\\ Home Page : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Redazione (del 12/08/2008 @ 08:02:25, in Politica nazionale, linkato 197 volte)
Gianfranco Pasquino
L�Unità, 11 luglio 2008
Non è soltanto una preoccupazione estiva, di vacanze che, in modo speciale, per il governo e il suo capo, si presentano particolarmente rilassate (hanno ottenuto tutto e di più), ma il Partito Democratico continua ad apparire, a quasi un anno dall�elezione del suo segretario, una struttura non completata. Anzi, sembra, da un lato, ricadere, soprattutto a livello locale, sui tradizionali, collaudati, ma non spesso brillanti moduli del funzionamento passato, dall�altro, non avere una bussola per il futuro. Ha certamente ragione Antonio Padellaro nel notare qualche disinvoltura collaborativa di troppo manifestata da alcuni esponenti non marginali del Partito Democratico, che magari, si sono sentiti abbandonati o non abbastanza valorizzati, ma il problema rimane. Aggiungerei che è apparso anche in sede parlamentare quando il PD non ha saputo prendere una chiara posizione sul conflitto di attribuzioni sollevato dalle due camere nel caso Englaro. Su un argomento di tale rilevanza, un grande partito elabora una posizione propria oppure concede a ciascuno dei suoi parlamentari di argomentare la sua posizione in «scienza e coscienza» (come ha fatto, in maniera eccellente, Barbara Pollastrini) comunicando in questo modo a tutti gli elettori informazioni di notevole importanza e anticipando una propria posizione legislativa, sperabilmente capace di ampliare gli spazi di libertà delle persone.
Non è chiaro in che modo la raccolta di cinque milioni di firme e la manifestazione di massa del 25 ottobre potranno contribuire al rilancio di quella che è stata e ha le potenzialità per continuare a essere una grande operazione politica. L�obiettivo ultimo, e neppure il più importante, del Partito Democratico non può essere semplicemente la semplificazione del sistema partitico, e neppure la cancellazione della pur criticabile sinistra-sinistra, che, nel frattempo, ha dimostrato con i suoi congressi di non avere imparato niente e i cui dirigenti si preparano, come se niente fosse accaduto, a rioccupare molte cariche elettive, nelle amministrazioni locali e nel Parlamento europeo approfittando dei relativi sistemi elettorali proporzionale. L�obiettivo ultimo del PD che bisogna conquistare e ribadire giorno per giorno è quello di costruire e fare funzionare un grande partito democratico e riformista. Entrambi gli aggettivi mi paiono fortemente appannati e quanto al sostantivo sembra che di partiti ce ne siano diversi a livello locale, che vanno per la loro strada, non, peraltro, per accertata libertà federalista, ma per egoismi localistici. Per di più, non soltanto sarebbe inutile nasconderselo, ma sarebbe anche controproducente, esiste una corrente di pensiero, non tanto sotterranea, che già mette in conto una crisi della leadership di Veltroni e una sua possibile-probabile sostituzione se l�esito delle elezioni della primavera 2009 non sarà confortante. Quell�esito negativo non è affatto predeterminato, anche se i sistemi proporzionali renderanno meno incisivo l�appello al voto utile, ma il contro-esito positivo deve essere intelligentemente e pazientemente costruito. A mio modo di vedere, è venuto meno lo slancio iniziale poiché troppe decisioni importanti non sono state discusse nelle sedi apposite. Troppo spesso il gruppo dirigente ha preferito fare quadrato intorno a Veltroni, e lo stesso Veltroni, invece di giocare in campo aperto e di reagire con proposte e con sfide, ha preferito farsi proteggere. Troppo spesso le decisioni sulla composizione di alcuni organismi dirigenti sono state preconfezionate e hanno dovuto essere digerite, per, sempre riprovevole, carità di partito, lasciando non pochi mugugni che si traducono poi in minore attivismo, se non, addirittura, in disimpegni.
Quando, poi, la critica, a mio parere, fondata, è stata portata da Arturo Parisi direttamente sulle modalità visibilmente poco democratiche della gestione dell�ultima poco frequentata Assemblea del PD, si è preferito guardare al dito (lo stesso Parisi) piuttosto che alla luna da lui indicata, ovvero a un clamoroso calo di partecipazione, e criticarlo duramente, persino sul piano personale, quasi che colui che più si è battuto per l�idea del Partito Democratico intenda affossare il partito e non, piuttosto, farne davvero un Partito, che sia davvero Democratico. Invece di reagire con proposte concrete e anche con opportune correzioni di linea, il gruppo dirigente si limita a esternare qualche preoccupazione per lo sfarinarsi del partito in più o meno attive Fondazioni di studi e di ricerche i cui risultati, peraltro, non potranno dare profitto e lustro al partito, neanche lo volessero i «fondatori», poiché non esistono sedi apposite nelle quali procedere alla discussione e alla valorizzazione di quei risultati. Le Feste dell�Unitá (con qualsiasi altro nome si chiamino, «ma non è un piccolo particolare»), così poeticamente difese da Ugo Sposetti, potrebbero, anzi dovrebbero essere non soltanto luogo di sano divertimento, ma di altrettanta sana discussione politica. Sembra, invece, che nella maggior parte dei casi, gli organizzatori abbiano deciso di evitare confronti senza rete e di non invitare ospiti non allineati. Però, è soltanto dal conflitto, aperto ed esplicito, argomentato e giustificato, su idee, posizioni, progetti (e le materie, anche quelle che approderanno in Parlamento, non mancano) che il Partito Democratico riuscirà a ricevere nuovo slancio e che il suo segretario, se lo vorrà, potrà ottenere materiale per riflettere e per ridefinire le modalità di funzionamento degli organismi dirigenti e le modalità di attuazione della stessa linea politica. L�estate che non è finita è ancora in grado di portare buoni consigli e migliori propositi.
