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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Redazione (del 29/06/2008 @ 16:18:31, in Politica nazionale, linkato 196 volte)
di MASSIMO GIANNINI
La Repubblica, 29 giugno 2008
ROMA - «L'Italia vive la crisi più drammatica dal dopoguerra in poi. Berlusconi prende in giro i cittadini, e si occupa solo dei suoi affari personali. Ora basta, il dialogo è finito». Walter Veltroni va all'attacco. Se mai è esistito, il "Caw" è archeologia repubblicana. Tra maggioranza e opposizione è guerra aperta. Il leader del Pd denuncia la «crisi devastante in cui versa il Paese», e punta il dito contro il Cavaliere.
Onorevole Veltroni, da cosa nasce questo suo allarme?
«La crisi ha origini antiche. Ma oggi quello che sconcerta è il capovolgimento delle priorità. L'Italia vive la condizione più drammatica dal dopoguerra. Siamo in piena stagnazione. I consumi crollano: quelli finali sono a - 2,3%, a - 4% nel Mezzogiorno. Per la prima volta siamo passati dal 6,4 al 7,1% nel tasso di disoccupazione. La produttività è - 0,2%, il Pil ristagna al + 0,1%. Il Paese è fermo».
Ma è fermo da anni.
«Sì, ma ora si sommano due circostanze. La prima è la sconcertante manovra del governo. Ora che sale la nebbia degli spot, finalmente viene fuori la realtà. C'è una prima novità, devastante: le tasse aumentano, dello 0,2% nel 2010. E nonostante la promessa elettorale sul calo della pressione fiscale sotto il 40% del Pil, nel 2013 arriverà al 42,9%. Poi c'è la seconda notizia, non meno clamorosa: l'esito della famosa Robin Hood Tax. Dei 5 miliardi presi sa quanto va alla famosa carta per i poveri? 290 milioni di euro quest'anno, 17 l'anno prossimo e 17 l'anno successivo. Briciole. Nel frattempo, aumentano di circa 300 euro le spese nelle famiglie: 180 euro per benzina gas e luce, 100 euro per i generi alimentari. Poi c'è una terza notizia: si riduce la spesa per gli investimenti, 10 miliardi in meno da qui al 2011. Vogliono dare le armi ai vigili urbani, vogliono mettere i vigilantes, ma intanto riducono le spese per gli straordinari delle forze di sicurezza: 800 milioni in meno per la polizia, 800 milioni in meno per i carabinieri, e tagliano 150 mila persone nella scuola. Ecco l'Italia vera: sull'orlo del precipizio».
Segretario, non la vede un po' troppo nera?
«Niente affatto. Questa è la fotografia del Paese, attraversato da impoverimento, insicurezza e paura. E la nostra destra che fa? Chiede le impronte dei bambini rom, una cosa che solo a sentirla fa venire i brividi. Vara una manovra che truffa i cittadini. Inventa il reato di immigrazione clandestina, che il premier definisce impraticabile dopo aver firmato il ddl che lo contiene. Inventa la bufala dei mutui, che costa 13 mila euro in più a famiglia. Mette in scena la farsa dei rifiuti, con Bossi e Calderoli che chiedono alle Regioni di prendere i rifiuti. Perché non l'hanno chiesto prima? Anche i rifiuti sono diventati merce elettorale? E infine rilancia le leggi ad personam. Questo, alla fine, genera un'inquietante caduta dello spirito pubblico. Nel momento più drammatico della storia italiana, di cosa stiamo parlando dall'inizio della legislatura? Del decreto per Rete4, della norma sposta-processi, del Lodo Schifani. Lo trovo intollerabile».
Sul Lodo Schifani o Alfano qual è la valutazione del Pd?
«Non do valutazioni finché c'è di mezzo quell'emendamento al decreto sulla sicurezza. Se non si stralcia la norma blocca-processi, non discutiamo del resto. Dopodiché, sul Lodo io chiedo: è la priorità di un'Italia che non sa come arrivare alla fine del mese? E poi aggiungo: c'è bisogno di disciplinare questo tema adesso, in modo così scandalosamente segnato dalla preoccupazione contingente di una delle 4 cariche istituzionali, che vuole una norma per sé e non una norma per la democrazia? E quale principio stabiliamo: un'alta carica dello Stato, che poi magari diventa un'altra alta carica dello Stato, può compiere qualsiasi tipo di reato senza essere perseguibile per un tempo illimitato? No, a tutto questo io dico no. Se c'è un'esigenza di garanzia generale, allora studiamo pure una norma. Ma intanto come disegno di legge costituzionale, e poi la facciamo scattare dalla prossima legislatura. Così si fa, nelle democrazie europee».
Quindi su questo in Parlamento sarà battaglia?
«Sarà battaglia su questo, ma sarà battaglia su tutto. Noi vogliamo combattere per ristabilire una gerarchia delle priorità. Qui di urgente non ci sono i decreti salva-processi del premier, ma i disagi di milioni di italiani. Per questo voglio la grande manifestazione d'autunno».
Di Pietro, dal quale siete sempre più divisi, obietta: se c'è davvero l'emergenza democratica, è ridicolo aspettare l'autunno.
«Ho parlato dell'autunno perché su alcune questioni sociali, che Di Pietro non sa neanche dove stiano di casa, sarà quello il momento più critico. Detto questo non mi spaventa avere idee diverse su come fare opposizione. Io non vivo col problema che c'è uno che urla più di me, perché sono un riformista e so che per un riformista c'è sempre uno che urla più di te. Ma so anche che quelle urla poi si perdono nell'aria. E so che quelli che alla fine cambiano davvero le cose sono i riformisti. Vivere con la paura del nemico a sinistra è qualcosa di cui ci dobbiamo liberare per sempre».
Ma di fronte a Berlusconi che continua a bastonarvi ha senso continuare a restare appesi al "dialogo", come fosse la nuova ideologia della legislatura?
«Lei ha ragione. Il dialogo ha senso solo se dà risultati concreti. Secondo un sondaggio Ipsos, il 71% degli italiani è favorevole al dialogo tra maggioranza e opposizione, purché risolva i problemi. È questo, oggi, che è venuto meno. Berlusconi, alla Camera il primo giorno, ha parlato di un clima nuovo nei rapporti tra maggioranza e opposizione. Io prudentemente risposi "vedremo se alle parole corrisponderanno i fatti". Oggi rivendico la giustezza di quella scelta: pensi che regalo sarebbe stato per Berlusconi, se di fronte alle sue aperture l'opposizione avesse detto: no, io con te non ci parlo perché sei Berlusconi. Sarebbe stato il suo alibi perfetto. Invece noi abbiamo detto: se c'è la disponibilità a fare riforme istituzionali nell'interesse del paese noi siamo pronti. Nessuno può dire che noi abbiamo avuto un atteggiamento pregiudiziale. Ma proprio per questo oggi possiamo avere la libertà totale di dare i giudizi più severi sull'operato del premier».
Ma in queste condizioni ha ancora senso, il dialogo?
«No. In queste condizioni il dialogo è finito. È finito perché loro non sono in grado di votare un presidente della commissione di vigilanza se non facendo trattative che noi non facciamo. È finito perché loro sanno procedere solo per strappi, come hanno fatto sulla giustizia. È finito perché Berlusconi è tornato ad essere ciò che è...».
Il Caimano?
«Non ho mai dato giudizi personali e continuo a non darli. Mi limito a osservare che il modo in cui Berlusconi ha condotto la campagna elettorale, e poi le cose che ha detto in Parlamento, e poi quelle che sta facendo ora, sono una somma di doppiezze, indistinguibili e inconciliabili. E sono una somma zero per il Paese».
Lei boccia legittimamente il governo, ma parla come se nel Pd fossero tutte rose e fiori. In realtà, dalla sconfitta del 13 aprile, non le pare che siate usciti confusi, sfibrati, divisi?
«Ho già detto che la sconfitta c'è stata, ed è stata dura. Ma oggi, a chi accusa dall'interno il gruppo dirigente, rispondo citando Roberto D'Alimonte sul "Sole 24 Ore". Il risultato delle elezioni non poteva essere un punto d'arrivo, ma solo un punto di partenza. Come tale, è stato tutto sommato un buon risultato, ottenuto in condizioni difficili, su cui si può costruire con pazienza, intelligenza e umiltà. Invece quello che appare oggi è un partito ripiegato su se stesso. Eppure, rispetto alle elezioni che avevamo vinto per modo di dire nel 2006, al Senato noi siamo cresciuti del 6%, alla Camera del 2%. Abbiamo il 34% dei voti, cioè siamo agli stessi livelli del Labour in Inghilterra, dell'Spd in Germania, dei socialdemocratici in Svezia».
Verissimo. Ma il Pd resta minoranza nel Paese. E ora oscilla paurosamente sulle alleanze.
«Sa perché abbiamo preso quel 34%? Perché siamo andati liberi, ed è una scelta di cui mi piace assumermi fino in fondo la responsabilità. L'Unione era un'esperienza finita, forse già prima del voto del 2006. Oggi c'è qualcuno che ha nostalgia con quelle riunioni di maggioranza con tredici partiti? Se c'è lo dica, si faccia avanti».
C'è chi le obietta: andare da soli non vuol dire coltivare il mito dell'autosufficienza.
