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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Redazione (del 31/01/2009 @ 07:16:51, in Politica locale, linkato 232 volte)
Roma, 30 gennaio (Apcom) «La posizione assunta dall'Anci con il presidente Domenici segnala un allarme vero e conferma quanto denunciato anche dal Partito democratico. La circolare del ministero dell'Economia sul patto di stabilità interno è un vero e proprio cappio messo al collo dei bilanci comunali». Lo dichiara il responsabile Enti locali del Pd, Paolo Fontanelli.
«L'interpretazione del patto di stabilità del ministero dell'Economia, che esclude dal saldo le entrate derivanti da alienazioni mobiliari e immobiliari e da dividendi – spiega Fontanelli – è uno schiaffo assestato al Parlamento, che su questo tema si era espresso chiaramente durante la discussione della Finanziaria, ma soprattutto una mannaia per gli investimenti dei Comuni, poiché a questo punto le alienazioni diventano ininfluenti ai fini del patto di stabilità. Siamo al paradosso: mentre in paesi europei come Spagna e Germania – aggiunge Fontanelli – gli investimenti degli enti locali hanno assunto un ruolo cruciale nei pacchetti anti-crisi, in Italia il Governo fa l'esatto contrario e i comuni virtuosi che hanno intenzione di finanziare le spese in conto capitale vendendo beni patrimoniali rischiano di andare fuori dal patto di stabilità. Tutti tranne uno, il comune di Roma, che grazie alle scelte della maggioranza Pdl-Lega Nord sarà libero dai vincoli del patto di stabilità nel 2009 e nel 2010 sia per le spese correnti che per quelle di investimento. Il Partito democratico è al fianco dell'Anci nella protesta indirizzata al ministro Tremonti e nei prossimi giorni presenteremo in Parlamento una mozione per sollecitare il governo ad intervenire, rivedendo radicalmente le regole relative agli investimenti degli enti locali finora assunte».
Di Redazione (del 30/01/2009 @ 13:00:07, in Politica nazionale, linkato 157 volte)
di GIUSEPPE D'AVANZO La Repubblica, 26 gennaio 2009
Berlusconi è pronto per il blitz (un decreto del governo in forma di legge?) che sottrarrà alle indagini giudiziarie l'ascolto telefonico e ai pubblici ministeri l conduzione delle inchieste (saranno "avvocati della polizia"). Per far ingoiare ai suoi alleati recalcitranti e all'opinione pubblica il provvedimento, intorbida le acque. Modifica i fatti. Capovolge la verità. Grida di "intercettazioni". Annuncia "uno scandalo che sarà il più grande della Repubblica".
Qual è l'"inquietante" novità che dovrebbe farci saltare sulla sedia? La vergogna sarebbe custodita nell'archivio di Gioacchino Genchi, un vicequestore della polizia di Stato (in aspettativa sindacale da un quindicennio), consulente di un rosario di procure e, per ultimo di Luigi De Magistris nelle inchieste Why not? e Poseidone. E' utile dunque, all'inizio di una settimana dove saranno raccontate rumorose "bufale", fissare qualche punto fermo, illuminare il lavoro di Genchi, avanzare infine qualche domanda.
Punti fermi, tre.
1. Berlusconi mente. Nell'archivio di Genchi non c'è alcuna intercettazione telefonica, ma soltanto analisi di tabulati telefonici. Per le due inchieste di De Magistris, e su sua delega, Genchi ha messo insieme 1.042 tabulati, un milione di contatti, 578 mila schede anagrafiche.
2. Berlusconi ritrova troppo tardi la parola e la memoria senza mai perdere la sua malafede. Non ha battuto ciglio quando si sono scoperti gli archivi illegali della Telecom dell'amico Marco Tronchetti Provera (anche lì, si raccoglievano abusivamente tabulati e si intercettavano mail). Non ha emesso un fiato quando il suo nemico Romano Prodi è stato indagato proprio alla luce dell'analisi dei "dati di traffico della sim gsm 320740... intestata alla Delta spa presso la Wind, volturata il 1 aprile 2004, all'"Associazione l'Ulivo i Democratici" di Bologna, contratto trasferito il 17 febbraio 2005 a Roma in piazza Santi Apostoli 73, sede dell'Ulivo, e due mesi dopo alla Presidenza del Consiglio, via della Mercede 96, Roma". Scritto nero su bianco in una consulenza di Genchi. Dov'era allora l'indignazione di Berlusconi? Non ce n'era traccia. Quell'indagine poteva azzoppare il governo di centrosinistra e tutto faceva brodo. Anche il lavoro di Gioacchino Genchi.
3. I rumorosi strepiti di Berlusconi non rivelano nulla di quanto già non si conoscesse per lo meno da sedici mesi. "De Magistris ha acquisito migliaia di tabulati telefonici di cittadini le cui utenze (cellulari e di rete fissa) erano emerse tra i contatti di diversi suoi indagati - scrive la Stampa, il 4 ottobre 2007 - . Nell'elenco ci sono tra gli altri, il presidente del Consiglio Prodi, l'ex-presidente del Consiglio Berlusconi, il ministro dell'Interno Amato, e della Giustizia Mastella; il viceministro dell'Interno Minniti; il presidente del Senato Marini, l'ex-presidente della Camera Casini, il segretario dell'Udc, Cesa, il vecepresidente del Csm Mancino. I movimenti dei numeri telefonici acquisiti riguardano anche il capo della polizia De Gennaro, il vicecapo vicario De Sena, il direttore del Sisde Gabrielli, il direttore del Servizio di polizia postale e telecomunicazioni Vulpiani, il direttore della Dia, Sasso, il generale di corpo d'armata Piccirillo, il presidente dell'Anm Gennaro, il procuratore aggiunto di Milano Spataro, il pm antiterrorismo di Roma Saviotti, quattro sostituti della procura nazionale antimafia, diversi membri della commissione parlamentare antimafia, deputati, senatori, questori della Camera, presidenti di commissioni di Palazzo Madama". L'elenco (sempre smentito da De Magistris) mostra più di tante parole la strumentalità della sortita allarmata di Berlusconi. Ma come c'è anche il suo nome in quella classifica abusiva e Berlusconi non dice una parola, non protesta, non chiede spiegazioni? E se non si preoccupava allora, perché oggi parla di "scandalo storico"?
Il Cavaliere oggi ha compreso che l'"affare Genchi" può essere la leva per scardinare le resistenze che An, Lega, Pd oppongono al suo progetto di cancellare le intercettazioni dagli strumenti di indagine e fare del pubblico ministero il "notaio" delle polizie. Se non si dice, dunque, di Genchi - chi è, che cosa fa, come lo fa, grazie a chi - non si comprendono le ambiguità possibili del suo lavoro.
Il vice-questore in aspettativa Genchi, 49 anni, va su tutte le furie quando si parla di lui come di "un personaggio misterioso". Anche se cede al narcisismo quando lo si incontra nel sotterraneo di 500 metri quadrati, ipertecnologico, di piazza Principe di Camporeale, a Palermo (è un tormento riuscire a incontrarlo). A Genchi piace mostrarsi seduto al suo scrittoio, tra gli schermi di cinque grandi computer. Non è parco di parole. Il suo è un flusso verbale ininterrotto impastato di allusioni, suggerimenti, accenni, avvertimenti che risultano per lo più oscuri, indecifrabili. Si compiace del mistero che sollecita. Gli piace apparire un uomo che sa troppo cose indicibili, ma dicibilissime, se gli si sta troppo addosso. Se stimolato, Genchi racconta, ricorda, precisa a gola piena. Spiega di come sia stato lui il primo, nella polizia, "nonostante la forte vocazione umanistica", a darsi da fare con l'informatica, l'elettronica, la topografia applicata e i primi "teodoliti al laser", che solo Dio sa che cosa sono. E' un fatto che Vincenzo Parisi (capo della polizia) nel 1988 gli affida la Direzione della Zona Telecomunicazioni del ministero dell'Interno per la Sicilia occidentale. E' il suo trampolino di lancio, l'inizio di una parabola che lo porterà ad essere, prima con la divisa addosso poi da libero professionista, il ricercatissimo consulente delle procure, capace di "mappare" l'intera rete di relazioni telefoniche di un indagato. Controlla, per dire, quasi due miliardi di tracce telefoniche nell'indagine di via D'Amelio. Ricostruisce 1.651.584 contatti telefonici inseguendo una scheda utilizzata in 31 cellulari diversi per dimostrare i legami pericolosi di Totò Cuffaro, allora presidente della Regione siciliana. "Oggi - racconta Genchi - non è che facciamo più intercettazioni di un tempo, quelli che sono aumentati sono i telefoni. Anni fa c'era solo l'Etacs, il cellulare era uno solo. Ora per trovare un numero che interessa se ne cercano tanti, senza considerare il roaming degli Umts, con schede che si possono spostare da telefono in telefono e tanti gestori diversi dove si possono agganciare gli utenti con servizi telefonici diversi - messaggi, immagini, fax, video - ecco perché le richieste si sono moltiplicate".
