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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Redazione (del 30/04/2009 @ 15:59:20, in Politica nazionale, linkato 340 volte)
MASSIMO GRAMELLINI
La Stampa, 29 aprile 2009
Con l’avvicinarsi del 7 giugno comincio a temere come la peste (suina) il momento in cui entrerò in cabina elettorale, aprirò il lenzuolone di carta e mi troverò dinanzi all’atroce dilemma: se spedire in Europa una «letteronza» o una scienziata nata nel 1922, una concorrente del Grande Fratello la cui piattaforma politica colpevolmente mi sfugge oppure una femminista, speranza e sol dell’avvenir, che fra non molto compirà un secolo.
Mai come stavolta destra e sinistra hanno divaricato l’offerta, adattandola ai cliché che vogliono la prima superficiale ma scoppiettante e la seconda austera ma esangue. Comunque la pensiate, e la politica rimane un argomento in cui il tifo condiziona troppo i giudizi, le scelte estreme dei partiti - dalla Menapace alla Matera - rivelano che la democrazia sta diventando un’altra cosa.
Molto diversa da quella che abbiamo conosciuto finora. Salta anzitutto agli occhi lo svilimento della professione del parlamentare. Il rappresentante del popolo gode ancora di un ottimo stipendio e di un discreto status, ma ha perso qualsiasi autonomia, per non parlare dell’utilità pratica. Gli onorevoli sono degradati al ruolo di pigia-pulsanti, chiamati a ratificare decisioni prese altrove e costretti a far dipendere la propria sopravvivenza non dalla volontà del cittadino che li vota, ma da quella del capo-partito che li mette in lista. Sul deputato europeo, in particolare, grava una letteratura spietata che lo raffigura come un pensionato di lusso, spesso assenteista, il cui peso sulle sorti del continente è pari a quello esercitato dal socio di un circolo di golf.
Se Berlusconi e Di Pietro candidano se stessi, pur sapendo che in base alla legge dovranno rinunciare al seggio per il quale chiedono il voto. Se il Pdl sfida l’ira della moglie del Capo, esibendo candidate che non sembrano avere altri meriti che l’avvenenza (proprio adesso che tornano di moda le bruttine, poi). Se democratici e comunisti affidano i posti buoni delle loro liste a vecchi notabili e a santone ultra-ottuagenarie. Ecco, se avviene tutto questo, significa quanto meno che i leader disprezzano il lavoro parlamentare. Ma significa anche che i partiti si ritrovano senza ricambi e scontano i mancati investimenti nel vivaio. Scarseggiano i luoghi dove questo vivaio possa crescere e farsi notare. Espulsa la politica dai licei e dalle università - nelle quali è ridotta a lobby e hobby per minoranze - e tramontata in una pernacchia l’era della cosiddetta società civile, ci si rivolge agli unici mezzi ancora in grado di compiere una qualche forma di selezione: la tv e Internet. La destra attinge con coerenza tutta berlusconiana al mondo dei reality e delle fiction strappalacrime (fra le candidate potenziali si segnalano le attrici di «Incantesimo» e di «Elisa di Rivombrosa»). Una scelta che la leader morale dell’opposizione, Veronica Berlusconi, ha definito in modo assai poco allusivo «ciarpame senza pudore per divertire l’imperatore». Ma pure il Pd, che già ai tempi di Veltroni non era insensibile al fascino di certi personaggi televisivi, ha un giovane leader, il fiorentino Renzi, che è stato un concorrente della «Ruota della fortuna», ha candidato alle Europee un conduttore del Tg1 e ha scoperto la dialettica implacabile della trentanovenne Debora Serracchiani in un video di YouTube. Certo, era un video che riprendeva un suo intervento politico in una sede politica, ma senza i riflettori potentissimi della Rete sarebbe naufragato nella pappa informe dell’informazione.
