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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Redazione (del 29/12/2008 @ 06:00:43, in Politica nazionale, linkato 144 volte)
Virginia Piccolillo
Corriere della Sera 22 dicembre 2008
ROMA — Cautela o aperta ostilità. Non piace in An l’idea del premier Silvio Berlusconi di vietare le intercettazioni nei reati della pubblica amministrazione. Si attende un chiarimento in una serie di incontri che si terranno prima di Capodanno. Il primo, forse oggi stesso, tra i ministri di giustizia, Interno e Difesa: il forzista Alfano, il leghista Maroni e, per An, La Russa. Ma la linea comune di An è tracciata: sì a ridurre le intercettazioni sui giornali ma non nei processi.
La Russa resta sul generico: «Sul pacchetto giustizia c’è il nostro “sì“ di massima. Nel merito discuteremo». Cauto anche il collega Ronchi: «Il capo dello Stato ha chiesto di intervenire sulla giustizia. Ma o si fa bene o è meglio non farlo». Va al punto Giulia Bongiorno, penalista, presidente della commissione Giustizia alla Camera: «Sono stragarantista ma cancellare le intercettazioni può significare garantire a corrotti e corruttori l’impunità. Se non ti devi nemmeno più alzare per consumare un reato sei oggettivamente agevolato nel commetterlo. E non si può colorare di consuetudine un reato e giustificarlo dicendo che ormai “è prassi”. Il precedente qui non giustifica, allarma». «In più il limite è eludibile dal magistrato che può direttamente ipotizzare un reato più grave. Gli eccessi vanno richiamati ma dal Csm». La linea è la stessa contenuta nel disegno di legge sulle intercettazioni, del quale la Bongiorno è relatrice, in dirittura di arrivo in commissione, ma rimesso improvvisamente in dubbio dal premier che sabato scorso ha annunciato restrizioni facendo presagire emendamenti in arrivo.
Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno per An, in attesa del testo definitivo, evidenzia: «Il dibattito è spostato su quali reati escludere piuttosto che sui filtri da porre contro gli abusi: portare da uno a tre i giudici che autorizzano le intercettazioni, farle motivare meglio, far sì che l’intercettazione sia un indizio e non l’avvio di una indagine ». «Sulla questione più generale — fa notare Mantovano — non bisogna fare i candidi: la corruzione non è scomparsa. E pensare a una regia unica nelle indagini che la fanno emergere mi sembra errato. Dobbiamo rivedere i meccanismi delle gare di appalto e i rapporti delle amministrazioni con le multiservizio».
Frena anche Maurizio Gasparri: «Pronti al confronto sugli abusi, sulla tempistica delle intercettazioni prorogate all’infinito e sulla loro pubblicazione da stroncare. Ma l’ipotesi di usarle solo per mafia e terrorismo mi pare difficile. Ne discuteremo, ma non vedo la fretta di trovare una soluzione entro Capodanno ».
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Di Redazione (del 28/12/2008 @ 15:07:29, in Politica locale, linkato 129 volte)
Paola D’ Amico
Corriere della SERA 20 dicembre 2008
Via alla variante dei confini del Parco agricolo Sud. L’ assemblea dei sindaci approva quasi unanime la delibera proposta dal direttivo del Parco la scorsa settimana (contrari solo i comuni di Pieve Emanuele, Opera, Cisliano e Pioltello). Ma boccia coralmente l’ipotesi di insediare il nuovo termovalorizzatore dentro al Parco. Due decisioni bipartisan, da amministrazioni di centrodestra e centrosinistra.
Ora la delibera, che in sostanza dà via libera alla realizzazione di infrastrutture in circa 500 ettari di verde, dovrà passare in commissione ambiente, in giunta provinciale e in consiglio.
L’assessore all’Ambiente della Provincia e presidente del Parco agricolo Sud ha precisato all’assemblea «la necessità di dare una svolta dopo vent’anni di rigidità vincolistica per andare a correggere i confini in base alle nuove esigenze manifestate dai territori». Compatti anche nel sottoscrivere una raccomandazione «di tutela del territorio, in quanto il Parco è un bene non inesauribile e come tale da valorizzare» i sindaci che ieri rappresentavano i 61 comuni interessati dagli ambiti del parco.
L’incontro si è tenuto alla Cascina Grande di Rozzano. Durissima anche la presa di posizione sul termovalorizzatore, solidale con l’emendamento presentato dal sindaco di Pieve Emanuele.
Il parco Sud ha un’estensione di 470 chilometri quadrati e in otto anni, dal 2000 al 2008 ben 35 comuni avevano chiesto modifiche ai confini. In base alla delibera, i Comuni, indistintamente, potranno usare a fini edificabili l’ 1,5% del territorio comunale ricompreso nel Parco.
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Di Redazione (del 27/12/2008 @ 15:11:54, in Politica nazionale, linkato 218 volte)
di Carlo Federico Grosso
La Stampa, 27 dicembre 2008
Catanzaro, Salerno, Pescara: tre pagine poco esaltanti di esercizio del potere giudiziario, tre Procure che, con modalità diverse, hanno reso un servizio pessimo all’immagine dell’ordine giudiziario. Poiché non si tratta di casi isolati di scarsa avvedutezza, un problema «magistratura» nel nostro Paese indubbiamente esiste. Si tratta di stabilire come affrontarlo.

Da tempo una parte della politica sta affilando le armi contro i magistrati poiché, sostiene, occorre riequilibrare i rapporti di potere fra giustizia e politica, sbilanciati a favore della prima. È ora di farla finita, si precisa, con una magistratura senza controlli, in grado d’interferire pesantemente sulla politica e capace di fare e disfare amministrazioni e governi con il gioco delle inchieste giudiziarie. È accaduto ai tempi di Mani pulite, ora basta. Quest’idea affiora oggi, talvolta, anche tra le file della sinistra. Non si tratta, ancora, di linee politiche ufficiali. Tutt’altro: ufficialmente a sinistra si nega e si rifiuta. Il rischio, peraltro, è che in un quadro politico contraddistinto da una maggioranza apparentemente granitica e da una minoranza divisa e disorientata, la prospettiva di un’ampia impunità degli atti politici attraverso il parziale controllo di indagini e indagatori possa fare improvvisamente breccia e trovare il suo sbocco in una sorta di autoassoluzione collettiva.