Le richieste. E' questo lo snodo. Non c'è nulla di illegale nel lavoro di ricerca svolto da Genchi se è il pubblico ministero a chiederle per una necessità dell'indagine perché, prima o poi, dinanzi ai giudici e agli avvocati della difesa, il pm dovrà rendere conto dei suoi passi. Decisivo è allora il rapporto che Genchi crea con il pubblico ministero responsabile dell'inchiesta. O meglio, che il pm crea con il consulente. Genchi ha un'alta opinione di se stesso e del suo lavoro. Non tace che le sue perizie sono "già pezzi di sentenza". Gli piace, nei suoi resoconti alle procure, argomentare l'accusa, suggerire deduzioni, indicare nuove ipotesi investigative, chiedere il coinvolgimento nell'indagine di questo o di quello. Non tutti i pubblici ministero abboccano al suo amo. Nel 1993, Ilda Boccassini, quando indagava sulla strage di Capaci, non gradì che quel tecnico del pool investigativo si attardasse intorno ai contatti telefonici privati di Giovanni Falcone, che nulla avevano a che fare con l'inchiesta. E quando nel febbraio di quell'anno se lo trovò davanti che proponeva di "trattare" le carte di credito del magistrato ucciso, se ne liberò senza stare troppo a pensarci su. "O me o lui", disse.
"Il fatto è - racconta ancora un altro pubblico ministero - che Genchi arriva da te con un elenco di numeri di telefono che sono entrati in contatto con il cellulare o il telefono fisso del suo indagato. Ti chiede una delega per verificarli. E tu che diavolo ne puoi sapere se tra quei centinaia di numeri ce n'è uno che non ha nulla a che fare con il tuo "caso" e molto con le curiosità di Genchi? Questo è il motivo per cui preferisco non lavorare con lui, che è certamente il solo in Italia a sapere fare quelle analisi dei dati". Conviene ripeterlo: tutto si decide nel rapporto tra il pm e Gioacchino Genchi. L'affare che Berlusconi vuole trasformare nel "più grande scandalo della storia della Repubblica" si riduce a queste domande: Genchi ha tradito la fiducia di Luigi De Magistris analizzando dati di traffico telefonico per cui non aveva ricevuto la delega del pubblico ministero? O ha tradito la sua fiducia facendogli firmare deleghe per numeri di telefono estranei all'inchiesta? O non è avvenuto nulla di tutto questo e le deleghe erano legittime e legittimi l'analisi dei dati e gli scrutinati? Lo deciderà ora la procura di Roma che, con ogni probabilità, ha ricevuto le "carte" da Catanzaro perché l'indagine coinvolge anche Luigi De Magistris, oggi giudice a Napoli (Roma è competente per i giudici di Napoli). In attesa del can can spettacolare che Berlusconi organizzerà nei prossimi giorni, questa storia ci dice fin da ora una verità che non dovrebbe piacere a Berlusconi. Ci indica quanto pericoloso sia separare il lavoro del pubblico ministero dall'attività della polizia giudiziaria. Una polizia, libera dal controllo della magistratura, potrà avere mano libera per ogni forma di spionaggio illegale. Naturalmente, nel caleidoscopio delle verità rovesciate di Berlusconi, questo è una ragione per privare il pm della responsabilità delle inchieste.
Di Redazione (del 30/01/2009 @ 06:00:52, in Politica locale, linkato 171 volte)
Da http://www.wwf.it27 gennaio 2009 - Il Consiglio Regionale della Lombardia ha modificato, con voto unanime, la Legge 18/2006 sul servizio idrico integrato che prevedeva l’obbligo per i Comuni di affidare la gestione degli acquedotti tramite gara permettendo, di fatto, l’ingresso dei privati nelle società patrimoniali costituite a livello di Ambito Territoriale Ottimale (ATO).
Una vittoria per i 144 Comuni che si sono battuti da subito contro questa legge, promuovendo anche un referendum. Da sempre sostenitore della gestione pubblica dell’acqua, il WWF plaude all’iniziativa. “Speriamo che anche altre Regioni seguano l’esempio della Lombardia” dichiara Andrea Agapito Ludovici, Responsabile Acque del WWF Italia, “in attesa che il servizio idrico venga considerato anche dalla legislazione nazionale un servizio pubblico e privo di rilevanza economica. La gestione ed erogazione dell’acqua infatti non possono essere separate e devono essere affidate esclusivamente agli Enti locali senza alcuna ingerenza da parte dei privati”.
Per questo il WWF Italia è fra i promotori della legge d'iniziativa popolare promossa dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua "Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico", sostenuta da oltre 400.000 firme in discussione in questi giorni alla Commissione Ambiente della Camera.
Di Redazione (del 29/01/2009 @ 13:00:33, in Politica locale, linkato 308 volte)
di Guido MoranoPer spiegare la forza elettorale della Lega e in generale del centro destra, del suo “radicamento nel territorio” e del progressivo indebolimento della sinistra, si cita l’incapacità del centro sinistra di interpretare e rappresentare le esigenze di quest’area del paese, la più avanzata e industrializzata d’Italia. Insomma se il Nord e la Lombardia, hanno difficoltà crescenti a sostenere i processi di globalizzazione, la colpa non è da ricercarsi in chi governa da tempo qui, o in chi da tempo ne rappresenta rumorosamente gli interessi rivendicando autonomia e federalismo, ma nella sinistra che si annida nel sindacato, negli enti locali e, naturalmente a Roma.
Se questa spiegazione poco mi convinceva prima, la vicenda Malpensa-Alitalia e quelle relative all’Expo mi hanno oggi definitivamente convinto che le spiegazioni date, in primo luogo dalle classi dirigenti locali, sono di comodo e di facciata, per nascondere le proprie gravi responsabilità.
Leggo così tra le ultime notizie, che a fronte della riduzione dei voli a Malpensa, la famosa liberalizzazione degli slot di là da venire, il presidente di Sea, manager vicino alla Lega già tra i numerosi succedutosi con insuccesso alla guida di Alitalia, promette la realizzazione di un terza pista, ritenuta, “indispensabile”. Così come è ritenuta indispensabile la realizzazione della “bretella”, che devastando il Parco Sud, collegherà la tangenziale con Malpensa. E qui mi chiedo a chi giova tutto questo. Quindi l’efficiente Lombardia, e la sua classe politica ampiamente di centro destra più Lega, che ha voluto fortemente la realizzazione di Malpensa, ben sapendo che avrebbe messo in ginocchio Linate, senza realizzare collegamenti efficienti tra il nuovo aeroporto e il capoluogo ora, in ritardo di diversi anni, nel momento di picco della crisi di Alitalia, pensa e spera di colmare ritardi e lacune.