Fin qui abbiamo esaminato la situazione delle aziende che «vendono» politica. Ma se passiamo ai consumatori, cioè a noi che la politica dovremmo «comprarla», recandoci con qualche consapevolezza alle urne, il quadro democratico tradizionale assume tonalità ancora più bigie. Ieri mattina ho intercettato in un caffè lo sfogo al telefonino di un giovane elettore: «Ma ci toccano di nuovo le elezioni? Che palle: l’altra settimana ho già votato X Factor, il Grande Fratello e un sondaggio del telegiornale». Per lui il tele-voto ha ampiamente sostituito la cabina elettorale come luogo della cittadinanza. E la scelta di un personaggio che ha imparato a conoscere in televisione giorno dopo giorno lo gratifica assai più che mandare gente misteriosa nel cuore dell’Europa a fare cose che ignora e comunque ritiene ininfluenti per la sua vita. «Almeno si potesse tele-votare», ha chiosato quel giovane al telefonino, ed è chiaro che ciò che a qualcuno di noi può ancora sembrare un incubo - Berlusconi e Franceschini che arringano la folla, indicando non più i propri programmi ma i propri codici: 01 e 02 - cominci a essere considerato da molti come un’evoluzione normale e da qualcuno addirittura come una forma più partecipata di democrazia. Questa è la vera posta in gioco.
Quanto alla stucchevole disputa sulle onorevoli veline, ravvivata ieri sera dalle dichiarazioni incendiarie della signora Veronica, aveva già detto qualcosa di definitivo Giorgio Gaber nella sua Destra Sinistra: «Una donna emancipata è sinistra - riservata è un po’ più destra - ma un figone resta sempre un’attrazione - che va bene per sinistra e destra». E, tranne che in famiglia, il nostro premier punta all’unanimità.
La Stampa, 29 aprile 2009
Con l’avvicinarsi del 7 giugno comincio a temere come la peste (suina) il momento in cui entrerò in cabina elettorale, aprirò il lenzuolone di carta e mi troverò dinanzi all’atroce dilemma: se spedire in Europa una «letteronza» o una scienziata nata nel 1922, una concorrente del Grande Fratello la cui piattaforma politica colpevolmente mi sfugge oppure una femminista, speranza e sol dell’avvenir, che fra non molto compirà un secolo.
Mai come stavolta destra e sinistra hanno divaricato l’offerta, adattandola ai cliché che vogliono la prima superficiale ma scoppiettante e la seconda austera ma esangue. Comunque la pensiate, e la politica rimane un argomento in cui il tifo condiziona troppo i giudizi, le scelte estreme dei partiti - dalla Menapace alla Matera - rivelano che la democrazia sta diventando un’altra cosa.
Molto diversa da quella che abbiamo conosciuto finora. Salta anzitutto agli occhi lo svilimento della professione del parlamentare. Il rappresentante del popolo gode ancora di un ottimo stipendio e di un discreto status, ma ha perso qualsiasi autonomia, per non parlare dell’utilità pratica. Gli onorevoli sono degradati al ruolo di pigia-pulsanti, chiamati a ratificare decisioni prese altrove e costretti a far dipendere la propria sopravvivenza non dalla volontà del cittadino che li vota, ma da quella del capo-partito che li mette in lista. Sul deputato europeo, in particolare, grava una letteratura spietata che lo raffigura come un pensionato di lusso, spesso assenteista, il cui peso sulle sorti del continente è pari a quello esercitato dal socio di un circolo di golf.
