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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Redazione (del 28/09/2008 @ 11:38:30, in Politica nazionale, linkato 249 volte)
Andrea Bonzi
L'Unità, 27 settembre 2008
Primarie, sempre e comunque. Anche per i candidati alle Europee. Mentre si appresta a tornare nei Quartieri per illustrare quanto fatto dalla sua amministrazione, il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, manda un messaggio al Pd: non si ripeta «l'errore» delle ultime politiche, quando saltò la consultazione dell�elettorato per scegliere i candidati al Parlamento. Anche perché, essendo già previste nel Pd le primarie per i candidati ad amministrare Comuni e Province, nel 2009, si rischia di votare nello stesso election day «per candidati che hanno metodi di legittimazione diversi». E gli elettori potrebbero non capire.
Sindaco Cofferati, il 30 settembre lei torna nei Quartieri con una serie di incontri. L'aveva già fatto nel 2003, ma il clima è cambiato.
«Questa volta non sarà un giro, ma una serie di incontri. E non è campagna elettorale».
Allora cos'è?
«Ci eravamo presi l'impegno di fornire ai cittadini gli elementi di valutazione sul nostro operato, quando saremo stati in grado di avere un quadro sufficiente. Diremo quello che abbiamo fatto, che stiamo facendo e che faremo fino alla fine della consiliatura. Non c'è niente che parla del dopo. I dati saranno raccolti sul sito del Comune e saranno aggiornati ogni tre mesi: ogni cittadino potrà sapere cosa accade a Bologna in tempo reale».
Il segretario regionale del Pd, Salvatore Caronna, ha detto di non considerare scontata la vittoria a Bologna nel 2009.
«Non è questo il momento per fare il punto. Poco prima della campagna elettorale, quando avremo il quadro dei potenziali elettori, delle idee e delle proposte che siamo stati in grado di mettere in circolo, potremo valutare i problemi aperti, le difficoltà che rimangono».
Primarie. Sotto le Due Torri si è acceso il dibattito. L'impressione è che, però, più se ne parla e più si allontanano.
«Le primarie sono uno strumento utile. Poi ci sono delle regole, delle firme da raccogliere. Quello che posso fare, cioè firmare per il mio eventuale avversario, ho già detto di essere disponibile a farlo. Però le primarie non devono essere usate per predeterminare impegni successivi».
Sarebbe a dire?
«Dice bene il mio amico Luciano Vandelli: "Le primarie non siano il modo per mettere il cappello sulla sedia da assessore". Non devono servire neanche a fare correnti, sostituendosi al dibattito congressuale. Se restano nel loro alveo non verranno interpretate come elemento di divisione: più le porti fuori, più il rischio c'è».
Si parla anche di primarie di coalizione.
«In quel caso, è bene che tutti i partecipanti abbiano la stessa fonte di legittimazione: non sta in piedi che, da un lato, ci sia un candidato di un partito scelto dalle primarie e, dall'altro, individuato dal gruppo dirigente del corrispondente partito».
Insomma, la consultazione è utile sempre e comunque?
«Lo dico da tempo. Ho trovato un errore grave che non si siano fatte alle politiche. Sono stato il solo a dirlo allora, e mi pare di restare il solo a sostenere questa consultazione anche per le elezioni europee. Se si va a votare nello stesso giorno, rischi di avere dei candidati alle amministrativi positivamente coinvolti nelle dinamiche delle primarie, affiancati a candidati alle europee scelti non si sa bene come».
Il Pd litiga con i suoi amministratori in diverse parti d'Italia. A Bologna questo non accade, anzi c'è l'impressione che sia il sindaco a dare la linea al partito. È d'accordo?
«Qui fino ad oggi c'è stato un rapporto efficace: le istituzioni sono sempre state coinvolte dal partito e quest'ultimo è servito a volte da stimolo per le istituzioni. Io sono stato facilitato paradossalmente dalla semplificazione della giunta. Da quando i Verdi e il Prc sono usciti, l'approfondimento dei temi è stato meno contrastato».
Vuol dire che la pace con il Pd ha avuto come prezzo da pagare la perdita di una parte della coalizione?
«Lo ribadisco: se ne sono andati loro, non ho cacciato nessuno. Io ho solo mantenuto la barra dritta su temi come legalità e sicurezza. Nella prima verifica elettorale dopo la loro non condivisione non hanno raggiunto il quorum, non solo a livello nazionale, ma a Bologna».
Nel 2009 il Prc non la appoggerà. Successe anche nel '99, e la destra vinse.
«Allora c'era una profonda rottura del sentimento dei cittadini verso le forze politiche che li governavano. Al primo turno, la candidata aveva 7 punti di vantaggio sull�avversario. Rifondazione aveva il 5,4%. In due settimane questo delta si è azzerato e addirittura Guazzaloca è passato davanti. Cosa è successo? Non è il tema di oggi, ne riparleremo dopo le elezioni».
L'Unità, 27 settembre 2008
Primarie, sempre e comunque. Anche per i candidati alle Europee. Mentre si appresta a tornare nei Quartieri per illustrare quanto fatto dalla sua amministrazione, il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, manda un messaggio al Pd: non si ripeta «l'errore» delle ultime politiche, quando saltò la consultazione dell�elettorato per scegliere i candidati al Parlamento. Anche perché, essendo già previste nel Pd le primarie per i candidati ad amministrare Comuni e Province, nel 2009, si rischia di votare nello stesso election day «per candidati che hanno metodi di legittimazione diversi». E gli elettori potrebbero non capire.
Sindaco Cofferati, il 30 settembre lei torna nei Quartieri con una serie di incontri. L'aveva già fatto nel 2003, ma il clima è cambiato.
«Questa volta non sarà un giro, ma una serie di incontri. E non è campagna elettorale».
Allora cos'è?
«Ci eravamo presi l'impegno di fornire ai cittadini gli elementi di valutazione sul nostro operato, quando saremo stati in grado di avere un quadro sufficiente. Diremo quello che abbiamo fatto, che stiamo facendo e che faremo fino alla fine della consiliatura. Non c'è niente che parla del dopo. I dati saranno raccolti sul sito del Comune e saranno aggiornati ogni tre mesi: ogni cittadino potrà sapere cosa accade a Bologna in tempo reale».
Il segretario regionale del Pd, Salvatore Caronna, ha detto di non considerare scontata la vittoria a Bologna nel 2009.
«Non è questo il momento per fare il punto. Poco prima della campagna elettorale, quando avremo il quadro dei potenziali elettori, delle idee e delle proposte che siamo stati in grado di mettere in circolo, potremo valutare i problemi aperti, le difficoltà che rimangono».