«Questo è un vizio da vecchia politica politicante: attribuire agli altri una posizione che non hanno, per poi poter polemizzare. Io non sono contro le alleanze a priori, ma ho sempre detto, e lo ripeto oggi, che l'alleanza si fa sui programmi, sulle scelte concrete. Quindi, dalla sinistra radicale a Casini, va bene tutto quello che è convergenza di programma. Ma ferma restando l'idea di fondo: mai più l'unione, che è la principale contraddizione rispetto all'Ulivo. Mai più partiti di lotta e di governo. Quella roba il Paese non la sopporta più».
Sia sincero. Non coglie segnali di malessere dentro il Pd? Ci sarà un motivo se "Europa" definisce l'ultima assemblea costituente "un funerale di prima classe"?
«Un segnale di malessere è il fatto che la nostra gente non è contenta di vedere che nel Pd si vanno costruendo recinti e steccati che non dovrebbero esistere. Abbiamo convocato per la terza volta in sei mesi un congresso, perché quando un'assemblea costituente riunisce 2800 persone è come fosse un congresso. Ditemi: quale partito italiano o europeo ha una vita democratica di questa dimensione? E perché la stessa critica non viene fatta ad An, o a Forza Italia? Non si dovevano sciogliere nel Popolo della libertà? La nostra forza, la forza del Pd, sta nell'essere capaci di riconoscere un pluralismo interno di idee, non di strutture. Un pluralismo di contributi intellettuali e di valori, non di casematte organizzate».
La dica pure, la parola maledetta: correnti. Le Fondazioni non sono correnti? La dalemiana Red non è una corrente?
«Non lo so, non me ne occupo. Io non faccio correnti, perché la mia unica "corrente" è il popolo del Pd, sono quei 3 milioni e mezzo di cittadini che hanno votato alle primarie».
E di Parisi che la invita a dimettersi cosa mi dice?
«Ho stima intellettuale per Parisi. Ma provo nei suoi confronti una delusione umana. Mi sarebbe molto piaciuto che estraesse il suo dardo fiammeggiante nel momento in cui Prodi dopo la vittoria del 2006 fu assediato dai partiti, che lo costrinsero a fare un governo di cento persone. Allora mi sarebbe piaciuto che Arturo si alzasse in piedi e dicesse "se è così io non ci sto". Ma non l'ha detto».
Nel Pd c'è chi dice: se vanno male le europee del 2009 Veltroni è finito. E c'è persino chi pensa che lei potrebbe crollare prima. Cosa risponde?
«Rispondo che fa sempre più rumore un albero che cade, piuttosto che la foresta che cresce. Io mi occupo di far crescere la foresta. Gli altri, se vogliono, si occupino di logorare me e il Pd in previsione delle europee. Io farò il contrario. Lavorerò per preparare, fin dal prossimo autunno, l'alternativa forte e credibile a un governo che sta portando l'Italia al collasso. La luna di miele tra Berlusconi e il Paese sta finendo. Tocca a noi proporre alla gente un'altra idea dell'Italia».
La Repubblica, 29 giugno 2008
ROMA - «L'Italia vive la crisi più drammatica dal dopoguerra in poi. Berlusconi prende in giro i cittadini, e si occupa solo dei suoi affari personali. Ora basta, il dialogo è finito». Walter Veltroni va all'attacco. Se mai è esistito, il "Caw" è archeologia repubblicana. Tra maggioranza e opposizione è guerra aperta. Il leader del Pd denuncia la «crisi devastante in cui versa il Paese», e punta il dito contro il Cavaliere.
Onorevole Veltroni, da cosa nasce questo suo allarme?
«La crisi ha origini antiche. Ma oggi quello che sconcerta è il capovolgimento delle priorità. L'Italia vive la condizione più drammatica dal dopoguerra. Siamo in piena stagnazione. I consumi crollano: quelli finali sono a - 2,3%, a - 4% nel Mezzogiorno. Per la prima volta siamo passati dal 6,4 al 7,1% nel tasso di disoccupazione. La produttività è - 0,2%, il Pil ristagna al + 0,1%. Il Paese è fermo».
Ma è fermo da anni.
«Sì, ma ora si sommano due circostanze. La prima è la sconcertante manovra del governo. Ora che sale la nebbia degli spot, finalmente viene fuori la realtà. C'è una prima novità, devastante: le tasse aumentano, dello 0,2% nel 2010. E nonostante la promessa elettorale sul calo della pressione fiscale sotto il 40% del Pil, nel 2013 arriverà al 42,9%. Poi c'è la seconda notizia, non meno clamorosa: l'esito della famosa Robin Hood Tax. Dei 5 miliardi presi sa quanto va alla famosa carta per i poveri? 290 milioni di euro quest'anno, 17 l'anno prossimo e 17 l'anno successivo. Briciole. Nel frattempo, aumentano di circa 300 euro le spese nelle famiglie: 180 euro per benzina gas e luce, 100 euro per i generi alimentari. Poi c'è una terza notizia: si riduce la spesa per gli investimenti, 10 miliardi in meno da qui al 2011. Vogliono dare le armi ai vigili urbani, vogliono mettere i vigilantes, ma intanto riducono le spese per gli straordinari delle forze di sicurezza: 800 milioni in meno per la polizia, 800 milioni in meno per i carabinieri, e tagliano 150 mila persone nella scuola. Ecco l'Italia vera: sull'orlo del precipizio».
Segretario, non la vede un po' troppo nera?
«Niente affatto. Questa è la fotografia del Paese, attraversato da impoverimento, insicurezza e paura. E la nostra destra che fa? Chiede le impronte dei bambini rom, una cosa che solo a sentirla fa venire i brividi. Vara una manovra che truffa i cittadini. Inventa il reato di immigrazione clandestina, che il premier definisce impraticabile dopo aver firmato il ddl che lo contiene. Inventa la bufala dei mutui, che costa 13 mila euro in più a famiglia. Mette in scena la farsa dei rifiuti, con Bossi e Calderoli che chiedono alle Regioni di prendere i rifiuti. Perché non l'hanno chiesto prima? Anche i rifiuti sono diventati merce elettorale? E infine rilancia le leggi ad personam. Questo, alla fine, genera un'inquietante caduta dello spirito pubblico. Nel momento più drammatico della storia italiana, di cosa stiamo parlando dall'inizio della legislatura? Del decreto per Rete4, della norma sposta-processi, del Lodo Schifani. Lo trovo intollerabile».
Sul Lodo Schifani o Alfano qual è la valutazione del Pd?
«Non do valutazioni finché c'è di mezzo quell'emendamento al decreto sulla sicurezza. Se non si stralcia la norma blocca-processi, non discutiamo del resto. Dopodiché, sul Lodo io chiedo: è la priorità di un'Italia che non sa come arrivare alla fine del mese? E poi aggiungo: c'è bisogno di disciplinare questo tema adesso, in modo così scandalosamente segnato dalla preoccupazione contingente di una delle 4 cariche istituzionali, che vuole una norma per sé e non una norma per la democrazia? E quale principio stabiliamo: un'alta carica dello Stato, che poi magari diventa un'altra alta carica dello Stato, può compiere qualsiasi tipo di reato senza essere perseguibile per un tempo illimitato? No, a tutto questo io dico no. Se c'è un'esigenza di garanzia generale, allora studiamo pure una norma. Ma intanto come disegno di legge costituzionale, e poi la facciamo scattare dalla prossima legislatura. Così si fa, nelle democrazie europee».
Quindi su questo in Parlamento sarà battaglia?
«Sarà battaglia su questo, ma sarà battaglia su tutto. Noi vogliamo combattere per ristabilire una gerarchia delle priorità. Qui di urgente non ci sono i decreti salva-processi del premier, ma i disagi di milioni di italiani. Per questo voglio la grande manifestazione d'autunno».
Di Pietro, dal quale siete sempre più divisi, obietta: se c'è davvero l'emergenza democratica, è ridicolo aspettare l'autunno.
«Ho parlato dell'autunno perché su alcune questioni sociali, che Di Pietro non sa neanche dove stiano di casa, sarà quello il momento più critico. Detto questo non mi spaventa avere idee diverse su come fare opposizione. Io non vivo col problema che c'è uno che urla più di me, perché sono un riformista e so che per un riformista c'è sempre uno che urla più di te. Ma so anche che quelle urla poi si perdono nell'aria. E so che quelli che alla fine cambiano davvero le cose sono i riformisti. Vivere con la paura del nemico a sinistra è qualcosa di cui ci dobbiamo liberare per sempre».
Ma di fronte a Berlusconi che continua a bastonarvi ha senso continuare a restare appesi al "dialogo", come fosse la nuova ideologia della legislatura?
«Lei ha ragione. Il dialogo ha senso solo se dà risultati concreti. Secondo un sondaggio Ipsos, il 71% degli italiani è favorevole al dialogo tra maggioranza e opposizione, purché risolva i problemi. È questo, oggi, che è venuto meno. Berlusconi, alla Camera il primo giorno, ha parlato di un clima nuovo nei rapporti tra maggioranza e opposizione. Io prudentemente risposi "vedremo se alle parole corrisponderanno i fatti". Oggi rivendico la giustezza di quella scelta: pensi che regalo sarebbe stato per Berlusconi, se di fronte alle sue aperture l'opposizione avesse detto: no, io con te non ci parlo perché sei Berlusconi. Sarebbe stato il suo alibi perfetto. Invece noi abbiamo detto: se c'è la disponibilità a fare riforme istituzionali nell'interesse del paese noi siamo pronti. Nessuno può dire che noi abbiamo avuto un atteggiamento pregiudiziale. Ma proprio per questo oggi possiamo avere la libertà totale di dare i giudizi più severi sull'operato del premier».