L�Unità, 11 luglio 2008
Non è soltanto una preoccupazione estiva, di vacanze che, in modo speciale, per il governo e il suo capo, si presentano particolarmente rilassate (hanno ottenuto tutto e di più), ma il Partito Democratico continua ad apparire, a quasi un anno dall�elezione del suo segretario, una struttura non completata. Anzi, sembra, da un lato, ricadere, soprattutto a livello locale, sui tradizionali, collaudati, ma non spesso brillanti moduli del funzionamento passato, dall�altro, non avere una bussola per il futuro. Ha certamente ragione Antonio Padellaro nel notare qualche disinvoltura collaborativa di troppo manifestata da alcuni esponenti non marginali del Partito Democratico, che magari, si sono sentiti abbandonati o non abbastanza valorizzati, ma il problema rimane. Aggiungerei che è apparso anche in sede parlamentare quando il PD non ha saputo prendere una chiara posizione sul conflitto di attribuzioni sollevato dalle due camere nel caso Englaro. Su un argomento di tale rilevanza, un grande partito elabora una posizione propria oppure concede a ciascuno dei suoi parlamentari di argomentare la sua posizione in «scienza e coscienza» (come ha fatto, in maniera eccellente, Barbara Pollastrini) comunicando in questo modo a tutti gli elettori informazioni di notevole importanza e anticipando una propria posizione legislativa, sperabilmente capace di ampliare gli spazi di libertà delle persone.
Non è chiaro in che modo la raccolta di cinque milioni di firme e la manifestazione di massa del 25 ottobre potranno contribuire al rilancio di quella che è stata e ha le potenzialità per continuare a essere una grande operazione politica. L�obiettivo ultimo, e neppure il più importante, del Partito Democratico non può essere semplicemente la semplificazione del sistema partitico, e neppure la cancellazione della pur criticabile sinistra-sinistra, che, nel frattempo, ha dimostrato con i suoi congressi di non avere imparato niente e i cui dirigenti si preparano, come se niente fosse accaduto, a rioccupare molte cariche elettive, nelle amministrazioni locali e nel Parlamento europeo approfittando dei relativi sistemi elettorali proporzionale. L�obiettivo ultimo del PD che bisogna conquistare e ribadire giorno per giorno è quello di costruire e fare funzionare un grande partito democratico e riformista. Entrambi gli aggettivi mi paiono fortemente appannati e quanto al sostantivo sembra che di partiti ce ne siano diversi a livello locale, che vanno per la loro strada, non, peraltro, per accertata libertà federalista, ma per egoismi localistici. Per di più, non soltanto sarebbe inutile nasconderselo, ma sarebbe anche controproducente, esiste una corrente di pensiero, non tanto sotterranea, che già mette in conto una crisi della leadership di Veltroni e una sua possibile-probabile sostituzione se l�esito delle elezioni della primavera 2009 non sarà confortante. Quell�esito negativo non è affatto predeterminato, anche se i sistemi proporzionali renderanno meno incisivo l�appello al voto utile, ma il contro-esito positivo deve essere intelligentemente e pazientemente costruito. A mio modo di vedere, è venuto meno lo slancio iniziale poiché troppe decisioni importanti non sono state discusse nelle sedi apposite. Troppo spesso il gruppo dirigente ha preferito fare quadrato intorno a Veltroni, e lo stesso Veltroni, invece di giocare in campo aperto e di reagire con proposte e con sfide, ha preferito farsi proteggere. Troppo spesso le decisioni sulla composizione di alcuni organismi dirigenti sono state preconfezionate e hanno dovuto essere digerite, per, sempre riprovevole, carità di partito, lasciando non pochi mugugni che si traducono poi in minore attivismo, se non, addirittura, in disimpegni.
Quando, poi, la critica, a mio parere, fondata, è stata portata da Arturo Parisi direttamente sulle modalità visibilmente poco democratiche della gestione dell�ultima poco frequentata Assemblea del PD, si è preferito guardare al dito (lo stesso Parisi) piuttosto che alla luna da lui indicata, ovvero a un clamoroso calo di partecipazione, e criticarlo duramente, persino sul piano personale, quasi che colui che più si è battuto per l�idea del Partito Democratico intenda affossare il partito e non, piuttosto, farne davvero un Partito, che sia davvero Democratico. Invece di reagire con proposte concrete e anche con opportune correzioni di linea, il gruppo dirigente si limita a esternare qualche preoccupazione per lo sfarinarsi del partito in più o meno attive Fondazioni di studi e di ricerche i cui risultati, peraltro, non potranno dare profitto e lustro al partito, neanche lo volessero i «fondatori», poiché non esistono sedi apposite nelle quali procedere alla discussione e alla valorizzazione di quei risultati. Le Feste dell�Unitá (con qualsiasi altro nome si chiamino, «ma non è un piccolo particolare»), così poeticamente difese da Ugo Sposetti, potrebbero, anzi dovrebbero essere non soltanto luogo di sano divertimento, ma di altrettanta sana discussione politica. Sembra, invece, che nella maggior parte dei casi, gli organizzatori abbiano deciso di evitare confronti senza rete e di non invitare ospiti non allineati. Però, è soltanto dal conflitto, aperto ed esplicito, argomentato e giustificato, su idee, posizioni, progetti (e le materie, anche quelle che approderanno in Parlamento, non mancano) che il Partito Democratico riuscirà a ricevere nuovo slancio e che il suo segretario, se lo vorrà, potrà ottenere materiale per riflettere e per ridefinire le modalità di funzionamento degli organismi dirigenti e le modalità di attuazione della stessa linea politica. L�estate che non è finita è ancora in grado di portare buoni consigli e migliori propositi.