Primarie. Sotto le Due Torri si è acceso il dibattito. L'impressione è che, però, più se ne parla e più si allontanano.
«Le primarie sono uno strumento utile. Poi ci sono delle regole, delle firme da raccogliere. Quello che posso fare, cioè firmare per il mio eventuale avversario, ho già detto di essere disponibile a farlo. Però le primarie non devono essere usate per predeterminare impegni successivi».
Sarebbe a dire?
«Dice bene il mio amico Luciano Vandelli: "Le primarie non siano il modo per mettere il cappello sulla sedia da assessore". Non devono servire neanche a fare correnti, sostituendosi al dibattito congressuale. Se restano nel loro alveo non verranno interpretate come elemento di divisione: più le porti fuori, più il rischio c'è».
Si parla anche di primarie di coalizione.
«In quel caso, è bene che tutti i partecipanti abbiano la stessa fonte di legittimazione: non sta in piedi che, da un lato, ci sia un candidato di un partito scelto dalle primarie e, dall'altro, individuato dal gruppo dirigente del corrispondente partito».
Insomma, la consultazione è utile sempre e comunque?
«Lo dico da tempo. Ho trovato un errore grave che non si siano fatte alle politiche. Sono stato il solo a dirlo allora, e mi pare di restare il solo a sostenere questa consultazione anche per le elezioni europee. Se si va a votare nello stesso giorno, rischi di avere dei candidati alle amministrativi positivamente coinvolti nelle dinamiche delle primarie, affiancati a candidati alle europee scelti non si sa bene come».
Il Pd litiga con i suoi amministratori in diverse parti d'Italia. A Bologna questo non accade, anzi c'è l'impressione che sia il sindaco a dare la linea al partito. È d'accordo?
«Qui fino ad oggi c'è stato un rapporto efficace: le istituzioni sono sempre state coinvolte dal partito e quest'ultimo è servito a volte da stimolo per le istituzioni. Io sono stato facilitato paradossalmente dalla semplificazione della giunta. Da quando i Verdi e il Prc sono usciti, l'approfondimento dei temi è stato meno contrastato».
Vuol dire che la pace con il Pd ha avuto come prezzo da pagare la perdita di una parte della coalizione?
«Lo ribadisco: se ne sono andati loro, non ho cacciato nessuno. Io ho solo mantenuto la barra dritta su temi come legalità e sicurezza. Nella prima verifica elettorale dopo la loro non condivisione non hanno raggiunto il quorum, non solo a livello nazionale, ma a Bologna».
Nel 2009 il Prc non la appoggerà. Successe anche nel '99, e la destra vinse.
«Allora c'era una profonda rottura del sentimento dei cittadini verso le forze politiche che li governavano. Al primo turno, la candidata aveva 7 punti di vantaggio sull�avversario. Rifondazione aveva il 5,4%. In due settimane questo delta si è azzerato e addirittura Guazzaloca è passato davanti. Cosa è successo? Non è il tema di oggi, ne riparleremo dopo le elezioni».
Di Redazione (del 24/09/2008 @ 16:31:39, in Politica locale, linkato 133 volte)
www.affaritaliani.it 23.09.2008
I giovani del Pd, con Pierfrancesco Maran in testa, scendono in campo per "il superamento" degli equilibri scaturiti dalle primarie del 14 ottobre. «Questo appello è nato dopo che i firmatari hanno avuto modo di confrontarsi con Armando Sandretti, incaricato dalla Segreteria PD, circa le regole per l'elezione della Direzione Provinciale. Ci è sembrato opportuno stendere una proposta che affronta, naturalmente, il tema delle regole, ma pone al centro la questione politica del superamento degli equilibri del 14 di ottobre, che garantiscono rendite di posizione nei fatti superate dagli eventi - spiegano i firmatari - Invitiamo tutti i membri di coordinamento di circolo a favorire la discussione relative a questo documento nel proprio circolo e a valutare adesioni di circolo o personali».
LA PROPOSTA - «I firmatari ritengono che le modalità per le elezione della Direzione Provinciale possano essere un'occasione importante per dare una salutare scossa al Partito nell'attuale fase.
Viviamo da ormai un anno sugli equilibri stantii fissati dalle primarie del 14 di ottobre, che però sono stati superati evidentemente nei fatti e che, dopo le elezioni politiche, non possono essere più considerati lo strumento di scelta del gruppo dirigente.
Per questo crediamo opportuno che la nuova direzione provinciale venga eletta direttamente dai membri dei coordinamenti di circolo, con l'aggiunta di quei costituenti nazionali e regionali che non fanno parte di coordinamenti di circolo, senza riservare quote a nomine derivate dagli equilibri del 14 ottobre.
Non si tratta solo di un problema di rappresentatività di quelle liste, ma ad oggi non vi è alcuna democraticità e trasparenza nelle scelte all'interno delle stesse liste.
Stiamo costruendo un partito nuovo. Dobbiamo quindi dare spazio, negli organismi dirigenti, a coloro che sono stati in grado di costruirsi un consenso nella base del Partito, anziché permettere che sistemi di cooptazione impediscano il ricambio sempre più indispensabile del gruppo dirigente».
LA DICHIARAZIONE DI LAFORGIA AD AFFARI
Appoggio pienamente il documento promosso dal consigliere Maran e da altri giovani del Pd.
Ad un anno dalle primarie non ha senso che gli organismi dirigenti siano scelti sulla base delle appartenenze alle vecchie liste delle primarie. Lo dice chi come me ha animato, insieme ad altri, la lista “Con Veltroni” che ha vinto a Milano. E che quindi potrebbe legittimamente avanzare non poche pretese sulla composizione della direzione provinciale. Invece quelle liste, quelle fratture non hanno più senso. Né i militanti né chi ci guarda dall’esterno riescono a comprenderne il significato.
Sono i circoli gli unici legittimati ad esprimere, dopo una discussione al loro interno, i membri dei futuri organismi dirigenti, sulla base di criteri di merito e di rinnovamento. Gli stessi circoli che in questi mesi hanno rappresentato la parte più viva e dinamica del partito, mentre i gruppi dirigenti sembravano storditi e indaffarati in litigi incomprensibili. Lo dico perché so, per esperienza diretta, cosa vuol dire lavorare in un circolo, dedicare tempo ed energie e poi vedere che le cose che fai non vengono valorizzate e tutto viene deciso altrove.