Ma in queste condizioni ha ancora senso, il dialogo?
«No. In queste condizioni il dialogo è finito. È finito perché loro non sono in grado di votare un presidente della commissione di vigilanza se non facendo trattative che noi non facciamo. È finito perché loro sanno procedere solo per strappi, come hanno fatto sulla giustizia. È finito perché Berlusconi è tornato ad essere ciò che è...».
Il Caimano?
«Non ho mai dato giudizi personali e continuo a non darli. Mi limito a osservare che il modo in cui Berlusconi ha condotto la campagna elettorale, e poi le cose che ha detto in Parlamento, e poi quelle che sta facendo ora, sono una somma di doppiezze, indistinguibili e inconciliabili. E sono una somma zero per il Paese».
Lei boccia legittimamente il governo, ma parla come se nel Pd fossero tutte rose e fiori. In realtà, dalla sconfitta del 13 aprile, non le pare che siate usciti confusi, sfibrati, divisi?
«Ho già detto che la sconfitta c'è stata, ed è stata dura. Ma oggi, a chi accusa dall'interno il gruppo dirigente, rispondo citando Roberto D'Alimonte sul "Sole 24 Ore". Il risultato delle elezioni non poteva essere un punto d'arrivo, ma solo un punto di partenza. Come tale, è stato tutto sommato un buon risultato, ottenuto in condizioni difficili, su cui si può costruire con pazienza, intelligenza e umiltà. Invece quello che appare oggi è un partito ripiegato su se stesso. Eppure, rispetto alle elezioni che avevamo vinto per modo di dire nel 2006, al Senato noi siamo cresciuti del 6%, alla Camera del 2%. Abbiamo il 34% dei voti, cioè siamo agli stessi livelli del Labour in Inghilterra, dell'Spd in Germania, dei socialdemocratici in Svezia».
Verissimo. Ma il Pd resta minoranza nel Paese. E ora oscilla paurosamente sulle alleanze.
«Sa perché abbiamo preso quel 34%? Perché siamo andati liberi, ed è una scelta di cui mi piace assumermi fino in fondo la responsabilità. L'Unione era un'esperienza finita, forse già prima del voto del 2006. Oggi c'è qualcuno che ha nostalgia con quelle riunioni di maggioranza con tredici partiti? Se c'è lo dica, si faccia avanti».
C'è chi le obietta: andare da soli non vuol dire coltivare il mito dell'autosufficienza.
«Questo è un vizio da vecchia politica politicante: attribuire agli altri una posizione che non hanno, per poi poter polemizzare. Io non sono contro le alleanze a priori, ma ho sempre detto, e lo ripeto oggi, che l'alleanza si fa sui programmi, sulle scelte concrete. Quindi, dalla sinistra radicale a Casini, va bene tutto quello che è convergenza di programma. Ma ferma restando l'idea di fondo: mai più l'unione, che è la principale contraddizione rispetto all'Ulivo. Mai più partiti di lotta e di governo. Quella roba il Paese non la sopporta più».
Sia sincero. Non coglie segnali di malessere dentro il Pd? Ci sarà un motivo se "Europa" definisce l'ultima assemblea costituente "un funerale di prima classe"?
«Un segnale di malessere è il fatto che la nostra gente non è contenta di vedere che nel Pd si vanno costruendo recinti e steccati che non dovrebbero esistere. Abbiamo convocato per la terza volta in sei mesi un congresso, perché quando un'assemblea costituente riunisce 2800 persone è come fosse un congresso. Ditemi: quale partito italiano o europeo ha una vita democratica di questa dimensione? E perché la stessa critica non viene fatta ad An, o a Forza Italia? Non si dovevano sciogliere nel Popolo della libertà? La nostra forza, la forza del Pd, sta nell'essere capaci di riconoscere un pluralismo interno di idee, non di strutture. Un pluralismo di contributi intellettuali e di valori, non di casematte organizzate».
La dica pure, la parola maledetta: correnti. Le Fondazioni non sono correnti? La dalemiana Red non è una corrente?
«Non lo so, non me ne occupo. Io non faccio correnti, perché la mia unica "corrente" è il popolo del Pd, sono quei 3 milioni e mezzo di cittadini che hanno votato alle primarie».
E di Parisi che la invita a dimettersi cosa mi dice?
«Ho stima intellettuale per Parisi. Ma provo nei suoi confronti una delusione umana. Mi sarebbe molto piaciuto che estraesse il suo dardo fiammeggiante nel momento in cui Prodi dopo la vittoria del 2006 fu assediato dai partiti, che lo costrinsero a fare un governo di cento persone. Allora mi sarebbe piaciuto che Arturo si alzasse in piedi e dicesse "se è così io non ci sto". Ma non l'ha detto».
Nel Pd c'è chi dice: se vanno male le europee del 2009 Veltroni è finito. E c'è persino chi pensa che lei potrebbe crollare prima. Cosa risponde?
«Rispondo che fa sempre più rumore un albero che cade, piuttosto che la foresta che cresce. Io mi occupo di far crescere la foresta. Gli altri, se vogliono, si occupino di logorare me e il Pd in previsione delle europee. Io farò il contrario. Lavorerò per preparare, fin dal prossimo autunno, l'alternativa forte e credibile a un governo che sta portando l'Italia al collasso. La luna di miele tra Berlusconi e il Paese sta finendo. Tocca a noi proporre alla gente un'altra idea dell'Italia».
Di Redazione (del 22/06/2008 @ 17:50:12, in Politica nazionale, linkato 202 volte)
Ninni Andriolo L�Unità. 22 giugno 2008
Onorevole Bersani, come giudica l�Assemblea costituente di venerdì?
«Come è andata l�altro ieri lo si vedrà dalle prossime settimane, perché è chiaro che quando si prende una botta non si sta bene subito. Sicuramente l�Assemblea rifletteva un disagio. Penso, però, che il punto sia quello di uscire dalla depressione e di rimboccarsi le maniche tutti assieme. La Costituente ha dato primi segnali in questa direzione».
Una tregua nel gruppo dirigente, si è scritto. Basterà a rimotivare il popolo delle primarie?
«Tutti gli interventi, e non solo quelli del gruppo dirigente, hanno mantenuto un equilibrio tra la sofferenza per la botta elettorale e la spinta unitaria a rimettersi in movimento. Non c�è dubbio che un tratto unitario, che non credo tattico, sia venuto fuori. Lo ritengo utile sia per la costruzione del partito che per la battaglia d�opposizione di cui il Paese ha bisogno».
Maggiore unità nel Pd perché torna in campo il Berlusconi di sempre?
«Anche su questo ci siamo messi tutti a pari. Chi riteneva che quello di Berlusconi non fosse solo un atteggiamento tattico, e chi pensava che la destra avrebbe ricominciato a fare il mestiere di sempre, non solo dal punto di vista degli strappi alle regole della democrazia, inevitabili nel berlusconismo che, non dimentichiamolo, ha sempre dato lo scettro al consenso e mai alle regole. Ma, soprattutto, nell�impostazione della politica economica. Se vogliamo che gli italiani si indignino per gli strappi alle regole, bisogna che mostriamo loro anche quanto siano fallimentari le ricette economiche e sociali di questo governo».
Lei le ha definite vecchie, inutili per la crescita�
«Se qualcuno pensasse una cosa diversa, avverto che il centrodestra non farà quello che non siamo riusciti a fare noi, perché non ne siamo stati capaci. Loro, in realtà, metteranno in pratica la loro ricetta. Con qualche accorgimento in più, con qualche pensata nuova. Ma la sostanza sarà: abbassare l�asticella per chi già ce la fa, lanciare messaggi demagogici e compassionevoli per chi è in difficoltà, difendere paratie corporative o di altro genere».
In campagna elettorale avevano promesso ben altro�
«Le loro manovre non le pagheranno mai davvero le rendite e gli evasori fiscali. Ma i consumi popolari e i servizi, come si vedrà nelle prossime settimane. Poi, naturalmente, attorno a questa ricetta ci potrà stare questa o quella misura condivisibile, la furbizia di un messaggio demagogico, cose sulle quali ci potrà stare, per così dire, un�opposizione più duttile. Ma il segno complessivo è disvelato già da alcune misure�»
Quali?
«Davvero si pensa che i petrolieri non recupereranno i soldi che dovranno pagare allo Stato? È un gioco da ragazzi scaricare l�incremento fiscale sui consumatori. Ed è di un�evidenza solare che le banche hanno avuto in cambio il blocco della Class action e l�accordo sui mutui�»
C�è la cosiddetta carta dei poveri, però�
«Che la dice lunga su come loro leggono il disagio sociale. Noi una misura di questo genere non ce la saremmo nemmeno sognata. Con quei soldi, aggiungendone altri, avremmo fatto l�aumento delle pensioni piu� basse, come l�anno scorso. Per noi un povero è una persona con una dignità. Credo, comunque, che non dobbiamo lasciarci impressionare dai fuochi d�artificio».