Di Redazione (del 08/08/2008 @ 14:00:41, in Politica nazionale, linkato 129 volte)
Michele Ciliberto*
L’Unità, 7 agosto 2008
Il nostro è un Paese paradossale: non molto tempo fa alcuni ministri della Repubblica sono scesi in piazza manifestando contro il governo di cui erano parte e contribuendo in questo modo alla sua dissoluzione senza suscitare particolare discussione; oggi si è acceso un vivace dibattito intorno alla decisione di alcuni amministratori eletti nelle liste del Pd di non partecipare alla manifestazione nazionale indetta da questo partito per il 25 di ottobre.
Mi guardo naturalmente bene dal mettere le due cose sullo stesso piano: la prima iniziativa era addirittura grottesca; la seconda pone invece dei problemi assai significativi sui quali merita fare una riflessione.
La tesi sostenuta dagli amministratori del Partito Democratico che non aderiscono alla manifestazione è ridotta all´essenziale: il problema, in questo momento, è anzitutto quello di collaborare con il governo, dal quale - almeno nel caso dei rifiuti di Napoli - è venuto un aiuto addirittura maggiore per risolvere i problemi di quello dato dal governo Prodi.
In affermazioni di questo tipo, oltre che gli argomenti, pesano anche sentimenti, e perfino risentimenti, di carattere sia politico che personale che non è difficile individuare e che sono ordinari nella vita di un partito o anche nella lotta politica. Non vale dunque la pena di fermarsi su di essi. Conviene invece concentrarsi sui nuclei di fondo da cui discendono tesi come quella or ora citata.
A mio giudizio vengono compiuti due errori sostanziali, da cui è necessario tenersi lontani: in primo luogo vengono identificati sullo stesso livello Stato e governo, nonostante che tutto il pensiero politico moderno ci abbia insegnato a tenere rigorosamente distinti questi due piani; in secondo luogo, la politica viene ridotta, e identificata, con l´amministrazione: punto di vista, quest´ultimo, tipico del pensiero conservatore nelle sue varie diramazioni. Si tratta di errori gravi, anzitutto sul piano teorico, in entrambi i casi: è infatti fondamentale distinguere partiti governo e Stato, mantenendo ferma la dialettica fra piani non riducibili l´uno all´altro; l´amministrazione è parte essenziale della politica che però si misura in un orizzonte e in una prospettiva più ampia di quella dell´amministrazione aprendosi - per usare due lemmi classici - sul "dover essere", oltre che sull´"essere".
Sono precisazioni elementari e colpisce, semmai, il fatto che esse debbano essere fatte, a conferma ulteriore, se ce ne fosse bisogno, della situazione di crisi complessiva nella quale ci troviamo ad ogni livello, in questo momento della nostra storia nazionale. Ma se si riflette bene su queste posizioni si vede che, al fondo, quello che si snerva e impallidisce è anzitutto il concetto di opposizione e, insieme ad esso e prima di esso, quello di conflitto. Di questo, e non di altro, bisogna dunque discutere, perché è questo il nodo che sta venendo in questione.
È interessante sottolineare da questo punto di vista che i rappresentanti più autorevoli dello schieramento di governo insistono oggi su due punti: sulla necessità di costituire uno "spirito repubblicano" nel quale si dovrebbero ritrovare così il governo come l´opposizione; sul valore dei processi storici - rispetto a quelli immediatamente politici - arrivando addirittura a valorizzare i risultati della Bicamerale presieduta da D´Alema nel ‘97. È una tecnica tipica di coloro che detengono il potere, dall´età della pietra fino a quella dei computer, sia pure naturalmente con modalità differenti. Quello che resta invece fermo, e permane nelle varie posizioni, è l´idea di una storia che dispiegandosi nel suo processo dissolve progressivamente le opposizioni, e con esse il conflitto, configurandosi come un campo nel quale tutti danno il proprio contributo, naturalmente secondo un progetto preciso che è quello, in genere, delle classi dominanti. Intendiamoci: non che non sia possibile individuare attraverso il conflitto punti di equilibrio e anche di compromesso; ma questo è tanto più possibile quanto più il conflitto venga riconosciuto nella sua potenza e quanto più siano distinti, come fatto addirittura fisiologico, le funzioni del governo e quelle dell´opposizione, evitando di cadere, come si rischia di fare oggi, in quella che un grande filosofo chiamava «la notte in cui tutte le vacche sono nere». Qui, come al solito, problemi teorici e problemi politici si intrecciano in un solo nodo.