Sull’Expo la solfa si ripete in modo simile: dopo aver inneggiato alla vittoria di Milano, al grande evento che darà investimenti e risorse per il territorio, si litigano, sempre gli stessi, per il controllo del flusso, ipotetico visto che Tremonti ha stretto i cordoni, di numerosi milioni di euro. Leggo che un oscuro commercialista vicino alla Lega, fa la guerra al solito “grande manager” in cerca di fatture a diversi zeri, vicino alla Moratti, per contendergli potere e poltrone. E la signora Bracco, erede di una dinastia miliardaria, hanno fatto i soldi con i mezzi di contrasto per la sanità pubblica…, si vanta di accontentarsi di 50.000 euro per la sua opera alla società dell’Expo.
Intanto il rischio, o forse meglio dire la fortuna viste le temute devastazioni, che l’Expo non parta, si fa più concreto. Ma si potrebbe continuare con gli esempi di efficienza lombarda che devasta la nostra vita. Basta girare per Milano e incontrare uno dei numerosi cantieri aperti da talmente tanti anni che nessuno li conta più, dalla darsena a Sant’Ambrogio, per misurare l’incapacità, tutta locale cioè lombarda, di rispondere con efficienza e rapidità ai bisogni dei cittadini.
Anche nel nostro territorio gli esempi di malgoverno non mancano, anzi. Da oltre 20 anni chi si reca a Milano da Buccinasco attende la bretella che bypassi via Martinelli, assurda strettoia, ed incubo per chi ci passa e per chi ci abita. Qualche sgangherato rallentatore è l’unica risposta alle richieste dei cittadini e degli amministratori locali, del Comune di Milano.
Ancora: il metro ad Assago. Tanto atteso e tanto promesso, da chi con la scusa del nuovo collegamento ha devastato un territorio già abusato, fino a qualche mese fa sembrava in dirittura d’arrivo. Improvvisamente tutto fermo. Con stile tutto lombardo, i lavori prima rallentano, poi si fermano, con due stazioni che già sembrano abbandonate, e i parcheggi abbozzati. Intanto il privato va avanti e quindi tra poco avremo il centro commerciale più grande d’Europa, e vai con i record, senza collegamenti. E poi, mi chiedo tutte le volte che sono costretto a percorrere la famigerata rotonda del Forum, quando mai aprirà la fermata, il cittadino di Buccinasco e di Assago come diavolo ci arriverà con l’attuale viabilità al tanto agognato metro’.
Insomma io credo che su questo tema, dell’efficienza lombarda e della capacità delle classi dirigenti del Nord di gestire lo sviluppo, si facciano ancora grandi chiacchiere, cioè molto fumo per coprire gravi responsabilità e sarebbe bene che noi, il PD e la sinistra, escano dai complessi di colpa e di inferiorità che forse hanno condizionato la sua politica verso questo territorio. Un Partito federale o confederato, ma comunque un partito, dovrebbe intanto denunciare con più forza le disastrose conseguenze della politica lombarda sui suoi cittadini.
Di Redazione (del 29/01/2009 @ 06:00:43, in Politica nazionale, linkato 125 volte)
Famiglia Cristiana n. 4 25 gennaio 2009
La perdita di due punti del Prodotto interno lordo italiano corrisponderà alla perdita di migliaia di posti di lavoro.
«La domanda che ci poniamo oggi non è se il nostro Governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona: se aiuta le famiglie a trovare lavori con stipendi decenti, cure che possono permettersi, una pensione dignitosa». Parole che avremmo voluto sentire dai nostri politici. Le ha dette, invece, Obama Barack, nuovo presidente Usa, all’inizio del suo mandato. Noi abbiamo smarrito il senso di nazione e il bene comune. Siamo una Paese incredibile, metà fiaba e metà incubo.
Nel giorno in cui Obama chiama gli americani a raccolta per affrontare la sfida colossale dell’economia e della povertà, il nostro presidente rincorre i sondaggi: quanti punti potrebbe perdere con la cessione di Kakà, allettato dalle sirene miliardarie dell’emiro? Preoccupato più di Fiorello che passa a Sky, che del calo di due punti del Pil, il prodotto interno lordo italiano. Ma se vince la sfida calcistico-miliardaria (chi è il presidente del Milan?), elude la crisi: «Due punti in meno di Pil non sono un dramma!». Eurostat smentisce a stretto giro di cifre: il tasso di disoccupazione in Italia salirà all’8,2 per cento, cioè 600 mila posti di lavoro in meno.
«Lo stato dell’economia», prosegue Obama, «richiede azioni coraggiose e rapide, e noi agiremo: non solo per creare nuovi lavori, ma per gettare le fondamenta della crescita». Da noi, questa urgenza non si sente. Siamo alle prese con la comica finale del caso Villari e della Commissione di vigilanza Rai: storie di poltrone e di spartizione di potere televisivo.
Ma che c’entrano i politici con la tivù? Abbiamo i Tg più brutti al mondo, a tutte le ore le solite frustre facce di politici a "sputacchiare" insulse dichiarazioni. Ma che tivù è questa? Dove sono le notizie, le inchieste? Che fanno i giornalisti, tengono solo il microfono? Eppure, il canone è stato ritoccato verso l’alto, a noi contribuenti costa di più.
In Germania, i partiti della Grosse koalition trovano l’intesa su un piano anticrisi da 50 miliardi di euro, con 9 miliardi di euro in sgravi fiscali per aziende, persone fisiche, aiuti alle famiglie. Le nostre emergenze? Le intercettazioni telefoniche e un federalismo fiscale dai contorni fumosi e inquietanti, l’ennesimo cavallo di Troia della fantasia padana, un contentino da propaganda, un "ossicino" per tenerli buoni. Sarà federalismo solidale, costerà? Tremonti non dà cifre né risposte.
L’Azione cattolica italiana ci riporta alle priorità: «È necessario fornire una risposta immediata, forte, di sostegno materiale e morale, alle famiglie e alle persone che vivono il dramma – privato e sociale – della perdita del posto di lavoro». In tempi eccezionali occorrono misure eccezionali. Con il pieno coinvolgimento di tutte le forze politiche e sociali. In altri termini, un vero e proprio "patto di solidarietà" per il bene del Paese, per varcare il guado, prima che sia troppo tardi. Altro che stucchevoli duetti di insulti e aperture tra Premier e leader dell’opposizione (ammesso che ci sia ancora!).
Quel che è stato fatto contro la crisi è ben poco: più promesse che provvedimenti. Nell’attesa che passi la "nuttata". Ma come? L’84 per cento delle famiglie povere sono rimaste escluse dalla tanto decantata social card.
«In questo Paese, nasciamo e moriamo come una nazione, un popolo. Non cediamo alla tentazione di ricadere nella faziosità, nella chiusura mentale e nell’immaturità che ha avvelenato la nostra politica così a lungo»: sagge parole di Obama. Ma i nostri politici, come i polli di Renzo, continuano a "beccarsi" tra loro.
Di Redazione (del 28/01/2009 @ 08:12:22, in Politica locale, linkato 166 volte)
di Giambattista Maiorano
Leggo e rileggo la risposta del Sindaco Cereda, resa nota nel Consiglio Comunale del 22 gennaio scorso, all’interpellanza da me presentata il 4 dicembre 2008 riferita al “brindisi” voluto ed organizzato da Gigi Iocca nella sala giunta del municipio.
Giro e rigiro il foglio. Continuo a chiedermi se ne riesco ad afferrare il senso. Mi faccio perfino assalire dal dubbio che magari mi è venuta meno la comprensione della lingua italiana.
Osservo bene la firma posta sul timbrino riportante il logo del nostro Comune. E sì, se non è falsificata, è propria quella di Loris Cereda, del mio e nostro Sindaco. Vedo in controluce una specie di Pinocchio con un naso che diventa sempre più lungo. Una risposta tanto per darla, per dire qualcosa, ma alla quale è lui il primo a non crederci e a buttarla sul ridicolo.
Lasciamo i convenevoli ed entriamo nel merito. Il signor Luigi (detto Gigi) Iocca, in occasione del suo compleanno, ha ritenuto invitare tutto il personale del Comune presso l’aula giunta alle ore 12.00 ad un brindisi augurale. Non essendoci banditori in Buccinasco, ha affidato il suo invito ad un avviso, affisso con cura da personale del comune, sulle vetrate di ingresso di ciascun piano e a fianco del dispositivo di segnalazione delle presenze.