La posta in gioco è rilevante. Sono in discussione le fondamenta dello Stato di diritto, la divisione dei poteri, l’eguaglianza dei cittadini. Essa appare, d’altronde, tanto più rilevante ove si consideri che, contemporaneamente, si vocifera di modificazioni dei regolamenti parlamentari o di riforme costituzionali destinate a rafforzare l’esecutivo rispetto a un Parlamento giudicato un intralcio per un’efficiente azione di governo. Già oggi, d’altronde, attraverso l’impiego ripetuto del voto di fiducia, l’esecutivo cerca di troncare il dibattito parlamentare eludendo la normale dialettica con l’opposizione, mentre soltanto la resistenza del Presidente della Repubblica evita che la decretazione d’urgenza diventi strumento sistematico di produzione legislativa. Qualcuno, giorni fa, ha parlato di tenace ricerca di un potere sostanzialmente unico, del governo e del suo capo.

Ma torniamo al tema giustizia. C’è un nodo fondamentale attorno al quale occorre riflettere: che il politico, come ogni altro cittadino, deve essere soggetto alla legge e non può godere di odiosi privilegi. Un ministro che ruba, un presidente di Regione che prevarica, un sindaco che accetta indebitamente denaro deve essere punito, come deve essere punito chi scippa, rapina, violenta. Anzi, se una ruberia è commessa da un eletto, la giustizia dovrebbe essere inflessibile, in quanto l’autore ha tradito la fiducia che gli è stata riconosciuta con il voto.

In questa prospettiva, parlare di riequilibrio dei poteri tra politica e magistratura, di conseguente limitazione delle indagini nei confronti degli eletti, di selezione politica dei reati annualmente perseguibili, di sottrazione ai pubblici ministeri del controllo della polizia, di limitazione nell’uso di strumenti fondamentali come le intercettazioni in materia di reati contro la pubblica amministrazione è del tutto privo di senso. In realtà, occorrerebbe rivedere la stessa disciplina dell’autorizzazione alle misure cautelari nei confronti dei parlamentari, che una prassi lassista tende a dilatare rispetto ai limiti stabiliti del fumus persecutionis.

Per altro verso, occorre invece reprimere gli arbitrii, gli eccessi, gli errori, le arroganze dei magistrati. Non è tollerabile che l’incapacità, l’inadeguatezza, la scarsa avvedutezza di qualcuno, la sua sicumera, la ricerca di visibilità, magari la stupidità, consentano eventuali aperture improprie di indagini penali, una loro prosecuzione non giustificata, iniziative improvvide sul terreno cautelare. Questo problema non concerne tuttavia, specificamente, il rapporto fra giustizia e politica; interessa tutti i cittadini, che, appunto tutti, hanno il diritto di non essere trascinati in procedimenti penali avventati, in giudizi non sufficientemente ponderati, in iniziative esorbitanti.

Ecco, allora, l’indubbia necessità di un intervento riequilibratore. Esso non deve essere, tuttavia, riequilibrio fra giustizia e politica, bensì fra esercizio del potere giudiziario e diritto di tutti i cittadini a una valutazione giudiziaria seria e serena. Esso non può, per altro verso, incidere sul contenuto del controllo di legalità, che in uno Stato bene ordinato deve essere libero e indipendente, ma riguardare la verifica di correttezza dell’attività di pubblici ministeri e giudici e la conseguente attività disciplinare. Su questo piano il Parlamento dovrebbe essere finalmente drastico. Nuova disciplina dell’accesso in magistratura, serie valutazioni attitudinali, controlli periodici, magari a campione ma penetranti, riorganizzazione manageriale degli uffici e della loro dirigenza, monitoraggio sull’attività compiuta da ciascun magistrato dell’ufficio, inflessibilità nella repressione disciplinare degli abusi, delle inerzie, degli errori. Tutto ciò che oggi non avviene, o che avviene poco o malamente, ma che, a garanzia di tutti i cittadini, dovrebbe invece inflessibilmente accadere.
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Di Redazione (del 26/12/2008 @ 09:15:52, in Politica nazionale, linkato 102 volte)
LUCA RICOLFI
La Stampa, 22 dicembre 2008
Ormai la tendenza degli italiani è piuttosto chiara: se domani si tornasse a votare, l’unico partito che potrebbe sfidare il Popolo della Libertà di Berlusconi è il partito del non voto. È già oggi così in Piemonte, dove un recente sondaggio di «Contacta» per La Stampa ha rivelato che astensionisti e indecisi sono più numerosi di quanti intendono votare Pdl.

È già così in Abruzzo dove le elezioni regionali hanno consegnato poco meno di 300 mila voti al candidato del centro-destra, mentre gli astensionisti sono stati quasi 600 mila.

Se queste tendenze dell’opinione pubblica dovessero consolidarsi, e l’offerta politica dovesse restare quella di oggi, nel giro di breve tempo potremmo assistere a uno scenario surreale: un partito maggioritario ma privo di rappresentanza parlamentare, costituito dagli italiani che non scelgono alcun partito; un partito sistematicamente vincente, il Pdl, che però rappresenta meno del 30% degli italiani; un partito sistematicamente perdente, il Pd, che rappresenta a stento il 20% degli italiani; e infine un branco di partiti inseguitori o concorrenti, nessuno dei quali capace di rappresentare più del 10% dell’elettorato.

Quando ci si domanda perché stiamo arrivando a questo punto, la risposta che ascoltiamo più di frequente è che gli italiani hanno ormai perso ogni fiducia nel ceto politico e sono disgustati dal periodico riemergere della questione morale. Soprattutto a sinistra, si tende ad autoflagellarsi, e si imputa a Veltroni di non aver saputo garantire quel rinnovamento che con tanta enfasi era stato promesso. Tutto vero e tutto giusto, naturalmente. Però, se vogliamo capire quel che sta succedendo, forse è il caso di osservare più da vicino la dinamica elettorale recente. Il crollo dei consensi a sinistra non è avvenuto adesso, con la sconfitta in Abruzzo, ma otto mesi fa, con le elezioni politiche di aprile. È lì che il messaggio del centro-sinistra ha fatto cilecca, anche se non è facile stabilire perché (eccessiva continuità con Prodi? Candidature calate dall’alto? Troppi inquisiti nelle liste?). La controprova è che domenica scorsa, in Abruzzo, la sinistra nel suo insieme è andata avanti rispetto al livello delle politiche di aprile (come percentuale di voti validi), e questo nonostante l’arresto del governatore uscente Del Turco (targato Pd) e l’esplodere di ogni sorta di scandali in regioni governate dalla sinistra come la Toscana, la Campania, la Calabria.

