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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Redazione (del 27/02/2009 @ 11:06:16, in Politica internazionale, linkato 212 volte)
di VITTORIO ZUCCONI La Repubblica, 27 febbraio 2009
La nuova rivoluzione americana, promessa e coronata dal trionfo elettorale, arriva un mese dopo l'insediamento di Obama e si realizza attraverso il solo strumento legittimo che le democrazie moderne offrano a chi le governi.
La spesa pubblica, la leva fiscale, la redistribuzione della ricchezza nazionale dal portafoglio di chi più ha alle tasche di chi non ha. Una rivoluzione imposta dal naufragio spaventoso del mercato finanziario.
Chi aveva temuto o sperato che Obama fosse soltanto una novità ricca di simboli e povera di sostanza, e non avrebbe fatto davvero niente "di sinistra", oggi legge con sbalordimento un budget, una finanziaria diremmo noi, che chiude un'era della storia americana cominciata una generazione fa con la rivoluzione reaganiana e ne apre un'altra, non per "far piangere i ricchi sulle loro barche", ma per raddrizzare la barca nazionale che sbanda e salvare, dopo la bufera, anche i ricchi, motore e carburante indispensabile di una economia equa e sviluppata.
Il progetto di bilancio che ieri la Casa Bianca ha presentato al Parlamento per una discussione che sarà furibonda, perché non esistono nel Congresso degli Stati Uniti partiti di proprietà e ricatti di voti di fiducia, non è soltanto ciclopico nelle cifre: 3 mila e cinquecento miliardi di spesa totale, mille e trecentocinquanta miliardi di disavanzo (praticamente l'intero Prodotto Interno italiano), 318 miliardi di nuove entrate fiscali imposte al reddito di chi guadagna oltre 250 mila dollari l'anno per creare un fondo di riserva per la futura copertura sanitaria universale che ammonta a 634 miliardi. Cifre, come si vede, inconcepibili per altre nazioni che devono misurare in qualche decina di miliardi al massimo le proprie "manovre".
L'enormità dei conti che il nuovo "pater familias" ha presentato alla famiglia americana va ben oltre l'entità della cifre, talmente grandi da avere indotto il repubblicano sudista Eric Cantor, della Virginia, a definirle "danaro immaginario". La sostanza del budget obamiano è nel capovolgimento di una cultura politica che dall'elezione di Ronald Reagan nel 1980, e ancor prima, nelle periferie degli stati, vedeva nel governo centrale non la soluzione dei problemi, ma "il" problema. E aveva postulato il dogma del togliere ai poveri per dare ai ricchi, nella speranza che dal boccale traboccante sgocciolasse verso il basso ricchezza per dissetare anche gli altri.
Il dogma dominante della trickle down economy, che aveva attraversato indenne anche la presidenza Clinton grazie alla presenza di una radicale maggioranza repubblicana in Parlamento, e si era rilanciato nella grande detassazione voluta da George W Bush, ha finito, come tutti i dogmi e le ideologie, per divorare sé stesso, producendo quella bolla di arricchimento speculativo, non soltanto "disonesto" come vogliono i giustificazionisti, che è esplosa lo scorso anno.
È stata dunque la realtà a decretare la fine di quell'epoca, così come la stagnazione e l'inflazione degli anni '70 avevano segnato il tramonto del keynesismo rooseveltiano. Obama ne ha tratto le conseguenze, oltre che averne subito gli effetti, ereditando da Bush un "buco" di mille miliardi di dollari, un mercato immobiliare decomposto e un mondo finanziario a pezzi.
La sua scelta è stata radicale. Non giocare al Robin Hood, ma abbattere per ricostruire. "Ci sono momenti nei quali ci si può limitare a una mano di bianco, altri, come questo, nel quale di devono rifare le fondamenta". La quota di ricchezza nazionale spinta verso l'alto dalla "rivoluzione reaganiana" che aveva trasformato la società americana da una "mela", nella quale il grosso del reddito stava all'equatore della nazione, lasciando ai due poli opposti ma sottili ricchezza e povertà, in una "pera", dove sempre più persone sono scivolate verso il fondo del frutto, demolendo la classe media.
Forzare, attraverso la leva fiscale che si farà più dura con chi sta sulla cima del reddito, è soltanto il ritorno alla classica "tassazione progressiva", allo strumento inventato per garantire, senza espropri o violenze, la circolazione della ricchezza, ingolfata verso l'alto.
Un'operazione difficile, perché aumentare le tasse, sia pure a pochi, nei momenti di crisi acuta è sempre rischioso, perché avviene sul corpo di un malato grave. Ma un'operazione indispensabile, perché la fede nella capacità autoequilibrante del mercato cara ai teologi del liberismo assoluto come Alan Greenspan, si è schiantata nei giorni di settembre, quando il mercato ha presentato il conto del proprio naufragio proprio a coloro che disprezzava: al governo, dunque ai contribuenti, rimasti a reggere il sacco vuoto di un'illusione finita.
Di Redazione (del 26/02/2009 @ 08:42:39, in Interventi, linkato 316 volte)
di Giambattista Maiorano
In medio stat virtus. In italiano questa massima latina è stata tradotta grosso modo così: la verità sta nel mezzo. E non a torto. Normalmente, quando due si lasciano le colpe non sono mai esclusive. C’è quantomeno una compartecipazione. Questa è però la norma. Il problema nasce quando la regola è sovvertita, quando i principi lasciano il tempo che trovano, quando l’interesse immediato brucia le ragioni costitutive poste a fondamento del rapporto democratico e del vivere civile.
Le ultime settimane ci hanno offerto lo spettacolo di tentativi di sottrarsi a prassi e norme presentate come del tutto obsolete e quindi freno alla linearità ed all’efficacia di disposizioni ritenute tanto urgenti quanto necessarie. .
Dopo 17 anni, assolutamente urgente era divenuta la situazione di Eluana Englaro, dimentichi della sordità delle politica a dare risposte alle richieste avanzate negli anni precedenti. D’improvviso, nascono tanti scrupoli di coscienza, memorie di virtù cristiane, richiami perentori alla vita umana. Capisco la Chiesa, ma giuro, mai viste tante professioni di fede di noti e tosti mangiapreti aiutati da altrettanti noti iscritti all’anagrafe battesimale, sollecitati a loro volta da uno stuolo di novelli crociati. A tutti la benedizione di parte della Chiesa ufficiale che ha lasciato l’impressione di inseguire, in un amaro abbraccio clericale, più la ricerca di un nuovo connubio tra trono e altare che esprimere pietà e carità oltre al rispetto delle altrui opinioni. .
Nessun ingrediente è stato gettato a caso nei gorghi vergognosi di un tritacarne così nauseante di ipocrisia. Proprio nulla è mancato nella pentola della peggiore strumentalizzazione.
Di tanto tanfo, buona parte dell’opinione pubblica sembra non se ne sia neppure accorta: digerito nell’indifferenza.
Lo stesso conflitto istituzionale, scientificamente cercato e voluto, non è sembrato interessare più di tanto. Il Governo è sempre in luna di miele. Il Presidente del Consiglio ha la fiducia di oltre il 70% dei cittadini. È vero. Quindi, ha ragione e tanto basta. Tutto gli è concesso e tutto si deve concedere. Le battute, anche le più infelici? Sono parte del personaggio! Ma in fondo, quel personaggio è sempre un buono, tanto buono di essere riuscito a sostituire il catechismo con il grande fratello. Già, il grande fratello: quel tipo di cultura che ti priva di ogni senso critico, che ti fa vedere il mondo dall’angolatura misera dell’individualismo sfrenato, che ti vuole sempre in competizione, che attribuisce la crisi ai giornali, che ti invita a consumare con le tasche vuote, che ti desidera bello e cretino perché così funziona meglio la fabbrica degli yes man.