Aggiungo un’altra cosa. Abbiamo bisogno di ridare voce ai circoli e superare le liste perché ancora in questi giorni assistiamo alla nascita di associazioni, nazionali e locali, che rischiano di creare ulteriori divisioni in un momento in cui il Pd ha invece bisogno di essere unito, costruire un’ opposizione efficace e ripartire alla grande. Mi piacerebbe che finalmente tutti ci iscrivessimo alla sola grande associazione possibile, quella del Partito Democratico.
Francesco Laforgia, ricercatore universitario e relatore della Commissione Progetto Pd Lombardia
I giovani del Pd, con Pierfrancesco Maran in testa, scendono in campo per "il superamento" degli equilibri scaturiti dalle primarie del 14 ottobre. «Questo appello è nato dopo che i firmatari hanno avuto modo di confrontarsi con Armando Sandretti, incaricato dalla Segreteria PD, circa le regole per l'elezione della Direzione Provinciale. Ci è sembrato opportuno stendere una proposta che affronta, naturalmente, il tema delle regole, ma pone al centro la questione politica del superamento degli equilibri del 14 di ottobre, che garantiscono rendite di posizione nei fatti superate dagli eventi - spiegano i firmatari - Invitiamo tutti i membri di coordinamento di circolo a favorire la discussione relative a questo documento nel proprio circolo e a valutare adesioni di circolo o personali».
LA PROPOSTA - «I firmatari ritengono che le modalità per le elezione della Direzione Provinciale possano essere un'occasione importante per dare una salutare scossa al Partito nell'attuale fase.
Viviamo da ormai un anno sugli equilibri stantii fissati dalle primarie del 14 di ottobre, che però sono stati superati evidentemente nei fatti e che, dopo le elezioni politiche, non possono essere più considerati lo strumento di scelta del gruppo dirigente.
Per questo crediamo opportuno che la nuova direzione provinciale venga eletta direttamente dai membri dei coordinamenti di circolo, con l'aggiunta di quei costituenti nazionali e regionali che non fanno parte di coordinamenti di circolo, senza riservare quote a nomine derivate dagli equilibri del 14 ottobre.
Non si tratta solo di un problema di rappresentatività di quelle liste, ma ad oggi non vi è alcuna democraticità e trasparenza nelle scelte all'interno delle stesse liste.
Stiamo costruendo un partito nuovo. Dobbiamo quindi dare spazio, negli organismi dirigenti, a coloro che sono stati in grado di costruirsi un consenso nella base del Partito, anziché permettere che sistemi di cooptazione impediscano il ricambio sempre più indispensabile del gruppo dirigente».
LA DICHIARAZIONE DI LAFORGIA AD AFFARI
Appoggio pienamente il documento promosso dal consigliere Maran e da altri giovani del Pd.
Ad un anno dalle primarie non ha senso che gli organismi dirigenti siano scelti sulla base delle appartenenze alle vecchie liste delle primarie. Lo dice chi come me ha animato, insieme ad altri, la lista “Con Veltroni” che ha vinto a Milano. E che quindi potrebbe legittimamente avanzare non poche pretese sulla composizione della direzione provinciale. Invece quelle liste, quelle fratture non hanno più senso. Né i militanti né chi ci guarda dall’esterno riescono a comprenderne il significato.
Sono i circoli gli unici legittimati ad esprimere, dopo una discussione al loro interno, i membri dei futuri organismi dirigenti, sulla base di criteri di merito e di rinnovamento. Gli stessi circoli che in questi mesi hanno rappresentato la parte più viva e dinamica del partito, mentre i gruppi dirigenti sembravano storditi e indaffarati in litigi incomprensibili. Lo dico perché so, per esperienza diretta, cosa vuol dire lavorare in un circolo, dedicare tempo ed energie e poi vedere che le cose che fai non vengono valorizzate e tutto viene deciso altrove.
Aggiungo un’altra cosa. Abbiamo bisogno di ridare voce ai circoli e superare le liste perché ancora in questi giorni assistiamo alla nascita di associazioni, nazionali e locali, che rischiano di creare ulteriori divisioni in un momento in cui il Pd ha invece bisogno di essere unito, costruire un’ opposizione efficace e ripartire alla grande. Mi piacerebbe che finalmente tutti ci iscrivessimo alla sola grande associazione possibile, quella del Partito Democratico.
Francesco Laforgia, ricercatore universitario e relatore della Commissione Progetto Pd Lombardia
Di Redazione (del 06/09/2008 @ 06:00:11, in Politica locale, linkato 159 volte)
Di Daniele Riosa
Affaritaliani.it, 4 settembre 2008
Maurizio Martina è un fiume in piena. Il segretario regionale del Pd, in un'intervista a tutto campo ad Affaritaliani.it, parla dell'assemblea regionale che si terrà sabato alla Festa democratica e di Provinciali: «Vogliamo costruire in Lombardia un nuovo Centrosinistra allargato alle esperienze civiche che possono condividere con noi un programma di governo locale. Siamo inoltre interessati a capire con l'Udc se e come ci possono essere possibilità di collaborazione». E sulle paventate alleanze con la Lega, pur marcando le differenze, dice: «Col Carroccio ci può essere un confronto serrato sul federalismo». Il piano Alitalia? «In generale è un'operazione che indebolisce il sistema aeroportuale milanese. È scandaloso il silenzio sulla liberalizzazione dei diritti di volo».
Quale sarà il tema principale di cui parlerete durante l'assemblea regionale di sabato 6 settembre alla Festa democratica di Milano?
"L'assemblea si titolerà Lombardia chiama Europa: proprio perché abbiamo l'ambizione di costruire un lavoro che intrecci il locale al globale, anche perché le Amministrative si terranno in concomitanza con le Europee. L'assemblea sperimenterà un percorso di approfondimento nuovo".
Quale?
"A partire dalla mattinata di sabato ci saranno sette sessioni tematiche sui grandi temi di sviluppo della Lombardia. Sono le questioni sulle quali vogliamo rilanciare il dialogo col Centrodestra. Parleremo di meritocrazia con Roger Abravanel, di glocalismo e di Europa delle regioni con Piero Bassetti. Discuteremo di sviluppo locale con Fabio Terragni, presidente di Pedemontana, di Expo e Città metropolitana con Penati. Parleremo di ambiente come grande risorsa con il professor Marzio Galeotti e di società dell'immigrazione con la dottoressa Laura Zampini e infine di nuovo welfare locale con il presidente del Consorzio delle cooperative sociali Claudia Fiaschi. Chiuderemo questa parte di approfondimento con un confronto tra Goffredo Bettini, Massimo Cacciari e Mauro Ceruti sul Pd e alle sue prospettive. Sarà un'assemblea propedeutica al voto amministrativo visto che in primavera andranno alle urne mille dei 1.500 comuni delle Lombardia".