Più che punire la sinistra, il voto abruzzese sembra avere punito il partito di Veltroni e premiato tutte le liste satelliti, dall’Italia dei Valori all’estrema sinistra, cresciute non solo rispetto alle Politiche del 2008 ma anche rispetto alle Regionali del 2005. Corrispondentemente, il peso del Pd sull’insieme della sinistra è sceso sotto il 42%, contro il 73% delle Politiche (2008) e il 62% delle Regionali (2005). L’impressione di una avanzata della destra, dunque, è frutto di un’illusione prospettica, dovuta al fatto che si guarda solo alla variazione 2005-2008 (Regionali su Regionali), senza riflettere sul crollo del numero assoluto di consensi avvenuto fra aprile e dicembre di quest’anno, ma soprattutto sul fatto che tale crollo è stato ancora più drammatico a destra che a sinistra, nonostante gli ultimi scandali abbiano colpito quasi esclusivamente la sinistra.

In breve, la mia impressione è che la questione morale, in quanto riemersa soprattutto a carico del Pd, ha per ora l’effetto di occultare una crisi di consenso che riguarda anche la destra. Il ritiro della partecipazione elettorale, annunciato nei sondaggi e già praticato nelle urne, coinvolge infatti sia la destra sia la sinistra, seppure per ragioni diverse.

A sinistra esso è prima di tutto il frutto delle non-scelte di Veltroni, non solo sul terreno etico (poco coraggio sugli inquisiti e sui cattivi amministratori) ma in materie politiche ordinarie come scuola, università, Welfare, federalismo, giustizia, bioetica: il popolo di sinistra è demoralizzato da una direzione che gli appare confusa e perennemente oscillante fra le sirene del dialogo e le tentazioni demagogiche. A destra, invece, il ritiro della partecipazione è il frutto dell’incapacità del governo - ma forse sarebbe meglio dire: della classe dirigente nel suo insieme - di fornire agli italiani le garanzie e le certezze di cui sentono il bisogno. Troppi, in questo drammatico periodo di crisi, sono stati i segnali di improvvisazione e di incertezza: decreti votati in gran fretta e poi modificati, annunci non seguiti da azioni concrete, inviti al dialogo alternati ad attacchi durissimi a sindacato e opposizione, senza parlare dei ripetuti segnali di discordia interni alla maggioranza (Bossi contro Berlusconi), o fra i supremi custodi dell’economia (Tesoro contro Banca d’Italia). Il governo pare non rendersi conto che, in una situazione di gravissima crisi dell’economia, questo stillicidio di provvedimenti, non sostenuti dalla capacità di indicare al Paese una strada, erode innanzitutto il consenso del governo stesso, e che la salute di cui Berlusconi pare godere nei sondaggi sulle intenzioni di voto è drogata dal discredito che l’inconcludente disputa Veltroni-Di Pietro getta su tutta la sinistra.

Vedremo chi si logorerà prima, se gli italiani puniranno di più l’incapacità dell’opposizione di darsi una linea politica o l’incapacità del governo di ridurre l’incertezza dei cittadini. Ma potrebbe anche accadere che, alla lunga, gli italiani finiscano per punire entrambi, ingrossando i ranghi del partito del non voto. In quel caso non è escluso che la transizione verso un «bipolarismo maturo» si interrompa bruscamente e, come quindici anni fa, sulla scena politica irrompano attori radicalmente nuovi, o che perlomeno proveranno a sembrarlo.
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Di Redazione (del 25/12/2008 @ 09:02:24, in Politica nazionale, linkato 102 volte)
Di padre Bartolomeo Sorge
Famiglia Cristiana n° 51
Se la politica perde l’anima, muore, marcisce e si decompone. Vengono da qui gli scandali, la corruzione, l’anteporre l’interesse particolare o personale al bene comune.
La "questione morale" ormai non riguarda più solo l’uno o l’altro politico, l’uno o l’altro partito, ma l’intera politica italiana. Perciò, più che insistere sulla cronaca dei fatti e nel deprecarli, occorre chiederci perché certi episodi si verificano e come restituire un’anima alla politica.
Infatti, anche la politica ha un’anima: gli ideali e i valori, su cui si fondano le scelte e a cui s’ispirano i politici che le compiono. Se la politica (o il partito o il politico) perde l’anima, muore, marcisce e si decompone. Vengono da qui gli scandali, la corruzione, l’anteporre l’interesse particolare o personale al bene comune, l’intreccio tra mafia, affari e poteri pubblici, la partitocrazia, i metodi meschini di lotta politica, fatta di colpi bassi, di insinuazioni, di delazioni, di volgarità.
Quando questo avviene – e in Italia avviene – vuol dire che la politica è morta. Se poi questo avviene in un partito, come il Pd, che vorrebbe presentarsi come "nuovo", vuol dire che non è ancora nato o che è nato morto.
È urgente, dunque, affrontare la "questione morale" sul terreno dove affonda le radici: sul piano dei valori, nelle istituzioni, ma soprattutto nella "casta" dei politici intramontabili.
In primo luogo, vanno recuperati i valori etici e ideali, oggi offuscati. Ciò non dovrebbe essere impossibile, visto che essi sono richiamati esplicitamente dalla nostra Costituzione. Ripartiamo dunque dalla Costituzione! Non basta, però, ribadirli in astratto. Bisogna cercare piste concrete per tradurli in pratica. E ciò va fatto insieme, senza che qualcuno si chiuda nel rifiuto di collaborare e di dialogare, che porterebbe solo a irrigidimenti sterili e controproducenti.
Nello stesso tempo che si recuperano gli ideali e i valori, occorre rinnovare i canali della partecipazione democratica. L’interruzione del dialogo con la gente è un altro aspetto, gravissimo, della morte della politica. Ecco perché non è possibile risolvere la "questione morale", senza le necessarie riforme istituzionali.
Ancora una volta, però, queste riforme (dalla scuola alla giustizia, al federalismo) vanno fatte d’accordo e non a colpi di maggioranze mutevoli; altrimenti nasceranno morte, perché generate da una politica senz’anima. Tuttavia, il passaggio decisivo per risolvere la "questione morale" resta il rinnovamento della classe dirigente.
Non esistono politici intramontabili, uomini per tutte le stagioni. Senza togliere nulla ai meriti di quelli di ieri, occorrono politici nuovi, spiritualmente motivati e professionalmente preparati. È questione di vita o di morte.
La "questione morale" non si risolverà finché la politica non si aprirà veramente all’apporto di energie nuove, pulite e competenti, finché la comunità civile non si riapproprierà della partecipazione attiva alla politica, di cui è stata espropriata dalla "casta".
E il cristiano? La "questione morale" lo interpella due volte, come cittadino e come credente. Perciò, mentre si impegnerà con tutti gli uomini di buona volontà per restituire un’anima alla politica, si sforzerà di precederli con un limpido esempio di stile evangelico: «Operare secondo una logica di servizio al bene comune, quindi con umiltà e mitezza, competenza e trasparenza, lealtà e rispetto verso gli avversari, preferendo il dialogo allo scontro, rispettando le esigenze del metodo democratico, sollecitando il consenso più largo possibile per l’attuazione di ciò che obiettivamente è un bene per tutti»
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Di Redazione (del 24/12/2008 @ 08:50:35, in Politica nazionale, linkato 139 volte)
La Repubblica, 23 dicembre 2008
CAGLIARI - In Sardegna si torna a votare. "Mi dimetto" dice il presidente dimissionario della Regione Renato Soru, poco prima di rientrare in Consiglio regionale dov'è in corso il dibattito-fiume sulle sue dimissioni. "E' inutile proseguire, serve un Consiglio forte e non uno che galleggi" taglia corto il fondatore di Tiscali che aveva annunciato le dimissioni dopo che il Consiglio aveva bocciato a scrutinio palese (con 55 voti contrari e 21 a favore) un emendamento voluto dallo stesso Soru alla nuova legge Urbanistica. In realtà la crisi con la sua maggioranza era nell'aria da tempo, alimentata da forti tensioni nel Pd, spaccato a metà come il gruppo al Consiglio Regionale.

