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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Redazione (del 11/11/2008 @ 00:11:44, in Politica nazionale, linkato 156 volte)
Corriere della Sera, 10 novembre 2008Il presidente uscente Dellai ha ottenuto il 56,99%.
Il Pd primo partito con oltre il 21%. La Lega supera il Pdl
Il Pd primo partito con oltre il 21%. La Lega supera il Pdl
TRENTO - Per la terza volta consecutiva Lorenzo Dellai (centro-sinistra) ricoprirà la carica di presidente della giunta provinciale di Trento. Il responso delle urne non ha lasciato scampo al suo diretto contendente e agli altri aspiranti alla poltrona più importante della provincia autonoma. A Dellai, che si detto molto soddisfatto del risultato ma anche della grande affluenza registrata in questa tornata, è andato il 56,99% dei voti (165.046 preferenze); Sergio Divina (centro-destra) ha invece raccolto il 36.50% dei consensi (105.692 voti). Degli altri quattro candidati presidenti (scrutinate 527 sezioni su 527), Nerio Giovanazzi (a capo di due liste civiche) ha il 2,9% dei voti, Remo Andreolli (Democratici per il Trentino) l'1,95%, l'ex assessore provinciale alla Sanità, provinciale di Rifondazione, Agostino Catalano (1,16%) e Gianfranco Valduga (Comunisti italiani) lo 0,50%.
PARTITI: PD OLTRE IL 21% - Il Pd risulta essere il partito più votato in assoluto, con il 21,62% dei suffragi. Al secondo posto il partito dell'attuale governatore del Trentino, l'Upt (Unione per il Trentino) con il 17,92%. Al terzo posto la Lega Nord (14,07%), seguita da Pdl-Berlusconi per il Trentino (12,26%), Patt, Partito autonomista tirolese (8,52%), Civica Divina (4,32% ), Verdi e Democratici (2,77%), Italia dei valori (2,73%), Leali (2,35%), Autonomie valli unite (2,13%), Democratici del Trentino (1,96%), Amministrare il Trentino (1,62%), Pensionati (1,31%), Giovani per il Trentino (0,99%), La Sinistra (1,16%), Ual, gruppo ladino (1,17%), La Destra (0,6%), Fiamma Tricolore (0,6%), Comunisti italiani (0,5%), Inquilini case popolari (0,5%), Fassa (0,61%), Autonomisti popolari (0,29%).
UDC CON IL PD - Domenica il Trentino ha votato per il nuovo Consiglio provinciale della Provincia autonoma, composto da 35 consiglieri. L'Udc non ha potuto essere presente alle votazioni trentine poiché escluso dal Consiglio di Stato per vizio formale nell'ambito della presentazione delle liste, ma ha sostenuto Dellai e le liste a lui collegate, in particolare Pd e Margherita.
LE REAZIONI - E proprio da questa alleanza arrivano i commenti degli esponenti nazionali del Pd e dell'Udc. «Emergono due chiari risultati: una grande affermazione di Dellai, del centrosinistra riformista, del Pd, e una clamorosa sconfitta del Popolo delle libertà», ha dichiarato Walter Veltroni. Per il segretario del Partito democratico «i risultati delle elezioni confermano come anche nel nostro Paese il clima stia cambiando». Secondo Veltroni quello che arriva dalle procinciali in Trentino «è un dato che deve far riflettere e che si inserisce in un mutato clima politico e sociale dell'Italia nei confronti del governo Berlusconi». Francesco Rutelli ricorda come il Trentino abbia «anticipato negli anni passati la Margherita e promosso un autonomismo riformista e non populista. La strada per il futuro è un'alleanza di nuovo conio anche a livello nazionale». Enrico Letta, ministro del Welfare del governo ombra del Pd: «Il modello delle Provinciali in Trentino è l'unico con il quale possiamo vincere anche a livello nazionale». Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc: «I nostri elettori hanno votato massicciamente per Dellai. È la dimostrazione che con l'arroganza non si va lontano e che il centro fa vincere grazie alla sua politica responsabile e costruttiva». Cesa tuttavia assicura che il risultato a Trento non avrà ripercussioni a livello nazionale.