L�assenza di molti delegati dall�Assemblea di venerdì riflette la delusione della gente del Pd. Non crede?
«Abbiamo il compito di passare dalla fase costituente a quella di costruzione del partito e dobbiamo farlo nel vivo di una battaglia d�opposizione. Se protratta troppo a lungo, la fase costituente non regge. Dobbiamo lavorare immediatamente per la costruzione ideologica, politica e organizzativa del partito. La battaglia d�opposizione dovrà essere la fucina in cui forgeremo il Pd. Le cose si vedono meglio girando per strada, che non dal Palazzo. E io credo che questa sarà l�occasione per riprendere i contatti con i soggetti sociali che ci interessano».
Veltroni propone una manifestazione nazionale contro la politica del governo. Perché in autunno e non subito?
«Non perché non manchino argomenti per far scendere già adesso la gente in piazza. Ricordo le misure economiche, gli attacchi di Berlusconi ai giudici, le sue iniziative per salvarsi dai processi. O la provocazione spropositata sul Comune di Roma con l�obiettivo di delegittimare Veltroni, un tentativo di fronte al quale tutti dobbiamo reagire. Nel Paese, però, deve maturare la consapevolezza dei danni che produce questo governo. La costruzione e il radicamento del partito devono servire anche a questo. Dobbiamo avviare il tesseramento in tempi rapidissimi. Contemporaneamente, cogliendo l�occasione delle feste, dobbiamo sviluppare una campagna sui temi economici e sociali. E predisporre le tracce della discussione politica che avremo, senza conta, nella Conferenza autunnale che coinvolgerà tutto il partito. Questo lavoro di opposizione e di composizione avrà poi un�espressione di massa. Le grandi manifestazioni rappresentano anche l�esito di un lavoro che mette in movimento energie e costruisce rapporti».
In questi mesi più che a costruire il Pd si è pensato a edificare le sue correnti, è d�accordo?
«Tutte queste espressioni sono convintissimo che rappresentino una ricchezza. Ha ragione anche Veltroni, però, quando afferma che le fondazioni, gli istituti, le associazioni devono esprimere qualcosa di vero in termini di radicamento e di posizione culturali. Servono affluenti veri, che portino acqua. Dopodiché noi non possiamo osservare il fenomeno senza essere sicuri che ci sia il fiume. Senza organizzare, cioè, il partito, come palestra politica di tutti. A questo dovrà servire la Conferenza d�autunno. È lì, nel fiume del partito, che bisognerà dipanare, per esempio, la matassa del rapporto tra politica e valori, o quella delle riforme istituzionali che vogliamo. Il luogo della sintesi, quindi, deve essere il partito. Se manca questo, la gente andrà a discutere da altre parti. Noi, tra l�altro, non abbiamo avuto un dibattito di massa sull�esito del voto�»
Anche nella Costituente si è registrato un deficit di analisi sulle elezioni�
«È mancata una discussione di massa sul voto. Questa avrebbe aiutato a ritrovarsi, a reagire prima, a elaborare il lutto, a sentirsi comunità. Tutto questo dobbiamo recuperarlo. L�Assemblea costituente ha rappresentato il primo segno di questo recupero».
Ma nel Pd non si pone l�esigenza di rinnovare i gruppi dirigenti e di passare il testimone a generazioni più fresche?
«Se invece di spendersi in improbabili paragoni con il Midas i giornali si fossero occupati di andare a spulciare la composizione della nuova direzione, avrebbero visto che in atto c�è già la promozione - certo ancora insufficiente - di nuove personalità, di nuovi gruppi dirigenti e di nuove generazioni. Il processo di rinnovamento è in corso, lo vedo in giro per l�Italia. Al centro, certo, bisogna essere più permeabili a valorizzare quelle esperienze. Ma non basta essere giovani. Servono giovani di lungo corso, che abbiano già maturato esperienza, che godano di credibilità esterna. Ne abbiamo tantissimi nel nostro partito».
Senza il "rimescolo" di cui lei parla anche il rinnovamento verrà stretto dentro il gioco delle componenti�
«Questo famoso rimescolo può avvenire solo sul terreno politico e della cultura politica. Senza discutere del rapporto tra valori e politica o del nostro concetto di mercato o della nostra visione di partito, ad esempio, non si capisce in che direzione possa andare l�intreccio tra posizioni socialiste, liberali, cattolico-democratiche, ecc. Io credo che il rimescolo debba avvenire senza buttar via le parole. Né la parola sinistra, né la parola popolare. Che, però, bisogna far coesistere con nuovi termini. Il punto non è quello di mettere d�accordo me e Fioroni. Ma di consegnare alle nuove leve una cultura politica che non le inscatoli dentro cose che non ci sono più».
Veltroni ricollega il Pd all�Ulivo del �96, lei mette in evidenza il ruolo di Prodi. Ma è il Professore che prende le distanze dal Partito democratico�
«Nella relazione di venerdì Veltroni ha sistemato le cose nel modo giusto. Sia dal punto di vista delle elezioni, che del profilo della nostra battaglia di opposizione, che del rapporto con l�Ulivo. Io dico sempre che le nostre radici sono lì, nell�Ulivo. E che da lì è iniziata una stagione che possiamo chiamare con il nome di Prodi. Noi dobbiamo riconoscere che, in quella fase di frantumazione, nella quale si affacciava il bipolarismo, quella politica ha rappresentato un punto di raccordo indispensabile. Che ha consentito di evitare un ventennio berlusconiano e di riportare dal cielo alla terra parole d�ordine che ci hanno dato un profilo: sulla politica estera, sulle liberalizzazioni, sull�evasione fiscale, ecc. Dopodiché quella fase conteneva in sé, e Prodi era il primo a esserne consapevole, visto che lanciò l�idea del Partito democratico, tutte le contraddizioni e i limiti che la hanno fatta esaurire. Oggi abbiamo compiuto la scelta di un partito a vocazione maggioritaria, ma non isolato. Capace di trovare un raccordo con le altre forze di opposizione».
È riduttivo ricondurre Parisi al Professore, ma tra i "prodiani" si registra una notevole insoddisfazione�
«Anche io mi sento parte del prodismo. Prodi continua a girare nella nostra aria, nella nostra atmosfera, nel nostro mondo. A prescindere dal fatto che lui sia presidente del Pd, come avrei voluto anche io, o non lo sia. Per me sarebbe stato inelegante procedere venerdì alla nomina di un altro presidente. Dopodiché vedremo assieme, con il contributo di Romano, che sono certo non mancherà, come eventualmente procedere anche ad altre soluzioni. L�applauso che la platea gli ha rivolto è stato un segnale evidente di affetto e di riconoscimento del ruolo esercitato e del lavoro svolto».
Marini ha detto sì al patto federativo Pd-Pse, un segnale importante di "rimescolo", non crede?
«Nelle cose dette da Marini si individua il terreno per una soluzione che riconosca il nostro progetto e la nostra identità. E l�ambizione di portarli in Europa, in collegamento con i luoghi dove si addensa la stragrande maggioranza del centrosinistra europeo».
Di Redazione (del 22/06/2008 @ 17:46:48, in Politica nazionale, linkato 124 volte)
RICCARDO BARENGHILa Stampa. 21 giugno 2008
Non parla dal palco, si limita a qualche dichiarazione alle agenzie e ai tg per apprezzare la relazione di Veltroni e per attaccare Berlusconi, poi si risiede in prima fila e ascolta gli interventi. Ma quando le telecamere e i registratori sono lontani, quando attorno a lui non c’è più l’assalto dei cronisti, gli viene voglia di chiacchierare. E si mostra subito molto infastidito: «Qui sento dire che non bisogna guardare indietro... Ma chi sarebbe quel cretino che vuole guardare indietro? Nessuno ovviamente, e allora di che stiamo parlando?». Ma ce l’ha con Veltroni? Oggi D’Alema preferisce non fare polemiche dirette col segretario, meglio continuare il ragionamento: «Walter ha fatto bene a fare quello che ha fatto, certo non ci saremmo potuti presentare alle elezioni tutti insieme come se nulla fosse accaduto. E poi, diciamocelo francamente, quando lui è arrivato, avevamo già perso. Veltroni semmai è riuscito a mettere un argine».
Però? «Appunto, però: il problema è il sistema politico, ed è proprio su questo che discutiamo. Io non sono affatto favorevole al bipartitismo, la riduzione della democrazia a due partiti. Questo aprirebbe la strada al presidenzialismo e cioè alla sicura vittoria dell’ideologia di Berlusconi e quindi di Berlusconi stesso o di chi lo sostituirà: è lui che incarna quel sistema».
È evidente che qui D’Alema sta parlando a Veltroni, ma d’altra parte ognuno di loro due sa benissimo cosa pensa l’altro. Il leader del Pd, che sta lì sul palco a pochi metri, guarda da questa parte e, come se intuisse che si sta parlando di lui, chiama un’assistente e manda un bigliettino. Si tratta però solo di un lancio di agenzia che riporta una frase del premier ceco Topolanek: «Al momento non scommetterei 4 euro sul nostro sì al Trattato di Lisbona». D’Alema non commenta, scuote la testa e ricomincia dall’Italia: «Io punto invece a un sistema politico multipartitico, il sistema tedesco insomma, che garantisce rappresentanza, democrazia ma anche governabilità». Indica il palco: «Come ha appena spiegato benissimo Gianni Cuperlo». Il quale aveva detto che «il presidenzialismo che vuole Berlusconi combina messaggi simbolici (i soldati per le strade) con la riduzione delle garanzie. Ma noi invece dobbiamo puntare a una democrazia che si fonda sul sistema dei partiti».
