemiche che definire piccole e contingenti è sin troppo generoso.
Siamo ormai abituati, anche se faremmo bene a non esserlo mai: ogni anno, puntualmente, ci sono esponenti politici che chiedono di abolire la ricorrenza del 25 aprile o che pur ricoprendo incarichi istituzionali preferiscono disertare appuntamenti ufficiali e cerimonie pubbliche. Senza salire fino ai gradini più alti la scala delle responsabilità politiche, cosa che pure si potrebbe facilmente fare, ricordo bene le parole con cui un autorevole dirigente di Alleanza Nazionale annunciò che avrebbe disertato la manifestazione per celebrare a Milano il sessantesimo anniversario della Liberazione. �Ho di meglio da fare�, disse, aggiungendo poi: �Del resto non è mica un obbligo. La libertà e la democrazia consentono di fare queste scelte�. Ecco, questa l�unica cosa esatta detta quel giorno da quell�esponente della destra italiana. Oggi la libertà e la democrazia consentono di prendere anche decisioni sbagliate, consentono di presentare anche disegni di legge gravi, come quello sulla qualifica di militari belligeranti a quanti prestarono servizio nelle file della Repubblica Sociale Italiana. Ma se è così, sarebbe bene allora non dimenticare mai da dove arrivano, questa libertà e questa democrazia. E grazie a chi. È qualcosa che dobbiamo ai ragazzi che scelsero di rischiare la propria vita per l�Italia, che dobbiamo ai partigiani di ogni colore, a chi lottò per un�Europa democratica, civile e solidale. Non lo dobbiamo certo a chi era dall�altra parte, a chi stava a fianco della Germania hitleriana che massacrava i nostri soldati a Cefalonia, a chi scelse di difendere i principi antidemocratici e antisemiti contenuti nella Carta di Verona, a chi collaborò a rappresaglie ed eccidi, a chi condivise la tremenda responsabilità di quanto avvenne nel Ghetto di Roma, a Marzabotto, a Sant�Anna di Stazzema. Furono gli uni, e non gli altri, a riportare libertà e democrazia in un Paese che da più di vent�anni le aveva perse, smarrite nel buio della dittatura. Perché sia detto per inciso e con chiarezza: per fare i conti fino in fondo con il fascismo non basta individuare la data del 1938 e condannare la vergogna, l�infamia assoluta, delle leggi razziali. Da quel momento il regime diede il suo orribile contributo alla Shoah, allo sterminio del popolo ebraico, ma il crimine nei confronti di tutti gli italiani, del loro diritto a dire quel che pensavano, a riunirsi ed associarsi liberamente, a stampare quel che volevano senza finire in carcere o al confino, era stato compiuto ben prima. È una verità storica che non può essere negata, che non può essere affogata nel mare di una generica indifferenza. È giusto guardare alle vicende che sono alla base delle istituzioni repubblicane con uno sguardo aperto e sereno, sgombro dalle vecchie ideologie, dai pregiudizi che a volte hanno reso più difficile la comprensione delle cose. �Deideologizzare� il passato, riconoscere ad esempio la memoria dei vinti, rispettare le morti di ogni parte di quella che fu anche una guerra civile, fatta da italiani contro altri italiani, va bene, è anzi doveroso. Ma sbaglia chi pensa che questo possa significare fine di ogni distinzione o una sorta di oblio della memoria. Non si può in alcun modo equiparare Salò e la Resistenza, il fascismo e l�antifascismo. La Resistenza e l�antifascismo sono un valore, sono un irrinunciabile patrimonio etico ed �esistenziale�, sono il luogo e il momento in cui la Repubblica, le nostre istituzioni, affondano le loro radici. La nostra identità, la nostra unità nazionale, nascono lì, in quel tempo. Da quella spinta verso la libertà e la democrazia nacque la Repubblica. Grazie a quel sentimento di comune appartenenza, a quello spirito di concordia, a un senso delle istituzioni più forte delle rispettive ragioni, fu scritta la nostra Costituzione, furono sanciti i principi grazie ai quali l�Italia è cresciuta e oggi è un grande Paese. Per quanto ci riguarda, la Resistenza, i valori che l�hanno animata e sostenuta, sono patrimonio fondamentale del Partito democratico, fanno parte della nostra cultura, del nostro modo di essere e di intendere la politica. Tra gli impegni che sentiamo di avere c�è, per questo, contribuire a sottrarre il 25 aprile dalle intemperie della politica e far sì che un domani non lontano una �Storia del XXI secolo� possa davvero raccontare che si tratta, insieme al 2 giugno, della data simbolo dell�unità degli italiani. Di un giorno da festeggiare. Tutti, senza riserve e con convinzione, perché è il giorno in cui si ricorda la nascita dell�Italia libera e democratica.
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Di Redazione (del 24/04/2008 @ 18:42:56, in Politica locale, linkato 252 volte)
DIFENDIAMO I VALORI DI LIBERTA' E GIUSTIZIA, SOLIDARIETA' E PACE
CHE HANNO ANIMATO LA LOTTA DI LIBERAZIONE E SUI QUALI SI FONDA
LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA

Concentramento dei partecipanti al corteo
ore 14.45, Piazza Oberdan
(MM1 P.ta Venezia)
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Di Redazione (del 23/04/2008 @ 06:19:11, in Politica nazionale, linkato 171 volte)
di Paolo Mieli
Corriere della Sera 20 aprile 2008
Sono passati quattordici anni da quando in Italia è stato introdotto il sistema maggioritario, quattordici anni nel corso dei quali due volte (1996, 2006) ha vinto il centrosinistra e tre (1994, 2001 e l'ultima una settimana fa) il centrodestra. Fin qui, in un ritmo di alternanza scandito quasi con il metronomo, a ogni tornata elettorale chi aveva governato nella precedente legislatura è stato mandato all'opposizione e chi aveva perso nella precedente consultazione è tornato al governo. Eppure, a dispetto di questa evidenza, in passato ogni volta i perdenti si sono lasciati andare a mesi e mesi di costernazione e di pianto quasi si trovassero al cospetto di un incipiente regime e di una esclusione definitiva dalle stanze del comando.