Parli così? Vuol dire che sei anti, un comunista, invidioso di Berlusconi!
Anti che, per piacere? Tanto di cappello all’uomo d’impresa che ha avuto la capacità di sfruttare appieno la sua intraprendenza. Altro però è il giudizio sul soggetto che ha cumulato le sue fortune fortemente aiutato dalla politica e dall’etere. Ha avuto fiuto e ha fiuto. Su questo ha costruito un impero: chapeau …! Ha fatto e fa i suoi affari, ma non certo alla luce delle encicliche sociali. È riuscito a determinare un predominio culturale e con questo un seguito pronto ad adularlo faccia quel che faccia. Non è un “primus inter pares”, è il dominus, l’unto del Signore cui vengono attribuiti poteri salvifici. Sarò scemo, ma a questo mi oppongo e mi opporrò sempre con chiunque.
I sintomi ci sono ormai tutti perché la pressione faccia saltare rovinosamente il coperchio dalla pentola. La crisi c’è, è dura, durissima e mondiale. Venirne fuori sarà drammatico. E allora addio certezze, addio emergenze appositamente enfatizzate per nascondere la realtà, addio promesse roboanti. Altro che consumare, ronde, stupri, emigrati e clandestini: fumo negli occhi. Ciascuno di noi, delle nostre famiglie, ne farà purtroppo amara esperienza. Realismo, non pessimismo, grazie.
Forse è il caso di coinvolgere tutte le forze, non offenderle. Forse è il caso che il Parlamento si riappropri delle sue prerogative e delle sue responsabilità. Forse è il caso che il Capo dello Stato, ora più che mai, eserciti il suo ruolo costituzionale. Forse è il caso che la stessa Chiesa torni ad educare, a parlare chiaramente, a capovolgere il sistema di valori creato dai media, a ritornare allo spirito del Concilio, a rinunciare a piccoli accordi che la rendono poco autorevole e prigioniera di una mentalità e di una cultura che valorizza l’individuo, ma che massacra l’uomo.
Forse è il caso di smetterla, per tutti e per ciascuno, di pensare che “virtus stat in MEDIASET”.
Ci spero. Non è Berlusconi che mi preoccupa, ma la mentalità che fatica a scoprire l’uomo integrale.
In medio stat virtus. In italiano questa massima latina è stata tradotta grosso modo così: la verità sta nel mezzo. E non a torto. Normalmente, quando due si lasciano le colpe non sono mai esclusive. C’è quantomeno una compartecipazione. Questa è però la norma. Il problema nasce quando la regola è sovvertita, quando i principi lasciano il tempo che trovano, quando l’interesse immediato brucia le ragioni costitutive poste a fondamento del rapporto democratico e del vivere civile.
Le ultime settimane ci hanno offerto lo spettacolo di tentativi di sottrarsi a prassi e norme presentate come del tutto obsolete e quindi freno alla linearità ed all’efficacia di disposizioni ritenute tanto urgenti quanto necessarie. .
Dopo 17 anni, assolutamente urgente era divenuta la situazione di Eluana Englaro, dimentichi della sordità delle politica a dare risposte alle richieste avanzate negli anni precedenti. D’improvviso, nascono tanti scrupoli di coscienza, memorie di virtù cristiane, richiami perentori alla vita umana. Capisco la Chiesa, ma giuro, mai viste tante professioni di fede di noti e tosti mangiapreti aiutati da altrettanti noti iscritti all’anagrafe battesimale, sollecitati a loro volta da uno stuolo di novelli crociati. A tutti la benedizione di parte della Chiesa ufficiale che ha lasciato l’impressione di inseguire, in un amaro abbraccio clericale, più la ricerca di un nuovo connubio tra trono e altare che esprimere pietà e carità oltre al rispetto delle altrui opinioni. .
Nessun ingrediente è stato gettato a caso nei gorghi vergognosi di un tritacarne così nauseante di ipocrisia. Proprio nulla è mancato nella pentola della peggiore strumentalizzazione.
Di tanto tanfo, buona parte dell’opinione pubblica sembra non se ne sia neppure accorta: digerito nell’indifferenza.
Lo stesso conflitto istituzionale, scientificamente cercato e voluto, non è sembrato interessare più di tanto. Il Governo è sempre in luna di miele. Il Presidente del Consiglio ha la fiducia di oltre il 70% dei cittadini. È vero. Quindi, ha ragione e tanto basta. Tutto gli è concesso e tutto si deve concedere. Le battute, anche le più infelici? Sono parte del personaggio! Ma in fondo, quel personaggio è sempre un buono, tanto buono di essere riuscito a sostituire il catechismo con il grande fratello. Già, il grande fratello: quel tipo di cultura che ti priva di ogni senso critico, che ti fa vedere il mondo dall’angolatura misera dell’individualismo sfrenato, che ti vuole sempre in competizione, che attribuisce la crisi ai giornali, che ti invita a consumare con le tasche vuote, che ti desidera bello e cretino perché così funziona meglio la fabbrica degli yes man.
Parli così? Vuol dire che sei anti, un comunista, invidioso di Berlusconi!
Anti che, per piacere? Tanto di cappello all’uomo d’impresa che ha avuto la capacità di sfruttare appieno la sua intraprendenza. Altro però è il giudizio sul soggetto che ha cumulato le sue fortune fortemente aiutato dalla politica e dall’etere. Ha avuto fiuto e ha fiuto. Su questo ha costruito un impero: chapeau …! Ha fatto e fa i suoi affari, ma non certo alla luce delle encicliche sociali. È riuscito a determinare un predominio culturale e con questo un seguito pronto ad adularlo faccia quel che faccia. Non è un “primus inter pares”, è il dominus, l’unto del Signore cui vengono attribuiti poteri salvifici. Sarò scemo, ma a questo mi oppongo e mi opporrò sempre con chiunque.
I sintomi ci sono ormai tutti perché la pressione faccia saltare rovinosamente il coperchio dalla pentola. La crisi c’è, è dura, durissima e mondiale. Venirne fuori sarà drammatico. E allora addio certezze, addio emergenze appositamente enfatizzate per nascondere la realtà, addio promesse roboanti. Altro che consumare, ronde, stupri, emigrati e clandestini: fumo negli occhi. Ciascuno di noi, delle nostre famiglie, ne farà purtroppo amara esperienza. Realismo, non pessimismo, grazie.
Forse è il caso di coinvolgere tutte le forze, non offenderle. Forse è il caso che il Parlamento si riappropri delle sue prerogative e delle sue responsabilità. Forse è il caso che il Capo dello Stato, ora più che mai, eserciti il suo ruolo costituzionale. Forse è il caso che la stessa Chiesa torni ad educare, a parlare chiaramente, a capovolgere il sistema di valori creato dai media, a ritornare allo spirito del Concilio, a rinunciare a piccoli accordi che la rendono poco autorevole e prigioniera di una mentalità e di una cultura che valorizza l’individuo, ma che massacra l’uomo.
Forse è il caso di smetterla, per tutti e per ciascuno, di pensare che “virtus stat in MEDIASET”.
Ci spero. Non è Berlusconi che mi preoccupa, ma la mentalità che fatica a scoprire l’uomo integrale.