Il messagio per Walter è chiaro. Così come quello che D’Alema vuole mandargli sulla sua cosiddetta corrente: «Ma quale cavolo di corrente, non ne posso più di questa idiozie che si leggono sui giornali e che qualcuno evidentemente alimenta. Io sto facendo un’altra cosa, una cosa molto seria». Parla della Fondazione ItalianiEuropei e dell’associazione Red (un nome, un programma) che nascerà ufficialmente martedì e che raccoglie politici del Pd di ogni tendenza. «Noi organizziamo convegni - riprende l’ex ministro degli Esteri - ai quali partecipano personaggi che certo non verrebbero a discutere col Partito democratico. Filosofi come Todorov, e io mica lo pago Todorov... Viene perché gli interessa discutere di religione e democrazia. Oppure, come è successo giovedì a Milano, una lunga e approfondita discussione con Piero Bassetti sul “Glocal”: sono venuti personaggi di un certo livello, la Milano che conta insomma. E questo perché una cosa è venire a discutere se li chiama la Fondazione, un’altra se li chiama un partito». E ancora: «Sempre a Milano, ho incontrato il sindaco Letizia Moratti per parlare dell’Expò, per vedere se e come riusciamo a darle una mano. E me la chiamano una corrente? Ma per favore, semmai è una cosa che aiuta il Partito».
Scusi D’Alema, ma lei tutto questo a Veltroni l’ha detto? «Ma certo, mille volte. E lui ha capito benissimo, tanto che nella relazione ha apprezzato il pluralismo culturale che deve esserci nel nostro partito. Ma poi vedo che sui giornali esce e riesce questa maledetta storia della corrente dalemiana». E secondo lei perché scatta subito il sospetto che D’Alema vuole fare le scarpe a tizio o caio, come accadde anche ai tempi della Bicamerale con Prodi? «Questo bisognerebbe chiederlo a chi nutre questi sospetti. Io so solo che poi, magari a distanza di anni, gli stessi che sospettavano alla fine si pentono. Se ci avessero pensato prima, oggi forse avremmo un altro sistema istituzionale e un altro Paese. Adesso però chiedo scusa ma devo chiamare mia moglie...».
Di Redazione (del 22/06/2008 @ 11:15:15, in Politica nazionale, linkato 164 volte)
Tratto dal Sito http://www.rosybindi.it Pubblicato da Gad 21.06.2008
Eravamo in 570, ieri alla Fiera di Roma, a parlare del Pd. Mancavano dunque circa 2200 delegati eletti alle primarie del 14 ottobre 2007. Sono salito sul palco per farlo notare, quando Anna Finocchiaro ha affermato che non era richiesto alcun quorum per votare delle modifiche allo statuto. Falso, lo statuto prevede espressamente che eventuali modifiche siano approvate dalla maggioranza assoluta dei membri dell’assemblea costituente. Mi sono sentito rispondere che sono cavilli, che in tutti i partiti si fa così. E allora mi sono arrabbiato molto perchè l’unica chance di efficacia del partito nato con le primarie sarebbe quella di differenziarsi per la democraticità delle sue strutture. Ad arrabbiarci siamo stati in molti, a protestare in pochi: Arturo Parisi, Mario Barbi, Mario Lettieri. Brutto segno.
Tanti altri, compresa Rosy Bindi che alle primarie si era proposta come alternativa al falso unanimismo veltroniano, si sono accontentati di trovare uno spazio nella nuova direzione. Ho declinato gentili proposte di farne parte perchè considero l’opacità di queste intese di vertice fra leader che si guardano in cagnesco la conseguenza inevitabile, e deleteria, dell’indifferenza alle regole democratiche.
A Walter Veltroni voglio dare atto di avere pronunciato parole nette contro la deriva xenofoba in cui è avvolto il decreto sicurezza. Farà piacere a Daniele Sensi sapere che ha denunciato la comprensione per i lager e la “derattizzazione” anti-rom, cioè il linguaggio dell’odio che su questo blog lui ci ha segnalato. Spero che alle parole di Veltroni segua un atteggiamento diverso dell’insieme del Pd, finita l’ubriacatura con i braccialetti antistupro di Rutelli e le ronde democratiche di Penati. Lo considererei un passo avanti importante.
Sul resto, sul futuro del Pd e di una politica capace di rispettare le regole della partecipazione democratica, credo che dobbiamo essere intransigenti. Lo considero l’unico saggio investimento su un futuro che implicherà il profondo ricambio della classe dirigente democratica.
Di Redazione (del 22/06/2008 @ 11:02:57, in Politica nazionale, linkato 246 volte)
di David Arboit Rosy Bindi è intervenuta sottolineando come la scarsa partecipazione a questa assemblea nazionale sia segno di una mancanza di cura organizzativa e quindi di una mancanza di cura per il partito. L’aver convocato l’Assemblea in questo giorno che per molti è un giorno lavorativo, i tempi della convocazione e dell’invio dell’ordine del giorno non hanno favorito la partecipazione.
Ma non è solo una questione organizzativa – continua la Bindi – domandando se non sia diminuita la forza, la passione, l’entusiasmo per la costruzione del partito che si era registrata a partire dalle primarie del 14 ottobre. Non è forse diminuita la percezione della novità e quindi si sono fiaccati gli entusiasmi? Non c’è comunque alternativa alla strada che è stata imboccata.
«Questo partito lo dobbiamo costruire e non abbiamo avuto il tempo per farlo perché le elezioni sono arrivate troppo presto. Quello che non voglio è che si disperdano le energie che si sono spese durante le primarie. Non dobbiamo dare nulla per scontato, neppure di sapere quale sia la vera cultura o identità del Partito Democratico».
Costruire il partito significa in primo luogo definire la cultura politica e organizzativa che lo caratterizza. Occorre domandare, domandarsi e chiarire: quale cultura? Quale identità? Quali valori fondanti? Se la politica non risponde a queste questioni fondamentali non può orientare correttamente le risposte ai bisogni di una comunità. Ne abbiamo un esempio a proposito della questione dell’Europa, dove una mancanza di lavoro culturale e identitario, profondo e diffuso ha prodotto degli arretramenti.
Il Partito – continua Bindi– è la nostra casa, la casa comune delle differenti identità, e la costituzione di associazioni, l’apertura alle associazioni non può e non deve ostacolare il fatto che il Partito è il luogo privilegiato della elaborazione politica. In caso contrario le associazioni potrebbero diventare organi e sedi di discussione decisione parallele a quelle definite dallo statuto. Il Partito è il luogo dove costruire identità e decisioni, mentre la costituzione di correnti è una scorciatoia che non paga a lungo termine.
Il PD insomma «è in un partito plurale, aperto, non qualunquista, il luogo dove confrontarci e discutere anche intorno alle grandi sfide programmatiche. Ognuno di noi deve stare dentro gli organi di partito e poter dire la sua. L'unica risposta per evitare scorciatoie e correnti è che vi sia una strada maestra aperta a tutti e che vada alla ricerca di tutti».
Il PD è in continuità con l’esperienza dell’Ulivo. Occorre dunque cercare il dialogo con la galassia delle forze che costituiscono la Sinistra Arcobaleno. Occorre perciò pensare alla punizione elettorale come ad una forza rigenerante, come a un’occasione a una opportunità che ci è data. «Costruiremo questo partito – afferma Bindi– con la qualità della nostra opposizione. Il nostro percorso deve ripartire dall'analisi profonda della società italiana e dalla comprensione del perchè le risposte della destra, benchè sbagliate, siano così rassicuranti».
L’opportunità ci è offerta anche dalla evidenza che Berlusconi non è diventato uno statista, utilizza la larga maggioranza che ha ottenuto non per attuare il bene comune del nostro Paese, ma per attuare la sua idea totalitaria di società.
Di Redazione (del 21/06/2008 @ 08:45:52, in Politica nazionale, linkato 162 volte)
di CLAUDIA FUSANI La Repubblica, 20 giugno 2008
ROMA - Nel Pd è tregua balneare ma armata fino ai denti. Non conviene a nessuno adesso tentare la mossa da scacco matto, nessun regolamento di conti. Tutti però, e s'intendono le correnti (sette o otto) che in modo più o meno organizzato si muovono nel partito, tengono la loro posizione e stanno pronti. Veltroni è e resta il segretario di tutti, non avrebbe senso contarsi proprio adesso che Berlusconi è tornato Caimano e ragala un po' di colla all'opposizione. Il congresso, quindi, può attendere. E il segretario guadagna tempo utilissimo per far crescere e radicare la creatura Pd.