Fortunatamente stavolta le cose si stanno mettendo in modo, almeno parzialmente, diverso. E' come se la stagione 1994-2008 fosse stata un lungo, estenuante periodo di prova del funzionamento di un meccanismo e questa possa essere l'alba di una seconda o terza Repubblica.
Appare chiaro a tutti (o quasi) che la vittoria di Silvio Berlusconi non ha niente di occasionale, che i due partiti che ne hanno fatto da architrave sono ben impiantati sul terreno, che la classe politica da essi generata nell'ultimo quattordicennio non ha più niente o ha molto poco di raccogliticcio e che ciò che negli anni scorsi si è detto e scritto per spiegare il successo berlusconiano non era sufficiente. Per quel che riguarda la destra, resteranno di questa campagna elettorale quattro momenti: la fusione immediata e a freddo tra Forza Italia e Alleanza nazionale che chiunque fino a un giorno prima avrebbe giudicato pressoché impraticabile; la vitalità della Lega a dispetto delle condizioni di salute di Umberto Bossi, segno che quel partito non è più da anni un'accozzaglia di protestatari ed è destinato a durare; il divorzio (o la momentanea separazione?) tra Berlusconi e l'Udc di Pier Ferdinando Casini che, sia pure in misura diversa, ha giovato a entrambi i coniugi; il successo del libro di Giulio Tremonti La paura e la speranza, un saggio assai dibattuto che ha scalato le classifiche editoriali e che ha dato grande lustro all'impresa.
Sul fronte opposto resteranno la decisione collettiva di fondere Ds e Margherita in un unico partito e la coraggiosa decisione di Walter Veltroni di avviare quella che si è detta una «separazione consensuale» dall'estrema sinistra nonché la scelta ancor più coraggiosa di «correre da solo». Quella decisione � «consensuale » in quanto voluta anche da Fausto Bertinotti � era frutto più di un giudizio sul fallimento delle due esperienze prodiane (si è ritenuto che così come era la coalizione non poteva ripresentarsi al cospetto degli elettori) che di un'idea strategica. E la pur discutibile decisione di lasciar spazio alla lista di Antonio Di Pietro si è dimo-strata, quantomeno sotto il profilo tattico, azzeccata. Se Veltroni avesse fatto una scelta analoga per i radicali e per i socialisti, è evidente che avrebbe compromesso il senso e l'immagine dell'operazione senza riceverne alcun apprezzabile beneficio.
Tornando poi alla Sinistra Arcobaleno va detto che è immaginabile sarà presto superato il trauma, a nostro avviso benefico, dell'uscita dal Parlamento (benefico perché come insegna la storia degli anni Sessanta è più agevole intercettare le realtà antagoniste da postazioni extraparlamentari); e se la sinistra estrema � anziché dilaniarsi� continuerà a evolversi nel solco non violento tracciato da Bertinotti ritroverà linfa e vita e non è escluso che, tornata a Montecitorio e a Palazzo Madama, giunga tra qualche anno a un ritrovato punto di incontro con quella moderata e riformista.
I limiti per Veltroni sono stati tre: quello di non avere una solida base culturale di riferimento (alla sinistra manca un Tremonti, cioè un politico di primo piano che produca analisi innovative in sintonia con quel che si dibatte nel resto del pianeta); quello di aver prodotto un eccesso di ammiccamenti a culture ed esperienze internazionali di complesso amalgama; quello ormai consolidato (nel senso che lo ha ereditato dai suoi predecessori) di non aver capito che il Nord merita un'attenzione strutturalmente diversa. Ribadisco: strutturalmente diversa.
A causa di ciò il Partito democratico è rimasto fin qui tutto dentro i confini angusti della sinistra e non ha praticamente giocato la partita del centro. Se aveva candidati in grado di parlare all'elettorato centrista li ha tenuti nascosti per timore che entrassero in contraddizione con quelli a carattere più identitario con l'effetto che la torta non ha lievitato. Adesso la sinistra centripeta ha davanti a sé due vie: la prima è quella di provare a fare con Casini quel che nell'estate del 1994 D'Alema fece con Buttiglione, cioè lusingarlo e attrarlo nella propria orbita; la seconda è quella di strutturarsi per occupare da sé il centro. Che dire? Della prima opzione non sapremmo, ma la seconda ci appare in prospettiva assai più redditizia. Ma le due insieme non sono facilmente combinabili perché come accadde nel '94 la dimensione tattica prende sempre il sopravvento sul profilo strategico.
Le elezioni del 13 aprile 2008 hanno l'aria di essere di quelle che passano direttamente nei libri di storia. E in quei libri di storia resterà chi saprà comprenderne il senso profondo, digerirle e � per quel che riguarda l'opposizione � chi anziché disperdere energie in iniziative avventate, ripetitive sarà in grado di dare senso compiuto all'idea nel nome della quale solo un anno fa fu fondato il Partito democratico.