Il leader provinciale Ezio Casati ha chiuso le porte alla sinistra radicale e ha avviato trattative con l'Udc. Condivide questa strategia?
"Vogliamo costruire in Lombardia un nuovo Centrosinistra allargato alle esperienze civiche che possono condividere con noi un programma di governo locale. Verificheremo provincia per provincia la situazione e in ogni realtà dove abbiamo governato faremo un rendiconto del nostro operato. I nostri gruppi dirigenti e il Pd milanese devono partire da questa analisi per capire come si può riorganizzare la coalizione e quali nuovi rapporti si possono costruire nel Centrosinistra e vedere se ci sono le condizioni per allargare il campo. Da questo punto di vista il Pd è interessato a capire con l'Udc se e come ci possono essere possibilità di collaborazione. Non lo facciamo in termini astratti: lo faremo territorio per territorio, partendo dai programmi e dalle scelte dei candidati. E chiaro che a Milano si parte dalla forza e dalla credibilità del lavoro fatto da Penati e dal cuore della coalizione che lo ha sostenuto. Se c'è la possibilità di allargare il campo questo va assolutamente verificato".
Lei crede che nella stessa coalizione Prc e Udc possano convivere?
"Non mi pongo il tema dei confini della coalizione. Mi interessa la chiarezza dei programmi e delle scelte fondamentali. Se questo ci sarà, e non dubito che a Milano ciò possa avvenire, il resto verrà organizzato successivamente. Poi sarà il Pd milanese a valutare autonomamente il programma e i partiti coi quali attuarli".
Non pensa che la vittoria di Ferrero chiuda la porta ad un accordo tra Pd e Prc? "So che in Rifondazione si è aperto un dibattito. Ma il Pd deve fare la sua parte: innanzitutto intercettare le tante esperienze civiche della realtà milanese. Un elemento fondamentale che viene prima di ogni ragionamento astratto. Questa operazione è possibile farla anche attraverso la promozione di una lista del presidente come quella fatta da Penati. Una lista cioè che abbia la possibilità di raccogliere le tante esperienze che vogliono collaborare con Penati e col Pd. Dobbiamo fare delle scelte che ci differenzino dal romanocentrico Centrodestra che impone le candidature dall'alto. Il Pd deve fare l'opposto, partendo dal basso e dai territori. Questa sarà la nostra carta vincente".
Ci saranno le primarie?
"Si faranno nelle realtà comunali di una certa dimensione nelle quali i sindaci hanno già alle spalle dieci anni di mandato e non possono essere ricandidati. Nelle città dove il sindaco è al termine del primo mandato si lavorerà attorno al candidato raccogliendo le migliori energie dal basso con un’attenzione particolare al civismo diffuso nella realtà lombarda".
E' favorevole ad alleanze con la Lega?
"Noi siamo diversi e abbiamo opinioni diverse. Andiamo al confronto con tutte le forze politiche, Carroccio compreso, forti della nostra autonomia e della nostra capacità di iniziativa politica. Con la Lega ci può essere un confronto serrato sul federalismo. Continuo a pensare che le forze più vicine al territorio sono la Lega e il Pd e non il Pdl. Il tema del federalismo va rilanciato con forza. Non si tratta di fare accordi astratti, e di annullare le differenze che ci sono. Noi sfidiamo la Lega proprio sul federalismo. Senza l'apporto del Pd non si produce una politica federalista utile a tutto il Paese. Andiamo al confronto forti della nostra autonomia senza subalternità".
Questione Linate. Giusto ridimensionarlo per favorire Malpensa?
"La proposta che sta emergendo riduce le possibilità di Milano anziché aumentarle. Non c'è un investimento serio e rigoroso su Malpensa. Il Centrodestra ha predicato fino a ieri la necessità dell'hub di Malpensa, ma il piano Fenice non lo prevede e nessuno parla. In generale è un'operazione che indebolisce il sistema aeroportuale milanese. C'è un punto sul quale daremo battaglia fino in fondo anche con un'iniziativa forte nelle prossime settimane a partire dalla realtà di Varese e Milano che sono le più colpite".
Che cosa non le piace proprio?
"Il governo si è dimenticato completamente di aprire la questione della liberalizzazione dei diritti di volo. Siccome questa è la chiave di volta per Malpensa, è scandaloso che con questa operazione di Alitalia non si affronti questo tema e anzi si sospendono le norme anti-trust per la tratta Milano-Roma. Questo alla faccia del Centrodestra centralizzatore e di una politica di sostegno al cittadino lavoratore. È una vergogna".
Affaritaliani.it, 4 settembre 2008
Maurizio Martina è un fiume in piena. Il segretario regionale del Pd, in un'intervista a tutto campo ad Affaritaliani.it, parla dell'assemblea regionale che si terrà sabato alla Festa democratica e di Provinciali: «Vogliamo costruire in Lombardia un nuovo Centrosinistra allargato alle esperienze civiche che possono condividere con noi un programma di governo locale. Siamo inoltre interessati a capire con l'Udc se e come ci possono essere possibilità di collaborazione». E sulle paventate alleanze con la Lega, pur marcando le differenze, dice: «Col Carroccio ci può essere un confronto serrato sul federalismo». Il piano Alitalia? «In generale è un'operazione che indebolisce il sistema aeroportuale milanese. È scandaloso il silenzio sulla liberalizzazione dei diritti di volo».
Quale sarà il tema principale di cui parlerete durante l'assemblea regionale di sabato 6 settembre alla Festa democratica di Milano?
"L'assemblea si titolerà Lombardia chiama Europa: proprio perché abbiamo l'ambizione di costruire un lavoro che intrecci il locale al globale, anche perché le Amministrative si terranno in concomitanza con le Europee. L'assemblea sperimenterà un percorso di approfondimento nuovo".
Quale?