Se Berlusconi e Di Pietro candidano se stessi, pur sapendo che in base alla legge dovranno rinunciare al seggio per il quale chiedono il voto. Se il Pdl sfida l’ira della moglie del Capo, esibendo candidate che non sembrano avere altri meriti che l’avvenenza (proprio adesso che tornano di moda le bruttine, poi). Se democratici e comunisti affidano i posti buoni delle loro liste a vecchi notabili e a santone ultra-ottuagenarie. Ecco, se avviene tutto questo, significa quanto meno che i leader disprezzano il lavoro parlamentare. Ma significa anche che i partiti si ritrovano senza ricambi e scontano i mancati investimenti nel vivaio. Scarseggiano i luoghi dove questo vivaio possa crescere e farsi notare. Espulsa la politica dai licei e dalle università - nelle quali è ridotta a lobby e hobby per minoranze - e tramontata in una pernacchia l’era della cosiddetta società civile, ci si rivolge agli unici mezzi ancora in grado di compiere una qualche forma di selezione: la tv e Internet. La destra attinge con coerenza tutta berlusconiana al mondo dei reality e delle fiction strappalacrime (fra le candidate potenziali si segnalano le attrici di «Incantesimo» e di «Elisa di Rivombrosa»). Una scelta che la leader morale dell’opposizione, Veronica Berlusconi, ha definito in modo assai poco allusivo «ciarpame senza pudore per divertire l’imperatore». Ma pure il Pd, che già ai tempi di Veltroni non era insensibile al fascino di certi personaggi televisivi, ha un giovane leader, il fiorentino Renzi, che è stato un concorrente della «Ruota della fortuna», ha candidato alle Europee un conduttore del Tg1 e ha scoperto la dialettica implacabile della trentanovenne Debora Serracchiani in un video di YouTube. Certo, era un video che riprendeva un suo intervento politico in una sede politica, ma senza i riflettori potentissimi della Rete sarebbe naufragato nella pappa informe dell’informazione.
Fin qui abbiamo esaminato la situazione delle aziende che «vendono» politica. Ma se passiamo ai consumatori, cioè a noi che la politica dovremmo «comprarla», recandoci con qualche consapevolezza alle urne, il quadro democratico tradizionale assume tonalità ancora più bigie. Ieri mattina ho intercettato in un caffè lo sfogo al telefonino di un giovane elettore: «Ma ci toccano di nuovo le elezioni? Che palle: l’altra settimana ho già votato X Factor, il Grande Fratello e un sondaggio del telegiornale». Per lui il tele-voto ha ampiamente sostituito la cabina elettorale come luogo della cittadinanza. E la scelta di un personaggio che ha imparato a conoscere in televisione giorno dopo giorno lo gratifica assai più che mandare gente misteriosa nel cuore dell’Europa a fare cose che ignora e comunque ritiene ininfluenti per la sua vita. «Almeno si potesse tele-votare», ha chiosato quel giovane al telefonino, ed è chiaro che ciò che a qualcuno di noi può ancora sembrare un incubo - Berlusconi e Franceschini che arringano la folla, indicando non più i propri programmi ma i propri codici: 01 e 02 - cominci a essere considerato da molti come un’evoluzione normale e da qualcuno addirittura come una forma più partecipata di democrazia. Questa è la vera posta in gioco.
Quanto alla stucchevole disputa sulle onorevoli veline, ravvivata ieri sera dalle dichiarazioni incendiarie della signora Veronica, aveva già detto qualcosa di definitivo Giorgio Gaber nella sua Destra Sinistra: «Una donna emancipata è sinistra - riservata è un po’ più destra - ma un figone resta sempre un’attrazione - che va bene per sinistra e destra». E, tranne che in famiglia, il nostro premier punta all’unanimità.
Di Redazione (del 29/04/2009 @ 13:50:57, in Politica nazionale, linkato 208 volte)
Maria Teresa Meli
Corriere della Sera 29 aprile 2009
Presidente D'Alema, Berlusconi sembra la superstar della politica italiana, e il Pd, che fine ha fatto?
«Apparentemente sembra che Berlusconi occupi quasi per intero la scena della politica italiana e che un po' di fronda venga solo dall'interno dello stesso Pdl, in particolare dalle personalità che si raccolgono intorno a Fini. E non c'è dubbio che Berlusconi cerchi in questo momento di debolezza dell'opposizione di allargare il suo insediamento non soltanto elettorale ma anche politico e culturale. Se però noi spingiamo lo sguardo oltre la cronaca politica e l'indubbia capacità di Berlusconi di occupare la scena ogni giorno con una trovata nuova, la cosa che colpisce è che questo governo di fronte a una crisi così drammatica non stia facendo assolutamente nulla».