Di Redazione (del 25/02/2009 @ 13:00:33, in Politica locale, linkato 244 volte)
di CURZIO MALTESE
La Repubblica, 24 febbraio 2009
"ABBIAMO arrotolato le nostre bandiere "Primarie subito" e siamo tornati a casa delusi. Diciamo la verità, quella dell'elezione di Franceschini non è stata una bella giornata". Giuseppe Civati, monzese, classe 1975, consigliere regionale lombardo (il più votato del Pd), ha l'aria del "bel fieou", come direbbe Berlusconi, ma con alle spalle un curriculum di ferro. Professore di filosofia e studioso del Rinascimento, colto, simpatico, popolare. Il suo blog è il settimo d'Italia, secondo politico, dopo Di Pietro. Vincitore a sorpresa del sondaggio dell'Espresso sul futuro leader del Pd. "Sono il primo a scherzarci sopra. Il dato significativo di quel sondaggio non era il primo posto, ma l'ultimo: Dario Franceschini".
Cominciamo da lei a impallinare il nuovo capo del Pd?
"Ma no, certo che Franceschini è un'ottima persona. Il metodo però è sbagliatissimo. Ancora una volta, abbiamo fatto il contrario di quanto ci chiedevano gli elettori. E infatti nei sondaggi continua la caduta libera, siamo scesi dal 25 al 23".
Sondaggi, internet. Ma lei insegna Rinascimento o marketing?
"Già. Ho letto che Franceschini e Bersani attaccano chi pretende di far politica coi blog. Pretende? Per la mia generazione è l'unico modo di fare ancora politica. Che dovremmo fare? Andare in sezione? A Milano la sede del Pd non c'è neppure".
Che cosa non la convince nell'elezione di Franceschini?
"Non si elegge un nuovo capo in due ore. Al confronto Obama è Dysneyland. Poi questo rito del rinnovamento sempre annunciato e mai messo in pratica. Il prossimo che dice "o si cambia o si muore" lo picchio".
E se invece Franceschini cambiasse davvero?
"Ne riparliamo fra un mese. Se Bassolino è sempre lì a far danno, allora significa che non è cambiato nulla".
Veltroni ha provato a far dimettere Bassolino.
"E invece s'è dimesso lui. Ha idea di quanti voti ci toglie ogni giorno, da mesi, la vicenda campana? Noi andiamo in giro qui al Nord a sostenere il modello di buona amministrazione del centrosinistra, e la gente ci risponde sempre la stessa cosa: allora a Napoli? Oggi Velardi, assessore di Bassolino, ha definito il grande Roberto De Simone una sciagura. Domanda: è lo stesso Velardi che sul Corriere garantiva per Romeo una settimana prima dell'arresto? Ma perché noi dobbiamo farci il mazzo a volantinare nelle fabbriche del bresciano o a parlare con i piccoli imprenditori del Varesotto, quando poi questi distruggono tutto con una puntata di Porta a Porta?".
Che ne pensa del partito del Nord di Chiamparino e Cacciari?
"Assurdo. Al Nord vivono venticinque milioni d'italiani e si producono i due terzi del Pil. Non stiamo parlando della Baviera o della Catalogna, con tutto il rispetto".
Ma il problema esiste. La sua area, la Grande Milano, otto milioni d'abitanti e un quarto del Pil, in questi quindici anni ha avuto meno rappresentanza nel centrosinistra di Nusco e Ceppaloni.
"Più grave è essere assenti sui temi che riguardano il territorio. Malpensa è stata una catastrofe del centrodestra, un tradimento della Lega ai suoi elettori. E noi dove eravamo? Su temi come la sicurezza, il precariato, le riforme della pubblica amministrazione e del mondo del lavoro, abbiamo balbettato. Un giorno stiamo con la Cisl, l'altro con la Cgil. Nessuno sa più che fine ha fatto Ichino. Sul nucleare, in pochi mesi, abbiamo espresso tre posizioni diverse. Il no di Realacci, il sì di Veronesi e il forse di Colaninno. Sull'immigrazione pure, con il ridicolo finale di inseguire ora la destra sulle ronde, che non servono a nulla".
Non le chiedo neppure la sua posizione sulle interferenze della Chiesa e sul testamento biologico, visto che ha dedicato l'ultimo libro a Giordano Bruno.
"Anche lì, un caleidoscopio di posizioni. In questo Franceschini ha detto una parola chiara e gli ho battuto le mani. Era ora".
Si risolverebbe tutto con l'avvento di voi trentenni?
"Sciocchezze. Occorre una nuova generazione politica, non anagrafica. Bisogna farla finita con questa storia degli ex qualcosa. Io sono del '75, non sono ex di niente, per me la politica è cominciata con l'Ulivo. La verità è che questi sulla difesa dell'identità, in qualche caso acquisita di recente, come nel caso di Rutelli, ci campano".
Che cosa scriverà nel prossimo striscione congressuale? "Occupiamoci di loro, non di noi".
Da segretario dei Ds a Monza si è fatto un nome con la conquista a sorpresa della capitale della Brianza, il regno stesso di Berlusconi. Come avete fatto?
"Imponendo la nostra agenda politica. Ce ne inventavamo una al giorno e loro erano costretti a inseguirci. Davamo le notizie. Abbiamo rivelato i progetti di cementificazione del fratello di Berlusconi, lo scandalo del nuovo centro commerciale, l'assalto alle aree verdi. Non è che bisogna sempre aspettare l'inchiesta di Report o di Repubblica per denunciare uno scandalo. Dopo un po' ci chiamavano anche gli elettori di destra per dire: io non vi voto, però vi devo raccontare questa cosa".
La Repubblica, 24 febbraio 2009
"ABBIAMO arrotolato le nostre bandiere "Primarie subito" e siamo tornati a casa delusi. Diciamo la verità, quella dell'elezione di Franceschini non è stata una bella giornata". Giuseppe Civati, monzese, classe 1975, consigliere regionale lombardo (il più votato del Pd), ha l'aria del "bel fieou", come direbbe Berlusconi, ma con alle spalle un curriculum di ferro. Professore di filosofia e studioso del Rinascimento, colto, simpatico, popolare. Il suo blog è il settimo d'Italia, secondo politico, dopo Di Pietro. Vincitore a sorpresa del sondaggio dell'Espresso sul futuro leader del Pd. "Sono il primo a scherzarci sopra. Il dato significativo di quel sondaggio non era il primo posto, ma l'ultimo: Dario Franceschini".
Cominciamo da lei a impallinare il nuovo capo del Pd?
"Ma no, certo che Franceschini è un'ottima persona. Il metodo però è sbagliatissimo. Ancora una volta, abbiamo fatto il contrario di quanto ci chiedevano gli elettori. E infatti nei sondaggi continua la caduta libera, siamo scesi dal 25 al 23".
Sondaggi, internet. Ma lei insegna Rinascimento o marketing?
"Già. Ho letto che Franceschini e Bersani attaccano chi pretende di far politica coi blog. Pretende? Per la mia generazione è l'unico modo di fare ancora politica. Che dovremmo fare? Andare in sezione? A Milano la sede del Pd non c'è neppure".
Che cosa non la convince nell'elezione di Franceschini?
"Non si elegge un nuovo capo in due ore. Al confronto Obama è Dysneyland. Poi questo rito del rinnovamento sempre annunciato e mai messo in pratica. Il prossimo che dice "o si cambia o si muore" lo picchio".
E se invece Franceschini cambiasse davvero?
"Ne riparliamo fra un mese. Se Bassolino è sempre lì a far danno, allora significa che non è cambiato nulla".
Veltroni ha provato a far dimettere Bassolino.
"E invece s'è dimesso lui. Ha idea di quanti voti ci toglie ogni giorno, da mesi, la vicenda campana? Noi andiamo in giro qui al Nord a sostenere il modello di buona amministrazione del centrosinistra, e la gente ci risponde sempre la stessa cosa: allora a Napoli? Oggi Velardi, assessore di Bassolino, ha definito il grande Roberto De Simone una sciagura. Domanda: è lo stesso Velardi che sul Corriere garantiva per Romeo una settimana prima dell'arresto? Ma perché noi dobbiamo farci il mazzo a volantinare nelle fabbriche del bresciano o a parlare con i piccoli imprenditori del Varesotto, quando poi questi distruggono tutto con una puntata di Porta a Porta?".