«SI VINCE SOLO CON BERLUSCONI» - Per il centrodestra una delle spiegazion più nette è quella che arriva da Umberto Bossi, secono cui «il popolo delle libertà funziona quando c'è Berlusconi. Quando non c'è lui in prima persona, quando non ci mette la sua faccia, è difficile che riesca a prendere voti». Interpellato dai cronisti a Palazzo Madama, dove sono in corso audizioni sul federalismo fiscale, Bossi ha aggiunto: «La lega è una forza di popolo, siamo nati senza soldi e cresciuti tra la gente. È per questo che non perdiamo mai. Anche in queste elezioni, abbiamo vinto a Bolzano e raddoppiato i nostri consiglieri nelle altre province. A Trento il comune non reggerà senza la Lega». Meno tranchant il giudizio di Ignazio La Russa, reggente di An: «Bisognerà riflettere su questa difficoltà del Pdl di non avere nelle elezioni amministrative gli stessi risultati che otteniamo solitamente alle politiche». «La buona collaborazione con il governatore trentino Dellai proseguirà anche in futuro», ha detto il governatore altoatesino Luis Durnwalder (Svp). Secondo l'eurodeputato leghista Mario Borghezio «è un segnale indicativo per il Pdl, certo non per la Lega. Bisognerà che tutte le forze del Popolo della libertà ci ragionino e ne facciano tesoro».
Di Redazione (del 01/11/2008 @ 09:32:40, in Politica nazionale, linkato 217 volte)
Di Massimo GianniniRepubblica, 31 ottobre 2008
ROMA - «La protesta di massa sulla scuola, la drammatica crisi economica che attanaglia famiglie e imprese. Ormai è evidente: l'idillio tra Berlusconi e l'Italia si sta incrinando e la vicenda della legge elettorale europea, di cui apprezziamo il ritiro, non è solo il risultato della fermezza dell'opposizione ma anche di difficoltà interne alla maggioranza. Di qui dobbiamo partire per rifondare un nuovo centrosinistra, che rappresenti agli occhi dei cittadini un' alternativa vera e credibile per il futuro governo del Paese». Ammainate le bandiere della grande manifestazione del 25 ottobre, Massimo D'Alema scende in campo e suona la carica al Partito democratico e a Veltroni. «Adesso - dice l'ex premier ed ex ministro degli Esteri - bisogna lavorare per costruire intorno al Pd una vasta coalizione democratica, e che ci permetta di alzare il nostro profilo riformista, di dialogare con tutte le opposizioni, di parlare ai ceti moderati che hanno votato Berlusconi, e che ora capiscono la sua palese inadeguatezza».
Onorevole D' Alema, non è che state scommettendo un po' troppo su questa «fine della luna di miele» tra il Cavaliere e gli italiani?
«Nessuna illusione. Ma non possiamo non vedere quello che sta succedendo. L'Italia attraversa una crisi senza precedenti, che sarà di lungo periodo. Si è ormai dissolta l'idea che Berlusconi vivesse una sorta di “luna di miele permanente” con il Paese. Stanno esplodendo i primi, seri problemi nel rapporto tra il governo e i cittadini. Sta crollando come un castello di carta la straordinaria “fiction” costruita dal governo in questi mesi. Ci sono problemi enormi, il governo li ha gravemente sottovalutati e oggi dimostra di non avere la forza per affrontarli con la necessaria radicalità».
In realtà, l'unico serio «problema nel rapporto tra il governo e i cittadini», come lo chiama lei, riguarda la scuola.