Vorrei essere chiaro su questo: condivido pienamente l´invito del Presidente della Repubblica a costruire un clima nuovo che consenta di procedere nel modo più sereno possibile alle riforme di cui il paese ha bisogno, a cominciare da quelle costituzionali che sono ormai una urgenza non più rinviabile. E sono altresì convinto che il dialogo, ma anche il conflitto, fra maggioranza e opposizione, debba diventare anche da noi un fatto normale, come avviene nelle democrazie più avanzate. Ma questo è possibile - va ribadito - se si tengono ferme le distinzioni fra i vari livelli dell´articolazione costituzionale e statale e, soprattutto, se non si confondono i propri interessi privati con quelli della comunità nazionale. Cosa che, come abbiamo avuto agio di vedere in questi ultimi mesi, purtroppo non è accaduto, vanificando anche i tentativi fatti in questo senso dallo stesso Partito Democratico.
Anzi, da questo tipo di politica, il Partito Democratico, è stato progressivamente spiazzato e logorato fino al punto di rischiare di trovarsi al capolinea prima ancora di essere partito (per riprendere il titolo di un gradevole libretto di Emanuele Macaluso). Condivido personalmente da questo punto di vista il giudizio di chi sostiene che in questo momento il vero problema del Partito Democratico è anzitutto quello di "organizzare se stesso" e - preciserei - di rimotivare le ragioni che ne sono state alla base e che ne hanno orientato la nascita e le prime mosse politiche. Da questo punto di vista, la manifestazione del 25 di ottobre - e questo a mio giudizio è il suo significato più profondo - deve congiungere questi due obiettivi fondamentali: rendere chiare le ragioni di fondo dell´opposizione al governo di Berlusconi e di Tremonti; rimotivare il popolo del centro-sinistra che si è riconosciuto nel Partito Democratico e che si è gettato con impegno ed entusiasmo in questo progetto. Questo, penso, deve essere anche il criterio di fondo per valutare le varie iniziative che il Partito Democratico sta prendendo in queste settimane, concernenti la ripresa politica nel mese di settembre. Non si tratta però - voglio ribadire anche questo - di creare nuove "liturgie" come è stato affermato da un autorevole dirigente del Partito Democratico spiegando ai cronisti perché il segretario di questo partito abbia rinunciato a chiudere la Festa nazionale - dove si limiterà a dare solo un´intervista conclusiva - decidendo di chiudere, invece, i lavori della prima scuola politica del Partito. L´intreccio tra politica e riti di ascendenza religiosa - ci ha insegnato un grande maestro degli studi storici, George Mosse - è tipico dei grandi movimenti di massa totalitari del Novecento, che delle "liturgie" hanno fatto un asse della propria azione politica, basando su questo piano i rapporti tra leader e massa, fra "popolo" e capi politici. Noi però non abbiamo più alcun bisogno di tutto questo: quello a cui dobbiamo lavorare è un nuovo nesso fra partecipazione e rappresentanza chiamando ciascuno alle proprie responsabilità.
Quella che sta di fronte a noi e su cui si gioca il destino del Partito Democratico è, in ultima analisi, precisamente una questione di democrazia. Se non attraverserà questo sentiero strettissimo il nuovo partito non avrà prospettiva e sarà destinato a scomparire dalla scena politica.
In questo quadro va dunque valutata la stessa manifestazione che si sta organizzando per il 25 di ottobre, sulla quale è lecito avere dei dubbi proprio per quanto riguarda le sue modalità organizzative e i problemi di democrazia che ne discendono. Si capisce l´urgenza di una manifestazione di questo genere, sia per motivi interni di partito sia per delineare le ragioni dell´opposizione al governo raccogliendo in una grande iniziativa un "popolo" che si è disperso e che deve essere riunificato, anche sotto nuovi simboli e nuove bandiere, senza le quali non si fa politica. Ma proprio perché questa è la posta in gioco, a me pare che le modalità organizzative scelte per il 25 ottobre appartengano a una vecchia storia, continuino ad essere di tipo tradizionale: mentre si tratta invece di inventare nuove forme di aggregazione che facciano perno sulla determinazione di nuovi nessi fra partecipazione e rappresentanza, riprendendo la lezione delle primarie, e mettendo la gente che si è ritrovata nel Partito Democratico in condizione di svolgere un ruolo di protagonista incidendo - anche attraverso nuovi modelli organizzativi, lontanissimi da nuove e vecchie liturgie - nella determinazione delle decisioni politiche.
La discussione di questi giorni nasconde dunque problemi di più vasta portata; ma sono persuaso che di questo si tratti in questi mesi: del destino del Partito Democratico e che di questo al fondo si stia discutendo, anche quando si prende posizione - in un senso o nell´altro - nei confronti della manifestazione del 25 ottobre.
* Professore ordinario di Storia della filosofia moderna e contemporanea alla Scuona Normale Superiore di Pisa.
L’Unità, 7 agosto 2008
Il nostro è un Paese paradossale: non molto tempo fa alcuni ministri della Repubblica sono scesi in piazza manifestando contro il governo di cui erano parte e contribuendo in questo modo alla sua dissoluzione senza suscitare particolare discussione; oggi si è acceso un vivace dibattito intorno alla decisione di alcuni amministratori eletti nelle liste del Pd di non partecipare alla manifestazione nazionale indetta da questo partito per il 25 di ottobre.