Che ne pensa del partito del Nord di Chiamparino e Cacciari?
"Assurdo. Al Nord vivono venticinque milioni d'italiani e si producono i due terzi del Pil. Non stiamo parlando della Baviera o della Catalogna, con tutto il rispetto".
Ma il problema esiste. La sua area, la Grande Milano, otto milioni d'abitanti e un quarto del Pil, in questi quindici anni ha avuto meno rappresentanza nel centrosinistra di Nusco e Ceppaloni.
"Più grave è essere assenti sui temi che riguardano il territorio. Malpensa è stata una catastrofe del centrodestra, un tradimento della Lega ai suoi elettori. E noi dove eravamo? Su temi come la sicurezza, il precariato, le riforme della pubblica amministrazione e del mondo del lavoro, abbiamo balbettato. Un giorno stiamo con la Cisl, l'altro con la Cgil. Nessuno sa più che fine ha fatto Ichino. Sul nucleare, in pochi mesi, abbiamo espresso tre posizioni diverse. Il no di Realacci, il sì di Veronesi e il forse di Colaninno. Sull'immigrazione pure, con il ridicolo finale di inseguire ora la destra sulle ronde, che non servono a nulla".
Non le chiedo neppure la sua posizione sulle interferenze della Chiesa e sul testamento biologico, visto che ha dedicato l'ultimo libro a Giordano Bruno.
"Anche lì, un caleidoscopio di posizioni. In questo Franceschini ha detto una parola chiara e gli ho battuto le mani. Era ora".
Si risolverebbe tutto con l'avvento di voi trentenni?
"Sciocchezze. Occorre una nuova generazione politica, non anagrafica. Bisogna farla finita con questa storia degli ex qualcosa. Io sono del '75, non sono ex di niente, per me la politica è cominciata con l'Ulivo. La verità è che questi sulla difesa dell'identità, in qualche caso acquisita di recente, come nel caso di Rutelli, ci campano".
Che cosa scriverà nel prossimo striscione congressuale? "Occupiamoci di loro, non di noi".
Da segretario dei Ds a Monza si è fatto un nome con la conquista a sorpresa della capitale della Brianza, il regno stesso di Berlusconi. Come avete fatto?
"Imponendo la nostra agenda politica. Ce ne inventavamo una al giorno e loro erano costretti a inseguirci. Davamo le notizie. Abbiamo rivelato i progetti di cementificazione del fratello di Berlusconi, lo scandalo del nuovo centro commerciale, l'assalto alle aree verdi. Non è che bisogna sempre aspettare l'inchiesta di Report o di Repubblica per denunciare uno scandalo. Dopo un po' ci chiamavano anche gli elettori di destra per dire: io non vi voto, però vi devo raccontare questa cosa".
Di Redazione (del 25/02/2009 @ 06:00:41, in Politica nazionale, linkato 207 volte)
FEDERICO GEREMICCA La Stampa, 24 febbraio 2009
Un soldato. Anzi: un vecchio soldato. Sergio Cofferati si definisce così, e spiega: «Sono rimasto uno di quei militanti che ancora attribuiscono un valore alla disciplina ed al rispetto delle regole». Ragion per cui, pur avendo avversato la via poi imboccata dall’Assemblea costituente (cioè quella dell’elezione subito di un nuovo segretario), l’ex leader della Cgil e ancora per pochi mesi sindaco di Bologna, è pronto a dare una mano a Dario Franceschini: fino a rendersi disponibile ad una permanenza in prima linea.
Spieghiamola meglio, questa sua posizione. Anche perché ho qui davanti agli occhi le dichiarazioni con le quali chiedeva che la scelta del segretario fosse fatta attraverso elezioni primarie.
«E non ho nessuna difficoltà a dirle che non ho cambiato opinione. Nei giorni scorsi ho detto quel che pensavo, e ho anche fatto la mia piccola battaglia: continuo a ritenere - pur avendo chiare le difficoltà politiche e organizzative - che sarebbe stata più utile ed efficace un’investitura popolare del nuovo segretario, appunto attraverso elezioni primarie».
Però?
«Però è stata fatta una scelta diversa. Che rispetto, naturalmente. Non avevo alcuna contrarietà alla candidatura di Dario Franceschini: ho solo posto, esplicitamente, un problema di metodo e di efficacia. Sabato ero a Roma, e non ho votato perché non faccio parte dell’Assemblea costituente: se avessi potuto, avrei votato per lui. Comunque, ora questa pagina è voltata e dobbiamo impegnarci tutti a dare una raddrizzata alla barca».
Lei dice tutti: e se Franceschini ritenesse di aver bisogno di Cofferati ancora in prima linea?
«Disponibile a dare una mano. Vado via da Bologna per ragioni private, non certo per altro. Se il mio partito lo riterrà utile - ma devono decidere loro: non lo decido io - impiegherò le energie che mi rimangono nella posizione che vorranno purché sia compatibile con la scelta da me fatta».
Parlava della necessità di raddrizzare la barca...
«Sì, partendo da una questione che a me pare diventata assolutamente prioritaria. E cioè, come si sta nel Pd: che è uno dei principali problemi che ha il Pd. Parlo delle modalità con le quali si gestisce la dialettica interna. Perché se tu sei il segretario e io non sono d’accordo su una scelta che fai, te lo dico, ti prospetto le mie alternative, ne discuto con franchezza e perfino con determinazione: ma poi quello che si decide - o perché c’è una istanza che si pronuncia o perché c’è una mediazione - diventa anche la mia soluzione. E dovrebbe diventarla per tutti. Allo stesso tempo, non deve essere messo in discussione il ruolo del segretario».
Perchè dice dovrebbe?
«Perchè nel Pd, nel corso di questi mesi, non è mai stato così. E se è vero che su alcune questioni ci sono state oscillazioni e incertezze, è altrettanto vero - ma di questo si tende a non parlare - che troppe volte le decisioni non sono diventate le decisioni dell’intero gruppo dirigente. Le dimissioni di Veltroni - atto politico che io ho condiviso - hanno segnalato con chiarezza l’esistenza di questo problema, che viene un po’ rimosso: si chiama solidarietà dei gruppi dirigenti e gestione delle decisioni».
Lei sabato ha ascoltato l’intervento di Franceschini: ha annunciato una mezza rivoluzione. Rinnovamento, azzeramento del governo ombra, rispetto per le opinioni dei leader storici ma nessuna sudditanza: «Deciderò da solo», ha detto. Ci crede?
«Le cose che ha sostenuto rispetto ai comportamenti nel partito, le condivido: credo che debba fare quel che ha annunciato, assumendosene le responsabilità. E conoscendolo un po’, sono anche convinto che quel che ha detto lo farà davvero. Naturalmente, non potrà portare da solo il Pd fuori dalla situazione in cui si trova: il gruppo dirigente e il partito nel suo insieme dovranno fare per intero la loro parte».
A cominciare?
«A cominciare dal fare tutto quel che serve - e ancora di più - per ottenere il massimo risultato alle elezioni di primavera. Mauscendo una volta per tutte da questo schema mentale della sinistra per cui ogni appuntamento elettorale è un’ordalìa, un giudizio divino per i gruppi dirigenti. Nessuno ha mai il tempo per costruire una linea, una strategia... E considerato che da noi si vota una volta all’anno, se affidi la credibilità dei gruppi dirigenti ai cicli elettorali, non vai da nessuna parte».