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Di Redazione (del 22/04/2008 @ 06:10:35, in Politica nazionale, linkato 177 volte)
Bruno Gravagnuolo
L’Unità 18 aprile 2008
«Siamo in bilico su una doppia possibilità. O Berlusconi e Bossi riescono a trovare un compromesso accettabile sull’interesse generale del paese, oppure, come temo, si andrà verso la catastrofe». C’è allarme nelle parole di Gian Enrico Rusconi (nella foto), germanista, politologo, storico, attualmente a Berlino come «Gast-Professor» alle Freie Universität, dove riusciamo a intercettarlo tra una lezione e l’altra. La sua tesi post-elettorale sull’Italia che va a destra suona: «Il governo Prodi ha dato un’immagine pessima di sé, di là dei suoi veri pregi e difetti. La sinistra dal canto suo ha abbandonato insediamenti e territori. E la Lega è la vera vincitrice. Contro il mercatismo, il globalismo e il venir meno delle tutele identitarie ed economiche».
E allora, dopo l’analisi della sconfitta e delle sue cause da dove ricominciare? Per Rusconi occorre innanzitutto vedere come evolverà il rapporto Bossi-Berlusconi. Per nulla pacifico e anzi dirompente. Poi l’opposizione vedrà come inserirsi nella partita. Senza cedere a ricatti o a cooptazioni, ma esibendo una «sua» idea dell’interesse pubblico e nazionale. E facendola valere sul piano programmatico, parlamentare e organizzativo. A cominciare dai territori, abbandonati all’avversario. Nel frattempo però si deve registrare bene l’accaduto, fotografare i soggetti sociali in campo. E cercare di spiegare bene il tutto, a se stessi e agli altri. All’Europa, che sempre meno capisce l’anomalia italiana. E ai tedeschi, che, dice sempre il professore, «vivono l’Italia con strisciante estraneità e ci considerano tutti berlusconiani. Immagini con che gioia da parte mia!». Sentiamo Rusconi allora.
Cominciamo da una domanda vecchia ma ancora buona: la Lega è di destra oppure no? Il politologo Sartori e l’ex ministro leghista Maroni lo negano. E lei?
«Modo non giusto di porre la questione. Parlerei di protezionismo sociale a favore di tutti quelli che non ce la fanno, dal piccolo imprenditore all’operaio sottopagato. E con il territorio a fare da argine, da barriera. In questo senso vanno le sortite di Tremonti contro il mercatismo, che avevano centrato il bersaglio. Mi chiedo e le chiedo, questo protezionismo sociale e locale è di destra o di sinistra?»
Il segno prevalente è di destra: individualismo proprietario. Anche se non possiamo fermarci qui. In fondo lo stesso fascismo non era sociale e autarchico?
«Certo, ma usciamo dallo schematismo. Sono esplosi i problemi della piccola gente che ha perso fiducia nella sinistra e nel sindacato. E questa massa d’urto medio-bassa va al di là del nucleo proprietario. Il vero problema è la fine dell’universalismo democratico, di sinistra. Che teneva insieme borghesia imprenditoriale e ceti subalterni. È questo che la gente dei territori rifiuta».
Bene, ma come è successo tutto questo? Colpa del mercatismo, e delle violente politiche di rigore monetarista e di bilancio fatte proprie dalla sinistra?
«Fino a ieri il territorio era rimasto fuori dalle preoccupazioni “borghesi” o di sinistra. Il fascismo non è mai stato territorialista, ma nazionale. Oggi invece proprio la contrapposizione tra locale e globale fa saltare la distinzione destra/sinistra, le polarità che prima si confrontavano sullo stato. Inoltre, che fine hanno fatto le buone amministrazioni di sinistra e il loro mito? Anche quest’eredità s’è fatta scippare la sinistra!»
Insisto: la sinistra non ha finito col soffocare i territori in nome del mercato universale e del rigore?
«Era inevitabile, ma il difetto è stato nel messaggio, nell’incapacità di comunicare. Il che è stato vissuto come abbandono, da parte dei ceti radicati sul territorio. Si è data l’impressione di voler enfatizzare i benefici del mercato universale, dall’immigrazione, all’innovazione, agli scambi, alla moneta. A detrimento del quotidiano e delle identità locali. Ovvio che il rigore fiscale e i tagli di spesa soffocano i territori! Ma allora, o si faceva una politica diversa, oppure si dovevano convincere i soggetti sociali nelle aree locali. Come? Con la capacità organizzativa e di rappresentanza solidale. E poi nessuno osa dirlo: il governo Prodi ha mandato dei segnali catastrofici. E ha avuto un’immagine peggiore di quel che è stato. Aggiungo una cosa: il vecchio socialismo riusciva a differire i bisogni sul domani radioso. A persuadere, e a dare identità. Oggi c’è una mutazione antropologica, il domani non è più un argomento, e le emergenze ci stanno tutte addosso, instantaneamente».
Ma il vecchio socialismo democratico faceva lievitare i redditi. Oggi invece da sinistra non si tutelano né i redditi, né i territori. E vince il liberismo territoriale e proprietario. Non è per questo che i ceti medio bassi vanno a destra, e finiscono in bocca alla Lega?
«Questo è un dato di fatto incontrovertibile, anche se ce ne siamo resi conto tardivamente. Lo sfondamento egemonico della cultura liberista a misura di territori, e a danno della sinistra, è stato evidente. Magari Gad Lerner non se ne rendeva conto, ma molti lo avevano capito, benché lo dicessero sottovoce. Adesso però la vera domanda è un’altra: la sinistra può ancora recuperare oppure è troppo tardi?»