Mi guardo naturalmente bene dal mettere le due cose sullo stesso piano: la prima iniziativa era addirittura grottesca; la seconda pone invece dei problemi assai significativi sui quali merita fare una riflessione.
La tesi sostenuta dagli amministratori del Partito Democratico che non aderiscono alla manifestazione è ridotta all´essenziale: il problema, in questo momento, è anzitutto quello di collaborare con il governo, dal quale - almeno nel caso dei rifiuti di Napoli - è venuto un aiuto addirittura maggiore per risolvere i problemi di quello dato dal governo Prodi.
In affermazioni di questo tipo, oltre che gli argomenti, pesano anche sentimenti, e perfino risentimenti, di carattere sia politico che personale che non è difficile individuare e che sono ordinari nella vita di un partito o anche nella lotta politica. Non vale dunque la pena di fermarsi su di essi. Conviene invece concentrarsi sui nuclei di fondo da cui discendono tesi come quella or ora citata.
A mio giudizio vengono compiuti due errori sostanziali, da cui è necessario tenersi lontani: in primo luogo vengono identificati sullo stesso livello Stato e governo, nonostante che tutto il pensiero politico moderno ci abbia insegnato a tenere rigorosamente distinti questi due piani; in secondo luogo, la politica viene ridotta, e identificata, con l´amministrazione: punto di vista, quest´ultimo, tipico del pensiero conservatore nelle sue varie diramazioni. Si tratta di errori gravi, anzitutto sul piano teorico, in entrambi i casi: è infatti fondamentale distinguere partiti governo e Stato, mantenendo ferma la dialettica fra piani non riducibili l´uno all´altro; l´amministrazione è parte essenziale della politica che però si misura in un orizzonte e in una prospettiva più ampia di quella dell´amministrazione aprendosi - per usare due lemmi classici - sul "dover essere", oltre che sull´"essere".
Sono precisazioni elementari e colpisce, semmai, il fatto che esse debbano essere fatte, a conferma ulteriore, se ce ne fosse bisogno, della situazione di crisi complessiva nella quale ci troviamo ad ogni livello, in questo momento della nostra storia nazionale. Ma se si riflette bene su queste posizioni si vede che, al fondo, quello che si snerva e impallidisce è anzitutto il concetto di opposizione e, insieme ad esso e prima di esso, quello di conflitto. Di questo, e non di altro, bisogna dunque discutere, perché è questo il nodo che sta venendo in questione.
È interessante sottolineare da questo punto di vista che i rappresentanti più autorevoli dello schieramento di governo insistono oggi su due punti: sulla necessità di costituire uno "spirito repubblicano" nel quale si dovrebbero ritrovare così il governo come l´opposizione; sul valore dei processi storici - rispetto a quelli immediatamente politici - arrivando addirittura a valorizzare i risultati della Bicamerale presieduta da D´Alema nel ‘97. È una tecnica tipica di coloro che detengono il potere, dall´età della pietra fino a quella dei computer, sia pure naturalmente con modalità differenti. Quello che resta invece fermo, e permane nelle varie posizioni, è l´idea di una storia che dispiegandosi nel suo processo dissolve progressivamente le opposizioni, e con esse il conflitto, configurandosi come un campo nel quale tutti danno il proprio contributo, naturalmente secondo un progetto preciso che è quello, in genere, delle classi dominanti. Intendiamoci: non che non sia possibile individuare attraverso il conflitto punti di equilibrio e anche di compromesso; ma questo è tanto più possibile quanto più il conflitto venga riconosciuto nella sua potenza e quanto più siano distinti, come fatto addirittura fisiologico, le funzioni del governo e quelle dell´opposizione, evitando di cadere, come si rischia di fare oggi, in quella che un grande filosofo chiamava «la notte in cui tutte le vacche sono nere». Qui, come al solito, problemi teorici e problemi politici si intrecciano in un solo nodo.
Vorrei essere chiaro su questo: condivido pienamente l´invito del Presidente della Repubblica a costruire un clima nuovo che consenta di procedere nel modo più sereno possibile alle riforme di cui il paese ha bisogno, a cominciare da quelle costituzionali che sono ormai una urgenza non più rinviabile. E sono altresì convinto che il dialogo, ma anche il conflitto, fra maggioranza e opposizione, debba diventare anche da noi un fatto normale, come avviene nelle democrazie più avanzate. Ma questo è possibile - va ribadito - se si tengono ferme le distinzioni fra i vari livelli dell´articolazione costituzionale e statale e, soprattutto, se non si confondono i propri interessi privati con quelli della comunità nazionale. Cosa che, come abbiamo avuto agio di vedere in questi ultimi mesi, purtroppo non è accaduto, vanificando anche i tentativi fatti in questo senso dallo stesso Partito Democratico.