Si è parlato di una certa sofferenza degli ex Ds per aver perduto la guida del Pd a vantaggio di un esponente cattolico ed ex democristiano. Le pare la premessa per nuove tensioni?
«Dario è figlio di una storia politica riformista, che conosco bene perchè è quella della Pianura Padana... Questa cultura riformista, che stava in un partito di governo - la Dc - sia pure in posizione minoritaria, non è poi così diversa da quella che c’era, ben radicata ma anche lì in posizione minoritaria, nel Partito comunista. Io ho gli anni che servono per ricordarmi che quando ti volevano appellare con una punta di disprezzo, ti chiamavano riformista. Questo tratto, questa cultura riformista, peserà: in verità, segnala un’identità comune molto forte, che allora era nascosta dal fatto che un partito era al governo ed un altro all’opposizione».
Un’ultima domanda, sindaco: sembrerebbe che dietro l’elezione di Franceschini ci sia un accordo che prevede che lui non si candidi alle primarie d’autunnno. Crede che sia giusto e che poi andrà così?
«Io trovo che questa discussione sul dopo, almeno per come l’ho letta sui giornali, sia abbastanza insensata. Se Franceschini si candiderà al congresso o se non si candiderà, lo deciderà lui sulla base del lavoro e dei risultati di questi mesi, immagino. E fare entrare nella discussione di oggi quello che dovrà decidere lui tra otto mesi, è sbagliato. Inoltre, non dovrebbe sfuggire a nessuno che cominciare a discutere oggi di questo ci fa riprecipitare negli errori che già tanto ci sono costati».
Di Redazione (del 24/02/2009 @ 13:00:47, in Politica nazionale, linkato 257 volte)
Il Corriere della Sera, 23 febbraio 2009 Roberto Zuccolini
ROMA — Pier Ferdinando Casini non ha fretta. Lui sta già al centro e «gli altri stanno capendo», anzi qualcuno «ha già capito». Arriveranno. Ma perché forzare i tempi? «Il Pd con Franceschini ha fatto la sua scelta», si sta spostando più a sinistra, e «le europee saranno lo spartiacque: allora si capiranno quali sono i rapporti di forza». E le decisioni saranno più facili. Ma l'appello per i cattolici è pressante: «Lontano dal centro rischiano di essere irrilevanti». Perché non hanno spazio i temi «che più contano». E cioè la difesa della vita, che sia il testamento biologico o la salute degli immigrati. In altre parole: i vari Francesco Rutelli, Enrico Letta, insieme a teodem di varia origine e ispirazione, forse anche qualche ex popolare, sanno bene che, al momento opportuno, saranno accolti con tutti gli onori nel progetto centrista, avviato dall'Udc con l'autonomia da Berlusconi alle ultime Politiche. Nel frattempo, via libera ad altre alleanze locali con il Pd «che ragiona», tipo quella del Trentino attorno a Dellai: «A Firenze, con Matteo Renzi, è possibile».
Cosa cambia con l'arrivo di Franceschini alla testa del Pd? «È un carissimo amico e compagno di vecchie battaglie. Basta ricordare che mi aiutò ad entrare in Parlamento a 27 anni facendo campagna per me a Ferrara contro Nino Cristofori. Gli faccio i miei migliori auguri. Detto questo il suo discorso all'Assemblea del Pd è tutt'altro che entusiasmante: con la collocazione nel gruppo socialista europeo e una posizione sul testamento biologico vicina a quella di Ignazio Marino sembra essere condizionato dalla sinistra e da Di Pietro».
O da D'Alema che gli chiedeva «contenuti» di sinistra? «Mi interessano poco le dinamiche interne al Pd, ma se nel rapporto con i sindacati si preferisce la piazza della Cgil alla concertazione della Cisl e sulla riforma della giustizia si sta con Di Pietro e non con Violante, allora il dialogo diventa difficile ».
E così diventano più difficili anche le alleanze a livello locale, tipo quella con Dellai in Trentino? «Nient'affatto. Se ci sarà la possibilità di alleanze positive, come quella di Dellai, le faremo. Faccio due esempi. È fuori strada il sindaco di Bari, Emiliano, che parla di alleanze con noi e al tempo stesso con Rifondazione. Con Matteo Renzi a Firenze, invece, è tutto un altro discorso: al momento abbiamo un nostro candidato, appoggiato da una lista civica, ma se Renzi avesse coraggio di completare la sua svolta si potrebbe ragionare... ».
Fabrizio Cicchitto, invece, rilancia l'alleanza con il Pdl. «Cicchitto ha fatto un discorso serio. Ma dimentica che la scelta preferenziale del Pdl alle ultime Politiche verso la Lega ha avuto conseguenze. Non sarebbe serio sottovalutarle, né per noi, né per loro».
Nel convegno di Todi, che si è concluso sabato, c'erano autorevoli esponenti del Pdl, come la Poli Bortone, e del Pd, come Rutelli e Letta. Si tratta di grandi manovre al centro? «Sono persone che concordano sul fatto che il bipartitismo è un'illusione. Come anche l'omogeneità interna dei due principali partiti è una chimera: lo si è visto in modo chiaro sui temi eticamente sensibili. E pensare che sia Berlusconi che Veltroni hanno esplicitamente sostenuto in campagna elettorale che certi argomenti dovevano essere lasciati alla coscienza individuale e non ai partiti». Non a caso gli esponenti del Pd che stavano a Todi erano gli stessi che avevano espresso posizioni vicine alle vostre sul diritto alla nutrizione e all'idratazione di fronte al caso Englaro. «I cattolici devono fare una riflessione. È più importante l'appartenenza ad uno schieramento o la propria coscienza? E ancora: finita l'unità politica dei cattolici siamo più rilevanti o meno?».
Occorre quindi che i cattolici riprendano presto a camminare insieme? «Non c'è fretta, ma saranno i fatti ad accelerare il processo in corso. Il Paese è più avanti dei partiti, percepisce già che senza il centro non si governa in modo credibile. Si inseguono illusioni e si riproducono emozioni, non scelte di governo. Credo che nel Pd la linea di Franceschini non sarà indolore: qualcosa succederà dopo le Europee, che, con il sistema proporzionale e le preferenze, faranno emergere i reali rapporti di forza. Noi stiamo già gettando le basi per un grande partito nazionale. E, attenzione, non un semplice terzo polo, ma un partito con cultura e ambizioni di governo. Del resto non si riesce più a capire perché persone con la stessa sensibilità, come Rutelli e Letta e alcuni esponenti di Forza Italia, non stiano insieme, in particolare durante le intemperie che stiamo vivendo».
E se qualcuno arrivasse da voi prima delle Europee? «Vedremo. Noi, ripeto, non abbiamo fretta: dobbiamo radicarci nel Paese e porre le premesse per governare, insomma per il dopo Berlusconi. Ma per vincerlo, se lo ricordi il Pd, è sbagliato demonizzarlo. Occorre invece contestarlo sui contenuti, dire che la polemica sulle ronde è fuori misura perché la soluzione è dare più mezzi alle forze dell'ordine e che anche agli immigrati irregolari non può essere preclusa la visita medica: il diritto alla vita non vale a giorni alterni. Inoltre la crisi economica e la necessità di essere uniti per affrontarla, evocata dalle forze più responsabili e moderne del Paese, potrebbe farci ritrovare insieme...».