E cosa si risponde?
«Dipende prima di tutto da questo governo. Ce la farà a superare la conflittualità interna con la Lega o no? Da queste prime battute di confronto con Bossi, parebbe di no. Guardi, tra il leghismo e il berlusconismo non c’è coincidenza. E Berlusconi non lo ha ancora capito. Prevedo forte tensione tra le due realtà, anche pensando alla profonda personalizzazione dell’incontro-scontro tra i due leader. Con Berlusconi che si dichiara garante in prima persona del rapporto con Bossi. E Bossi che dice: mi fido solo di lui, parlo solo con lui. Ma con entrambi che tagliano fuori gli altri alleati. Ciò corrisponde tra l’altro a una acuta degenerazione iper-personalistica della politica, che inficia l’immagine del centrodestra. Roba devastante».
Duello intestino, che potrebbe far saltare la coalizione?
«A mio avviso i due leader non capiscono affatto ciò che si sta profilando, anche perché non si aspettavano questo exploit leghista. Sono stupiti entrambi».
C’è il rischio di un’implosione italiana, magari su federalismo fiscale e secessione strisciante? Detto diversamente: andremo più verso la Baviera o verso l’ex Jugoslavia?
«Né l’uno, né l’altro esito. Intanto la destra dovrebbe aver imparato le lezioni del governo Prodi, e del precedente centro destra: non litigare e non mettere in piazza i contrasti. Per quanto riguarda la Baviera o un possibile Lombardo-Veneto, bisogna stare attenti. Non si possono fare paragoni insostenibili, e immaginare analogie tra Cristiano Sociali bavaresi e Lega che radicalmente altra cosa. Il punto è: la Lega resterà un partito rivendicativo e conflittuale, oppure metterà capo a un vero progetto regionale? I Cristiano sociali in Germania governano un Land. Uno stato storico: la Baviera. Questi invece parlano di Padania, che francamente non esiste, meno che mai nei termini della Baviera, che ha mille anni! I leghisti stanno rivalutando il sociale privato e comunitario. Ma dovrebbero riscoprire il senso del pubblico, ricrearlo, per fondare un futuribile Lombardo-Veneto. Non dico nazione, dico “pubblico”. Interesse generale, articolato sul territorio».
La vedo dura.
«Sì, non hanno gli strumenti per farlo. Al massimo sono in grado di esprimere comunitarismo. Questo però è un problema di tutti, da nord a sud. E qui apro e chiudo una parentesi: non capisco perché Bassolino non abbia avuto il buon gusto civico di dimettersi. Di là delle sue colpe o meno. Tornando alla destra però, il governo si gioca tutte le sue carte esattamente su questo: il senso pubblico. O ne esibiscono un esempio plausibile, o finirà male. Con la frantumazione generale, magari non Jugoslava, che mi parrebbe esagerata...»
Deve essere la sinistra o quel che ne resta, a farsi banditrice di un nuovo senso pubblico nazionale?
«Il vero dilemma è: dare una mano a un eventuale progetto di questo tipo o no? E qui subentra il timore di favorire l’avversario. Cosa che non varrebbe altrove, perché ad esempio la Baviera non s’è mai scontrata violentemente con lo stato, e lì non avrebbero mai detto le cose intollerabili di un Bossi sui fucili, neanche per scherzo. La Baviera si distingue, dentro un’idea comune di stato. Ma non si contrappone. E oggi anche grazie alle doti mediatrici della Merkel».
Lega dissolutiva o federalmente compatibile?
«O Berlusconi e Bossi si reinventano un senso pubblico di corresponsabilità che rilegittima lo stato, o viceversa si va al logoramento progressivo. Quanto alla sinistra, deve corresponsabilizzarsi anch’essa, a certe condizioni beninteso».
E se invece si spartiscono l’Italia frantumando interessi e territori, e all’insegna di presidenzialismo o premierato?
«Allora sarà il disastro, ma se è così lo vedremo entro quindici giorni».
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Di Redazione (del 21/04/2008 @ 06:00:19, in Politica nazionale, linkato 173 volte)
Antonio Padellaro
L�Unità 19 aprile 2008
Lo choc elettorale è comprensibile ma sarebbe ora che gli sconfitti mettessero da parte rabbia e scoraggiamento per ricavare una qualche lezione utile dagli errori commessi invece di continuare a scaricarli altrove. A cosa serve, per esempio, dare la colpa della propria sconfitta a un altro partito, ovvero al Pd di Veltroni, esercizio politicamente incongruo nel quale si esercitano gli esponenti della Sinistra l�Arcobaleno? Ciò che non abbiamo ancora letto e sentito da nessuna parte è piuttosto un�analisi completa dell�occasione storica persa prima e durante il governo Prodi.
Interrogarsi sui circa quattro milioni di voti che mancano complessivamente al centrosinistra significa soprattutto riflettere sul destino di un tesoro dilapidato. Dovremmo tutti rammentare infatti che dal 2001 in poi, nel quinquennio cioé del Berlusconi II, i partiti dell�allora opposizione inanellarono una brillante serie di successi consecutivi sbaragliando l�allora Cdl in ogni elezione comunale, regionale o europea che fosse. Fu così che nella primavera del 2006 all�Unione appena costituita tutti i sondaggi attribuirono un vantaggio pressoché incolmabile sull�armata allo sbando del centrodestra. Come fu che in poche settimane quella enorme distanza si ridusse ai famosi ventiquattromila voti non è un mistero doloroso.