Con queste premesse, decise nei giorni scorsi tra caminetti e riunioni, i lavori dell'Assemblea nazionale del Partito democratico, la prima dopo l'uno-due elettorale, non potevano che essere la fotografia della tregua decisa a tavolino e la certificazione dei due obiettivi principali: costruire il partito ("il tesseramento parte a luglio, non abbiamo mai creduto al partito liquido bensi a uno radicato nel territorio" ha detto Veltroni) e puntare alle Europee del 2009 costruendo prima la casa europea.
Parisi e i prodiani fuori dall'Assemblea nazionale. Ma i lavori - un solo giorno anzichè due - sono stati anche la fotografia dello scontento che si muove nella base del partito e tra i prodiani. Nella Direzione nazionale eletta oggi - 120 persone anima e motore del partito e organo che andrà piano piano a sostituire i 2.800 dell'Assemblea costituente - alla fine entrano tutti, da Massimo D'Alema a Rosy Bindi. Tutti tranne Parisi e i prodiani che hanno lasciato l'assemblea con buon anticipo e in ordine sparso.
Il malcontento prende corpo subito dopo l'intervento di Veltroni. Anna Finocchiaro elenca l'ordine dei lavori e informa l'assemblea che dovrà essere votata la Direzione nazionale (120 persone), che il segretario ha un suo listone "composto su base proporzionale rispetto ai risultati delle primarie" e che "tra le 14 e le 17 sarà possibile presentare altre liste purchè abbianmo almeno 280 firme di delegati". Il fatto è che non ci sono e non ci saranno altre liste alternative a quella di Veltroni perchè, dice con sarcasmo l'onorevole Mario Barbi con polo e zainetto sulle spalle, "nessuno conosceva le condizioni per presentare altre liste. Lo sappaimo adesso, così come abbiamo saputo l'ordine del giorno dell'assemblea due giorni fa dai giornali".
Botta e risposta. Se Barbi parla da sotto il palco, Parisi - da sempre il più convinto oppositore della riproposizione del meccanismo delle correnti nel Pd - si fionda al microfono. La relazione, dice, "è una comprensibile difesa di quello che è stato fatto. Purtroppo, però, l'unico giudizio sul nostro operato e sulla dirigenza resta quello degli elettori a livello nazionale, a Roma e nella Sicilia". Sul fatto, poi, che "il Pd è l'Ulivo che si è fatto partito" come sostiene Veltroni, Parisi taglia corto: "Allora vuol dire che si è fatto male...(il Pd ndr)". Ma poi arriva al dunque. E il dunque è che "questa assemblea non ha il numero legale" e quindi "non può votare la Direzione nazionale". Nel padiglione, tra i delegati cala il gelo. I numeri confermano quello che dice il professore ulivista: in sala ci sono solo 1225 seggiole, alcune sono vuote, altre sono occupate da giornalisti, agli stand si sarebbero accreditati solo 800 delegati anzichè i 2.800 previsti. Il numero legale scatta a quota 1400 voti.
Quante assenze nell'assemblea. L'incognita del numero legale imbarazza e aleggia per tutto il giorno nel padiglione n.8 della Fiera di Roma. Quello che è certo è che ci sarà una sola lista per la direzione nazionale. "Ma la direzione del partito è il suo Dna - attacca l'ex ministro della Difesa - e noi la stiamo facendo nascere da un equilibrio di correnti". Ecco perchè "si fa fatica a definire democratica questa assemblea". Parisi scende dal palco. Prende la parola il n.2 Dario Franceschini per calmare le acque e difendere il criterio proporzionale con cui sarà composta la lista unica dei componenti della Direzione. "Non solleviamo questioni formali inutili che nascondono invece altre questioni sostanziali...". Parisi, che ascolta in piedi a pochi metri, serra la mascella, alza l'indice e va verso il palco, sotto Franceschini: "Non ti permettere di fare queste insinuazioni...". Mario Barbi resta in platea e organizza la clac. "Qui non c'è il numero legale - grida - la verità è che non ci hanno permesso di presentare una nostra lista...". Anche l'ex sottosegretario Mario Lettieri sale sul palco e chiede la verifica del numero legale. Parisi poi spiega che non lascerà il partito. Ma non entrerà in direzione. Romano Prodi, rigorosamente assente e impegnato in conferenze universitarie in Francia e in Spagna, apprezza gli applausi e "il tratto ulivista dato all'assemblea". Ma resta il grande freddo con il partito e con Veltroni. Le dimissioni restano lì. E la Presidenza un problema di domani, rinviabile.
La rivincita di Rosy? Cosa che invece fa Rosy Bindi, l'altra pasionaria ulivista, che rinuncia all'annunciata mozione per chiedere a Prodi di ritirare le dimissioni da presidente del Pd. E' soddisfatta per il riferimento di Veltroni all'Ulivo ("radice più profonda e importante del Pd") e ancora di più per la standing ovation di oltre un minuto ("il vero riconoscimento a Prodi") che la platea riserva al Professore. "In questi mesi passati - spiega Bindi dal palco - non si era percepito con chiarezza che il Pd è la prosecuzione dell'Ulivo e che la vocazione maggioritaria non è la rinuncia a costruire un nuovo centrosinistra, ma far maturare le forze della sinistra in una prospettiva di governo. Oggi invece il messaggio è stato chiaro".
D'Alema e Rutelli non intervengono. Restano ai margini Francesco Rutelli, leader dei Coraggiosi, e Massimo D'Alema che ha fatto della Fondazioni Italiani-Europei la sua privata cabina di regia, luogo dove discutere e dibattere e stringere alleanze. Entrambi scelgono di non intervenire. D'Alema si limita a definire "equilibrata e serena" una relazione che "aiuta a ripartire". Ma allo stop di Veltroni alle correnti seppure travestite da Fondazioni (come la dalemiana Italianieuropei), l'ex ministro degli Esteri replica: "Il pluralismo va considerato come una ricchezza per il confronto delle idee". Infatti martedì fa nascere Red, gruppo di parlamentari riformatori e democratici.
Marini: "In Europa una federazione col Pse". Sembrano "pacificati" i Popolari legati a Veltroni con un patto di ferro che passa attraverso incarichi e nomine come quella di Gentiloni, diventato responsabile della Comunicazione, e Fioroni (responsabile dell'Organizzazione del partito). Le teorie di Famiglia Cristiana ("Il Pd ha scaricato i cattolici") sono acqua passata. Sul palco sale Franco Marini, presidente in pectore una volta risolto il nodo Prodi. "Questa assemblea - dice - mi è piaciuta perchè non s'è parlato di congresso anticipato, non c'è stato alcun rovesciamento di linea e a Veltroni è stato riconosciuto lo sforzo che ha fatto nonostante la sconfitta elettorale". Adesso c'è da costruire il partito "e questo lo si fa andando sul territorio e battendo l'Italia". Poi Marini apre improvvisamente all'Europa, l'altra spina nel fianco del Pd e di Veltroni, e dice sì "ad una forma federata con il Pse".
Fin qui le anime del partito in stato, si diceva, di tregua armata e che si rispecchiano perfettamente nelle quote della neo-eletta Direzione nazionale: 55% ex ds, 45 per cento ex dl tra cui 20% i popolari, bindiani e rutelliani al 10, più o meno come i lettiani. Veltroni tiene per sè una quota di circa venti nomi "giovani ed espressione della società civile". Tra questi Luca Sofri, Miriam Mafai, la regista Cristina Comencini e l'economista Nicola Rossi.
Ci sarebbe poi da parlare della base del partito, quella che è salita sul palco e ha preso la parola davanti a una sala mezza vuota. C'è molta delusione ("È già finito tutto?) e un po' di rabbia ("da mesi cerco di avere qualcuno nel mio circolo ma non mi rispondono neppure"). Ma continuano a crederci. Nel Pd e in Veltroni.
Di Redazione (del 20/06/2008 @ 14:25:16, in Politica nazionale, linkato 223 volte)
L’Unità 20 giugno 2008 In fondo alla pagina la relazione integrale del segretario Walter Veltroni
Walter Veltroni chiede a Romano Prodi di rimanere alla presidenza del partito nel suo discorso all´Assemblea Costituente del Pd, cui però partecipano soltanto 600 dei 2500 delegati attesi. Si guarda avanti, «con attenzione» a Sinistra, con «interesse» al dialogo con Udc e Socialisti. E soprattutto, in autunno una ci sarà grande manifestazione di protesta contro il governo Berlusconi. È questo in sintesi il discorso che il segretario fa ai 2800 delegati presenti alla nuova Fiera di Roma, cui si aggiungono gli addetti all'organizzazione, la "security", i giornalisti.
Strizzando l´occhio a ulivisti e prodiani, dopo che in serata Rosy Bindi aveva annunciato che non avrebbe più presentato una mozione pro-Ulivo, Veltroni si richiama alle radici del Pd, che nell´Ulivo ha iniziato il suo percorso. Per questo il segretario chiede a Romano Prodi di rimanere alla presidenza del partito, nonostante i reiterati "no grazie" dell'ex premier: «E proprio perché è dalla straordinaria esperienza dell'Ulivo che il Pd deriva la sua radice più profonda e più importante, torno a chiedere a Romano Prodi, davanti e insieme a tutti voi, di restare presidente di questa grande assemblea del popolo dei democratici».