Di Redazione (del 24/02/2009 @ 06:00:10, in Politica locale, linkato 235 volte)
Corriere della Sera, 16 febbraio 2009 Felice Cavallaro
MILANO — L'antenato che rifocillò Wagner e Garibaldi nell'Antica Focacceria di San Francesco a Palermo non poteva certo immaginare che un suo erede, un secolo e mezzo dopo, avrebbe esportato a Milano il know how del «pane ‘ca meusa». Ma non tradurrà in slang meneghino il siculo fascino del pane imbottito con milza Vincenzo Conticello, il re di panelle, cazzilli e crocché, pronto ad approdare nel cuore di Brera per innovare spuntini ed happy hour dei lumbard con questa leccornia d'un panino «schietto» o «maritato» che sia, cioè single o sposato con un velo di ricotta.
Da emigrante eccellente si porta dietro i misteri gastronomici custoditi col fratello Fabio nello storico locale diventato il simbolo della rivolta antiracket, di Addiopizzo e Libero Futuro. È in quel pezzo della vecchia Palermo, di fronte alla basilica di San Francesco e al chiosco del Serpotta, che vagano turisti incuriositi dal coraggio di chi punta il dito contro mafiosi ed estortori. E capita che ad assaggiare sfincioni, arancine e cannoli siano pure vip e personalità attratti da interviste e reportage. Com'è successo al sindaco di Parigi Bernard Delanoë che, colpito da uno speciale trasmesso dalla Tv francese e dopo un suo blitz palermitano in incognito, ha invitato due settimane fa Conticello negli uffici a due passi dalla Senna per una serata antimafia con Roberto Saviano.
Nasce allo stesso modo l'invito di un panettiere d'oro come Rocco Princi, l'«Armani del pane» con quattro raffinate botteghe a Milano, un calabrese di 48 anni che vede Conticello in Tv a «Blu Notte» e lo chiama per conoscerlo, per proporgli di fare qualcosa insieme. Come sta per accadere a Brera, in uno dei forni storici di Princi, in un angolo di via Ponte Vetero dove si lavora per le insegne di una nuova e lombarda «Focacceria San Francesco». Un replay palermitano, la stessa scena teatrale da fare ruotare attorno al gran tegame della milza, «‘u tianu». Sulla strada dove passano i vecchi tram una vetrina sarà tutta per un pasticciere che preparerà cassate e riempirà cannoli a vista. Alle pareti le foto in bianco e nero di Nicola e Pucci Scafidi sulla vecchia Palermo. All'ingresso due coloratissimi carretti con primizie siciliane e, al centro, un grande tavolo realizzato con una delle porte dell'Antica Focacceria colpite durante la guerra, messa da parte dal nonno dei Conticello e adesso restaurata per il viaggio a Milano. Trasferta che coinvolge otto cuochi palermitani, in arrivo da piazza San Francesco con la ricotta di Roccamena, i formaggi di Godrano e gli ortaggi delle cooperative di Libera dove si lavora sui terreni sequestrati alla mafia. Non a caso Princi e Conticello per l'inaugurazione di venerdì prossimo chiederanno proprio al gran capo di Libera, don Luigi Ciotti, di benedire questa incursione siciliana a Milano. Punto d'unione di due meridionali dalla schiena dritta. È così che si sono ritrovati il calabrese arrivato 28 anni fa da Fiumara di Nuro, lo stesso paesino di Mino Reitano, quartier generale nel gioiello di Via Speronari, accanto al Duomo, e il palermitano sempre più spesso in viaggio lontano dalla sua isola.
«L'antimafia paga, ti da visibilità, afferma la dignità del lavoro, offre opportunità», spiega lui, indifferente alle critiche di quell'ala dura e pura che borbotta via Internet per l'organizzazione del ricevimento prenatalizio di Palazzo Madama su diretto invito del presidente del Senato Renato Schifani. «E perché avrei dovuto rifiutare? Lo Stato si mostra vicino, esalta la nostra professionalità e noi dovremmo tirarci indietro? », interroga Conticello mentre scatta l'offerta di Monsieur Delanoe per una giornata «Pizzo Free» a Parigi. E lui risponde che va bene per maggio perché intanto Piero Marrazzo gliene ha fissata un'altra per il 29 marzo a Campo de' Fiori e il 24 aprile è tutto pronto per la stessa kermesse a Mahattan, al Briant Park, fra la quinta e la sesta, sotto le Poste centrali di New York. Un'altra giornata anti pizzo con un convegno su «Sviluppo economico e mafie internazionali» organizzato pure con la Fondazione Borsellino. Era proprio questo l'obiettivo coltivato da Conticello, la delocalizzazione. Adesso realizzata a Milano col fornaio che ama i prodotti biologici, sempre alla ricerca di novità, come fa Princi, le mani in pasta anche a Londra, con una bottega da mille metri quadri incollata a Piccadilly Circus. E chissà che un giorno non farà scoprire con il suo nuovo socio la «meusa» anche alla City.
Di Redazione (del 23/02/2009 @ 15:39:48, in Politica nazionale, linkato 240 volte)
GIOVANNI MARIA BELLU
L’Unità 23 febraio 2009
Abituiamoci a questa definizione: «digital divide». Da anni è entrata nel linguaggio quotidiano di chi si occupa di web, ma è ancora relativamente poco conosciuta fuori dal mondo di Internet. Dicendo questo, l'abbiamo definita. Il «digital divide» infatti è, se si guarda al mondo, il divario tra chi può accedere alle nuove tecnologie e chi no, la distanza economica tra paesi ricchi e paesi poveri. Se invece si guarda all'interno dei paesi più sviluppati, è soprattutto un divario culturale e generazionale. In Italia esiste questo genere di «digital divide» e noi dell' Unità lo stiamo sperimentando.
Parliamo dei messaggi che arrivano a centinaia sul nostro sito a proposito della situazione del Partito democratico e del divario impressionante tra l'urgenza, e anche la rabbia, che essi comunicano e quanto è accaduto nell'assemblea nazionale di sabato. In estrema sintesi: se fosse stato per la maggioranza (una maggioranza schiacciante) espressa dai messaggi on-line, le nostre pagine di politica interna oggi non si occuperebbero del giuramento di Dario Franceschini a Ferrara ma dell'avvio dell'organizzazione delle primarie (o del congresso- subito).
Gli argomenti politici, e anche tecnico-organizzativi, che sono stati addotti a sostegno della scelta fatta dall'assemblea nazionale, pur molto ragionevoli e anzi, per buona parte, «oggettivi», non sono sufficienti a colmare questo «digital divide» democratico.
Dario Franceschini, d'altra parte, sembra esserne perfettamente consapevole. Quanto ha detto ieri a proposito di Berlusconi e della pericolosità della sua politica è esattamente quanto la base del partito – parliamo della «base digitale», quella che comunica maggiormente, quella che noi incontriamo ogni giorno sul nostro sito e nei blog, quella per le «primarie subito» – dice tutti i giorni.
Anzi, il fatto di averlo sentito dire poco è una delle probabili cause dei cedimenti di questa base verso il populismo dipietrista. Ma, paradossalmente, la via per attenuare il «digital divide» del Partito democratico non passa attraverso il web. Al contrario, la comunicazione via web, in assenza di chiari contenuti politici, produce l'effetto contrario perché appare agli utilizzatori abituali del mezzo un'astuzia. Produce l'effetto dell'adulto che parla in falsetto per tentare, invano, di comunicare coi bambini.
E, infatti, ieri Dario Franceschini ha colmato una parte del «digital divide» col gesto più antico e lontano dalle tecnologie: una cerimonia, il vecchio padre accanto, un gruppo di partigiani davanti, una copia della Costituzione, delle parole chiare sul capo del governo. Il riscontro, come dimostrano i messaggi, è stato immediato.