Dopo le dimissioni l'ex governatore aveva rifiutato ogni tipo di ricongiungimento "formale" con la sua maggioranza, mettendo sul piatto una serie di condizioni per tornare sui suoi passi: adozione dei vincoli paesaggistici nelle zone interne dell'isola, approvazione delle linee elaborate dalla Giunta per la manovra finanziaria 2009, completamento della riforma su istruzione e formazione professionale, riduzione a 80 del numero dei consiglieri, moralizzazione della politica con riduzione di sprechi e indennità aggiuntive dei consiglieri regionali.

Nel pomeriggio, poi, dall'opposizione di centrodestra, arriva un secco no all'appello bipartisan del governatore per evitare il voto. Si iscrivono a parlare in 60. Poi arrivano le parole di Soru che chiudono la questione: "E' inutile perdere altro tempo. Ridiamo la parola ai sardi". E consegnano l'isola al voto anticipato a febbraio.

"Le dimissioni le avevo presentate perché ritenevo che stessimo contraddicendo quanto di importante e di buonissimo avevamo fatto nel governo del territorio. Ma oggi, al di là di richiami all'unità o di parole generiche - dice Soru in aula -, volevo sentire dell'importanza del Piano paesaggistico o della sua applicazione nelle zone interne. Così non è stato. Senza alcun dramma rivendico con orgoglio il grande lavoro fatto dal centrosinistra, mettendo al centro l'interesse della Sardegna senza tirare a campare o, a spese di tutti i sardi, cercare facile consenso".

A cose fatto Soru non mostra pentimenti: "Stanotte dormirò bene perché so che ho cercato sempre di dare il meglio di me stesso anteponendo a tutto gli interessi dei sardi. - dice, lui che è il primo presidente in 60 anni di Autonomia della Sardegna che chiude la legislatura anticipatamente - So che domani, quando riconsegnerò le chiavi lascio una Regione senza scheletri nell'armadio, senza una tv in ogni stanza ma con più computer, una Regione più moderna con delle regole certe e con un bilancio risanato".

Il domani significa un anuova campagna elettorale. E Soru ci sarà: "Da dopodomani sarò in giro per i paesi della Sardegna a raccontare cosa abbiamo in questi anni e a presentare un programma certamente diverso da quello della destra".
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Di Redazione (del 22/12/2008 @ 14:13:07, in Politica nazionale, linkato 126 volte)
di GIUSEPPE D'AVANZO
Repubblica, 22 dicembre 2008
Dovremmo aver imparato in questi quindici anni che, nonostante l'abitudine alla menzogna, Berlusconi non nasconde mai i suoi appetiti. Il sermone di fine anno ci ricorda che la sua bulimia non conosce argini.
Vuole il presidenzialismo come il compimento della sua biografia personale. Non si accontenta di avere in pugno due poteri su tre. Dopo aver asservito il Parlamento al governo, pretende ora che evapori l'autonomia della magistratura. Dice che la riforma della giustizia è pronta e sarà battezzata al primo Consiglio dei ministri del 2009. Anticipa quel che ci sarà scritto: i pubblici ministeri se le scordino le indagini. Diventeranno lavoro esclusivo delle polizie subalterne al ministro dell'Interno, quindi affar suo che governa in nome del popolo. I pubblici ministeri, ammonisce, diventeranno soltanto "avvocati dell'accusa". Andranno in aula "con il cappello in mano" davanti al giudice a rappresentare come notai, o come burocrati più o meno sapienti, le ragioni del poliziotto. Dunque, del governo. Con un colpo solo, si liquidano l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (art. 3 della Costituzione, "Tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge"); l'indipendenza della magistratura (art. 104, "La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere"); l'unicità dell'ordine giudiziario (art. 107, "I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni"); l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale"); la dipendenza della polizia giudiziaria dal pm (art. 109, "L'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria").

Soltanto un effetto autoinibitorio può impedire di udire, nelle "novità" di Berlusconi, una vibrazione conosciuta e cupissima. Anche a rischio di indispettire il suo alleato decisivo (Bossi), il mago di Arcore rimuove? per il momento? il federalismo dalle priorità del 2009 per rilanciare il castigo delle toghe e la nascita della repubblica presidenziale. Sarà un gaffeur o un arrogante, sarà per ingenuità o per superbia, Berlusconi propone la necessità di una riforma costituzionale con le stesse parole - e per le stesse ragioni - di Licio Gelli. Se non lo si ricorda, davvero "le memorie deperiscono e i fatti fluttuano", come ripete nel deserto Franco Cordero.
Appena il 4 dicembre il "maestro venerabile" della P2, intervistato da Klaus Davi, ha detto: "Nel mio piano di rinascita prevedevo la creazione di una repubblica presidenziale, perché dà più responsabilità e potere a chi guida il Paese, cosa che nella repubblica parlamentare manca". Berlusconi, 20 dicembre: "Sono convinto che il presidenzialismo sia la formula costituzionale che può portare al migliore risultato per il governo del paese. L'architettura attuale non permette di prendere decisioni tempestive e non dà poteri al premier".