Casualmente in Comune quella mattina di venerdì 28 novembre 2008, accortomi e letto il cartello, mi sono permesso commentare, scrivendoci su due di essi e firmandomi chiaramente, che “queste cose non succedono neppure in Papuasia” dove forse il senso ed il rispetto delle istituzioni potrebbero essere meno avvertiti che da noi. Ovviamente non mi sbagliavo. Questo perché un comune cittadino, un gruppo, un’associazione, un partito, per utilizzare un qualsiasi ambiente comunale, presenta e protocolla la richiesta, paga in tesoreria l’importo determinato, utilizza la struttura il giorno stabilito. È pur vero che Gigi Iocca è un consigliere comunale, ma, a memoria, a nessuno dei suoi colleghi, attuali e precedenti, cosa assolutamente ovvia, è mai stato concesso un simile privilegio. Nessuna richiesta preventiva, nessun pagamento riscontrato, niente di niente. Anzi, quasi ci si scusa nella risposta datami di non aver pagato torta, pasticcini e spumante poiché, poverino, ha pagato “a sue spese”.
Morale: Gigi non è un cittadino qualunque e neanche un comune mortale. Ed io aggiungo: neppure un assessore e però, ed è questa la dimostrazione, è uno che conta di più, molto più che un assessore. Si aggira tra i piani con assoluta padronanza, entra ed esce degli uffici come fossero i suoi, si siede, utilizza normalmente i telefoni, è circondato dai suoi “collaboratori”. Più che rispetto, incute timore. Conta, altro che se conta … Il Comune lo sente talmente suo che, al confronto, il padrone delle ferriere e il padre padrone sfigurano enormemente.
Signor Sindaco, non ci siamo. L’ISTITUZIONE è un’altra cosa. Dell’istituzione nessuno è padrone, si serve, non ci si serve, si rispetta. Questa è la mia opinione che vedo condivisa da molti, penso onestamente anche da te, ma ovviamente non da tutti. E questo, checché se ne dica, fa differenza. La tua risposta all’interpellanza è una scivolata, una non risposta, un voler giocare. E’ un po’ come quel genitore che non intende rimproverare il figlio perché lo ritiene un guascone, uno che ha sempre voglia di scherzare, un menestrello d’altri tempi, uno che in fondo non fa male. Forse Gigi è anche questo o soprattutto questo. Ed è per questo che voleva non presenti “alcuni collaboratori”, ma tutto il personale. Come spiegare, altrimenti, gli avvisi su tutti i piani? Certo di personale ce ne è andato pochino e l’amico ne è rimasto parecchio mortificato. L’ha preso quasi come un affronto. E invece, non è tale. Il personale, infatti, ha dimostrato di avere alto il senso delle istituzioni e dei propri doveri, dando una lezione che mi auguro serva per il futuro. Ed io lo ringrazio.
Non è per facile moralismo, ma il malcostume nasce purtroppo anche da queste … piccole cose, forse per lui insignificanti, ma per la gran parte più che significative. Evitiamole.
È inutile lamentarsi dei giudizi negativi sulla classe politica se già ai nostri livelli si dimostra incapacità a controllare fenomeni come questi.
Leggo e rileggo la risposta del Sindaco Cereda, resa nota nel Consiglio Comunale del 22 gennaio scorso, all’interpellanza da me presentata il 4 dicembre 2008 riferita al “brindisi” voluto ed organizzato da Gigi Iocca nella sala giunta del municipio.
Giro e rigiro il foglio. Continuo a chiedermi se ne riesco ad afferrare il senso. Mi faccio perfino assalire dal dubbio che magari mi è venuta meno la comprensione della lingua italiana.
Osservo bene la firma posta sul timbrino riportante il logo del nostro Comune. E sì, se non è falsificata, è propria quella di Loris Cereda, del mio e nostro Sindaco. Vedo in controluce una specie di Pinocchio con un naso che diventa sempre più lungo. Una risposta tanto per darla, per dire qualcosa, ma alla quale è lui il primo a non crederci e a buttarla sul ridicolo.
Lasciamo i convenevoli ed entriamo nel merito. Il signor Luigi (detto Gigi) Iocca, in occasione del suo compleanno, ha ritenuto invitare tutto il personale del Comune presso l’aula giunta alle ore 12.00 ad un brindisi augurale. Non essendoci banditori in Buccinasco, ha affidato il suo invito ad un avviso, affisso con cura da personale del comune, sulle vetrate di ingresso di ciascun piano e a fianco del dispositivo di segnalazione delle presenze.
Casualmente in Comune quella mattina di venerdì 28 novembre 2008, accortomi e letto il cartello, mi sono permesso commentare, scrivendoci su due di essi e firmandomi chiaramente, che “queste cose non succedono neppure in Papuasia” dove forse il senso ed il rispetto delle istituzioni potrebbero essere meno avvertiti che da noi. Ovviamente non mi sbagliavo. Questo perché un comune cittadino, un gruppo, un’associazione, un partito, per utilizzare un qualsiasi ambiente comunale, presenta e protocolla la richiesta, paga in tesoreria l’importo determinato, utilizza la struttura il giorno stabilito. È pur vero che Gigi Iocca è un consigliere comunale, ma, a memoria, a nessuno dei suoi colleghi, attuali e precedenti, cosa assolutamente ovvia, è mai stato concesso un simile privilegio. Nessuna richiesta preventiva, nessun pagamento riscontrato, niente di niente. Anzi, quasi ci si scusa nella risposta datami di non aver pagato torta, pasticcini e spumante poiché, poverino, ha pagato “a sue spese”.
Morale: Gigi non è un cittadino qualunque e neanche un comune mortale. Ed io aggiungo: neppure un assessore e però, ed è questa la dimostrazione, è uno che conta di più, molto più che un assessore. Si aggira tra i piani con assoluta padronanza, entra ed esce degli uffici come fossero i suoi, si siede, utilizza normalmente i telefoni, è circondato dai suoi “collaboratori”. Più che rispetto, incute timore. Conta, altro che se conta … Il Comune lo sente talmente suo che, al confronto, il padrone delle ferriere e il padre padrone sfigurano enormemente.
Signor Sindaco, non ci siamo. L’ISTITUZIONE è un’altra cosa. Dell’istituzione nessuno è padrone, si serve, non ci si serve, si rispetta. Questa è la mia opinione che vedo condivisa da molti, penso onestamente anche da te, ma ovviamente non da tutti. E questo, checché se ne dica, fa differenza. La tua risposta all’interpellanza è una scivolata, una non risposta, un voler giocare. E’ un po’ come quel genitore che non intende rimproverare il figlio perché lo ritiene un guascone, uno che ha sempre voglia di scherzare, un menestrello d’altri tempi, uno che in fondo non fa male. Forse Gigi è anche questo o soprattutto questo. Ed è per questo che voleva non presenti “alcuni collaboratori”, ma tutto il personale. Come spiegare, altrimenti, gli avvisi su tutti i piani? Certo di personale ce ne è andato pochino e l’amico ne è rimasto parecchio mortificato. L’ha preso quasi come un affronto. E invece, non è tale. Il personale, infatti, ha dimostrato di avere alto il senso delle istituzioni e dei propri doveri, dando una lezione che mi auguro serva per il futuro. Ed io lo ringrazio.
Non è per facile moralismo, ma il malcostume nasce purtroppo anche da queste … piccole cose, forse per lui insignificanti, ma per la gran parte più che significative. Evitiamole.
È inutile lamentarsi dei giudizi negativi sulla classe politica se già ai nostri livelli si dimostra incapacità a controllare fenomeni come questi.