Ma se la strada per continuare a colmare il nostro «digital divide» non passa attraverso il web (in questo caso, infatti, il mezzo «non è» il messaggio) c'è un dato tecnico molto importante, un dato di cui tenere assolutamente conto: il web ha una memoria salda e infinita. Esige coerenza e consequenzialità. La formazione della squadra, la definizione del metodo per arrivare al congresso, si tradurranno in gesti che produrranno memoria. Sì, le nuove generazioni dei democratici hanno una memoria d'elefante.
L’Unità 23 febraio 2009
Abituiamoci a questa definizione: «digital divide». Da anni è entrata nel linguaggio quotidiano di chi si occupa di web, ma è ancora relativamente poco conosciuta fuori dal mondo di Internet. Dicendo questo, l'abbiamo definita. Il «digital divide» infatti è, se si guarda al mondo, il divario tra chi può accedere alle nuove tecnologie e chi no, la distanza economica tra paesi ricchi e paesi poveri. Se invece si guarda all'interno dei paesi più sviluppati, è soprattutto un divario culturale e generazionale. In Italia esiste questo genere di «digital divide» e noi dell' Unità lo stiamo sperimentando.
Parliamo dei messaggi che arrivano a centinaia sul nostro sito a proposito della situazione del Partito democratico e del divario impressionante tra l'urgenza, e anche la rabbia, che essi comunicano e quanto è accaduto nell'assemblea nazionale di sabato. In estrema sintesi: se fosse stato per la maggioranza (una maggioranza schiacciante) espressa dai messaggi on-line, le nostre pagine di politica interna oggi non si occuperebbero del giuramento di Dario Franceschini a Ferrara ma dell'avvio dell'organizzazione delle primarie (o del congresso- subito).
Gli argomenti politici, e anche tecnico-organizzativi, che sono stati addotti a sostegno della scelta fatta dall'assemblea nazionale, pur molto ragionevoli e anzi, per buona parte, «oggettivi», non sono sufficienti a colmare questo «digital divide» democratico.
Dario Franceschini, d'altra parte, sembra esserne perfettamente consapevole. Quanto ha detto ieri a proposito di Berlusconi e della pericolosità della sua politica è esattamente quanto la base del partito – parliamo della «base digitale», quella che comunica maggiormente, quella che noi incontriamo ogni giorno sul nostro sito e nei blog, quella per le «primarie subito» – dice tutti i giorni.
Anzi, il fatto di averlo sentito dire poco è una delle probabili cause dei cedimenti di questa base verso il populismo dipietrista. Ma, paradossalmente, la via per attenuare il «digital divide» del Partito democratico non passa attraverso il web. Al contrario, la comunicazione via web, in assenza di chiari contenuti politici, produce l'effetto contrario perché appare agli utilizzatori abituali del mezzo un'astuzia. Produce l'effetto dell'adulto che parla in falsetto per tentare, invano, di comunicare coi bambini.
E, infatti, ieri Dario Franceschini ha colmato una parte del «digital divide» col gesto più antico e lontano dalle tecnologie: una cerimonia, il vecchio padre accanto, un gruppo di partigiani davanti, una copia della Costituzione, delle parole chiare sul capo del governo. Il riscontro, come dimostrano i messaggi, è stato immediato.
Ma se la strada per continuare a colmare il nostro «digital divide» non passa attraverso il web (in questo caso, infatti, il mezzo «non è» il messaggio) c'è un dato tecnico molto importante, un dato di cui tenere assolutamente conto: il web ha una memoria salda e infinita. Esige coerenza e consequenzialità. La formazione della squadra, la definizione del metodo per arrivare al congresso, si tradurranno in gesti che produrranno memoria. Sì, le nuove generazioni dei democratici hanno una memoria d'elefante.
Di Redazione (del 23/02/2009 @ 15:29:27, in Politica nazionale, linkato 230 volte)
L'Unità 23 febbraio 2009«Il presidente del Consiglio ha in mente un paese in cui il potere viene sempre più tacitamente concentrato nelle mani di una sola persona. Questo è contro la Costituzione a cui lui ha giurato fedeltà». È anche per questo motivo che il neo segretario del Pd, Dario Franceschini, ha giurato fedeltà alla Costituzione, davanti al cippo dell'eccidio degli Estensi a Ferrara, la sua città.
«Non è il momento della delusione, dell'astensionismo o del disimpegno – ha aggiunto - è il momento in cui tutti gli italiani che credono nei valori condivisi che hanno fatto nascere la nostra Costituzione, dall'antifascismo e dalla resistenza, in modo pacifico, civile e democratico comincino una lunga battaglia per difendere la democrazia italiana».
Quelli che attendono il centrosinistra saranno «mesi difficili, anni difficili, ma noi alla fine vinceremo». Ne è convinto il segretario del Pd che, giurando sulla Costituzione, ha fissato nella difesa dei valori il primo punto della sua attività da segretario. «Fino a qualche decennio fa - ha detto - la Costituzione, l'antifascismo e la laicità erano valori condivisi da tutte le forze politiche, che si fronteggiavano anche duramente. Oggi sembra che noi sia più così. Noi vogliamo che torni ad essere così. Saranno mesi difficili, anni difficili, ma noi alla fine vinceremo».
Un giuramento che lui stesso ha definito «anomalo», ma che ha il valore simbolico di sottolineare l'importanza della battaglia a difesa della Costituzione come punto qualificante della sua segreteria del Pd.
Franceschini ha giurato sulla copia del padre Giorgio, 87 anni, partigiano cattolico, commosso accanto a lui durante il giuramento a Ferrara. Anche il luogo scelto non è casuale: Franceschini ha infatti giurato fedeltà, secondo la formula che usa il presidente del Consiglio, giurando di «esercitare le funzioni da segretario del Pd nell'interesse esclusivo della nazione», davanti al cippo sul muretto del fossato che circonda il Castello degli Estensi e che ricorda l'eccidio di 11 antifascisti uccisi dai nazifascisti nella lunga notte del 15 novembre 1943.
Franceschini ha ringraziato le centinaia di persone presenti, venute ad assistere al giuramento. E ha rivolto un grazie particolare anche alla sua città, Ferrara, «per la sua tradizione civile, democratica e antifascista». Si è poi scusato con il padre Giorgio per la grande emozione che gli ha dato e con la mamma Gardenia, rimasta nascosta fra la folla durante la cerimonia.
Berlusconi, infine, non manca di replicare. Per lui, le parole di Farnceschini descrivono «una cosa irreale: io ho giurato sulla Costituzione - dice - e ne sono un assoluto sostenitore».
Di Redazione (del 09/02/2009 @ 22:22:16, in Politica nazionale, linkato 187 volte)
Ore 22:10 Il PD rinvia tutte le iniziative di piazza previste per domani. Il PD ha deciso, in segno di rispetto per la morte di Eluana Englaro, di rinviare tutte le iniziative pubbliche previste per la giornata di domani. Rinviato anche l'appuntamento previsto a Roma in difesa della Costituzione e in segno di solidarietà al presidente della Repubblica.
Di Redazione (del 09/02/2009 @ 13:00:49, in Politica nazionale, linkato 299 volte)
Di Massimo Franco
Il Corriere della Sera, 8 febbraio 2009
Non è più un conflitto istituzionale, ma un'offensiva in piena regola. Silvio Berlusconi non si ferma. Anzi, avanza e alza il tiro. Continua a bersagliare Giorgio Napolitano, e intanto punta sulla Costituzione «approvata con i filo-sovietici»: quel Pci di cui il capo dello Stato è un figlio.