Fa propaganda elettorale, onorevole D'Alema?
«No. Il governo galleggia sui problemi del Paese senza affrontarne nessuno. Berlusconi è un uomo che ama il consenso. Preferisce regnare piuttosto che governare, dato che governare l'Italia comporta il fatto di misurarsi con delle scelte che creano consensi ma, inevitabilmente, anche dissensi. Nei 15 anni in cui è stato protagonista della vita politica italiana non ha fatto nulla di significativo. Non si ricorda una sua sola riforma importante. Le uniche riforme di un qualche significato, da quella delle pensioni alla privatizzazione delle grandi industrie pubbliche, dalla riforma federalista della Costituzione alle liberalizzazioni, le ha fatte il centrosinistra. E io credo che grazie a questo suo comportamento l'Italia pagherà un prezzo altissimo».
Veramente Berlusconi dice che stiamo meglio degli altri.
«Un'affermazione che non ha nessun fondamento: il calo del Pil è maggiore della media europea, l'inflazione pure. E la situazione della finanza pubblica è sempre più disastrosa. Anche questa sua idea che si possa affrontare ogni emergenza senza copertura finanziaria è sicuramente molto suggestiva e popolare, però bisogna sapere che ha come corrispettivo il fatto che il debito pubblico italiano sia spinto verso il 115,3 per cento del pil, quest'anno, e proiettato al 121,1 per cento nel 2010. Quindi, quando si uscirà dalla crisi e la gerarchia internazionale verrà ridisegnata, rischiamo che il nostro Paese conti molto meno nell'economia mondiale. Lo dico non perché io sia pessimista sulle potenzialità dell'Italia, ma perché sono preoccupato: non vedo una strategia e una azione coerente che dovrebbero puntare sulla riduzione delle diseguaglianze e sulla promozione dell' innovazione, della ricerca e della formazione, cioè dei talenti di cui dispone il nostro Paese».
E il Pd intanto che fa?
«Ecco, il Pd non può non ripartire da qui: dalla sfida con la destra sul governo del Paese. Il problema non è tanto fare il viso delle armi, come fa Di Pietro, che in questo senso è funzionale a Berlusconi. Se fai un versaccio al premier il risultato è che il 70 per cento sta con lui, solo il 10 con te, ma siccome Idv aveva il 4 loro sono contenti. Questa è una logica minoritaria. Significa scegliere per sé un ruolo eterno di comprimario, fare la spalla a Berlusconi per i prossimi mille anni».
Ma Di Pietro vorrebbe sostituirsi al Pd…
«Già, vede in noi più che in Berlusconi il suo avversario principale. La sua idea di sostituirci è del tutto velleitaria, ma è pericoloso che in un momento come questo si indichi come obiettivo principale quello di colpire il più grande partito d'opposizione».
Ma il Pd non dovrebbe ridefinire il suo ruolo?
«E' per questo che ci vuole un congresso serio».
Anche a costo di dividersi?
«Dividersi non è drammatico. Al loro congresso i leader del Pdl si sono divisi perché hanno detto cose diverse gli uni dagli altri. Un grande partito che vuole rappresentare il fulcro dell'alternativa di governo è un partito plurale, dove si discute, ma il problema non è questo, il problema è la qualità della discussione: non ci si può dividere sui gossip».
Un Pd «ridefinito» dovrà anche giocare la sfida delle riforme. Quali mandare in porto per prime?
«Innanzitutto ci vuole un drastico ridimensionamento dell’ipertrofia del ceto politico. Se vogliamo restituire autorevolezza alla politica democratica dobbiamo puntare a una drastica riduzione del numero degli eletti a tutti i livelli: nel Parlamento, nei consigli regionali, in quelli comunali.