Di Redazione (del 27/01/2009 @ 13:43:55, in Politica nazionale, linkato 110 volte)
Di Redazione (del 25/01/2009 @ 08:00:45, in Politica internazionale, linkato 134 volte)
di Simcha Leventhal * Il Manifesto 22 gennaio 2009
Ho servito come artigliere nella divisione M109 dell'esercito israeliano dal 2000 al 2003 e sono stato addestrato a utilizzare le armi che Israele sta usando a Gaza. So per certo che le morti di civili palestinesi non sono una sfortunata disgrazia ma una conseguenza calcolata.
Le bombe che l'esercito israeliano ha usato a Gaza uccidono chiunque si trovi in un raggio di 50 metri dall'esplosione e feriscono con ogni probabilità chiunque si trovi a 200 metri. Consapevoli dell'impatto di queste armi, le gerarchie militari impediscono il loro uso, anche in combattimento, a meno di 350 metri di distanza dai propri soldati (250 metri, se questi soldati si trovano in veicoli corazzati).
Testimonianze e fotografie da Gaza non lasciano spazio a dubbi: l'esercito israeliano ha usato in questa operazione bombe al fosforo bianco, che facevano parte dell'arsenale quando anche io servivo nell'esercito.
Il diritto internazionale proibisce il loro uso in aree urbane densamente popolate a causa delle violente bruciature che provocano: la bomba esplode alcune decine di metri prima di toccare il suolo, in modo da aumentarne gli effetti, e manda 116 schegge infiammate di fosforo in un'area di più di 250 metri.
Durante il nostro addestramento, i comandanti ci hanno detto di non chiamare queste armi «fosforo bianco», ma «fumo esplosivo» perché il diritto internazionale ne vietava l'uso. Dall'inizio dell'incursione, ho guardato le notizie con rabbia e sgomento. Sono sconvolto dal fatto che soldati del mio paese sparino artiglieria pesante su una città densamente popolata, e che usino munizioni al fosforo bianco. Forse i nostri grandi scrittori non sanno come funzionano queste armi, ma sicuramente lo sanno le nostre gerarchie militari.
1300 palestinesi sono morti dall'inizio dell'attacco e più di 5000 sono rimasti feriti. Secondo le stime più ottimiste, più della metà dei palestinesi uccisi erano civili presi tra il fuoco incrociato, e centinaia di loro erano bambini. I nostri dirigenti, consapevoli delle conseguenze della strategia di guerra da loro adottata, sostengono cinicamente che ognuna di quelle morti è stata un disgraziato incidente. Voglio essere chiaro: non c'è stato alcun incidente. Coloro che decidono di usare artiglieria pesante e fosforo bianco in una delle aree urbane più densamente popolate del mondo sanno perfettamente, come anche io sapevo, che molte persone innocenti sono destinate a morire.
Poiché conoscevano in anticipo i prevedibili risultati della loro strategia di guerra, le morti civili a Gaza di questo mese non possono essere definite onestamente un disgraziato incidente.
Questo mese, ho assistito all'ulteriore erosione della statura morale del mio esercito e della mia società. Una condotta morale richiede che non solo si annunci la propria volontà di non colpire i civili, ma che si adotti una strategia di combattimento conseguente. Usare artiglieria pesante e fosforo bianco in un'area urbana densamente popolata e sostenere poi che i civili sono stati uccisi per errore è oltraggioso e immorale.
* L'autore è un veterano dei corpi di artiglieria dell'esercito israeliano e membro fondatore di Breaking the Silence.
Di Redazione (del 25/01/2009 @ 06:00:12, in Politica nazionale, linkato 146 volte)
Così i ragazzinidi Hamas ci
hanno utilizzato come bersagli
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 21 gennaio 2009
GAZA - «Andatevene, andatevene via di qui! Volete che gli israeliani ci uccidano tutti? Volete veder morire sotto le bombe i nostri bambini? Portate via le vostre armi e i missili», gridavano in tanti tra gli abitanti della striscia di Gaza ai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. I più coraggiosi si erano organizzati e avevano sbarrato le porte di accesso ai loro cortili, inchiodato assi a quelle dei palazzi, bloccato in fretta e furia le scale per i tetti più alti. Ma per lo più la guerriglia non dava ascolto a nessuno.
«Traditori. Collaborazionisti di Israele. Spie di Fatah, codardi. I soldati della guerra santa vi puniranno. E in ogni caso morirete tutti, come noi. Combattendo gli ebrei sionisti siamo tutti destinati al paradiso, non siete contenti di morire assieme?». E così, urlando furiosi, abbattevano porte e finestre, si nascondevano ai piani alti, negli orti, usavano le ambulanze, si barricavano vicino a ospedali, scuole, edifici dell’Onu.
In casi estremi sparavano contro chi cercava di bloccare loro la strada per salvare le proprie famiglie, oppure picchiavano selvaggiamente. «I miliziani di Hamas cercavano a bella posta di provocare gli israeliani. Erano spesso ragazzini, 16 o 17 anni, armati di mitra. Non potevano fare nulla contro tank e jet. Sapevano di essere molto più deboli. Ma volevano che sparassero sulle nostre case per accusarli poi di crimini di guerra», sostiene Abu Issa, 42 anni, abitante nel quartiere di Tel Awa. «Praticamente tutti i palazzi più alti di Gaza che sono stato colpiti dalle bombe israeliane, come lo Dogmoush, Andalous, Jawarah, Siussi e tanti altri avevano sul tetto le rampe lanciarazzi, oppure punti di osservazione di Hamas. Li avevano messi anche vicino al grande deposito Onu poi andato in fiamme E lo stesso vale per i villaggi lungo la linea di frontiera poi più devastati dalla furia folle e punitiva dei sionisti», le fa eco la cugina, Um Abdallah, 48 anni. Usano i soprannomi di famiglia. Ma forniscono dettagli ben circostanziati. E’ stato difficile raccogliere queste testimonianze. In generale qui trionfa la paura di Hamas e imperano i tabù ideologici alimentati da un secolo di guerre con il «nemico sionista».
Chi racconta una versione diversa dalla narrativa imposta dalla «muhamawa» (la resistenza) è automaticamente un «amil», un collaborazionista e rischia la vita. Aiuta però il recente scontro fratricida tra Hamas e Olp. Se Israele o l’Egitto avessero permesso ai giornalisti stranieri di entrare subito sarebbe stato più facile. Quelli locali sono spesso minacciati da Hamas. «Non è un fatto nuovo, in Medio Oriente tra le società arabe manca la tradizione culturale dei diritti umani. Avveniva sotto il regime di Arafat che la stampa venisse perseguitata e censurata. Con Hamas è anche peggio», sostiene Eyad Sarraj, noto psichiatra di Gaza city. E c’è un altro dato che sta emergendo sempre più evidente visitando cliniche, ospedali e le famiglie delle vittime del fuoco israeliano. In verità il loro numero appare molto più basso dei quasi 1.300 morti, oltre a circa 5.000 feriti, riportati dagli uomini di Hamas e ripetuti da ufficiali Onu e della Croce Rossa locale. «I morti potrebbero essere non più di 500 o 600. Per lo più ragazzi tra i 17 e 23 anni reclutati tra le fila di Hamas che li ha mandati letteralmente al massacro», ci dice un medico dell’ospedale Shifah che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita. Un dato però confermato anche dai giornalisti locali: «Lo abbiamo già segnalato ai capi di Hamas. Perché insistono nel gonfiare le cifre delle vittime? Strano tra l’altro che le organizzazioni non governative, anche occidentali, le riportino senza verifica. Alla fine la verità potrebbe venire a galla. E potrebbe essere come a Jenin nel 2002. Inizialmente si parlò di 1.500 morti. Poi venne fuori che erano solo 54, di cui almeno 45 guerriglieri caduti combattendo».