Perché già in quella campagna elettorale la composita coalizione cominciò a mostrare tutte le crepe e le contraddizioni che avrebbero portato all�implosione di due anni dopo. Subito Berlusconi se ne accorse e scatenò lo scatenabile recuperando punti su punti. Eppure alla fine andò bene, il Porcellum di Calderoli giocò incredibilmente a nostro favore e nella indimenticabile notte del 10 aprile 2006 Romano Prodi potè annunciare una vittoria risicatissima ma pur sempre vittoria in una piazza romana che già temeva il disastro.
A quel punto il rischio sventato in extremis avrebbe dovuto suggerire a tutti gli otto o nove partiti una strategia d�emergenza. Trincerarsi, fare quadrato, prepararsi a resistere cinque anni e a qualunque costo. Per il bene del paese ma anche per quel naturale istinto di autodifesa che è l�abc della politica. Fin dall�inizio era chiaro a tutti che una anticipata fine del governo avrebbe trascinato nel baratro partiti e partitini. Su quei pochi voti di vantaggio reinvestiti con intelligenza e tenacia si sarebbe potuto cambiare a favore del centrosinistra il baricentro politico del paese. Poiché era chiaro che, da Mastella a Bertinotti ne avrebbero guadagnato tutti, a tutti ragionevolmente sarebbe convenuto concorrere ad aiutare Prodi, proteggendolo, rassicurandolo, portandogli la colazione a letto se necessario. Il calvario a cui è stato sottoposto il Professore dai suoi alleati veri e presunti, giorno dopo giorno, resta, lo sappiamo, un capolavoro di autolesionismo e di stupidità politica. E ha ragione Veltroni quando definisce Prodi uomo di stato, «uno dei più grandi che la storia repubblicana abbia conosciuto». Prodi, uomo capace e per bene, al quale non finiremo mai di dire grazie. Logorato, però, e alla fine abbattuto «da una conflittualità permanente dentro una coalizione paralizzata dalla cultura dei no».
Quel piccolo margine di maggioranza al Senato invece di essere difeso con le unghie e con i denti è stato continuamente giocato ai dadi per lucrarne, nel migliore dei casi, qualche straccio di visibilità sui giornali o in tv. Il possibile che Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi dicono di aver fatto per tenere in piedi la baracca non poteva bastare. Ci siamo forse dimenticati dei Rossi e dei Turigliatto? Dei ricatti sulla politica estera? Dei ministri di lotta in piazza a manifestare contro il governo di cui facevano parte? E adesso, se tutti i responsabili di tanto insensato sperpero, a cominciare proprio da Mastella, non rientrano in Parlamento chi lo ha deciso? Il perfido Veltroni. O una massa di elettori furiosi dopo aver visto finire in fumo (e nell�immondizia) le proprie speranze? Via, siamo seri.
Il secondo pericolo che la sconfitta elettorale rischia di produrre nel campo a noi vicino è quello di una quasi resa morale. L�idea cioè che dal 14 aprile scorso la destra ha sempre ragione. Che gli italiani amano Berlusconi, come ci spiegano autorevoli colleghi. Che la Lega è l�unica forza autenticamente popolare, mentre il resto è solo casta approfittatrice. Perfino un personaggio notoriamente misurato come Montezemolo è pronto a sostenere, senza arrossire, che ormai gli operai sono più vicini alla Confindustria che al sindacato. Nelle inchieste televisive sulle ex Stalingrado in mano al Carroccio nessuno obietta se il bravo cittadino indica schifato uno spiazzo dove la moschea non si farà e dice: che vadano a pregare a casa loro. E se il Berlusconi che riceve Putin e tratta i destini di Alitalia è un premier che nessuno ancora ha nominato, meglio non parlare di rigore istituzionale altrimenti ti ridono appresso.
Calma però. È vero, hanno vinto ma non hanno vinto tutto. I voti della destra (compreso Storace) sono 17 milioni e 800mila. Quelli del centrosinistra 15 milioni, di cui 12 milioni del solo Pd. Due milioni ne ha l�Udc. Ovvero: nel paese reale maggioranza e opposizione quasi pari sono. Le principali città italiane sono ancora governate dal Pd e dalla Sinistra. E così la maggior parte delle regioni. Checché ne dica Luca Cordero, c�è ancora un�organizzazione democratica di massa (11 milioni e 700mila tesserati) che si chiama sindacato. I leghisti, sicuramente, hanno raccolto i frutti di un lavoro capillare sul territorio. Pd e sinistra devono prenderne atto e tornare a parlare con la gente. Le cittadine linde e pulite piacciono anche a noi. Se poi però il sindaco col manganello non toglie le panchine per non farci sedere gli immigrati. Del resto, di radiose comunità con i gerani sul balcone, e con l�orrore dietro l�uscio è piena la storia del Novecento.
A Veltroni diciamo quindi tenga la barra dritta. Con la sinistra, soprattutto con il popolo della sinistra, occorre ricostruire un rapporto perché siamo convinti che ciò può giovare molto al Pd e allargare la sua base di consenso. Bene l�opposizione senza sconti in Parlamento ma occorre sferrare una grande offensiva sui valori democratici. Quando ha detto alle mafie non vogliamo i vostri voti, è stato il momento più bello della sua campagna elettorale. Lo hanno preso in parola. Ne valeva la pena. Ma adesso ricordiamolo a tutti.