Anzi, da questo tipo di politica, il Partito Democratico, è stato progressivamente spiazzato e logorato fino al punto di rischiare di trovarsi al capolinea prima ancora di essere partito (per riprendere il titolo di un gradevole libretto di Emanuele Macaluso). Condivido personalmente da questo punto di vista il giudizio di chi sostiene che in questo momento il vero problema del Partito Democratico è anzitutto quello di "organizzare se stesso" e - preciserei - di rimotivare le ragioni che ne sono state alla base e che ne hanno orientato la nascita e le prime mosse politiche. Da questo punto di vista, la manifestazione del 25 di ottobre - e questo a mio giudizio è il suo significato più profondo - deve congiungere questi due obiettivi fondamentali: rendere chiare le ragioni di fondo dell´opposizione al governo di Berlusconi e di Tremonti; rimotivare il popolo del centro-sinistra che si è riconosciuto nel Partito Democratico e che si è gettato con impegno ed entusiasmo in questo progetto. Questo, penso, deve essere anche il criterio di fondo per valutare le varie iniziative che il Partito Democratico sta prendendo in queste settimane, concernenti la ripresa politica nel mese di settembre. Non si tratta però - voglio ribadire anche questo - di creare nuove "liturgie" come è stato affermato da un autorevole dirigente del Partito Democratico spiegando ai cronisti perché il segretario di questo partito abbia rinunciato a chiudere la Festa nazionale - dove si limiterà a dare solo un´intervista conclusiva - decidendo di chiudere, invece, i lavori della prima scuola politica del Partito. L´intreccio tra politica e riti di ascendenza religiosa - ci ha insegnato un grande maestro degli studi storici, George Mosse - è tipico dei grandi movimenti di massa totalitari del Novecento, che delle "liturgie" hanno fatto un asse della propria azione politica, basando su questo piano i rapporti tra leader e massa, fra "popolo" e capi politici. Noi però non abbiamo più alcun bisogno di tutto questo: quello a cui dobbiamo lavorare è un nuovo nesso fra partecipazione e rappresentanza chiamando ciascuno alle proprie responsabilità.
Quella che sta di fronte a noi e su cui si gioca il destino del Partito Democratico è, in ultima analisi, precisamente una questione di democrazia. Se non attraverserà questo sentiero strettissimo il nuovo partito non avrà prospettiva e sarà destinato a scomparire dalla scena politica.
In questo quadro va dunque valutata la stessa manifestazione che si sta organizzando per il 25 di ottobre, sulla quale è lecito avere dei dubbi proprio per quanto riguarda le sue modalità organizzative e i problemi di democrazia che ne discendono. Si capisce l´urgenza di una manifestazione di questo genere, sia per motivi interni di partito sia per delineare le ragioni dell´opposizione al governo raccogliendo in una grande iniziativa un "popolo" che si è disperso e che deve essere riunificato, anche sotto nuovi simboli e nuove bandiere, senza le quali non si fa politica. Ma proprio perché questa è la posta in gioco, a me pare che le modalità organizzative scelte per il 25 ottobre appartengano a una vecchia storia, continuino ad essere di tipo tradizionale: mentre si tratta invece di inventare nuove forme di aggregazione che facciano perno sulla determinazione di nuovi nessi fra partecipazione e rappresentanza, riprendendo la lezione delle primarie, e mettendo la gente che si è ritrovata nel Partito Democratico in condizione di svolgere un ruolo di protagonista incidendo - anche attraverso nuovi modelli organizzativi, lontanissimi da nuove e vecchie liturgie - nella determinazione delle decisioni politiche.
La discussione di questi giorni nasconde dunque problemi di più vasta portata; ma sono persuaso che di questo si tratti in questi mesi: del destino del Partito Democratico e che di questo al fondo si stia discutendo, anche quando si prende posizione - in un senso o nell´altro - nei confronti della manifestazione del 25 ottobre.
* Professore ordinario di Storia della filosofia moderna e contemporanea alla Scuona Normale Superiore di Pisa.
Di Redazione (del 07/08/2008 @ 06:00:47, in Politica nazionale, linkato 168 volte)
ANDREA ROMANO
La Stampa, 6 agosto 2008
Sostiene Tremonti che «in senso storico dieci anni sono un tempo breve... in una dialettica che si sviluppa fisiologicamente nella sequenza tesi, antitesi e sintesi». Viene da chiedersi se il neohegelismo tremontiano non sia già il catechismo ufficiale dei dirigenti del Partito democratico. Che in questi giorni mostrano di voler affidare ai tempi lunghi della storia la soluzione della malattia che li affligge, fingendo di non vedere l'esplosione di sintomi che entro pochi mesi potrebbe mandare in pezzi il Pd.
Altro che un armonico dispiegarsi di tesi, antitesi e sintesi. Qui si moltiplicano le crepe in un edificio apparso fragile fin dall'inaugurazione e che rischia di non passare la prossima primavera, se ognuno dei maggiorenti persevererà nella strategia che si è scelto. Quella di D'Alema è al solito la più razionale. Dopo avere nuovamente collocato Veltroni al posto di comando come aveva già fatto nel 1998, benedicendone la carica di novità dieci anni dopo la prima investitura, ha deciso di tagliargli gli alimenti e di attenderne il completo logoramento. Quale sia la sua alternativa non è dato sapere, visto che D'Alema si guarda bene dal fare ciò che sarebbe normale in qualsiasi partito per l'appunto normale: si contesta il leader, ci si candida apertamente a prenderne il posto, si cerca il consenso necessario. Ma la normalità non sembra essere di questo mondo. E D'Alema un po' si balocca di televisione e di filosofia, un po' fa l'esatto contrario di quanto predica Veltroni e un po' manda avanti ora questo ora quest'altro «junior partner» nella speranza di ripetere lo schema di cui fu vittima Piero Fassino: piazzare un segretario convinto di governare il partito ma in realtà commissariato dall'alto.