Fa venire freddo alle ossa il farfuglio dell'opposizione di fronte a questo funesto programma da realizzare presto (si annotano soltanto parole che dicono d'altro). E' un silenzio che lascia temere o lo stato confusionale di opposizioni ormai assuefatte al peggio o un'altra letale tentazione di quella commedia bicamerale che, senza sfiorare il conflitto di interessi, concesse al mago di Arcore l'impero mediatico e, in nome del primato della politica sulla giustizia, la vendetta sulla magistratura. Dio non voglia che, con il prepotente ritorno al proscenio di qualche campione di quel tempo, la stagione si rinnovi. In una giornata di sconcerto, sono così un balsamo le parole di Giuseppe Dossetti, padre della Costituzione e dello Stato poi fattosi monaco (le ha ricordate ieri Filippo Ceccarelli). Vale la pena tornarci ancora su.

In memoria del suo grande amico Giuseppe Lazzati, e in coincidenza della prima vittoria delle destre, Dossetti pronuncia un discorso famoso. Il titolo lo ricava da un salmo di Isaia (21,11) "Sentinella, quanto resta della notte?". In quei giorni del 1994, egli vede affiorare un male diagnosticato con molti anni di anticipo: la supremazia di una concezione individualistica, in cui il diritto costituzionale regredisce a diritto commerciale (il primato del contratto, l'eclissi del patto di fedeltà); il dissolversi di ogni legame comunitario, mascherato dietro l'appello al "federalismo" (il "politico" diventa pura contrattazione economica); il rifiuto esplicito di una responsabilità collettiva in ordine alla promozione del bene comune (la comunità è fratturata sotto un martello che la sbriciola in componenti sempre più piccole sino alla riduzione al singolo individuo). Non si può sperare, dice Dossetti e parla ai cattolici, che si possa uscire dalla "nostra notte" "rinunziando a un giudizio severo nei confronti dell'attuale governo in cambio di un atteggiamento rispettoso verso la Chiesa o di una qualche concessione accattivante in questo o quel campo (la politica familiare, la politica scolastica)".

Dossetti non nega la necessità di cambiamenti. Elenca: riforma della pubblica amministrazione; contrasto alle degenerazioni dello Stato sociale; lotta alla criminalità organizzata; valorizzazione della piccola e media imprenditoria; riforma del bicameralismo; promozione delle autonomie locali. Teme però riforme costituzionali ispirate da uno "spirito di sopraffazione e di rapina". "C'è ? avverte ? una soglia che deve essere rispettata in modo assoluto. Questa soglia sarebbe oltrepassata da ogni modificazione che si volesse apportare ai diritti inviolabili civili, politici, sociali previsti dalla Costituzione. E così va pure ripetuto per una qualunque soluzione che intaccasse il principio della divisione e dell'equilibrio dei poteri fondamentali, legislativo, esecutivo e giudiziario, cioè per l'avvio, che potrebbe essere irreversibile, di un potenziamento dell'esecutivo ai danni del legislativo ancorché fosse realizzato attraverso referendum che potrebbero trasformarsi in forma di plebiscito".

I referendum, segnati da "una forte emotività imperniata su una figura di grande seduttore", possono trasformarsi infatti "da legittimo mezzo di democrazia diretta in un consenso artefatto e irrazionale che appunto dà luogo a una forma non più referendaria ma plebiscitaria". Il "padre costituente" denuncia senza sofismi quel che vede dietro la "trasformazione di una grande casa economico-finanziaria in Signoria politica". Vede la nascita, "attraverso la manipolazione mediatica dell'opinione", di "un principato più o meno illuminato, con coreografia medicea". Dossetti chiede allora ai cristiani di "riconoscere la notte per notte" e di opporre "un rifiuto cristiano" ritenendo che "non ci sia possibilità per le coscienze cristiane di nessuna trattativa".
Nessuna trattativa. Per trovare queste parole che aiutano a sperare ancora in una via diurna, si deve ricordare Dossetti. Dove sono le "sentinelle" a cui si può chiedere oggi: "Quanto resta della notte"?
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Di Redazione (del 22/12/2008 @ 13:52:41, in Politica nazionale, linkato 109 volte)
Roberto Zuccolini
Corriere della Sera 22 dicembre 2008
ROMA — Sabato sera, dopo la conferenza stampa del presidente del Consiglio, ha preferito non reagire a caldo. Si è preso del tempo per riflettere sul lungo «sermone» di fine anno pronunciato da Silvio Berlusconi e sulla proposta, a sorpresa, del presidenzialismo. Ma ora a Pier Ferdinando Casini tutto è chiaro, lampante: «Altro che sorpresa. Il suo è un discorso coerente, molto coerente: vuole eliminare tutto ciò che è di impaccio nel rapporto tra lui e il popolo e così facendo trasformare completamente il quadro politico ». È quasi un grido d’allarme, quello del leader Udc: «Vuole mettere da parte i partiti per il suo progetto plebiscitario». Un progetto dal quale Casini prende nettamente le distanze. Anche se fa notare che è solo la logica conseguenza di un discorso avviato un anno fa: «La nuova proposta è in realtà il compimento della svolta del predellino, quando annunciò un nuovo partito mentre il dibattito nel centrodestra stava salendo di intensità».
Anche questa volta, in effetti, ha fatto l’annuncio più importante solo alla fine, rispondendo all’ultima domanda della conferenza stampa.
«Così è l’uomo. Certo, ci sono state anche le stagioni del Berlusconi moderato, quasi il continuatore della Dc. Ma noi che lo conosciamo bene abbiamo capito da tempo che c’era una differenza tra ciò che diceva e ciò che realmente pensava. E che ieri ha cominciato a dire apertamente».
Cioè?
«È ormai evidente che Berlusconi non si accontenta più di avere una maggioranza schiacciante in Parlamento. Pensiamo solo ai continui voti di fiducia: nei passati governi, ogni volta che li si chiedeva, ci si sentiva in dovere di giustificarli per non essere sottoposti alle critiche. Ora invece Berlusconi se ne vanta».
Sostiene che è costretto a ricorrere a quel tipo di strumento perché il presidente del Consiglio in Italia non ha poteri adatti per governare.
«Non prendiamoci in giro. Se nel nostro Paese siamo inefficaci è perché la politica è inefficace».
Ripete che ovunque in Europa il premier ha poteri più forti. 

«Lasci stare l’alibi dell’Europa. Il presidenzialismo che propone, con l’elezione diretta, porterebbe ad una desertificazione della politica in Italia».
Un’operazione eversiva? 

«Non è certo eversione, ma è senza dubbio una trasformazione radicale del sistema che ci ha governato per sessant’anni. Perché porta all’eliminazione, di fatto, dei partiti per privilegiare l’unico rapporto che per Berlusconi conta, cioè quello del "re" con il suo popolo. Certo, non gli si potrebbe dare del tiranno in quanto eletto dalla maggioranza dei cittadini, ma ogni contrappeso sarebbe eliminato. C’è coerenza nel suo progetto: un bipartitismo solo di facciata perché ha l’obiettivo di blindare il rapporto tra il leader e il suo popolo».
Perché insiste tanto con la coerenza del progetto berlusconiano?