E' poi necessaria una rinnovata selezione del ceto politico. I meccanismi di selezione sono saltati: ci sono solo logiche plebiscitarie. I consigli comunali sono scelti dal sindaco, il Parlamento viene nominato da due, tre capi. Una forma di selezione è rappresentata dal collegio uninominale. Ma bisogna anche restituire ai partiti un loro profilo e una loro identità, uscendo dalla logica delle coalizioni forzose, perciò va tolto il premio di coalizione. In questo quadro io credo che si possa fare una grande riforma che preveda anche il rafforzamento della stabilità dei governi con la sfiducia costruttiva e la possibilità del premier di nominare e cambiare i ministri.
Ma il fondamento di una riforma di questo genere è una nuova legge elettorale, che secondo me deve essere di tipo tedesco. Senza una nuova legge elettorale non c'è nessuna riforma costituzionale possibile».
Tornando al Congresso, la scelta del segretario avverrà come l'altra volta: un candidato vero e tutti gli altri “finti”?
«Io penso che sarà un congresso competitivo, che ci saranno più candidature e che ci sarà una discussione politica».
E crede che il Pd decollerà almeno questa volta?
«Il Pd deve rivendicare l'eredità dell'Ulivo e l'esperienza di governo. Bisogna costruire un partito vero, radicato nella società, e strutturare una leadership. Lo stesso Berlusconi sa che senza Bossi, Fini e gli altri la sua leadership sarebbe più debole. Insomma, il progetto va rilanciato su basi assai più solide».
Alla festa dei suoi 60 anni, lei ha detto che vuole ancora avere un ruolo in politica. C'è chi sospetta che lei voglia fare il segretario.
«Ho detto che non mi sentivo come Guglielmo il Maresciallo, protagonista di uno splendido libro di Georges Duby, che, sentendosi morire, riunisce attorno a sé tutti gli amici e fa un bilancio della propria vita. A sessant'anni uno può ancora continuare a darsi da fare in politica, anche senza necessariamente rivendicare per sé il bastone del comando».
Al congresso dovrete anche decidere le alleanze future.
«Certo, dovremo sciogliere un nodo politico: non sono più riproponibili né la confusione dell'Unione, né l'autosufficienza del Pd e l'asse privilegiato con Di Pietro, che non avrebbe senso e che secondo me non ne aveva molto neanche allora. Dovremo quindi lavorare intorno al progetto di un nuovo centrosinistra il cui fulcro sia il Pd. Questo sarà il nodo politico più importante della discussione congressuale».
Ultima domanda: che impressione le ha fatto Berlusconi che festeggia il 25 aprile?
«Certo, è un po' l'indice della situazione triste del nostro Paese il fatto che questo debba essere salutato come un evento. Ma che lui finalmente arrivi a riconoscere che le grandi forze antifasciste, compresa la sinistra, hanno avuto il merito di contribuire alla liberazione del Paese è positivo. Ci sono voluti 15 anni perché partecipasse ai festeggiamenti del 25 aprile, può darsi che tra altri 15 anni affronti anche il tema del conflitto di interessi... ».
Corriere della Sera 29 aprile 2009
Presidente D'Alema, Berlusconi sembra la superstar della politica italiana, e il Pd, che fine ha fatto?
«Apparentemente sembra che Berlusconi occupi quasi per intero la scena della politica italiana e che un po' di fronda venga solo dall'interno dello stesso Pdl, in particolare dalle personalità che si raccolgono intorno a Fini. E non c'è dubbio che Berlusconi cerchi in questo momento di debolezza dell'opposizione di allargare il suo insediamento non soltanto elettorale ma anche politico e culturale. Se però noi spingiamo lo sguardo oltre la cronaca politica e l'indubbia capacità di Berlusconi di occupare la scena ogni giorno con una trovata nuova, la cosa che colpisce è che questo governo di fronte a una crisi così drammatica non stia facendo assolutamente nulla».
Fa propaganda elettorale, onorevole D'Alema?