Come si è giunti a queste cifre? «Prendiano il caso del massacro della famiglia Al Samoun del quartiere di Zeitun. Quando le bombe hanno colpito le loro abitazioni hanno riportato che avevano avuto 31 morti. E così sono stati registrati dagli ufficiali del ministero della Sanità controllato da Hamas. Ma poi, quando i corpi sono stati effettivamente recuperati, la somma totale è raddoppiata a 62 e così sono passati al computo dei bilanci totali», spiega Masoda Al Samoun di 24 anni. E aggiunge un dettaglio interessante: «A confondere le acque ci si erano messe anche le squadre speciali israeliane. I loro uomini erano travestiti da guerriglieri di Hamas, con tanto di bandana verde legata in fronte con la scritta consueta: non c’è altro Dio oltre Allah e Maometto è il suo Profeta. Si intrufolavano nei vicoli per creare caos. A noi è capitato di gridare loro di andarsene, temevamo le rappresaglie. Più tardi abbiamo capito che erano israeliani». E’ sufficiente visitare qualche ospedale per capire che i conti non tornano. Molti letti sono liberi all’Ospedale Europeo di Rafah, uno di quelli che pure dovrebbe essere più coinvolto nelle vittime della «guerra dei tunnel» israeliana. Lo stesso vale per il “Nasser” di Khan Yunis. Solo 5 letti dei 150 dell’Ospedale privato Al-Amal sono occupati. A Gaza city è stato evacuato lo Wafa, costruito con le donazioni «caritative islamiche» di Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi del Golfo, e bombardato da Israele e fine dicembre. L’istituto è noto per essere una roccaforte di Hamas, qui vennero ricoverati i suoi combattenti feriti nella guerra civile con Fatah nel 2007. Gli altri stavano invece allo Al Quds, a sua volta bombardato la seconda metà settimana di gennaio.
Dice di questo fatto Magah al Rachmah, 25 anni, abitante a poche decine di metri dai quattro grandi palazzi del complesso sanitario oggi seriamente danneggiato. «Gli uomini di Hamas si erano rifugiati soprattutto nel palazzo che ospita gli uffici amministrativi dello Al Quds. Usavano le ambulanze e avevano costretto ambulanzieri e infermieri a togliersi le uniformi con i simboli dei paramedici, così potevano confondersi meglio e sfuggire ai cecchini israeliani». Tutto ciò ha ridotto di parecchio il numero di letti disponibili tra gli istituti sanitari di Gaza. Pure, lo Shifah, il più grande ospedale della città, resta ben lontano dal registrare il tutto esaurito. Sembra fossero invece densamente occupati i suoi sotterranei. «Hamas vi aveva nascosto le celle d’emergenza e la stanza degli interrogatori per i prigionieri di Fatah e del fronte della sinistra laica che erano stato evacuati dalla prigione bombardata di Saraja», dicono i militanti del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. E’ stata una guerra nella guerra questa tra Fatah e Hamas. Le organizzazioni umanitarie locali, per lo più controllate dall’Olp, raccontano di «decine di esecuzioni, casi di tortura, rapimenti nelle ultime tre settimane» perpetrati da Hamas. Uno dei casi più noti è quello di Achmad Shakhura, 47 anni, abitante di Khan Yunis e fratello di Khaled, braccio destro di Mohammad Dahlan (ex capo dei servizi di sicurezza di Yasser Arafat oggi in esilio) che è stato rapito per ordine del capo della polizia segreta locale di Hamas, Abu Abdallah Al Kidra, quindi torturato, gli sarebbe stato strappato l’occhio sinistro, e infine sarebbe stato ucciso il 15 gennaio.
La gente di Gaza torna libera, e disperata
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 23 gennaio 2009
GAZA - E’ un momento unico questo per i giornalisti nella striscia di Gaza. Dopo mesi e mesi di chiusura imposta dagli israeliani e di censura sui media locali da parte delle autorità di Hamas, la regione è aperta. La popolazione sembra più incline a parlare del solito. C’è scoramento, rabbia, dolore, confusione. E soprattutto torna a galla l’antica guerra fratricida tra Fatah e Hamas. L’autorità di Hamas è messa in dubbio. Solo nelle ultime 24 ore i suoi poliziotti armati, informatori e miliziani sono tornati a farsi vivi per le strade. E comunque tendono a restare in disparte, meno intrusivi di prima. L’emergenza bombardamenti è al massimo. E le priorità del dopoguerra trionfano sul resto. Dunque si può lavorare. I giornalisti possono muoversi, raggiungere zone che erano sbarrate sino a poco fa.
SFOGHI CONTRO LA GUERRA - Non è difficile sentire pareri di fuoco contro Hamas, contro le debolezze e la corruzione di Abu Mazen, contro il fatto che questa è stata una guerra stupida, inutile, perdente in partenza. «La guerra si fa quando si può vincere. Altrimenti perché battersi?» dicevano ieri scorati un gruppo di pescatori. In uno dei caffè più frequentati dagli studenti dell’Università Islamica sostenevano di essere vittime di Hamas e dei Fratelli Musulmani, sostenevano che ancora una volta i palestinesi sono stati vittime di giochi decisi a tavolino altrove. E’ possibile cogliere il mutare delle opinioni quasi in tempo reale. Nei primi giorni della guerra sembrava prevalere il consenso. La popolazione, esasperata da oltre due anni di embargo e chiusura imposta da Israele (con la collaborazione egiziana), vedeva nel tiro di missili sul Negev un più che legittimo gesto di rivolta.
«Meglio morire subito combattendo, che strangolati lentamente dalla chiusura israeliana. Gaza è diventata una gigantesca prigione a cielo aperto», dicevano in tanti. Anche i più critici con Hamas tendevano comunque a plaudire la vendetta armata. Poi però queste opinioni sono cambiate. Il massiccio bombardamento israeliano è stato terrificante. Un vera operazione di punizione collettiva anche contro i civili, che in certi casi rasenta il crimine di guerra. Il messaggio è stato chiaro, evidente per tutti: dovete assolutamente bloccare Hamas, sappiate che qualsiasi zona dove operano i loro miliziani, specie quelle da dove sparano i missili, potrà venire colpita e rasa al suolo. E’ vero. Quasi sempre, specie nelle zone urbane di frontiera, Israele ha notificato la popolazione con qualche ora di anticipo che avrebbe bombardato. Lo ha fatto con i volantini dal cielo (come avveniva in Libano nel 2006), ma anche utilizzando la rete telefonica locale mandando sms sul sistema Jawwal. Pure, poche ore dopo il bombardamento è stato letale, le incursioni di carri armati e squadre speciali dell’esercito brutali. Durante l’azione militare Israele non ha guardato in faccia a nessuno. Ne abbiamo fatto le spese anche noi, quando con la nostra macchina a metà gennaio siamo stati presi di mira da una pattuglia della fanteria nella zona di Netzarim. Ci hanno sparato contro per due ore, pur vedendo che, dopo le prime raffiche, noi non rispondevamo affatto al fuoco, anzi gridavamo che eravamo giornalisti da dietro una duna. Solo una lunga serie di telefonate con i portavoce militari a Gerusalemme, mentre ancora a Netzarim ci sparavano contro, ha permesso infine la nostra fuga. Ma cosa sarebbe successo a una qualsiasi famiglia palestinese? Quel fatto ci ha fatto capire in diretta la logica delle regole di ingaggio israeliane in questo conflitto.
E’ stata un’operazione mirata non tanto a distruggere l’apparato militare di Hamas, che per il suo carattere di guerriglia mischiata alla popolazione è ben difficile da annientare, quanto a convincere i palestinesi che d’ora in poi non solo il sostegno ad Hamas, ma anche la sola esistenza di questa organizzazione tra le loro terre, rappresenta un pericolo. E’ ancora difficile capire se Israele abbia avuto successo. Appare però sempre più evidente il malcontento di Gaza. La popolazione è scorata, confusa. C’è chi parla apertamente con nostalgia dell’”età dell’oro” 1967-1987, il periodo precedente la prima intifada, quando c’era sì la repressione militare dell’occupazione israeliana seguita alla Guerra dei Sei Giorni. Ma c’era anche il benessere economico, la possibilità per ogni palestinese di viaggiare in auto da Khan Yunis ad Haifa, Tel Aviv, Gerusalemme. Ci è capitato di sentire più volte negli ultimi giorni gli abitanti di Gaza dire che allora, prima della “stupida e inutile intifada contro i sionisti”, i “nostri datori di lavoro ebrei erano amici, ci pagavano bene, venivano a visitarci qui nelle nostre case e noi andavamo nelle loro”. Dichiarazioni impensabili solo sino a un mese fa, specie qui a “Hamastland” nel cuore di Gaza. Probabilmente sono sentimenti solo temporanei, passeranno presto. Al loro fianco convivono le grida di vendetta, la radicalizzazione dei giovani che oggi, di fronte ai morti e alle case distrutte, chiedono una “nuova guerra santa” e glorificano gli “shahid” morti combattendo. Ma è comunque un momento magico per cogliere tutti questi sentimenti contrastanti. Questo è il momento per raccontare Gaza.