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Di Redazione (del 20/04/2008 @ 00:25:41, in Politica nazionale, linkato 183 volte)
di GIOVANNI CERRUTI
La Stampa 18 aprile 2008
Dalla sua Padova il sindaco Flavio Zanonato potrebbe dire che in fondo è andata bene. «Qui in città la Lega è salita al 15% e noi del Pd siamo al 35%, vorrà pur dire qualcosa o no?». Ma se si guarda attorno può vedere che le percentuali s�invertono di parecchio, che il voto leghista è arrivato sotto il portone del suo amico Sergio Cofferati, a Bologna: d�accordo, ormai la Padania arriva fin lì, e la Lega ha preso un deputato pure nelle Marche. Che fare? Al cinquantenne Zanonato, nel pci da quand�era ragazzo, la memoria non manca: «Bisogna imparare dalla Lega. Ma porca miseria, la Lega da chi ha imparato a far politica? Da noi, dal vecchio Pci. Ce ne siamo dimenticati e adesso lo riscopriamo».
Sindaco Zanonato, a Padova niente sorprese e il Pd è ancora in testa.
«Perchè qui, credo, siamo riusciti a far politica come si deve, a spiegare, a stare tra la gente. Avevamo il problema dell�immigrazione clandestina, dello spaccio, della microcriminalità. Nei quartieri dove siamo intervenuti il Pd è arrivato al 41%».
Però...
«Però queste erano elezioni politiche e non c�era da vincere il campionato padovano o quello del NordEst, ma quello italiano».
E la Lega ve l�ha fatto perdere male.
«Giornali, radio, tv, adesso tutti scoprono che la Lega c�è, ma anche questa volta finirà che nessuno analizzerà mai il perchè. Guai a dire che è un voto di protesta, e invece c�è anche quella. E c�è il voto radicato e strutturato, come nella Verona del sindaco leghista, o quello di chi è molestato dalla microcriminalità e vota i leghisti perchè è incavolato. O perchè lo sviluppo delle piccole imprese ha prodotto il collasso del sistema stradale».
Veneto, Lombardia, anche l�Emilia. Come dice Cofferati una macroregione dove il Pd dovrebbe organizzarsi.
«Io sarei per far funzionare quello che c�è, altrimenti è un trasloco continuo. Mi accontento del Paese e del sistema che c�è, non di quello che chissà quando vedrò. Qui, anche qui, per parlar chiaro, occorre organizzare gente che vada nei bar a far ragionare, spiegare, parlare alla gente».
Il pullman di Walter Veltroni almeno è servito? Qui in Veneto aveva detto che con la nascita del Pd «cade il muro con il NordEst». E invece...
«Il suo è stato un impegno di enorme generosità, la sua campagna sui media è stata di straordinaria bravura. Non è bastata. Qui a Padova nel disastro non siamo andati male, però il rischio per il Partito Democratico è di avere la testa a Roma e un grande spazio sui giornali e nelle tv. Così sarebbe perdente. Non possiamo fare il partito di Berlusconi di sinistra, perchè quello è un modello di partito di centrodestra».
Cofferati dice che il Pd dovrà modellarsi sulla macroregione che sale dall�Emilia, parlamentari lombardi come Pierangelo Ferrari e Daniele Marantelli dopo le elezioni vinte nel 2006 proponevano "l�Ulivo del Nord". E lei che dice?
«Oggi, con questa legge elettorale, mi accontenterei di parlamentari scelti dal territorio e non decisi lontano da qui».
Insomma un Partito Democratico che ascolta qui e si fa sentire a Roma.
«Mettiamola così. Non sopporto chi, nel Pd, parla di "percezione dell�insicurezza", la vecchietta che chiede di essere ricoverata in ospizio perchè ha gli spacciatori sul portone non è percezione. Così come non sopporto chi, del Pd, va in tv da Bruno Vespa a dire che sull�immigrazione la Lega è razzista. E� "anche razzista", ma lo si vuol capire che il problema c�è?».
Che fare?
«L�ho detto. Imparare da loro, dalla Lega. O ricordarci di com�eravamo ai tempi del vecchio Pci. In mezzo alla gente, per capire e farci capire».
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Di Redazione (del 18/04/2008 @ 14:25:55, in Politica nazionale, linkato 153 volte)
di MASSIMO GIANNINI
La Repubblica 18 aprile 2008
ROMA - Segretario, in questo amaro day-after elettorale c'è una parola chiave che lei non ha ancora pronunciato.
"Qual è?"
È la parola "sconfitta".
"Io non ho alcuna difficoltà a parlare di sconfitta. Ma attenzione. La sconfitta c'è stata nella sfida per il governo: ero il primo a sapere che questa era una missione difficilissima, che non era certo facile vincere in soli quattro mesi invertendo una tendenza negativa consolidata in due anni. Ma se guardiamo alla costruzione di una grande forza riformista, allora non si può proprio parlare di sconfitta: è stato un miracolo, perché oggi quella forza ha recuperato più di 10 punti, esiste ed è finalmente una realtà del Paese".
Ma è una "realtà" che Berlusconi ha oscurato, nonostante l'ottima campagna elettorale che ha fatto lei. Si ricorda la lezione di Nenni sulle "piazze piene e le urne vuote"?
"Piazze piene ne ho avute, eccome. Ma ho avuto piene anche le urne: ora il Pd ha una forza impensabile fino a sei mesi fa...".
Ma il Pdl ha ottenuto alla Camera oltre 17 milioni di voti, circa 3,5 milioni in più del Pd e dell'Idv.