"A partire dalla mattinata di sabato ci saranno sette sessioni tematiche sui grandi temi di sviluppo della Lombardia. Sono le questioni sulle quali vogliamo rilanciare il dialogo col Centrodestra. Parleremo di meritocrazia con Roger Abravanel, di glocalismo e di Europa delle regioni con Piero Bassetti. Discuteremo di sviluppo locale con Fabio Terragni, presidente di Pedemontana, di Expo e Città metropolitana con Penati. Parleremo di ambiente come grande risorsa con il professor Marzio Galeotti e di società dell'immigrazione con la dottoressa Laura Zampini e infine di nuovo welfare locale con il presidente del Consorzio delle cooperative sociali Claudia Fiaschi. Chiuderemo questa parte di approfondimento con un confronto tra Goffredo Bettini, Massimo Cacciari e Mauro Ceruti sul Pd e alle sue prospettive. Sarà un'assemblea propedeutica al voto amministrativo visto che in primavera andranno alle urne mille dei 1.500 comuni delle Lombardia".
Il leader provinciale Ezio Casati ha chiuso le porte alla sinistra radicale e ha avviato trattative con l'Udc. Condivide questa strategia?
"Vogliamo costruire in Lombardia un nuovo Centrosinistra allargato alle esperienze civiche che possono condividere con noi un programma di governo locale. Verificheremo provincia per provincia la situazione e in ogni realtà dove abbiamo governato faremo un rendiconto del nostro operato. I nostri gruppi dirigenti e il Pd milanese devono partire da questa analisi per capire come si può riorganizzare la coalizione e quali nuovi rapporti si possono costruire nel Centrosinistra e vedere se ci sono le condizioni per allargare il campo. Da questo punto di vista il Pd è interessato a capire con l'Udc se e come ci possono essere possibilità di collaborazione. Non lo facciamo in termini astratti: lo faremo territorio per territorio, partendo dai programmi e dalle scelte dei candidati. E chiaro che a Milano si parte dalla forza e dalla credibilità del lavoro fatto da Penati e dal cuore della coalizione che lo ha sostenuto. Se c'è la possibilità di allargare il campo questo va assolutamente verificato".
Lei crede che nella stessa coalizione Prc e Udc possano convivere?
"Non mi pongo il tema dei confini della coalizione. Mi interessa la chiarezza dei programmi e delle scelte fondamentali. Se questo ci sarà, e non dubito che a Milano ciò possa avvenire, il resto verrà organizzato successivamente. Poi sarà il Pd milanese a valutare autonomamente il programma e i partiti coi quali attuarli".
Non pensa che la vittoria di Ferrero chiuda la porta ad un accordo tra Pd e Prc? "So che in Rifondazione si è aperto un dibattito. Ma il Pd deve fare la sua parte: innanzitutto intercettare le tante esperienze civiche della realtà milanese. Un elemento fondamentale che viene prima di ogni ragionamento astratto. Questa operazione è possibile farla anche attraverso la promozione di una lista del presidente come quella fatta da Penati. Una lista cioè che abbia la possibilità di raccogliere le tante esperienze che vogliono collaborare con Penati e col Pd. Dobbiamo fare delle scelte che ci differenzino dal romanocentrico Centrodestra che impone le candidature dall'alto. Il Pd deve fare l'opposto, partendo dal basso e dai territori. Questa sarà la nostra carta vincente".
Ci saranno le primarie?
"Si faranno nelle realtà comunali di una certa dimensione nelle quali i sindaci hanno già alle spalle dieci anni di mandato e non possono essere ricandidati. Nelle città dove il sindaco è al termine del primo mandato si lavorerà attorno al candidato raccogliendo le migliori energie dal basso con un’attenzione particolare al civismo diffuso nella realtà lombarda".
E' favorevole ad alleanze con la Lega?
"Noi siamo diversi e abbiamo opinioni diverse. Andiamo al confronto con tutte le forze politiche, Carroccio compreso, forti della nostra autonomia e della nostra capacità di iniziativa politica. Con la Lega ci può essere un confronto serrato sul federalismo. Continuo a pensare che le forze più vicine al territorio sono la Lega e il Pd e non il Pdl. Il tema del federalismo va rilanciato con forza. Non si tratta di fare accordi astratti, e di annullare le differenze che ci sono. Noi sfidiamo la Lega proprio sul federalismo. Senza l'apporto del Pd non si produce una politica federalista utile a tutto il Paese. Andiamo al confronto forti della nostra autonomia senza subalternità".
Questione Linate. Giusto ridimensionarlo per favorire Malpensa?
"La proposta che sta emergendo riduce le possibilità di Milano anziché aumentarle. Non c'è un investimento serio e rigoroso su Malpensa. Il Centrodestra ha predicato fino a ieri la necessità dell'hub di Malpensa, ma il piano Fenice non lo prevede e nessuno parla. In generale è un'operazione che indebolisce il sistema aeroportuale milanese. C'è un punto sul quale daremo battaglia fino in fondo anche con un'iniziativa forte nelle prossime settimane a partire dalla realtà di Varese e Milano che sono le più colpite".
Che cosa non le piace proprio?
"Il governo si è dimenticato completamente di aprire la questione della liberalizzazione dei diritti di volo. Siccome questa è la chiave di volta per Malpensa, è scandaloso che con questa operazione di Alitalia non si affronti questo tema e anzi si sospendono le norme anti-trust per la tratta Milano-Roma. Questo alla faccia del Centrodestra centralizzatore e di una politica di sostegno al cittadino lavoratore. È una vergogna".
Di Redazione (del 05/09/2008 @ 06:00:18, in Politica nazionale, linkato 174 volte)
Giovanni Bachelet
L’Unità, 4 settembre 2008
Alla tavola rotonda conclusiva della scuola estiva della Rosa Bianca (quella vera, fondata da Paolo Giuntella quasi trent’anni fa) un improbabile neodeputato del Pd, di fronte all’improbabile titolo «la politica come opera d’arte: fascino ed autenticità di una sinistra credibile», pensa fra sé: Prodi ha partecipato alla scuola ma si è limitato ad una (bella) lezione sull’Europa e sul mondo. Sul futuro del centrosinistra si sono rivolti a me (dalle stelle alle stalle). Siamo messi male.
Conferma l’impressione il moderatore Damilano, quando, dopo aver citato Moro, Ruffilli, Scoppola e Giuntella (dei quali si sente orfano come la quasi totalità dei presenti), spara la sua raffica di domande: la paura ha sostituito la fiducia in un mondo globale; l’opposizione non c’è e lascia a Famiglia Cristiana e a qualche prefetto o questore il compito di segnalare la fuoriuscita dai binari costituzionali; l’opinione pubblica non c’è più, come dice Moretti, oppure c’è ma è di destra. Come si recupera un rapporto con il sentimento degli elettori? Brutte domande, a un anno dalle primarie.