«No. Il governo galleggia sui problemi del Paese senza affrontarne nessuno. Berlusconi è un uomo che ama il consenso. Preferisce regnare piuttosto che governare, dato che governare l'Italia comporta il fatto di misurarsi con delle scelte che creano consensi ma, inevitabilmente, anche dissensi. Nei 15 anni in cui è stato protagonista della vita politica italiana non ha fatto nulla di significativo. Non si ricorda una sua sola riforma importante. Le uniche riforme di un qualche significato, da quella delle pensioni alla privatizzazione delle grandi industrie pubbliche, dalla riforma federalista della Costituzione alle liberalizzazioni, le ha fatte il centrosinistra. E io credo che grazie a questo suo comportamento l'Italia pagherà un prezzo altissimo».
Veramente Berlusconi dice che stiamo meglio degli altri.
«Un'affermazione che non ha nessun fondamento: il calo del Pil è maggiore della media europea, l'inflazione pure. E la situazione della finanza pubblica è sempre più disastrosa. Anche questa sua idea che si possa affrontare ogni emergenza senza copertura finanziaria è sicuramente molto suggestiva e popolare, però bisogna sapere che ha come corrispettivo il fatto che il debito pubblico italiano sia spinto verso il 115,3 per cento del pil, quest'anno, e proiettato al 121,1 per cento nel 2010. Quindi, quando si uscirà dalla crisi e la gerarchia internazionale verrà ridisegnata, rischiamo che il nostro Paese conti molto meno nell'economia mondiale. Lo dico non perché io sia pessimista sulle potenzialità dell'Italia, ma perché sono preoccupato: non vedo una strategia e una azione coerente che dovrebbero puntare sulla riduzione delle diseguaglianze e sulla promozione dell' innovazione, della ricerca e della formazione, cioè dei talenti di cui dispone il nostro Paese».
E il Pd intanto che fa?
«Ecco, il Pd non può non ripartire da qui: dalla sfida con la destra sul governo del Paese. Il problema non è tanto fare il viso delle armi, come fa Di Pietro, che in questo senso è funzionale a Berlusconi. Se fai un versaccio al premier il risultato è che il 70 per cento sta con lui, solo il 10 con te, ma siccome Idv aveva il 4 loro sono contenti. Questa è una logica minoritaria. Significa scegliere per sé un ruolo eterno di comprimario, fare la spalla a Berlusconi per i prossimi mille anni».
Ma Di Pietro vorrebbe sostituirsi al Pd…
«Già, vede in noi più che in Berlusconi il suo avversario principale. La sua idea di sostituirci è del tutto velleitaria, ma è pericoloso che in un momento come questo si indichi come obiettivo principale quello di colpire il più grande partito d'opposizione».
Ma il Pd non dovrebbe ridefinire il suo ruolo?
«E' per questo che ci vuole un congresso serio».
Anche a costo di dividersi?
«Dividersi non è drammatico. Al loro congresso i leader del Pdl si sono divisi perché hanno detto cose diverse gli uni dagli altri. Un grande partito che vuole rappresentare il fulcro dell'alternativa di governo è un partito plurale, dove si discute, ma il problema non è questo, il problema è la qualità della discussione: non ci si può dividere sui gossip».
Un Pd «ridefinito» dovrà anche giocare la sfida delle riforme. Quali mandare in porto per prime?
«Innanzitutto ci vuole un drastico ridimensionamento dell’ipertrofia del ceto politico. Se vogliamo restituire autorevolezza alla politica democratica dobbiamo puntare a una drastica riduzione del numero degli eletti a tutti i livelli: nel Parlamento, nei consigli regionali, in quelli comunali.
E' poi necessaria una rinnovata selezione del ceto politico. I meccanismi di selezione sono saltati: ci sono solo logiche plebiscitarie. I consigli comunali sono scelti dal sindaco, il Parlamento viene nominato da due, tre capi. Una forma di selezione è rappresentata dal collegio uninominale. Ma bisogna anche restituire ai partiti un loro profilo e una loro identità, uscendo dalla logica delle coalizioni forzose, perciò va tolto il premio di coalizione. In questo quadro io credo che si possa fare una grande riforma che preveda anche il rafforzamento della stabilità dei governi con la sfiducia costruttiva e la possibilità del premier di nominare e cambiare i ministri.