"Dal voto è confermata la forza della destra, con un radicamento in molti strati dell'opinione pubblica. Ma mi faccia dire che è emerso anche il Pd, che ha ottenuto oltre 12 milioni di voti, il livello più alto dal '96, e una percentuale che per un partito del centrosinistra è la più alta nella storia repubblicana".
D'accordo. Ma non si può accontentare di aver ottenuto 160 mila voti in più. Il Nord si conferma off limits, e anche al Sud voi guadagnate solo 1 punto, e il Pdl ne guadagna 15. Come mai?
"Il Pd è andato molto bene nelle zone urbane e nei capoluoghi di provincia. A Torino siamo cresciuti del 6,6%, a Milano del 9,1%, a Venezia del 6,9, a Genova del 6,3%, a Bologna del 6,8%, nelle aree del Nord-Est siamo il primo partito. Anche al Sud a Napoli il Pd è cresciuto del 5,4%, a Palermo del 7%. Al contrario, abbiamo sofferto nelle aree più diffuse e periferiche, e qui pesano fattori sociali e politici".
Dica la verità: non hanno pesato anche le candidature imposte da Roma? Non è stata un'illusione pensare che con Calearo si risolveva la Questione Settentrionale?
"No, sulle candidature non abbiamo proprio nulla da rimproverarci. Finalmente competenze ed esperienze sociali, e abbiamo raddoppiato il numero delle donne e dei giovani".
Allora perché, da questo voto, il centrosinistra esce di nuovo minoranza in Italia?
"Abbiamo perso per due ragioni di fondo. La prima ragione riguarda il Paese. La società italiana è fortemente attraversata da un sentimento di insicurezza, per esempio rispetto al fenomeno dell'immigrazione, e di paura per un possibile peggioramento delle condizioni di vita. Il voto riflette questo bisogno di protezione, che non a caso ha premiato soprattutto la Lega. Noi, in quattro mesi di campagna elettorale, abbiamo capovolto i ruoli, presentandoci come una grande forza di modernizzazione. Ma nel Paese, evidentemente, ha prevalso un istinto di difesa e di conservazione, di cui la destra si è fatta interprete. Dobbiamo aprire una grande riflessione sui mutamenti della società italiana, chiamando a raccolta le energie e le competenze migliori. È uno dei nostri primi impegni".
Vuol dire che non avete sbagliato voi, ma hanno sbagliato gli elettori?
"Non ho detto questo. Ma certo non posso nascondere una certa inquietudine per il fatto che un candidato premier che attacca il Capo dello Stato, sostiene che i magistrati devono fare un test di sanità mentale, dice che Mangano è un eroe, definisce grulli tutti quelli che non votano per lui, ottiene un consenso così vasto. Ci sono alcuni punti fermi, senza i quali una democrazia non è più tale. E allora mi chiedo: dov'erano i liberali, quando Berlusconi diceva che Mangano è un eroe? Dov'erano tutti i pensatori illuminati, che continuano giustamente ad occuparsi del '56, quando Berlusconi strappava il programma del Pd?".
Toccava a voi convincerli. Come toccava a voi convincere i moderati, senza rinnegare i valori della laicità.
"Su questo, con tutto il rispetto, vorrei dire una parola anche sulla Chiesa: mi sta benissimo che si intervenga con passione su temi come il testamento biologico, ma forse la battaglia su certi valori fondanti della democrazia andrebbe fatta con la stessa intensità con la quale si combatte quella per i temi etici. Noi, ora, quella battaglia vogliamo farla fino in fondo, anche a costo di ritrovarci al nostro fianco solo un terzo del Paese".
Mi permetta di dirglielo: lei così non ripete l'errore del vecchio Pci berlingueriano, rinchiuso nel mito della diversità come valore in sé? Invece che la critica sul voto, non è più utile l'autocritica?
"No, guardi, semmai noi ormai abbiamo il vizio opposto, che è quello di dare sempre e prima di tutto la colpa a noi stessi. Dovremmo, solo su questo, prendere esempio da Berlusconi, che ha già perso due volte, senza mai fare lo straccio di un'autocritica, ed è sempre andato avanti per la sua strada".
Mi spieghi la seconda ragione per la quale avete perso.
"La seconda ragione riguarda noi stessi. Il nuovo centrosinistra, che noi abbiamo rilanciato con un atto fondativo senza ritorno, la creazione di un grande partito riformista che ha rotto con le vecchie alleanze e si è presentato da solo agli elettori, ha dovuto combattere con l'immagine negativa del vecchio centrosinistra. Negli strati profondi della popolazione i lasciti della vecchia maggioranza hanno finito per essere solo due: troppe tasse, troppi veti incrociati. Questo pregiudizio, alimentato ad arte dalla tv e appesantito dal disastro dei rifiuti e dalla crisi dell'Alitalia, ci ha impedito di coronare con successo la rimonta. In campagna elettorale abbiamo fatto scelte dirompenti, e pronunciato parole di innovazione mai ascoltate prima a sinistra: sul fisco, sulla sicurezza, sulla certezza della pena, sulla fine della cultura dei veti. Ma in soli quattro mesi, evidentemente, i nostri messaggi non hanno prodotto un accumulo sufficiente presso l'elettorato. Avremmo avuto bisogno di più tempo...".
Lei sta dicendo quindi che avete perso per colpa dell'eredità del governo Prodi?