Le altre due interlocutrici della tavola rotonda - Maria Prodi, assessore dell’Umbria e Giovanna Capelli, preside e fino a qualche mese fa senatrice di Rifondazione - parlano di primarie taroccate, candidature sbagliate, impegni sull’equilibrio di genere ed altri aspetti del codice etico disattesi; di campagna elettorale suicida nella quale i meriti storici dei nostri governi vengono taciuti come vergogne; di catastrofe della sinistra, che, di fronte agli sputi leghisti sul pulmino dei bambini rom che vanno a scuola nell’hinterland milanese, risponde con sorridenti aperture sul federalismo.
Gli interventi del pubblico rincarano la dose e segnalano delusione per le promesse tradite e la rapidissima dissipazione del patrimonio di credibilità del Pd e della sinistra, dal welfare all’Alitalia, dall’obbligatorietà dell’azione penale alle intercettazioni, dove perfino un Maroni pare a volte più intransigente dei nostri. Gli interventi esprimono anche costernazione per l’impotente autoreferenzialità della sinistra cosiddetta radicale, maionese impazzita di mondi piccolissimi che appaiono ciascuno, come peraltro anche il grande Pd, di sé felice, immemore della colossale tranvata appena presa e/o inconsciente della valanga di danni che la somma di molte scelte suicide sta quotidianamente riversando sul Paese.
Già, danni immensi: mancano solo la guerra e lo stravolgimento della Costituzione di qualche anno fa. L’aveva ricordato Pedrazzi (con Gorrieri fondatore di un mitico quotidiano negli anni settanta) ai relatori della giornata economica: va bene la democrazia dal basso realizzata con la pressione democratica dei consumatori, il commercio equo e solidale, il microcredito, la banca etica; ma guai a sottovalutare l’azione governativa e parlamentare. Certo la politica ha effetti limitati (il non-appagamento di Moro, il rapporto possibile/impossibile di Scoppola citati in apertura da Marco Damilano) e la base di ogni progresso è educativa culturale sociale (molti partecipanti, Prodi in testa, si sono impegnati in politica abbastanza tardi, dopo una vita di ricerca industria educazione informazione amministrazione); ma disinteressarsi della politica resta una grave imprudenza.
Il neodeputato Pd guarda l’orologio e, vedendo che il suo intervento si avvicina, si chiede che cosa sottolineare nel tempo che gli è concesso. Forse, visto che molti organizzatori sono vecchi amici e nel pubblico la stragrande maggioranza è di elettori o fondatori del Pd (molti dei quali, alle primarie, hanno con ogni probabilità votato Rosy Bindi), potrà finalmente parlare senza peli sulla lingua del partito che ancora non c’è, né sul territorio né nelle istituzioni; dei circoli che, benché lasciati a se stessi dopo le primarie di ottobre, lavorano sodo sul territorio, ma rischiano, alla vigilia del primo tesseramento Pd di metà settembre, di restare senza sede, perché il partito non contribuisce più all’affitto, in barba al cospicuo rimborso elettorale; della cui destinazione, peraltro, nessuno sa nulla, in barba alla trasparenza finanziaria prevista dal codice etico approvato dal Pd. Potrebbe passare poi allo spappolamento del partito nelle istituzioni: a lui che è deputato, ad esempio, notizie e anticipazioni sui decreti di scuola e ricerca sono giunte nel corso dell’estate da amici o dai giornali, ma non dal Pd; in precedenza, sia sulla tattica parlamentare (quando fare ostruzionismo e quando no, per esempio), sia sulla formazione del nuovo governo ombra, nessuna consultazione o dibattito sono stati promossi, né nel gruppo parlamentare, né in qualche sottogruppo tematico, che sarebbe invece utile nel caso di provvedimenti specifici, dalla riforma del Csm all’energia nucleare, dalla maestra unica al voto di condotta. L’assenza di pubblico dibattito è un guaio anche per la comunicazione esterna: nel caso di Eluana, senza una pubblica elaborazione o rielaborazione della linea comune, la scelta del Pd di uscire dall’aula per non votare un’imbecillità propagandistica (verrà comunque respinta dalla Corte Costituzionale) è parsa invece, anche a molti dei nostri, un’esitazione dovuta a deficit di laicità. Clamoroso, infine, il voto per il bilancio della Camera a fine luglio: in mancanza di preventiva discussione, o almeno di un’indicazione da parte del capogruppo, su varie proposte di trasparenza negli stipendi dei parlamentari (suggerite dall’improbabile neodeputato nella prima riunione del gruppo parlamentare, e poi promosse in aula dai radicali, che ne fanno parte), il Pd ha votato in ordine sparso, mentre il centrodestra votava senza defezioni in favore del mantenimento dei privilegi, anche piccoli, dei deputati: è stata sprecata, cioè, un’occasione d’oro per mostrare che a favore della casta e di Roma ladrona sono compattamente schierati Lega e Pdl, ma non noi.
Alla fine, però, il neodeputato decide: resisterà alla tentazione e rinuncerà a questi ed altri motivati mugugni e sfoghi. Si è infatti accorto che in questa scuola estiva, quando si parla di Pd, tira un’aria peggiore del previsto: non un’aria battagliera degna dei gruppi “Puma” (i democratici che non volevano rassegnarsi alla sconfitta di Hillary, la sigla sta per Party Unity? My Ass!), ma semmai un’aria moscia moscia: le critiche e proposte di Parisi, per esempio, non le ha riprese nessuno; e non perché troppo radicali, bensì, purtroppo, perché il Pd è dato in blocco per perso; e del Pd, di qualunque sua componente, non frega più niente a nessuno. Non è astio o attrazione verso altri poli, no. Lo dice bene uno degli ultimi interventi: di fronte ad enormità come il lodo Alfano e il decreto fiscale avete rimandato all’autunno la battaglia, e nel frattempo non siete riusciti né a valorizzare l’opposizione con Di Pietro (sopravvissuto grazie al vostro apparentamento elettorale, che in Parlamento vota quasi sempre come voi), né a incantare Casini (che continua ad astenersi votando quasi sempre in modo diverso dal vostro), né a istituire qualche tavolo di consultazione con i pezzi della sinistra rimasti fuori dal Parlamento. Capiamo che siete in buona fede e avreste bisogno di noi, ma siamo stanchi, disillusi, sfiduciati: non ce la facciamo più a sperare, a combattere, ad aiutarvi.