«E le pare una cosa da poco? Quello che sta accadendo sulla scuola merita una grandissima attenzione. Un insegnate mi faceva notare una cosa molto giusta: mentre nel '77 in prima fila c'era la parte meno qualificata del corpo studentesco, oggi in testa ai cortei ci sono i primi della classe, che non vedono più una prospettiva per il futuro. Perché questo succede: se tagli gli investimenti nelle università, blocchi il turn over e cacci i ricercatori, rubi il futuro agli studenti più bravi e più capaci. Ora, io penso che l'opposizione debba rispettare e non strumentalizzare i fatti. Ma gli scontri dell'altro ieri a Roma mi hanno enormemente allarmato. Ci sono aspetti che devono essere chiariti e che riguardano anche la condotta della polizia: il centro era tutto bloccato alla circolazione, per chiunque, eppure un furgoncino carico di mazze è potuto arrivare fino a Piazza Navona, dove ha scaricato la sua “merce”, e dove un gruppo di squadristi ha atteso il corteo degli studenti. Com' è possibile?».
Comunque sulla scuola chi è senza peccato scagli la prima pietra.
«È evidente, ma da questa crisi non si esce con le scelte primitive della destra. Giusto colpire gli sprechi e i privilegi, ma per farlo non si possono prosciugare le risorse di tutta la scuola. Giusto colpire gli abusi al diritto di assistenza dei disabili, ma per farlo non si può eliminare il diritto. Giusto colpire i casi di “baronato” e i corsi universitari con un solo studente, ma per farlo non si può tagliare 1 miliardo di euro a tutta l'università. L'autonomia non è arbitrio. E il fatto che non ci siano i soldi è una scusa. Le scelte compiute dal governo su Alitalia alla fine costeranno 2 miliardi ai contribuenti. La soppressione dell'Ici per i più abbienti è costata 3,5 miliardi. Quei soldi c'erano. Il problema è che sono stati usati per effettuare una politica redistributiva a favore della parte più ricca del Paese. Quindi il governo non è stato costretto a tagliare: ha fatto una scelta, ben precisa. Ed è una scelta di destra che il Paese mostra di non gradire».
Lei ha qualche dubbio sul referendum contro la legge Gelmini. Perchè?
«Non è questione di dubbi. Penso che il referendum è uno strumento monco e improprio, perché i tagli alla scuola approvati in Finanziaria non sono materia da referendum, e le norme della Gelmini, se e quando il referendum si facesse, cioè all'incirca nel 2010, avranno già prodotto i loro effetti. Quindi io dico: raccogliamo pure le firme, ma impegniamoci davvero, qui ed ora, per costringere il governo a un cambiamento di rotta».
Quali altri segnali vede, di questa incrinatura tra il governo e il Paese?
«C'è il profondo malessere che sta crescendo dentro la stessa maggioranza sulla riforma delle legge elettorale per le europee. Su questo abbiamo fatto una riunione con tutti i gruppi parlamentari. Ebbene, oltre a una convergenza sul tema specifico, è emersa la preoccupazione condivisa sulla visione della democrazia di questa maggioranza: questa idea oligarchica, presidenzialista e plebiscitaria del potere, indebolisce la democrazia e produce solo una parvenza di decisionismo».
Ma la denuncia di questa situazione, e tutti i no che ne derivano, basta a voi dell'opposizione per mettervi l'anima in pace?
«No, non basta. E qui veniamo al cuore del problema. Questa crisi, drammatica, non è solo della maggioranza, è del Paese. E questo da un lato getta le basi per una prospettiva politica nuova, dall'altro lato carica l'opposizione di una grande responsabilità. Dobbiamo alzare nettamente il nostro profilo riformista. Dobbiamo ridefinire il progetto politico dell'opposizione, e aprire una fase nuova che ci consenta di creare un campo di forze per l'alternativa. E non sto parlando di nomenklatura, ma di pezzi della società italiana, di ceti moderati, di classi dirigenti, che devono tornare a guardare a noi come a un nuovo centrosinistra di progetto e di governo, che non riproduca i limiti e gli errori del passato. La costruzione di questa coalizione va di pari passo con la nostra capacità di parlare al Paese, che non è solo quello che scende in piazza».
La vostra piazza del 25 ottobre non doveva servire proprio a questo?