Dall'altra parte, prendersela con il povero Veltroni rischia ormai di apparire banale. Eppure non sembra esserci fine all'agonia di un leader che qualche mese dopo avere preso in mano il Pd è già costretto a rifugiarsi nella nostalgia del bel tempo che fu. Nella conferenza stampa di fine stagione, ad esempio, ha rievocato con malinconia il «perduto entusiasmo dei primi mesi» e ci ha soprattutto informato che d'ora in avanti il Pd dovrà rimpiangere il risultato raggiunto alle ultime e già disastrose elezioni. Il che significa che si prepara ad incassare risultati sempre peggiori. Formulata da un leader di partito, non è esattamente una profezia destinata ad infondere entusiasmo nei militanti o nell'opinione pubblica. Soprattutto perché somiglia molto da vicino alla verità. Se le cose continueranno così – e non si vede perché debbano cambiare, considerando l'attuale condotta dei dirigenti – il Pd è destinato a sprofondare sia alle europee del 2009 che alle regionali del 2010. E forse per allora la carta della nostalgia non basterà più a far scattare quel minimo di solidarietà a cui Veltroni forse puntava.
Nel frattempo già oggi il Pd mostra di non avere alcuna consistenza in importanti aree del Paese. Cos'altro significa, se non che in Campania quel partito semplicemente non esiste, l'annuncio di Bassolino di non avere intenzione di firmare la petizione contro il governo? La giustificazione è del tutto discutibile – non essendo Bassolino un prefetto tenuto all'imparzialità ma un governatore eletto con pieno mandato democratico –, ma la sostanza rivela che persino la più alta carica politica di quella regione ritiene di non tenere in alcun conto le indicazioni del suo partito affidandosi invece alla benevolenza del governo pur di restare in sella. E cosa dire del rifiuto di partecipare alla festa torinese del Pd venuto ieri da Chiamparino, uno dei sindaci più autenticamente popolari del centrosinistra costretto (forse proprio per questo) a difendersi dal cannoneggiamento quotidiano del suo stesso partito?
La verità è che di questo passo Veltroni sarà ricordato come il primo e ultimo segretario del Partito democratico. Colui che si era trovato per le mani una delle poche innovazioni reali della politica italiana di quest'ultimo decennio e che ha invece contribuito – in concorso con altri – a seppellirne le fragili spoglie. Colui che invece di prendere atto del disastro e di convocare un congresso per discutere linea e leadership, come avviene in tutto il mondo democratico, ha scelto di tirare a campare affidandosi ai tempi lunghi della storia. Ma il Pd non può contare sulle virtù terapeutiche della dialettica ma solo su quel coraggio delle scelte che ad oggi sembra mancare del tutto dalla visione di coloro che si trovano ancora a dirigerlo.
La Stampa, 6 agosto 2008
Sostiene Tremonti che «in senso storico dieci anni sono un tempo breve... in una dialettica che si sviluppa fisiologicamente nella sequenza tesi, antitesi e sintesi». Viene da chiedersi se il neohegelismo tremontiano non sia già il catechismo ufficiale dei dirigenti del Partito democratico. Che in questi giorni mostrano di voler affidare ai tempi lunghi della storia la soluzione della malattia che li affligge, fingendo di non vedere l'esplosione di sintomi che entro pochi mesi potrebbe mandare in pezzi il Pd.
Altro che un armonico dispiegarsi di tesi, antitesi e sintesi. Qui si moltiplicano le crepe in un edificio apparso fragile fin dall'inaugurazione e che rischia di non passare la prossima primavera, se ognuno dei maggiorenti persevererà nella strategia che si è scelto. Quella di D'Alema è al solito la più razionale. Dopo avere nuovamente collocato Veltroni al posto di comando come aveva già fatto nel 1998, benedicendone la carica di novità dieci anni dopo la prima investitura, ha deciso di tagliargli gli alimenti e di attenderne il completo logoramento. Quale sia la sua alternativa non è dato sapere, visto che D'Alema si guarda bene dal fare ciò che sarebbe normale in qualsiasi partito per l'appunto normale: si contesta il leader, ci si candida apertamente a prenderne il posto, si cerca il consenso necessario. Ma la normalità non sembra essere di questo mondo. E D'Alema un po' si balocca di televisione e di filosofia, un po' fa l'esatto contrario di quanto predica Veltroni e un po' manda avanti ora questo ora quest'altro «junior partner» nella speranza di ripetere lo schema di cui fu vittima Piero Fassino: piazzare un segretario convinto di governare il partito ma in realtà commissariato dall'alto.
Dall'altra parte, prendersela con il povero Veltroni rischia ormai di apparire banale. Eppure non sembra esserci fine all'agonia di un leader che qualche mese dopo avere preso in mano il Pd è già costretto a rifugiarsi nella nostalgia del bel tempo che fu. Nella conferenza stampa di fine stagione, ad esempio, ha rievocato con malinconia il «perduto entusiasmo dei primi mesi» e ci ha soprattutto informato che d'ora in avanti il Pd dovrà rimpiangere il risultato raggiunto alle ultime e già disastrose elezioni. Il che significa che si prepara ad incassare risultati sempre peggiori. Formulata da un leader di partito, non è esattamente una profezia destinata ad infondere entusiasmo nei militanti o nell'opinione pubblica. Soprattutto perché somiglia molto da vicino alla verità. Se le cose continueranno così – e non si vede perché debbano cambiare, considerando l'attuale condotta dei dirigenti – il Pd è destinato a sprofondare sia alle europee del 2009 che alle regionali del 2010. E forse per allora la carta della nostalgia non basterà più a far scattare quel minimo di solidarietà a cui Veltroni forse puntava.