Ma se le radici sono nell´Ulivo, non si possono né si vogliono ripetere gli errori dell´Unione. Nel 2006 «l´Unione rischiò di perdere un´elezione che, comunque, non vinse. Fu il connubio tra antiberlusconismo e massimalismo a non rendere credibile la nostra alternativa», spiega Veltroni in un passaggio della sua relazione. L´alternativa lanciata dall'Unione era «fondata, plausibile, convincente nella denuncia, ma inadeguata nella proposta, incapace di porsi, sia sul piano programmatico che su quello politico». Ebbene, garantisce Veltroni, «noi non ripeteremo gli errori di quella stagione. Per la semplice ragione che oggi, finalmente, abbiamo il Pd, la casa comune dei riformisti, il grande partito che mancava al centrosinistra italiano e per il quale abbiamo lottato, sperato dalla nascita dell'Ulivo ad oggi».
La politica delle alleanza
Veltroni risponde anche ai molti esponenti del partito che chiedono di tornare a guardare a Sinistra, agli alleati "naturali" dei partiti della Sinistra Arcobaleno. «Abbiamo bisogno di una politica delle alleanze», dice Veltroni, «che tuttavia non potrà più essere coniugata nei modi tradizionali. Non solo perché le alleanze possono risultare solide solo se si costruiscono sulla base del programma di governo e non viceversa». «È in questa prospettiva che guardiamo con attenzione e rispetto a ciò che avviene alla nostra sinistra - aggiunge Veltroni -, così come siamo interessati al dialogo con l'Udc e con i Socialisti».
«Le forze che avevano dato vita alla Sinistra Arcobaleno sono ora alle prese con una riflessione e un dibattito interno che rispettiamo e al quale guardiamo con attenzione e interesse. Ci auguriamo, lo dico con la franchezza che credo possiamo permetterci, in ragione di una lunga amicizia con molti tra i loro dirigenti e militanti, che queste forze lascino alle loro spalle l'idea di altri tempi del "partito di lotta e di governo"». dice il segretario del Pd. Per Veltroni, «quando si sta al governo si governa. E l'unica lotta che è ammissibile, e anzi augurabile, è quella contro i problemi del Paese. In ogni caso, non si lotta contro il governo del quale si fa parte».
Lo sguardo di Veltroni si posa anche sui recenti dissidi interni, con una sferzata alle correnti. «In questi due mesi io mi sono rafforzato nel convincimento che la linea che abbiamo scelto tutti insieme è quella giusta, ma che ha bisogno di ulteriori innovazioni e soprattutto di un partito che la esprima in modo efficace», dice il leader del Pd. «La strada è quella giusta - chiede Veltroni - quella che ci può portare non solo al governo ma ad aprire un ciclo politico nuovo nella storia d'Italia o invece la sconfitta ci dice che dobbiamo tornare indietro? Risponde a questa domanda è necessario e urgente se vogliamo evitare il logoramento di un lungo, estenuante dibattito interno, opaco e inconcludente». «L'articolazione interna è una ricchezza» da valorizzare «mescolando le appartenenze. Ma quello che non può accadere è che proliferino le correnti personali, mentre il partito deperisce fino al punto di trasformarsi in una confederazione di potentati con le loro estese ramificazioni locali, che finirebbero col demotivare chi avesse semplicemente l'obiettivo di non partecipare ad altro se non al Pd».
«Proprio ora che i nostri avversari hanno messo in mostra i loro limiti, noi non dobbiamo ripetere i vecchi errori e divisioni», afferma il segretario del Pd. Nonostante Berlusconi abbia «consumato lo strappo» del dialogo, «noi non torneremo con loro nel passato. Noi - garantisce Veltroni - continueremo a lavorare per la nuova stagione della democrazia italiana». Anzi, «proprio l'inadeguatezza del centrodestra apre davanti a noi una grande opportunità, che dobbiamo far maturare con pazienza, coerenza, tenacia». Il leader del Pd, dunque, invita il partito a non avere fretta di ottenere risultati, e il concetto che Veltroni ha ribadito più volte negli ultimi giorni, cioè quello di "non avere l'ansia del centometrista". E anche ora, nella relazione, Veltroni insiste: «È proprio adesso che i nostri avversari hanno messo in mostra, ancora una volta, i loro limiti radicali, che noi non dobbiamo ricadere in vizi antichi e ripetere i vecchi errori: se lo facessimo - avverte - ci giocheremmo la possibilità di diventare maggioranza nel Paese».
Walter Veltroni parla anche collocazione internazionale del Pd rivolgendosi alla famiglia socialista e ribadisce di voler creare «un vasto campo che comprenda democratici, socialisti e liberali europei». «Sarà un fatto nuovo e da auspicare se al Parlamento di Strasburgo i socialisti favoriranno la nascita di un nuovo gruppo aperto a forze che non facciano parte del Pse». Il segretario del Pd spiega che lavora per «costruire relazioni strette con il Pse, i liberaldemocratici europei e i democratici americani per favorire il formarsi di un grande campo dei riformisti, dei democratici e dei progressisti, sia in Europa che nel mondo».
L´opposizione a Berlusconi
Guardando al governo Berlusconi, Veltroni boccia senza appello i provvedimenti economici annunciati e contenuti sia nel decreto fiscale che nella manovra triennale. Il leader del Pd annuncia: «Oggi siamo noi a dirlo, in autunno sarà una larga parte degli italiani, quella che noi chiameremo a raccolta, per una azione di protesta e di proposta in tutto il paese, che culminerà con una grande manifestazione nazionale».
Anche perché si è tornati alla logica delle leggi ad personam. «La lettera che Berlusconi ha inviato lunedì al Presidente del Senato è uno spartiacque che rischia di segnare negativamente l'intera legislatura». «Con quella missiva, - spiega il segretario del Pd - Berlusconi ha assunto la paternità politica di un emendamento al decreto sicurezza, che stravolge il senso del provvedimento e colpisce il ruolo di garanzia del Capo dello Stato e strappa la delicatissima tela del dialogo istituzionale con l'opposizione».
La relazione del Segretario del Partito Democratico Walter Veltroni
Di Redazione (del 19/06/2008 @ 10:22:23, in Politica locale, linkato 174 volte)
di Fabio Massadi da Affari Italiani, 18 giugno 2008
Antonio Panzeri, 105mila preferenze alle scorse europee, è europarlamentare a Strasburgo. Malgrado la lontananza, segue molto da vicino l'evoluzione dello scontro interno al Pd sulla nuova segreteria provinciale. Da una parte i circoli, che vogliono spostare a settembre la consultazione fissata a luglio. Dall'altra Mirabelli, Toia e Penati, che invece sostengono la democraticità della scelta di quelle che i detrattori chiamano ormai "primarie balneari". Sullo sfondo, la vicenda scottante della segreteria cittadina, che potrebbe essere "svuotata" di competenze con l'introduzione di un segretario metropolitano. Panzeri, intervistato da Affari, difende fortemente la scelta delle primarie a luglio. E, con un ragionamento rivoluzionario, imprime una svolta storica alla politica milanese.
Onorevole Panzeri, cosa ne pensa delle "primarie balneari" che i circoli osteggiano? Penso che si debba essere rispettosi delle decisioni che vengono assunte dalla direzione provinciale.
Quindi i circoli si devono rassegnare? Comprendo bene le motivazioni dei circoli, il fatto che era utile avere più tempo per organizzarsi. Ma questa discussione mi sembra che sia stata fatta all'interno dell'organismo provinciale che poi ha preso una decisione. Bisogna rispettarla.
Perché difende le primarie a luglio? Bisogna avere l'adeguata consapevolezza che noi dobbiamo assolutamente predisporci già da settembre per avere un partito che sia funzionale e funzionante in tutte le sue parti. Ci sono scadenze ravvicinate e serve che ci sia una forte impostazione unitaria. Non ci scordiamo delle provinciali, delle tante elezioni comunali e anche delle elezioni politiche europee. Non possiamo assolutamente permetterci il lusso di non avere in testa questi obiettivi.
I circoli, nel loro documento, pongono un problema organizzativo. Io devo rammentare che noi abbiamo fatto le primarie in due occasioni. Da quando si è assunta la decisione a quando sono state fatte, nel passato, abbiamo avuto un lasso di tempo analogo a quanto ce ne è oggi. E allora, tutto dipende dalla volontà che ci si vuol mettere nel farle riuscire.
A metà luglio, però, una parte degli elettori è in vacanza... Non penso che una città necessariamente vada in vacanza da giugno fino a settembre. Altrimenti vuol dire che abbiamo una realtà diversa da quella che immaginiamo...
Parliamo di candidature. I circoli dicono che se le primarie rimarranno fissate a luglio, allora saranno avanzate candidature alternative... Ovviamente quando si decide di costruire un gruppo dirigente e di usare il mezzo delle primarie, come è naturale che sia, deve esserci la massima trasparenza. Chi avrà voglia di cimentarsi nella gara si cimenterà. Certamente non c'è alcuna proibizione nei confronti di alcuno. Non ci devono essere pregiudizi da nessuna parte.
Veniamo al punto scottante. Mirabelli dice che bisogna ragionare in termini di area metropolitana. Sottintendendo uno svuotamento dei poteri del segretario cittadino... E' un'impostazione, ce ne possono essere altre. Ma dipende sempre da come chi si candiderà, che sia uomo o donna, predisporrà il proprio progetto di organizzazione e riorganizzazione.