I toni lasciano capire che lo scontro con il Quirinale si incattivirà. Nella scia del «caso Eluana» Napolitano si limita a replicare che nessuno ha «un monopolio» della vicinanza ai malati e che comunque lui «confida nei cittadini». Sembra una risposta al premier e alle critiche del Vaticano. Ma appare sulla difensiva; e con lui le sinistre e i radicali che lodano il suo «no» al decreto del governo. Il «caso Englaro» si sta rivelando l'occasione scelta da Berlusconi per riequilibrare a proprio favore i poteri fra Palazzo Chigi e presidenza della Repubblica. Importa relativamente la virulenza con la quale tende a delegittimare la Carta fondamentale. È più interessante chiedersi perché lo faccia; perché abbia deciso l'affondo contro il presidente della Repubblica.
A favorire l'accelerazione è stato probabilmente l'uso politico della lettera dal Quirinale che anticipava la bocciatura del decreto sul «caso Eluana» mentre il Consiglio dei ministri stava ancora decidendo; e forse, la convinzione che il Paese sia più diviso di quanto non appaia su una vicenda inizialmente sottovalutata. La campagna della Chiesa cattolica ha modificato la percezione dell'agonia della ragazza in coma da diciassette anni. Ha seminato dubbi sulle sentenze della Cassazione e sulle procedure scelte. E Berlusconi ha colto questi umori e deciso di cavalcarli, sicuro di avere dietro il Vaticano e i vescovi italiani; e di potere con un colpo solo spiazzare Napolitano, opposizione, avversari interni e magistratura. Sostenere che la prassi delle lettere preventive del Colle al governo «è ridicola» significa liquidare una prassi mal sopportata; e vedere «un'implicazione dell'eutanasia» nella nota arrivata venerdì accentua il fossato fra governo e presidenza della Repubblica.
Il risultato è quello di accreditare uno schema bipolare non solo in termini politici, ma quasi esistenziali. Berlusconi sembra deciso a intensificare una pressione insieme culturale e istituzionale; a contrapporre «cultura della vita e della morte», nelle sue parole. Da una parte il centrodestra, appoggiato dalle gerarchie cattoliche. Dall'altra la sinistra, sulla quale Palazzo Chigi cerca di schiacciare Napolitano e il suo profilo di imparzialità; e i radicali, con le loro posizioni a favore dell'eutanasia. Affiora qualche ammissione sulla debolezza della sinistra e della cultura laica come una delle cause di quanto sta accadendo. Ma prevale la polemica contro le «ingerenze vaticane». È un fantasma evocato a intermittenza: fra l'altro, i vescovi italiani hanno attaccato il governo di recente per la legge che permette ai medici di denunciare gli immigrati clandestini in cura da loro; ma nessuno ha protestato. Eppure, l'intervento doveva rientrare nella tesi dell'ingerenza. Probabilmente, nel «caso Eluana» lo scontro fra Palazzo Chigi e Quirinale ha reso inevitabile un'attenzione inedita; e ha portato a rimarcare la convergenza fra governo e Santa Sede e il contrasto inaspettato con Napolitano.
Comincia a prendere corpo il sospetto che sia lui o meglio la Presidenza della Repubblica, il bersaglio grosso berlusconiano. Se è così, le polemiche di questi giorni sono destinate ad avere un lungo seguito. E, purtroppo, ad accompagnare la vicenda di Eluana Englaro come una colonna sonora stonata, modulata inevitabilmente su massicce dosi di strumentalità da entrambe le parti. A fermare l'offensiva del premier potrebbe essere solo un difetto nella tenuta del centrodestra. Ma osservando l'esito del Consiglio dei ministri di venerdì che ha confermato il decreto, per ora Berlusconi sembra in grado di governare la propria maggioranza: con la carota o col bastone.
Il Corriere della Sera, 8 febbraio 2009
Non è più un conflitto istituzionale, ma un'offensiva in piena regola. Silvio Berlusconi non si ferma. Anzi, avanza e alza il tiro. Continua a bersagliare Giorgio Napolitano, e intanto punta sulla Costituzione «approvata con i filo-sovietici»: quel Pci di cui il capo dello Stato è un figlio.
I toni lasciano capire che lo scontro con il Quirinale si incattivirà. Nella scia del «caso Eluana» Napolitano si limita a replicare che nessuno ha «un monopolio» della vicinanza ai malati e che comunque lui «confida nei cittadini». Sembra una risposta al premier e alle critiche del Vaticano. Ma appare sulla difensiva; e con lui le sinistre e i radicali che lodano il suo «no» al decreto del governo. Il «caso Englaro» si sta rivelando l'occasione scelta da Berlusconi per riequilibrare a proprio favore i poteri fra Palazzo Chigi e presidenza della Repubblica. Importa relativamente la virulenza con la quale tende a delegittimare la Carta fondamentale. È più interessante chiedersi perché lo faccia; perché abbia deciso l'affondo contro il presidente della Repubblica.
A favorire l'accelerazione è stato probabilmente l'uso politico della lettera dal Quirinale che anticipava la bocciatura del decreto sul «caso Eluana» mentre il Consiglio dei ministri stava ancora decidendo; e forse, la convinzione che il Paese sia più diviso di quanto non appaia su una vicenda inizialmente sottovalutata. La campagna della Chiesa cattolica ha modificato la percezione dell'agonia della ragazza in coma da diciassette anni. Ha seminato dubbi sulle sentenze della Cassazione e sulle procedure scelte. E Berlusconi ha colto questi umori e deciso di cavalcarli, sicuro di avere dietro il Vaticano e i vescovi italiani; e di potere con un colpo solo spiazzare Napolitano, opposizione, avversari interni e magistratura. Sostenere che la prassi delle lettere preventive del Colle al governo «è ridicola» significa liquidare una prassi mal sopportata; e vedere «un'implicazione dell'eutanasia» nella nota arrivata venerdì accentua il fossato fra governo e presidenza della Repubblica.
Il risultato è quello di accreditare uno schema bipolare non solo in termini politici, ma quasi esistenziali. Berlusconi sembra deciso a intensificare una pressione insieme culturale e istituzionale; a contrapporre «cultura della vita e della morte», nelle sue parole. Da una parte il centrodestra, appoggiato dalle gerarchie cattoliche. Dall'altra la sinistra, sulla quale Palazzo Chigi cerca di schiacciare Napolitano e il suo profilo di imparzialità; e i radicali, con le loro posizioni a favore dell'eutanasia. Affiora qualche ammissione sulla debolezza della sinistra e della cultura laica come una delle cause di quanto sta accadendo. Ma prevale la polemica contro le «ingerenze vaticane». È un fantasma evocato a intermittenza: fra l'altro, i vescovi italiani hanno attaccato il governo di recente per la legge che permette ai medici di denunciare gli immigrati clandestini in cura da loro; ma nessuno ha protestato. Eppure, l'intervento doveva rientrare nella tesi dell'ingerenza. Probabilmente, nel «caso Eluana» lo scontro fra Palazzo Chigi e Quirinale ha reso inevitabile un'attenzione inedita; e ha portato a rimarcare la convergenza fra governo e Santa Sede e il contrasto inaspettato con Napolitano.
Comincia a prendere corpo il sospetto che sia lui o meglio la Presidenza della Repubblica, il bersaglio grosso berlusconiano. Se è così, le polemiche di questi giorni sono destinate ad avere un lungo seguito. E, purtroppo, ad accompagnare la vicenda di Eluana Englaro come una colonna sonora stonata, modulata inevitabilmente su massicce dosi di strumentalità da entrambe le parti. A fermare l'offensiva del premier potrebbe essere solo un difetto nella tenuta del centrodestra. Ma osservando l'esito del Consiglio dei ministri di venerdì che ha confermato il decreto, per ora Berlusconi sembra in grado di governare la propria maggioranza: con la carota o col bastone.
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