«Perché è alla luce del discorso fatto ieri che vanno lette anche altre sue scelte. Basta pensare a quella di evitare in campagna elettorale i temi eticamente sensibili: meglio non creare problemi con questioni che fanno ragionare la gente. Forse ora potete capire meglio perché non abbiamo accettato di entrare del Pdl. E anche la denominazione Popolo della Libertà non è casuale: il popolo si sostituisce al partito».
Non le sembra però che, al momento, l’opposizione sia troppo debole per contrastare i suoi progetti?

«Purtroppo l’opposizione è più che debole: non esiste. O, meglio, ci sono diverse opposizioni. E quella di Di Pietro è certamente funzionale all’egemonia di Berlusconi. Tra l’altro penso che anche lui sarà d’accordo con il presidenzialismo».
Anche la sua Udc però è all’opposizione. E più volte dal Pd sono giunti appelli al dialogo.
«Veltroni ha fatto bene a scrollarsi di dosso Rifondazione comunista. Poi però, con Di Pietro, è passato dalla padella alla brace. Speriamo che ora accetti il dialogo sulla riforma della giustizia: è il vero banco di prova per il riformismo del Pd».
Vede comunque possibile in futuro un’alleanza con il partito di Veltroni?
«Normalmente in Europa il centro è alternativo alla sinistra. E anche noi lo siamo. Certo, i discorsi di Berlusconi di ieri cambiano completamente il quadro politico. Perché queste tesi si allontanano dalla tradizione del popolarismo».
Quindi?
«Dobbiamo restare coerenti alla nostra anima popolare e al tempo stesso osservare come si evolve la situazione, a che cosa porterà il progetto di Berlusconi. Ma magari nei prossimi giorni farà marcia indietro».
In Germania la Merkel governa con i socialisti.
«Beh, quella è un’eccezione. Comunque, prima delle prossime Politiche c’è ancora molto tempo. Vedremo, nel frattempo, che cosa succederà. E come reagirà anche il centrodestra alla nuova offensiva berlusconiana ».
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Di Redazione (del 20/12/2008 @ 08:41:31, in Politica nazionale, linkato 137 volte)
IL PROGETTO PD SI è APPANNATO "Da questa riunione ci si aspettava o uno scatto in avanti o un ulteriore segnale di disgregamento. Mi sembra che ci sono tutte le condizioni per un riavvio a partire dalla relazione di Veltroni che indica alcune fondamentali scelte di carattere programmatico e rilancia il progetto del Pd che si è appannato". Massimo D'Alema, intervenendo alla Direzione del partito, condivide così le linee tracciate dal segretario. "Il progetto del Partito democratico - afferma D'Alema - si è appannato per ragioni più complesse del correntismo. Noi non abbiamo correnti. Le correnti sono una forma discutibile di organizzazione della vita interna di un partito. Noi siamo un'amalgama che fin qui è mal riuscita. C’è una situazione di frantumazione, non ci sono le correnti. Le correnti sono una forma discutibile di organizzazione della vita interna, che io non apprezzo. Se avessimo delle correnti, saremmo divisi, parlebbero i portavoce delle correnti, si saprebbe che percentuale rappresenta ciascuna corrente. Non sarebbe bello a vedersi ma sarebbe un ordine”.

LA QUESTIONE MORALE. La difficoltà in cui ci troviamo non deriva esclusivamente dall’accumularsi di vicende giudiziarie fino a delineare una questione morale. Io credo che le questioni giudiziarie diventano una questione morale quando si associano a una crisi politica, altrimenti restano questioni giudiziarie. E paradossalmente la destra che ha più questioni giudiziale di noi, tuttavia non si presenta agli occhi dei cittadini come una forza colpita da una questione morale. Questo perché appare avere risolto su una base cinica e inaccettabile del primato della politica il problema del suo rapporto politico con la società italiana.".
D'Alema ha quindi indicato quali sono le difficoltà politiche che indeboliscono il partito, vale a dire la mancata definizione del tema delle alleanze e la mancata costruzione di un "partito vero".
L'ex ministro degli Esteri ha comunque suggerito di "avanzare con equilibrio" di fronte alle varie vicende giudiziarie: "Non c'è dubbio - ha aggiunto - che l'appannarsi di una visione politica favorisca certe degenerazioni e noi dobbiamo fare di tutto per fermare questo fenomeno". D'Alema ha però negato la tesi, sostenuta nei giorni scorsi da Veltroni, che la questione morale nel Pd sia legata all'eredità dei vecchi partiti oggi confluiti nel Pd: "Di fronte alla disonestà - ha affermato - non c'è l'alternativa vecchio-nuovo, ma quella onesto-disonesto. Ci vuole un partito che vigili su se stesso e sui propri amministratori; un partito che sappia anche difenderli quando vanno difesi, ma che li colpisca anche al di là delle decisioni della magistratura quando si varca il confine della moralità".

LE ALLEANZE. La "dipietrizzazione" del Centrosinistra è destinata a sfociare nel "minoritarismo". L'ex ministro degli Esteri ha toccato il tema delle alleanze, che, ha spiegato, "non si traduce nel fare l'elenco dei partiti con cui si stringono vincoli, ma nel delineare un profilo comune". "Berlusconi è un leader a vocazione maggioritaria - ha osservato D'Alema - ma ha anche fatto un'alleanza con la Lega, e questo qualifica la sua proposta politica, la sua visione del paese. Noi su questo non siamo stati chiari". "Ora non possiamo dire - ha proseguito - che l'asse della nostra proposta sia il rapporto Pd più Idv, anche se alla dipietrizzazione corrisponde un consolidamento della destra. Questo non significa non parlare più con Di Pietro, ma significa che chi festeggia si condanna al minoritarismo".

PARTITO. "Abbiamo bisogno di un partito vero", mentre "finora c'e' stata incertezza sul modello. Abbiamo bisogno di un partito vero, di una comunita' di donne e di uomini legati dalla solidarieta' e anche dal vincolo della tessera". D'Alema dice no al ricorso alle primarie per la scelta delle cariche di partito, altrimenti si rischia che nessuno si iscriva. Le primarie "vanno ricondotte alla scelta dei candidati per le cariche istituzionali", o anche magari chiamare a raccolta il popolo delle primarie su alcuni temi. Ma attenzione alla degenerazione delle primarie, cioe' alla "primarizzazione delle cariche, e un modo per favorire il correntismo". "Serve un partito vero perché bisogna dire che c'è stata un'incertezza di modello tra primarie sì o no, iscritti sì o no". "Dobbiamo ricondurre le primarie - afferma D'Alema - a ciò che sono, una sfida tra candidati e talvolta un modo di consultazione degli iscritti. Ma la primarizzazione delle cariche di partito è la via per formare un correntismo di massa".