Ma lei è d'accordo con Mirabelli? Quando arriveremo alla città metropolitana bisognerà avere un segretario della città metropolitana. E' logico. Per adesso stiamo andando a nominare un segretario provinciale. Fermiamoci qui, non mettiamo il carro davanti ai buoi. Di fronte a riforme istituzionali realizzate, noi dobbiamo applicare soluzioni diverse. Non quando queste riforme sono ancora in fieri. Una cosa però ci tengo a sottolineare: lo spirito unitario.
Si spieghi. E' bene che nella definizione dei gruppi dirigenti vi sia il più grande spirito unitario possibile. Non lasciamo che si individuino gli strumenti organizzativi per contrapporsi. Dobbiamo costruire un partito che perda meno tempo sugli organigrammi e ne impieghi di più per radicarsi sul territorio. Le elezioni siciliane sono là a dimostrarlo.
Di Redazione (del 19/06/2008 @ 10:14:58, in Politica locale, linkato 225 volte)
Da Affari Italiani Mercoledí 18 giugno 2008
E' una delle giovani emergenti del Pd, Maria Emanuela Adinolfi. Classe '65, aveva fatto scalpore con una iniziativa molto originale, a ridosso delle elezioni. Si era proposta come "motocandidata" per convincere gli ultimi indecisi prima del voto spiegando il programma. La Adinolfi, intervistata da Affari, esprime tutta la propria disapprovazione per le parole di Franco Mirabelli (consigliere regionale e membro del direttivo), che, sempre su Affari, aveva negato con decisione la possibilità che le primarie per l'elezione del segretario provinciale (così come chiesto dai circoli) fossero spostate a settembre per garantire la massima partecipazione.
Maria Emanuela Adinolfi, cos'è che l'ha fatta arrabbiare, nelle parole di Mirabelli? Sicuramente il tono. Perché prendere una posizione così netta quando in effetti ci sono molti circoli che muovono delle osservazioni, peraltro ampiamente giustificabili, mi sembra un modo di fare da vecchio partito. Oltretutto i circoli sono nati con l'elezione del 27 gennaio e di fatto sono un organo eletto dalla base del partito. Vanno tenuti da conto.
Cosa significa l'uscita del consigliere regionale? Una mancanza di democrazia, da parte di quello che si chiama Partito Democratico e che continua a sostenere che bisogna rivolgersi alla gente e lavorare sui territori.
Veniamo al punto. E se le primarie resteranno "balneari" cosa potrebbe succedere? A me piacerebbe moltissimo avere da subito un segretario legittimato, voluto da tutti i fondatori del Partito. Per cui sarebbe bello poter mantenere la data di metà luglio. Ma se i circoli esprimono delle perplessità e ritengono di non riuscire a realizzare delle elezioni partecipate per quel momento, allora bisogna prenderne atto. Anche perché metà luglio è pur sempre una data da vacanza.
E dunque... Dunque è venuto il momento di non ragionare più sull'urgenza ma in maniera meditata. Ritengo sia fondamentale fare delle elezioni con una rosa di candidati, e che questa rosa di candidati rappresenti e porti delle personalità nuove.
Marco Granelli, riguardo alle parole di Mirabelli, parla di logiche correntizie. E' una cosa certa il fatto che dalle primarie del 14 di ottobre Mirabelli ha rappresentato una corrente. C'è un triumvirato che continua solidamente a reggere le sorti dei direttivi. Basta andare a vedere su Affaritaliani, quali sono state le prime uscite pubbliche dopo il 14 di ottobre: c'è una dichiarazione di Messina che dice "primarie per il segretario provinciale". E poi Mirabelli che contesta questa impostazione. Ora le primarie si sono dovute programmare, forse si deve fare un altro passo indietro di fronte alla volontà della base del partito. Una base di partito, tra l'altro, che ora rappresenta persone nuove, che fanno fatica a comprendere questi meccanismi un po' vetusti, da militanti.
Di Redazione (del 19/06/2008 @ 06:00:57, in Politica nazionale, linkato 206 volte)
La Repubblica, 17 giugno 2008
ROMA - "Le conclusioni le ha tratte Berlusconi che ha strappato la tela del dialogo possibile". Così il leader del Pd Walter Veltroni, in un'intervista al Tg3, ha spiegato il confronto tra maggioranza e opposizione si è interrotto, dopo l'iniziativa del premier in materia giudiziaria. E a stretto giro, è giunta anche la replica del portavoce del premier, Paolo Bonaiuti: "La tela l'hai strappata tu".
Nel suo intervento ai microfoni della Rai, Veltroni ha ricordato l'avvertimento lanciato ieri al Cavaliere, quando lo aveva sollecitato a cambiare atteggiamento rispetto alla "sequenza di strappi" prodotta dalla vicenda Rete4 e, da ultimo, dagli emendamenti cosiddetti "salva-premier". "Ieri avevo detto 'spero che prevalga la responsabilità’, ma per tutta risposta - ha sottolineato - si sono presentati due emendamenti che riguardano una norma per evitare un processo che riguarda il presidente del Consiglio e ieri sera si è mandata quella lettera che riapre lo scontro nei confronti della magistratura, secondo lo scenario già visto tante volte".
"Quindi - ha aggiunto il leader del Pd - le conclusioni le ha tratte il presidente del Consiglio", che al dialogo ha preferito "un clima di scontro". "Io e il mio partito - ha proseguito Veltroni - abbiamo cercato in questi mesi di portare l'Italia fuori dal passato, ma evidentemente c'è chi vuole tenere il Paese inchiodato al passato. In un mese siamo stati per due volte in Parlamento costretti a discutere degli interessi personali del presidente del Consiglio".
Il tutto, mentre il Paese chiede che si discuta "dello stato di malessere delle famiglie, dei lavoratori, delle difficoltà delle imprese e degli artigiani e dei commercianti. E' un Paese che ha bisogno di ricominciare a muoversi, non di precipitare nello scontro del passato".
E a una domanda su se ormai abbia perso fiducia nel Cavaliere, il leader del Pd ha risposto che "non è un problema di fiducia personale ma di serietà, io non direi mai agli italiani una cosa che non faccio". Per Veltroni "questa volta non si potrà dire" che a far saltare il dialogo "è stato l'atteggiamento ideologico e pregiudiziale dell'opposizione. E' stata la volontà di scontro da parte di una maggioranza che poteva governare in un clima civile ma che ha scelto di fare diversamente".
Poco più tardi, è arrivata la replica di Bonaiuti: "Ma Veltroni crede di essere Penelope? - ha dichiarato - Dice di aver tessuto la tela del dialogo e invece è lui che l'ha strappata non appena è cresciuta l'opposizione di sinistra".
ROMA - "Le conclusioni le ha tratte Berlusconi che ha strappato la tela del dialogo possibile". Così il leader del Pd Walter Veltroni, in un'intervista al Tg3, ha spiegato il confronto tra maggioranza e opposizione si è interrotto, dopo l'iniziativa del premier in materia giudiziaria. E a stretto giro, è giunta anche la replica del portavoce del premier, Paolo Bonaiuti: "La tela l'hai strappata tu".
Nel suo intervento ai microfoni della Rai, Veltroni ha ricordato l'avvertimento lanciato ieri al Cavaliere, quando lo aveva sollecitato a cambiare atteggiamento rispetto alla "sequenza di strappi" prodotta dalla vicenda Rete4 e, da ultimo, dagli emendamenti cosiddetti "salva-premier". "Ieri avevo detto 'spero che prevalga la responsabilità’, ma per tutta risposta - ha sottolineato - si sono presentati due emendamenti che riguardano una norma per evitare un processo che riguarda il presidente del Consiglio e ieri sera si è mandata quella lettera che riapre lo scontro nei confronti della magistratura, secondo lo scenario già visto tante volte".
"Quindi - ha aggiunto il leader del Pd - le conclusioni le ha tratte il presidente del Consiglio", che al dialogo ha preferito "un clima di scontro". "Io e il mio partito - ha proseguito Veltroni - abbiamo cercato in questi mesi di portare l'Italia fuori dal passato, ma evidentemente c'è chi vuole tenere il Paese inchiodato al passato. In un mese siamo stati per due volte in Parlamento costretti a discutere degli interessi personali del presidente del Consiglio".
Il tutto, mentre il Paese chiede che si discuta "dello stato di malessere delle famiglie, dei lavoratori, delle difficoltà delle imprese e degli artigiani e dei commercianti. E' un Paese che ha bisogno di ricominciare a muoversi, non di precipitare nello scontro del passato".
E a una domanda su se ormai abbia perso fiducia nel Cavaliere, il leader del Pd ha risposto che "non è un problema di fiducia personale ma di serietà, io non direi mai agli italiani una cosa che non faccio". Per Veltroni "questa volta non si potrà dire" che a far saltare il dialogo "è stato l'atteggiamento ideologico e pregiudiziale dell'opposizione. E' stata la volontà di scontro da parte di una maggioranza che poteva governare in un clima civile ma che ha scelto di fare diversamente".
Poco più tardi, è arrivata la replica di Bonaiuti: "Ma Veltroni crede di essere Penelope? - ha dichiarato - Dice di aver tessuto la tela del dialogo e invece è lui che l'ha strappata non appena è cresciuta l'opposizione di sinistra".
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