Gaza riapre i tunnel: «Per noi sono l'aria»
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 24 gennaio 2009
RAFAH (Gaza meridionale) — «Marameo!» fanno i palestinesi impolverati all'aereo israeliano senza pilota che li osserva dal cielo. Scavano, scavano, lavorano immersi nella terra e sorridono. Quelli più magri sono sotto, nelle gallerie transennate da traversine di legno riutilizzate all'infinito, armati di picche, badili e secchi primitivi ricavati da vecchie taniche di plastica sventrate. Le riempiono di sabbia e sassi dal fondo del pozzo, quindi i compagni le recuperano alla superficie con un verricello. I più «ricchi» si fanno aiutare da un motore elettrico alimentato dal generatore. Gli altri più semplicemente ricorrono a muli o cavalli da tiro. Tutto attorno il terreno è sconvolto dalle bombe.
Crateri immensi, profondi anche oltre sei metri. E larghe fessure create dai missili anti-bunker, ricordano l'effetto dei proiettili americani contro le postazioni di Al Qaeda a Tora Bora, in Afghanistan, nel 2001. «Ecco cosa ne facciamo di ventitré giorni di bombardamenti assassini: in poche ore ricostruiamo ciò che gli israeliani hanno con tanto accanimento tentato di annientare. Perché non abbiamo alternative, senza questa vitale via di commercio con il mondo all'esterno la Striscia di Gaza soffoca, muore piano piano», dice sorridendo Abu Jasser, 27 anni. È uno dei tanti giovani «nuovi imprenditori » della Striscia di Gaza, esponente della rampante «aristocrazia dei tunnel» cresciuta negli ultimi tre anni all'ombra dell'embargo contro Hamas decretato con pugno di ferro da Israele. I suoi tre tunnel si trovano nel cuore di quello che chiamano «Brasil», uno dei quartieri della cittadina di Rafah confinante a sud con l'Egitto, più volte bombardato (l'attacco più grave fu durante le operazioni repressive contro la seconda intifada quando Israele decise di obbligare ad evacuare migliaia di abitanti per poter colpire più impunemente). Ogni volta, immancabilmente, i tunnel sono stati riaperti. E ora sta avvenendo lo stesso. Tutta la zona ferve d'intensa attività. Ci sono nell'aria il puzzo di gasolio bruciato dei generatori, il rumore degli scavi, le grida dei lavoratori. Ogni tanto passano in motorino gli attivisti barbuti di Hamas. Se hanno una pistola la nascondono sotto le giacche. Controllano che non ci siano «spie» israeliane, anche un giornalista straniero può essere sospetto. Ma pochi si interessano a loro. «L'importante è riprendere il commercio con l'Egitto il più presto possibile. Ogni giorno di blocco mi costa centinaia di dollari. E anche i commercianti egiziani attendono con impazienza il via», dice Abu Jasser.
Ci fa scendere nel suo tunnel. L'entrata nel terreno coperta da un foglio di plastica è quadrata, circa due metri per lato; si scende una quindicina di metri utilizzando le transenne come una scala. Sul fondo la sabbia è umida, rimossa di fresco. Da qui parte la galleria lunga circa 750 metri che porta in Egitto, ma dopo un paio di metri è sbarrata dai crolli. Abu Ali, un venticinquenne magro magro, si sta aprendo un varco nonostante le minacce di nuove frane interne. «Ho un po' di paura perché potrebbero esserci bombe inesplose. E poi c'è uno strano odore qui, magari gli israeliani hanno usato gas velenosi, armi chimiche, oppure uranio impoverito per impedirci di lavorare. Ma cosa possiamo farci? Questa è la nostra vita», afferma continuando a scavare. Lui guadagna circa 100 dollari al giorno, Abu Jasser migliaia, specie quando arrivano i carichi di vestiti e cibi particolari. Questo tunnel gli è costato 100 mila dollari al momento della costruzione un anno fa. Ora valuta i danni in altri 5 mila dollari. Ma ritiene che entro una settimana i suoi tre tunnel saranno in piena funzione, 24 ore al giorno, con 16 «dipendenti» divisi su due turni. Tutto attorno tanti altri come loro scavano febbrilmente. Abu Rahaf, 21 anni, sprona i suoi operai a colpi di dollari. Sta organizzando l'arrivo di diverse derrate alimentari dall'Egitto: formaggio, carne in scatola, biscotti, spezie. I suoi vicini stanno già facendo affari d'oro, dopo i 23 giorni ininterrotti di chiusura, Gaza più che mai attende la riapertura dei tunnel. La benzina sta già arrivando. In due giorni è scesa da 10 a 4 shequel al litro. È la sfida dei poveracci contro la forza delle armi. «Entro al massimo tre mesi tutto sarà come prima della guerra. Gaza ha bisogno dei tunnel come gli uomini dell'aria per respirare», dice Abu Rafah filosofico. Tutti ammettono che «ogni tanto da qui passano armi». Ma, aggiungono alzando le spalle, «sono poca cosa, qualche mitra e pistola». Le prove? «Basta vedere come è andata la guerra. Hamas non ha potuto fare nulla contro le armi israeliane. Altro che Iran o Hezbollah! I tunnel servono soprattutto per mangiare».
Di Redazione (del 24/01/2009 @ 07:34:55, in Politica nazionale, linkato 259 volte)
di Edmondo Berseli L’Espresso, 22 gennaio 2009
Un programma alternativo alla destra. Una sfida alla Lega. Un partito radicato nel territorio. Una nuova classe dirigente. Ecco la ricetta dell'ex ministro. Colloquio con Pier Luigi Bersani.
Abbiamo davanti due tornate elettorali impegnative, in cui dobbiamo essere credibili, facendo sentire la forza di un programma alternativo alla destra e, al Nord, soprattutto alla Lega. Questo è il punto. Il resto sono sceneggiate...
Pier Luigi Bersani, ministro ombra del Pd per l'economia, e probabile risorsa ombra nel caso di terremoti al vertice, è reduce da un incontro a Modena, dove ha verificato le inquietudini di un tessuto economico che sembrava immune alle crisi. "Il primo comandamento è: prendere sul serio la realtà". Già, il clima è plumbeo anche nella ricca Emilia dei distretti. Cassa integrazione. Sguardi preoccupati sul 2009.
Bersani, riesce a dire qualcosa il Pd a queste realtà, in tempi così difficili?
"Al Nord dobbiamo comportarci sapendo che il nostro contendente è il leghismo. Un movimento dentro la società che noi non possiamo permetterci di snobbare, anche se al leghismo siamo alternativi. Dobbiamo dire: la Lega parla spesso di cose giuste, ma ancora più spesso in un modo sbagliato".
Sbaglio o sento odore di Partito del Nord?
"No. Noi dobbiamo essere capaci di parlare di Nord, di autonomie, di territorio, senza complessi. 'Nord' è una parola che contiene molti significati. È geografia ma è anche la metafora dell'Italia dei ceti più dinamici, moderni e produttivi".
A sinistra questi ceti vengono evocati spesso, ma poi votano dall'altra parte.
"Sì, ma adesso la propaganda è finita e anche la destra deve misurarsi con le cose. Nel caso specifico, a me sembra chiaro che il leghismo non ce la fa ad accendere il motore del Nord. La Lega è una specie di sindacato del Nord; se guardiamo ai risultati, dopo molti annunci questa politica porta a casa poco o niente".