Poiché questo è il clima perfino fra i nipotini di Scoppola e Giuntella, il neodeputato avverte: per cinque anni il Pd sarà il più grande partito di opposizione del Parlamento e, se non vogliamo tenerci Berlusconi per altri dieci, è vitale identificarne le potenzialità buone e farle crescere; è inutile lamentarsi come vecchie zitelle per le cose che non vanno, occorre lavorare alacremente per correggerne qualcuna, per rilanciare qualche idea portante e organizzarsi sul territorio. Chi poi, come molti partecipanti alla scuola, si è fregiato del nome di Democratici Davvero, deve anzitutto democraticamente ammettere che le primarie non sono state taroccate, ma semplicemente perse. Chi ha vinto ha il diritto e il dovere di guidare il partito; ed è abbastanza ovvio che strategie, tattiche e scelte di persone siano diverse, a volte antitetiche a quelle che opererebbe chi non l’ha votato.
È inoltre cosa buona giusta e laica riconoscere che molte scelte per il bene comune sono opinabili. Benché abbiano guidato il partito fino al punto in cui si trova ora, quelli che hanno impostato la campagna elettorale di Veltroni sono persone oneste e in gamba; alcune le conosciamo bene perché hanno fatto un lungo tratto di strada con noi: Ceccanti, Tonini, Vassallo per un verso, Roberto Della Seta per un altro. Occorre continuare a parlare forte e chiaro, anche se siamo minoranza e per ora nessuno ci dà retta; occorre persuadere loro e tutti gli altri che stanno sbagliando strada, e con loro scoprire e imboccare la strada giusta, quella di un partito democratico davvero, capace di suscitare nuova fiducia e partecipazione perché capace di distinguere credibilmente fra i molti punti sui quali è possibile e sensato trattare con gli avversari, e i pochi “principi non negoziabili” sui quali non si scherza: capace cioè di essere ed apparire un credibile partito di opposizione. Insomma ci vuole un congresso; per partecipare occorre iscriversi e prepararlo, discutere, ascoltare, proporre, votare. Un lavoro duro. Generosi tentativi di rinnovamento e non poche alchimie politiche del recente passato sono fallite perché è mancata la capacità - o la pazienza, o l’umiltà - di persuadere, raccogliere il consenso, attaccare manifesti, arrostire salsicce. Proviamoci.
Alla fine saremo, forse, ancora minoranza. Ma è il nostro partito. Per molti di noi è il primo ed unico partito al quale si potrebbero iscrivere: prima di darlo per perso, facciamo un ultimo sforzo.
Fine dell’intervento, e, incredibile a dirsi, nemmeno un fischio! anzi molti applausi. Forse per il Pd c’è ancora qualche speranza.
L’Unità, 4 settembre 2008
Alla tavola rotonda conclusiva della scuola estiva della Rosa Bianca (quella vera, fondata da Paolo Giuntella quasi trent’anni fa) un improbabile neodeputato del Pd, di fronte all’improbabile titolo «la politica come opera d’arte: fascino ed autenticità di una sinistra credibile», pensa fra sé: Prodi ha partecipato alla scuola ma si è limitato ad una (bella) lezione sull’Europa e sul mondo. Sul futuro del centrosinistra si sono rivolti a me (dalle stelle alle stalle). Siamo messi male.
Conferma l’impressione il moderatore Damilano, quando, dopo aver citato Moro, Ruffilli, Scoppola e Giuntella (dei quali si sente orfano come la quasi totalità dei presenti), spara la sua raffica di domande: la paura ha sostituito la fiducia in un mondo globale; l’opposizione non c’è e lascia a Famiglia Cristiana e a qualche prefetto o questore il compito di segnalare la fuoriuscita dai binari costituzionali; l’opinione pubblica non c’è più, come dice Moretti, oppure c’è ma è di destra. Come si recupera un rapporto con il sentimento degli elettori? Brutte domande, a un anno dalle primarie.
Le altre due interlocutrici della tavola rotonda - Maria Prodi, assessore dell’Umbria e Giovanna Capelli, preside e fino a qualche mese fa senatrice di Rifondazione - parlano di primarie taroccate, candidature sbagliate, impegni sull’equilibrio di genere ed altri aspetti del codice etico disattesi; di campagna elettorale suicida nella quale i meriti storici dei nostri governi vengono taciuti come vergogne; di catastrofe della sinistra, che, di fronte agli sputi leghisti sul pulmino dei bambini rom che vanno a scuola nell’hinterland milanese, risponde con sorridenti aperture sul federalismo.
Gli interventi del pubblico rincarano la dose e segnalano delusione per le promesse tradite e la rapidissima dissipazione del patrimonio di credibilità del Pd e della sinistra, dal welfare all’Alitalia, dall’obbligatorietà dell’azione penale alle intercettazioni, dove perfino un Maroni pare a volte più intransigente dei nostri. Gli interventi esprimono anche costernazione per l’impotente autoreferenzialità della sinistra cosiddetta radicale, maionese impazzita di mondi piccolissimi che appaiono ciascuno, come peraltro anche il grande Pd, di sé felice, immemore della colossale tranvata appena presa e/o inconsciente della valanga di danni che la somma di molte scelte suicide sta quotidianamente riversando sul Paese.
Già, danni immensi: mancano solo la guerra e lo stravolgimento della Costituzione di qualche anno fa. L’aveva ricordato Pedrazzi (con Gorrieri fondatore di un mitico quotidiano negli anni settanta) ai relatori della giornata economica: va bene la democrazia dal basso realizzata con la pressione democratica dei consumatori, il commercio equo e solidale, il microcredito, la banca etica; ma guai a sottovalutare l’azione governativa e parlamentare. Certo la politica ha effetti limitati (il non-appagamento di Moro, il rapporto possibile/impossibile di Scoppola citati in apertura da Marco Damilano) e la base di ogni progresso è educativa culturale sociale (molti partecipanti, Prodi in testa, si sono impegnati in politica abbastanza tardi, dopo una vita di ricerca industria educazione informazione amministrazione); ma disinteressarsi della politica resta una grave imprudenza.