"Io su Prodi continuo a distinguere. C'è un Prodi uomo di Stato, uno dei più grandi che la storia repubblicana abbia conosciuto. E c'è la vecchia maggioranza, che in questi due anni ha scontato, suo malgrado, una caduta oggettiva di consensi, dall'indulto alla prima Legge Finanziaria. Prodi, e noi con lui, abbiamo pagato una conflittualità permanente dentro una coalizione paralizzata dalla cultura dei no. Ecco perché i partiti della ex Unione hanno ottenuto risultati pessimi. Ma guarda caso, tutti tranne uno: il Pd. È questo, oggi, che mi fa dire che la nostra scelta di discontinuità è stata giusta, e che il nostro coraggio è stato premiato. Se domenica scorsa ci fossimo ripresentati agli elettori con l'assetto del 2006, oggi saremmo stati travolti da uno tsunami dal quale il centrosinistra non si sarebbe mai più ripreso".
Giusto. Ma uno tsunami c'è stato lo stesso. La Sinistra Arcobaleno non esiste più. Colpa vostra, dicono da quelle parti.
"La tragedia elettorale che ha portato la Sinistra Arcobaleno fuori dal Parlamento non è una buona cosa per la nostra democrazia. Ma loro scontano due errori, e fingere di non vederli mi sembra quasi altrettanto grave che addossare al Pd le colpe per la loro scomparsa. Il primo errore è stato quello di aver bombardato fin dal primo giorno il governo Prodi: la prova sta già in quegli oltre 100 tra ministri e sottosegretari con i quali è nato quell'esecutivo. Il secondo errore è riassunto nelle parole di Bertinotti al suo giornale, quando il 4 dicembre 2007 dichiarò testualmente "è fallito il progetto del governo" e definì Prodi, con le parole di Flaiano su Cardarelli, "il più grande poeta morente"...".
Solo questo? La Sinistra Arcobaleno non ha pagato anche la campagna sul voto utile, la cannibalizzazione del Pd?
"Ma quale cannibalizzazione? La Sinistra Arcobaleno non ha capito la società moderna. Vuole una prova? Quando lanciai la mia campagna sulla sicurezza, e dissi che non è né di destra né di sinistra, l'estremismo di "Liberazione" li portò ad accusarmi di fascismo. Ecco cosa hanno pagato. Il non aver capito che soprattutto negli strati più popolari c'era un bisogno crescente di protezione. Il non aver capito che occorrevano decisioni forti sul Welfare, sui rifiuti, sulla Tav, e che la cultura del no ci avrebbe portati alla rovina".
E adesso che succede? Riaprirete il dialogo con la sinistra ormai extraparlamentare?
"Al dialogo siamo sempre pronti. Le dirò di più: in Parlamento, come forza riformista, cercheremo di rappresentare anche le culture presenti alla nostra sinistra. Ma indietro non si torna. Discuteremo con loro, ma non saremo mai loro".
Che mi dice di Casini? Ieri vi siete visti: farete l'opposizione a Berlusconi insieme?
"La rottura dell'Udc con Berlusconi è stata tardiva, purtroppo. Se dopo la caduta di Prodi avessero detto sì a un governo Marini per le riforme, oggi la storia sarebbe diversa. Anche loro portano una grande responsabilità, per quello che è accaduto. Nonostante questo, il dialogo con Casini sarà molto serrato. Dovrà essere un nostro sforzo nei prossimi mesi, a partire dalla condivisione dell'opposizione".
Ancora una volta vi aspetta la lunga traversata nel deserto. Siete preparati?
"Faremo un'opposizione molto forte. Berlusconi non si illuda: non gli faremo sconti, e il nostro fair play in campagna elettorale non ci impedirà di alzare la voce, ogni volta che vedremo violati o messi a rischio i valori costituzionali che ho indicato nella lettera-appello lanciata prima del voto. Faremo un'opposizione riformista, dura ma non ideologica. Vigileremo sul rispetto delle regole. Incalzeremo il futuro premier sulla montagna di promesse che ha seminato in campagna elettorale, dall'abolizione dell'Ici a quella dell'Irap. E stavolta non finirà come ai tempi del contratto con gli italiani, che il Cavaliere ha disatteso all'85%. Il governo-ombra servirà anche a questo. Non so quanto durerà Berlusconi, ma so che la crisi economica morderà in modo drammatico, e vedo già che le prime crepe stanno uscendo fuori. Faremo in modo di far esplodere le contraddizioni, che ci saranno, su questo non ho dubbi. La Lega avanza già pretese esorbitanti. Questo creerà grandi tensioni, anche a Nord".
Insomma, il Veltrusconi è morto e sepolto?
"Non è mai esistito. Faremo una battaglia senza quartiere, sui valori e sulle politiche, La nostra idea di società resta radicalmente diversa dalla loro".
In questo clima che fine fanno le riforme? Per ora il Cavaliere sembra disponibile al dialogo...
"Finora non l'ho visto né sentito. Se il futuro premier ritiene utile e opportuno parlare con il leader dell'opposizione, la linea del mio telefono è sempre libera. Ma se invece fa eleggere Schifani presidente del Senato, Fini presidente della Camera e Tajani commissario Ue, allora comincerà un altro film. L'Italia ha bisogno di ritrovare equilibrio istituzionale e serenità".
La sfida di Rutelli a Roma può essere la prima occasione di rivincita, secondo lei?
"Roma è cambiata enormemente in questi 15 anni. E' una città che cresce in economia e occupazione molto più del resto del Paese. È una città che ha in corso una trasformazione paragonabile a quella delle altre metropoli europee. È un bene che questa ispirazione continui. Ed è un bene che ci sia un sindaco, come era capitato a me, di un colore politico diverso da quello del premier, perché questo è utile alla dialettica democratica del Paese".
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