Sullo sfondo c'è la bandiera del federalismo.
"Ma intanto, nella realtà vera, e per i ceti che dichara di rappresentare, le piccole imprese e il lavoro, la Lega produce risultati zero. Niente nelle infrastrutture, niente sull'occupazione. E sui grandi aspetti anche simbolici, come Malpensa e l'Expo, ci sono stati addirittura effetti boomerang. Oltretutto, c'è una questione di coerenza: vogliamo dirlo che Malpensa campava anche sulle rotte in deficit di Alitalia? Altro che mercato, quella è assistenza. Se ne può fare a meno".
Eppure la Lega è altissima nei consensi.
"Ma a un certo punto Bossi, Maroni e tutti gli altri dovranno anche spiegare l'irrazionalità delle scelte, specialmente verso le amministrazioni locali: per dire, hanno cancellato l'unica forma di tassazione 'federalista', l'Ici, con la conseguenza che i comuni si trovano in una situazione finanziaria di sofferenza grave".
Se è per questo, la crisi incombe su tutto il paese, non soltanto sul Nord.
"Fra i compiti di un'opposizione adeguata al suo ruolo, c'è anche quello di mettere allo scoperto l'insufficienza del governo".
Vuole dire che finora il Pd non ha fatto opposizione?
"Voglio dire che ogni giorno che passa si assiste all'aggravarsi dei problemi e all'inadeguatezza della destra. Innanzitutto ci vuole una diagnosi specifica sui punti di tensione. La crisi investe le piccole imprese, nel loro rapporto con il credito. Implica una ridefinizione strutturale degli ammortizzatori sociali. Chiede misure a sostegno di due ambiti sociali, come sostegno al reddito delle famiglie, e a favore dei giovani precari. Pretende azioni dal lato delle politiche industriali".
Quindi il governo non ha neppure capito l'entità della crisi.
"Perlomeno sembra che non abbia capito che coloro che lavorano e che producono sono totalmente esposti all'ondata della recessione. Sono settimane che vedo interviste oniriche di Giulio Tremonti, in cui parla di imperatori romani o di entità metafisiche, e intanto, sul credito alle imprese non si fa nulla, il peso fiscale si accresce, sugli ammortizzatori sociali si è sostanzialmente al palo, e così via".
Il governo ha annunciato investimenti pubblici per ottanta miliardi.
"Tremonti spara cifre e miliardi che poi all'atto pratico non si vedono. Noi abbiamo una proposta chiara: spostare risorse sui cantieri locali, da spendere subito, senza attendere i tempi biblici delle grandi infrastrutture. Spostiamo opere alle autonomie rendendole operative entro 24 mesi".
Ma la crisi non si supera con un paio di rotatorie.
"Intendiamoci: dobbiamo sapere con chiarezza quanto è profonda e duratura la crisi. Se dura un anno, c'è solo da resistere. Bisogna mettere alcuni miliardi sugli ammortizzatori sociali, aiutare le imprese che innovano a investire, anche con defiscalizzazioni mirate, e dire alle banche che l'imperativo è pensare a salvare tutti, non solo le banche. Intanto però sarebbe il caso di fare qualcosa, cominciando dal territorio".
Secondo lei su questi temi la Lega è il grande assente.
"La Lega parla di liberalizzazioni e poi non vota i nostri emendamenti. Anche sul provvedimento anti-Roma, ossia sullo sforamento del patto di stabilità comunale, ha votato il nostro ordine del giorno, ma non il relativo emendamento. Sono furbizie che alla fine mostrano la corda. Per adesso la Lega scarica la frustrazione prendendosela, invece che con Berlusconi, con i poveracci, vedi la tassa sul permesso di soggiorno, mentre clandestini e sbarchi aumentano. Quando si accorgerà che il pifferaio-miliardario li sta portando in giro, con il suo piffero, sarà troppo tardi".
Il fatto è che il Pd non sembra un'alternativa realistica alla destra, al Nord.
"Noi dobbiamo pensare a un radicamento territoriale esplicito, alla crescita delle autonomie, alla selezione di una classe dirigente capace di affrontare le prove dell'economia e dire parole pronunciabili sia al Nord sia al Sud. Non illudiamoci di affrontare questi temi col tatticismo, perché un partito leninista come la Lega sul terreno dei tatticismi ci porterebbe a spasso".
Niente balletti con Bossi.
"Dobbiamo affrontare la Lega con rispetto e in campo aperto. Per rafforzare un'altra idea di Nord. Un Nord capace innanzitutto di interpretare questa fase della crisi, con un'attenzione fortissima alla produzione e alla manifattura, le caratteristiche del nostro apparato economico".
Sono nate preoccupazioni gravi sulla tenuta dei distretti.
"La crisi è grave perché non ci sono settori o sistemi o paesi anticiclici. Tutta l'economia sembra un treno che va rallentando in aperta campagna. Quando finalmente ripartirà, vincerà chi avrà mantenuto il vantaggio relativo".
Cioè chi si sarà reso più efficiente.
"Per questo ci vuole un progetto complessivo. Lo Stato e le banche devono spingere su imprese efficienti e innovative, concentrando le risorse. Poi ci vuole un patto fiscale, che al momento il governo sta praticando in modo perverso: anziché abbassare le aliquote ha allentato i controlli, mentre al lavoro dipendente non ha restituito nemmeno il fiscal drag".
Non dica che le tasse sono bellissime. Ci siamo già giocati un governo.
"Noi proponiamo uno scambio, fedeltà fiscale contro abbassamento delle aliquote. In cinque anni, raggiungere il tasso di fedeltà fiscale medio europeo, cominciando di anno in anno a ridurre le aliquote".C'è anche tutto il settore pubblico da rimettere in efficienza.
"Sì, ma non con il brunettismo. Non bastano le misure mediatiche. Ci vuole una sorta di piano industriale per la pubblica amministrazione, una riconversione in base ai compiti nuovi che deve affrontare".
Scusi, Bersani, perché queste cose non le avete dette in campagna elettorale?
"Forse abbiamo lasciato circolare l'idea che il riformismo lo abbiamo solo davanti, nel futuro. E invece le nostre culture, quella socialista, quella cattolica popolare, la cultura dell'autonomia, del territorio, hanno una storia alle spalle. C'è un secolo e mezzo di abitudine a trattare i problemi locali, e a trasferire le soluzioni dell'autorganizzazione sociale alle politiche pubbliche. Le aree artigiane e gli asili nido li abbiamo inventati noi. E sempre pensando in modo universalistico: tutti al mondo ne hanno diritto, ma se non te lo fai da te, nessuno ti regala niente".
Bersani, non nascondiamoci dietro un dito. Questa è una candidatura alla guida del Pd.
"Abbia pazienza. Noi dobbiamo avere un obiettivo, la riorganizzazione del partito sul territorio. Se riprendiamo con le discussioni sulla leadership cominciamo dal tetto. Il leaderismo è una forzatura. Mentre sembra semplificare i problemi, li complica. Le persone escono dal confronto sul progetto, non il contrario".
Non le piace neanche il Partito del Nord.
"Ma quale partito? Prima di parlare di geografia dobbiamo dire meglio che intendiamo con la parola partito. Ad esempio, voglio un partito che prenda le mosse dalle esperienze locali e poi vada a rappresentarle a Roma, e non un partito dove ognuno parli stando a casa sua".
In sostanza lei dice: sulla crisi ci vuole un messaggio da parte del governo che non è venuto.
"C'è un mutismo assordante. Tremonti e Berlusconi rappresentano chi pensa di poter acquattarsi dietro la crisi. Altro che acquattarsi: bisogna dire che è in gioco la consistenza industriale del Paese".
Quindi?
"Subito un tavolo di crisi. Con regioni, enti locali, imprese, banche, sindacato".
E voi che fate?
"Noi cominciamo a dire le cose come stanno. Nella realtà, cercando di rappresentare non chi si acquatta, ma chi sta sul fronte".
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