«È stata una piazza molto bella, soprattutto perché è stata festosa. Tuttavia, dopo il grande sforzo comune di quella manifestazione, mi piacerebbe adesso che l'insieme del gruppo dirigente fosse coinvolto in una riflessione per il rilancio della nostra prospettiva. Capisco l'appello di Veltroni all'unità, ma è innanzitutto da lui che deve venire l'iniziativa per favorirla e renderla efficace. Siamo in uno scenario che sta cambiando profondamente. Siamo passati dall'illusione di una partnership con Berlusconi per fare le riforme (quello che Ferrara sul Foglio sintetizzava con l' espressione “Caw”), ad una aspra conflittualità, di cui innanzitutto il premier porta la responsabilità. Ora, però, è molto importante dare anche forza propositiva alla nostra iniziativa e rilanciare la capacità di dialogare con l'intera società italiana».
Partiamo dall' opposizione. Il suo ragionamento implica che, a partire da Di Pietro, vadano ridiscusse le alleanze. È così?
«Prima ancora di questo occorre mettere a fuoco un nuovo progetto riformista e riformatore per l'Italia, sul quale cercare il massimo dei consensi possibili, e non solo nell'opposizione. I temi non mancano: dai meccanismi per il voto europeo al federalismo, dal referendum sulla legge elettorale al Mezzogiorno. Insomma, anziché una inutile discussione tra di noi se si debba guardare a destra o a sinistra, ciò che dobbiamo fare è accrescere la nostra capacità di attrazione, a partire dal nostro progetto riformista e dall'iniziativa politica che mettiamo in campo. L' obiettivo, certamente, è quello di allargare il campo delle alleanze».
E cosa intende quando parla di riflessione sul Pd e sulla sua organizzazione interna? Siamo di nuovo alla diarchia conflittuale D'Alema-Veltroni?
«No, nessuna diarchia e nessun conflitto. Ma per il Pd il problema non pienamente risolto continua ad essere quello della piena valorizzazione delle sue risorse. Andiamo verso la conferenza programmatica, e quello sarà un momento di verifica importante proprio per marcare il nostro profilo riformista. Questo richiederebbe il contributo di tutti, perché in caso contrario è inevitabile che le forze si disperdano. Se non è il partito a chiamare ed impegnare tutti, non ci si può lamentare se nascono fondazioni, associazioni, e iniziative di vario segno».
La sua Red come la vogliamo giudicare?
«Io mi occupo della Fondazione Italianieuropei. Red è un' associazione che ci aiuta a sviluppare i nostri progetti, e sta coinvolgendo molte persone anche fuori dal Pd. Non c'è nulla di anormale in questo. È sbagliata l'immagine di un partito che si identifica in un principe buono, minacciato da un gruppo di pericolosi oligarchi cattivi».
E questa idea chi la mette in giro, se non tutti voi messi insieme?
«Io non mi riconosco tra i diffusori di questa immagine. Veltroni è il leader del Pd. Come sa io non ho incarichi e non ne cerco. Sono uno dei pochi che ha lasciato incarichi per favorire il rinnovamento. Ma in questo partito c' è un gruppo dirigente formato da molte personalità, e non da oligarchi cattivi. Questo gruppo dirigente è anche una garanzia del rapporto tra il Pd e il Paese. Mettere al lavoro queste persone, vecchie e giovani, non indebolisce Veltroni, ma al contrario lo rafforza».
E il congresso straordinario che fine ha fatto? Ormai si farà dopo le europee.
«Non ho mai chiesto che si tenesse un congresso straordinario. Il congresso com'è previsto dallo statuto, si terrà dopo le europee».
Comunque di tempo ne avete. Il Cavaliere vi consiglia un riposo di 5 anni.
«Berlusconi non ha molto da ironizzare. I sondaggi dicono che le difficoltà della maggioranza sono serie, il governo ha perso 18 punti. Ma la fine dell'idillio non si traduce in un travaso di consensi dalla maggioranza all'opposizione. Quando un Paese non ha fiducia né nel governo, né nell'opposizione significa che c'è il rischio di una democrazia più debole. Anche per questo è urgente rilanciare non solo la nostra battaglia di opposizione, ma il nostro progetto politico. Il partito del centrosinistra riformista è nato per questo».
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