Nel frattempo già oggi il Pd mostra di non avere alcuna consistenza in importanti aree del Paese. Cos'altro significa, se non che in Campania quel partito semplicemente non esiste, l'annuncio di Bassolino di non avere intenzione di firmare la petizione contro il governo? La giustificazione è del tutto discutibile – non essendo Bassolino un prefetto tenuto all'imparzialità ma un governatore eletto con pieno mandato democratico –, ma la sostanza rivela che persino la più alta carica politica di quella regione ritiene di non tenere in alcun conto le indicazioni del suo partito affidandosi invece alla benevolenza del governo pur di restare in sella. E cosa dire del rifiuto di partecipare alla festa torinese del Pd venuto ieri da Chiamparino, uno dei sindaci più autenticamente popolari del centrosinistra costretto (forse proprio per questo) a difendersi dal cannoneggiamento quotidiano del suo stesso partito?
La verità è che di questo passo Veltroni sarà ricordato come il primo e ultimo segretario del Partito democratico. Colui che si era trovato per le mani una delle poche innovazioni reali della politica italiana di quest'ultimo decennio e che ha invece contribuito – in concorso con altri – a seppellirne le fragili spoglie. Colui che invece di prendere atto del disastro e di convocare un congresso per discutere linea e leadership, come avviene in tutto il mondo democratico, ha scelto di tirare a campare affidandosi ai tempi lunghi della storia. Ma il Pd non può contare sulle virtù terapeutiche della dialettica ma solo su quel coraggio delle scelte che ad oggi sembra mancare del tutto dalla visione di coloro che si trovano ancora a dirigerlo.
Di Redazione (del 01/08/2008 @ 14:16:59, in Politica locale, linkato 253 volte)
Con la lettera che segue il Segretario Metropolitano Ezio casati comunica fra l’altro la composizione della Segreteria Metropolitana. Care democratiche e cari democratici,
anche per il segretario metropolitano del PD è giunto il momento delle tanto sospirate vacanze. Un momento di riposo, svago, per stare insieme ai propri familiari, incontrare amici, visitare luoghi incantevoli e riflettere. Le vacanze, insomma, per staccare un attimo la spina e ricaricarsi di energie nuove.
Prima di partire per le mie vacanze desidero comunicarvi, ancora una volta, la gioia per la fiducia che il Partito Democratico, coi suoi Circoli e i suoi iscritti futuri, mi hanno dato. In queste settimane di intenso lavoro abbiamo dialogato, riflettuto e costruito insieme un partito metropolitano all’altezza del compito e delle aspettative.
Così vi comunico i nomi delle persone che mi affiancheranno come componenti della Segreteria Metropolitana nell’intenso lavoro che ci aspetta. Si tratta di uomini e donne che sicuramente daranno un contributo importante, nei contenuti e nelle modalità di fare partito. Ecco i nomi della squadra:
Matteo Bianchi, Carlo Borghetti, Filippo Caputo, Teresa Cardona, Maria Rosa Carli, Arianna Censi, Cesare Cerea, Davide Corritore, Luisa Ghidini, Stefano Lampertico, Piera Landoni, Ettore Martinelli, Gabriele Messina, Ilaria Paratore, Carmela Rozza, Lucia Salvato, Augusto Schieppati.
Gran parte dei componenti della segreteria avranno compiti tematici, altri ruoli organizzativi, a tutti, compreso il segretario, il compito d’imprimere fiducia agli elettori, rilanciare la presenza dei Circoli, e fare di questo Partito Democratico metropolitano un luogo di reale democrazia, coerentemente attento ai bisogni dei cittadini e delle famiglie.
All’amico Armando Sandretti, esterno alla segreteria, conferisco l’incarico di stendere le “regole” per realizzare il progetto “Voce ai circoli di Milano città”. Membri di diritto, invitati permanenti nella segreteria metropolitana: il capogruppo PD a Palazzo Marino Pierfrancesco Majorino e il capogruppo PD alla Provincia di Milano Arianna Cavicchioli.
Desidero infine invitarvi, al rientro dalle vostre vacanze, alla Festa Democratica che si terrà al Palasharp di Milano a partire dal 28 agosto. Intitolata “L’Italia che farete” sarà la prima festa nazionale ad avere per tema il federalismo. Non quello inconcludente e falso declinato dai leghismi, ma il federalismo reale realizzato dal PD. Un federalismo attento alle esigenze reali della gente, realizzato con enormi sinergie dai comuni e dagli enti locali da noi amministrati. Alla prima Festa Democratica, io ci sarò, e vi aspetterò numerosi, lì potremo discutere, dibattere, approfondire temi, e conoscerci. Accompagnati da buoni piatti, concerti di livello, e dibattiti costruttivi lavoreremo insieme al Partito Democratico e all’Italia da fare.
Grazie ancora, un caro saluto e buone vacanze
Ezio Casati – segretario metropolitano PD
Pagine:
1
(p)Link
Commenti
Storico
Stampa












Feed RSS 0.91
Feed Atom 0.3