LA COLLOCAZIONE EUROPEA. "Penso che sia giusto affrontare una questione che si trascina da mesi. Il tema della collocazione europea non è se dobbiamo essere socialisti o altra cosa, ma la costruzione in Europa di una coalizione di centrosinistra si fa prima di tutto con i socialisti". Massimo D'Alema ritiene che "si possa formare con i socialisti un gruppo nuovo chiarendo che non entriamo nel Pse". Per l'ex vice premier è meglio sciogliere presto il nodo della collocazione europea perché "più trasciniamo e carichiamo di valore identitario questo tema più rischiamo una decisione sofferta e negativa".

FORZA RIFORMISTA. Il vero problema, per D’Alema. “è la proposta di governo: Berlusconi è un leader a vocazione maggioritaria, ha una proposta di governo”, imperniata sull’alleanza con la Lega, nella coalizione che ha allestito “c’è un’idea dell’Italia, una gerarchia degli interessi”. Mentre - lamenta D’Alema - “noi non siamo stati fino in fondo chiari su questo punto”. È “fondamentale che l’opposizione abbia il segno di una grande forza riformista”. Per D’Alema il Pd deve rendere più forte il suo rapporto col governo, “qui c’è un passo avanti” nella relazione, occorre superare la logorante dialettica dialogo-non dialogo - seguendo la quale “come fai sbagli”. Invece “il problema è fissare noi l’agenda, in un rapporto di confronto e sfida”. D’Alema osserva che “l’appannarsi di una visione politica incoraggia fenomeni di ripiegamento egoistico, logiche di potere e personali”. Occorre essere “fermi nel combattere queste forme di degenerazione”. L'"innovazione" non basta, serve anche l'"autorevolezza". Massimo D'Alema conclude il suo intervento in Direzione correggendo la parola d'ordine con cui si è presentato questa mattina il segretario Walter Veltroni. "Di fronte alla crisi economica sociale e politica - osserva l'ex vicepremier - c'è bisogno di una grande forza riformista. E' per questo che non basta presentarsi usando la parola "innovazione". Dobbiamo essere capaci anche di offrire autorevolezza, rassicurazione e guida in grado di restituire speranza al paese. Dobbiamo tenere insieme innovazione e autorevolezza, altrimenti rischiamo di non cogliere l'opportunità che può venirci dalla crisi, che sarà sì drammatica, ma che potrebbe anche segnare la fine dell'esperienza berlusconiana".
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Di Redazione (del 20/12/2008 @ 08:16:19, in Politica nazionale, linkato 223 volte)
CLICCA QUI: la relazione introduttiva di Veltroni ai lavori della Direzione

L’Italia vive la più grave crisi dal dopoguerra.
Gli sconvolgimenti e le forti e continue turbolenze che hanno attaccato i mercati e le economie mondiale produrranno pesantissime conseguenze sul sistema produttivo e sugli assetti sociali del nostro Paese. Tutti i principali parametri economici oggi disegnano l’orizzonte di una crisi che si presenta lunga e difficile.
Contrariamente a quanto assicurato dal governo nei mesi scorsi, l’economia reale è in pesante sofferenza, lo scenario di recessione appare destinato a prolungarsi oltre il prossimo anno, la condizione delle imprese e delle famiglie italiane è sempre più precaria e difficile.
La risposta di governo alla crisi è risultata debole, contraddittoria, sostanzialmente inefficace.
Gli strumenti legislativi messi in campo si sono rivelati limitati e insufficienti. Le misure adottate a sostegno e garanzia del credito non hanno prodotto il sostegno necessario al sistema produttivo e le imprese, in particolare quelle medie e piccole, vedono crescere in maniera insostenibile la difficoltà di accesso al credito, indispensabile per resistere nel mercato.
Questa condizione di grave debolezza sta portando con sé conseguenze profondamente negative sulla vita di milioni di persone e sulle loro famiglie.
Nel Paese si afferma un clima di incertezza, precarietà, angoscia sociale.
Aumenta in modo preoccupante il tasso di disoccupazione. Quote sempre più ampie di popolazione sono a rischio di impoverimento. Crescono le disuguaglianze, che colpiscono soprattutto i giovani, i precari, le regioni svantaggiate ed in particolare quelle del Sud.
In una condizione strutturalmente più debole e meno competitiva del nostro Paese, condizionato dall’ipoteca negativa del debito pubblico, il governo ha sprecato risorse preziose, mettendo in atto scelte sbagliate dal punto di vista dell’equità, come quelle sull’Ici, o inutili e dunque inefficaci come quelle sulla detassazione degli straordinari.

Il Partito Democratico ha presentato una sua proposta alternativa, coerente con il quadro economico e finanziario del paese e fortemente orientata a sostenere lo sviluppo e la domanda per rimettere in moto il sistema produttivo.
Chiediamo di affrontare la crisi mettendo in testa alle priorità di governo le famiglie e le imprese: per questo chiediamo di investire un punto di Pil, pari a circa 16 miliardi di euro, nella definizione di ammortizzatori sociali universali, nel sostegno dei salari e delle pensioni medio bassi, nel rilancio degli investimenti pubblici, partendo dalle opere immediatamente cantierabili, nel sostegno alla piccola e media impresa.
Riteniamo poi le politiche necessarie per contrastare i mutamenti climatici anche una straordinaria occasione per rilanciare su basi nuove l’economia e ampliare l’occupazione.
Il Pd in questi mesi ha assunto con pienezza e determinazione la propria responsabilità di principale forza di opposizione nella consapevolezza che la fase di straordinaria difficoltà dell’economia globale richiedesse un impegno comune di tutte le forze politiche nell’interesse generale del Paese.
Questa disponibilità ad un confronto costruttivo ha caratterizzato e caratterizza il lavoro dei nostri gruppi parlamentari e del governo ombra.
A questa scelta di responsabilità il Presidente del Consiglio ha opposto una linea di chiusura e di arroccamento. Il dialogo auspicato all’inizio della legislatura si è rapidamente trasformato nel soliloquio arrogante e sprezzante che ha caratterizzato gli ultimi mesi. Il processo legislativo è stato snaturato e stravolto con il continuo ricorso a decreti e fiducia. La dialettica parlamentare tra maggioranza e opposizione è stata continuamente sottomessa e imbrigliata nell’impossibilità sostanziale di modificare e migliorare provvedimenti blindati.
Il faticoso tentativo di una convergenza sulle regole, dal federalismo fiscale alla legge elettorale, è stato messo a rischio dall’annuncio di Berlusconi di voler procedere al cambiamento della Costituzione a colpi di maggioranza.