Il neodeputato Pd guarda l’orologio e, vedendo che il suo intervento si avvicina, si chiede che cosa sottolineare nel tempo che gli è concesso. Forse, visto che molti organizzatori sono vecchi amici e nel pubblico la stragrande maggioranza è di elettori o fondatori del Pd (molti dei quali, alle primarie, hanno con ogni probabilità votato Rosy Bindi), potrà finalmente parlare senza peli sulla lingua del partito che ancora non c’è, né sul territorio né nelle istituzioni; dei circoli che, benché lasciati a se stessi dopo le primarie di ottobre, lavorano sodo sul territorio, ma rischiano, alla vigilia del primo tesseramento Pd di metà settembre, di restare senza sede, perché il partito non contribuisce più all’affitto, in barba al cospicuo rimborso elettorale; della cui destinazione, peraltro, nessuno sa nulla, in barba alla trasparenza finanziaria prevista dal codice etico approvato dal Pd. Potrebbe passare poi allo spappolamento del partito nelle istituzioni: a lui che è deputato, ad esempio, notizie e anticipazioni sui decreti di scuola e ricerca sono giunte nel corso dell’estate da amici o dai giornali, ma non dal Pd; in precedenza, sia sulla tattica parlamentare (quando fare ostruzionismo e quando no, per esempio), sia sulla formazione del nuovo governo ombra, nessuna consultazione o dibattito sono stati promossi, né nel gruppo parlamentare, né in qualche sottogruppo tematico, che sarebbe invece utile nel caso di provvedimenti specifici, dalla riforma del Csm all’energia nucleare, dalla maestra unica al voto di condotta. L’assenza di pubblico dibattito è un guaio anche per la comunicazione esterna: nel caso di Eluana, senza una pubblica elaborazione o rielaborazione della linea comune, la scelta del Pd di uscire dall’aula per non votare un’imbecillità propagandistica (verrà comunque respinta dalla Corte Costituzionale) è parsa invece, anche a molti dei nostri, un’esitazione dovuta a deficit di laicità. Clamoroso, infine, il voto per il bilancio della Camera a fine luglio: in mancanza di preventiva discussione, o almeno di un’indicazione da parte del capogruppo, su varie proposte di trasparenza negli stipendi dei parlamentari (suggerite dall’improbabile neodeputato nella prima riunione del gruppo parlamentare, e poi promosse in aula dai radicali, che ne fanno parte), il Pd ha votato in ordine sparso, mentre il centrodestra votava senza defezioni in favore del mantenimento dei privilegi, anche piccoli, dei deputati: è stata sprecata, cioè, un’occasione d’oro per mostrare che a favore della casta e di Roma ladrona sono compattamente schierati Lega e Pdl, ma non noi.
Alla fine, però, il neodeputato decide: resisterà alla tentazione e rinuncerà a questi ed altri motivati mugugni e sfoghi. Si è infatti accorto che in questa scuola estiva, quando si parla di Pd, tira un’aria peggiore del previsto: non un’aria battagliera degna dei gruppi “Puma” (i democratici che non volevano rassegnarsi alla sconfitta di Hillary, la sigla sta per Party Unity? My Ass!), ma semmai un’aria moscia moscia: le critiche e proposte di Parisi, per esempio, non le ha riprese nessuno; e non perché troppo radicali, bensì, purtroppo, perché il Pd è dato in blocco per perso; e del Pd, di qualunque sua componente, non frega più niente a nessuno. Non è astio o attrazione verso altri poli, no. Lo dice bene uno degli ultimi interventi: di fronte ad enormità come il lodo Alfano e il decreto fiscale avete rimandato all’autunno la battaglia, e nel frattempo non siete riusciti né a valorizzare l’opposizione con Di Pietro (sopravvissuto grazie al vostro apparentamento elettorale, che in Parlamento vota quasi sempre come voi), né a incantare Casini (che continua ad astenersi votando quasi sempre in modo diverso dal vostro), né a istituire qualche tavolo di consultazione con i pezzi della sinistra rimasti fuori dal Parlamento. Capiamo che siete in buona fede e avreste bisogno di noi, ma siamo stanchi, disillusi, sfiduciati: non ce la facciamo più a sperare, a combattere, ad aiutarvi.
Poiché questo è il clima perfino fra i nipotini di Scoppola e Giuntella, il neodeputato avverte: per cinque anni il Pd sarà il più grande partito di opposizione del Parlamento e, se non vogliamo tenerci Berlusconi per altri dieci, è vitale identificarne le potenzialità buone e farle crescere; è inutile lamentarsi come vecchie zitelle per le cose che non vanno, occorre lavorare alacremente per correggerne qualcuna, per rilanciare qualche idea portante e organizzarsi sul territorio. Chi poi, come molti partecipanti alla scuola, si è fregiato del nome di Democratici Davvero, deve anzitutto democraticamente ammettere che le primarie non sono state taroccate, ma semplicemente perse. Chi ha vinto ha il diritto e il dovere di guidare il partito; ed è abbastanza ovvio che strategie, tattiche e scelte di persone siano diverse, a volte antitetiche a quelle che opererebbe chi non l’ha votato.
È inoltre cosa buona giusta e laica riconoscere che molte scelte per il bene comune sono opinabili. Benché abbiano guidato il partito fino al punto in cui si trova ora, quelli che hanno impostato la campagna elettorale di Veltroni sono persone oneste e in gamba; alcune le conosciamo bene perché hanno fatto un lungo tratto di strada con noi: Ceccanti, Tonini, Vassallo per un verso, Roberto Della Seta per un altro. Occorre continuare a parlare forte e chiaro, anche se siamo minoranza e per ora nessuno ci dà retta; occorre persuadere loro e tutti gli altri che stanno sbagliando strada, e con loro scoprire e imboccare la strada giusta, quella di un partito democratico davvero, capace di suscitare nuova fiducia e partecipazione perché capace di distinguere credibilmente fra i molti punti sui quali è possibile e sensato trattare con gli avversari, e i pochi “principi non negoziabili” sui quali non si scherza: capace cioè di essere ed apparire un credibile partito di opposizione. Insomma ci vuole un congresso; per partecipare occorre iscriversi e prepararlo, discutere, ascoltare, proporre, votare. Un lavoro duro. Generosi tentativi di rinnovamento e non poche alchimie politiche del recente passato sono fallite perché è mancata la capacità - o la pazienza, o l’umiltà - di persuadere, raccogliere il consenso, attaccare manifesti, arrostire salsicce. Proviamoci.
Alla fine saremo, forse, ancora minoranza. Ma è il nostro partito. Per molti di noi è il primo ed unico partito al quale si potrebbero iscrivere: prima di darlo per perso, facciamo un ultimo sforzo.
Fine dell’intervento, e, incredibile a dirsi, nemmeno un fischio! anzi molti applausi. Forse per il Pd c’è ancora qualche speranza.
Di Redazione (del 02/09/2008 @ 19:04:40, in Politica locale, linkato 297 volte)
Il 6 settembre riprende la stagione politica del partito democratico lombardo con l'Assemblea regionale "Lombardia chiama Europa" che si terrà presso gli stand della festa democratica di Milano (area MM1 di Lampugnano).
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