Di fronte a questo inaccettabile atteggiamento del presidente del consiglio, subito con fatica persino dalla sua maggioranza, il Partito democratico ha scelto e sceglie la strada della coerenza.
Quella di un partito capace di dare forza all’opposizione, in sintonia con il disagio e la protesta sociale che si diffonde nel Paese, come è successo, ad esempio, di fronte ai provvedimenti del governo sulla scuola. E insieme quella di un partito che, valorizzando la sua cultura di governo e il suo riformismo, intende sviluppare la sua iniziativa programmatica, le sue proposte per un’Italia diversa, la sua capacità di pensare il futuro del Paese oltre la crisi.
Sappiamo che la crisi che abbiamo di fronte non ha contorni solo economici e finanziari. La crisi globale sta cambiando gli stili di vita, il modello di sviluppo ma anche quelli culturali. Un’opportunità per le culture riformiste del mondo, dopo un decennio guidato dalle cultura del mercato e della competizione senza regole come ricetta unica di crescita globale.
Un’opportunità di cambiamento perché impone a tutti il tema di una nuova etica pubblica, che interpella il modo di fare economia, ma anche il modo di pensare e di fare politica.
Ed è proprio perché siamo consapevoli dell’importanza del rapporto tra etica e politica che ci impegneremo perché vengano salvaguardati i principi fondamentali dello stato di diritto, intervenendo per rafforzare, secondo lo spirito della Costituzione, tutti quegli strumenti e quegli istituti necessari per una giustizia giusta ed efficiente, come ha invitato a fare, con parole forti e chiare, il Presidente della Repubblica.

Il profilo innovativo ed incisivo di questo grande partito popolare, radicato nei territori, fatto di partecipazione e passione, capace di dire con nettezza i suoi no e i suoi sì è apparso con tutta la sua forza nella straordinaria manifestazione del Circo Massimo, il 25 ottobre a Roma.
E tuttavia sappiamo che il cantiere del Partito Democratico è ancora aperto e che di fronte a noi c’è molto lavoro da fare per completare la costruzione di un soggetto politico capace di essere all’altezza delle ambizioni che lo hanno fatto nascere.
L’appuntamento della prossima assemblea programmatica annuale, prevista dall’art. 27 dello statuto, che si terrà il 12, 13, 14 marzo 2009 e che sarà composta dai membri l’assemblea costituente nazionale e da una vasta rappresentanza degli amministratori e dei dirigenti locali del partito, rappresenterà l’occasione per rilanciare gli obiettivi del nostro riformismo, ma anche per organizzare il percorso e per recuperare i ritardi. Senza tuttavia smarrire la continuità del nostro sforzo di innovazione e anche le ragioni che ci devono indurre ad accelerare il nostro lavoro. Prima fra tutte la consapevolezza della necessità di una forte innovazione politica e istituzionale.

Il Pd è il grande partito che nasce dalla convergenza delle grandi tradizioni riformiste e democratiche per dare una risposta forte alla crisi della democrazia. La sua affermazione ha determinato un positivo cambiamento del sistema politico italiano che, in quadro di consolidato pluralismo politico e culturale, ha tuttavia rafforzato l’impianto bipolare della nostra democrazia con l’obiettivo di dare maggiore efficienza al necessario equilibrio tra rappresentanza e riduzione della frammentazione.
Anche per questo la Direzione impegna i propri gruppi parlamentari a sostenere una modifica della legge elettorale europea che introduca una soglia di sbarramento ma che mantenga le preferenze.
Vogliamo e dobbiamo proseguire lungo questa rotta, riaffermando una vocazione maggioritaria che non significa in nessun caso autosufficienza ma l’assunzione di una responsabilità nella costruzione di relazioni nel campo del centrosinistra, ribadendo la volontà di ricercare solo aggregazioni nuove, che nascano dalla condivisione di un programma e rifuggendo invece da scelte costruite nella logica della sola contrapposizione agli avversari, che finirebbero per negare e compromettere la natura riformista e la cultura di governo del partito, non conciliabile con tentazioni populiste e plebiscitarie.

Il Pd è infine impegnato a rafforzare la costruzione del partito nel suo radicamento territoriale a cominciare dal tesseramento e dal completamento della presenza dei circoli in ogni comune italiano.
Alla luce del percorso sin qui compiuto nella fase costituente e dopo l’approvazione dello Statuto nazionale e di quelli regionali, il PD promuoverà un’ampia riflessione sul modello di partito, verificando in particolare i modelli di partecipazione e rappresentanza, di selezione di nuove leve dirigenti, di espressione di territori in un partito nazionale a base federale, di rapporto tra valorizzazione delle primarie e responsabilità della direzione politica, tra democrazia diretta e delegata, nonché adottando le norme che devono regolare i rapporti di autonomia e di distinzione tra funzioni dirigenti di partito e incarichi istituzionali.
In questo percorso a tutti i livelli andrà fatto ogni sforzo per aprire i propri gruppi dirigenti anche a tutte quelle persone che hanno creduto e credono nel progetto politico del PD e che possono integrare le competenze e la presenza di quanti provengono da uno dei partiti promotori.
Il Partito inoltre è impegnato ad una fermissima applicazione dei principi di trasparenza e rigore nei criteri di selezione della propria classe dirigente ad ogni livello, in applicazione dello Statuto, con particolare attenzione all’art. 43, e del Codice Etico.
Una scelta ancora più necessaria dopo gli episodi giudiziari di questi giorni, che impongono da un lato il rispetto del lavoro della magistratura e insieme del principio costituzionale di non colpevolezza sino alla sentenza definitiva, ma dall’altro pretendono che la classe dirigente del partito sia ad ogni livello inattaccabile nei comportamenti, nelle relazioni, negli stili di vita ben oltre i fatti di rilevanza penale.
Anche per questo, ai fini di una incisiva e tempestiva azione, la Direzione da mandato al Segretario nazionale di nominare, in casi di necessità e urgenza e ricorrendo gravi e ripetute violazioni dello Statuto o del Codice etico, sentito il Consiglio dei garanti, un organo commissariale sostitutivo del Segretario e della Segreteria, ovvero di altri organi esecutivi, ai sensi dell’art 17 comma 5 dello Statuto. Nomine che saranno sottoposte entro 45 giorni alla ratifica, a pena di nullità, da parte della Direzione.
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