Ma il fondamento di una riforma di questo genere è una nuova legge elettorale, che secondo me deve essere di tipo tedesco. Senza una nuova legge elettorale non c'è nessuna riforma costituzionale possibile».
Tornando al Congresso, la scelta del segretario avverrà come l'altra volta: un candidato vero e tutti gli altri “finti”?
«Io penso che sarà un congresso competitivo, che ci saranno più candidature e che ci sarà una discussione politica».
E crede che il Pd decollerà almeno questa volta?
«Il Pd deve rivendicare l'eredità dell'Ulivo e l'esperienza di governo. Bisogna costruire un partito vero, radicato nella società, e strutturare una leadership. Lo stesso Berlusconi sa che senza Bossi, Fini e gli altri la sua leadership sarebbe più debole. Insomma, il progetto va rilanciato su basi assai più solide».
Alla festa dei suoi 60 anni, lei ha detto che vuole ancora avere un ruolo in politica. C'è chi sospetta che lei voglia fare il segretario.
«Ho detto che non mi sentivo come Guglielmo il Maresciallo, protagonista di uno splendido libro di Georges Duby, che, sentendosi morire, riunisce attorno a sé tutti gli amici e fa un bilancio della propria vita. A sessant'anni uno può ancora continuare a darsi da fare in politica, anche senza necessariamente rivendicare per sé il bastone del comando».
Al congresso dovrete anche decidere le alleanze future.
«Certo, dovremo sciogliere un nodo politico: non sono più riproponibili né la confusione dell'Unione, né l'autosufficienza del Pd e l'asse privilegiato con Di Pietro, che non avrebbe senso e che secondo me non ne aveva molto neanche allora. Dovremo quindi lavorare intorno al progetto di un nuovo centrosinistra il cui fulcro sia il Pd. Questo sarà il nodo politico più importante della discussione congressuale».
Ultima domanda: che impressione le ha fatto Berlusconi che festeggia il 25 aprile?
«Certo, è un po' l'indice della situazione triste del nostro Paese il fatto che questo debba essere salutato come un evento. Ma che lui finalmente arrivi a riconoscere che le grandi forze antifasciste, compresa la sinistra, hanno avuto il merito di contribuire alla liberazione del Paese è positivo. Ci sono voluti 15 anni perché partecipasse ai festeggiamenti del 25 aprile, può darsi che tra altri 15 anni affronti anche il tema del conflitto di interessi... ».
Di Redazione (del 29/04/2009 @ 12:00:37, in Politica locale, linkato 294 volte)
di Giambattista Maiorano Mi torna in mente il noto motivetto “Ho fatto la pipì, papà” di una vecchia edizione dello Zecchino d’Oro. Simpatica, carina, una bella canzone spensierata, perfino carica di emozioni.
Non so se il Sindaco Cereda, nel suo intervento del 25 aprile, davanti al monumento ai caduti, volesse in qualche modo riproporci la scenetta del bimbo che non ce la fa più. La fanciullezza è lontana. Non invece l’incontinenza. L’ha fatta davanti a tutti incurante del contesto, del momento celebrativo, della sua funzione istituzionale.
Non era per lui un momento facile. Dover dire che la Resistenza è madre della Costituzione, che i partigiani (tutti i partigiani, liberali, cattolici, socialisti e comunisti), con le forze alleate, con un pezzo importante dell’esercito regolare, con la stragrande maggioranza del popolo, sono stati gli artefici autentici della liberazione dal nazifascismo e della restituita democrazia è cosa dura per uno che ci ha voluto proporre “l’attualità” del pensiero di Julius Evola.
Dire poi che, fatta salva la pietà cristiana per tutti i morti, non è sensato proporre l’equiparazione tra chi era dalla parte giusta e chi invece dalla parte del nazifascismo repubblichino è ancora più ardua. Infatti non l’ha detto, non poteva dirlo, semplicemente non ci crede. E anzi, quando il presidente dell’ANPI durante il suo discorso ha spiegato il concetto (citando anche la famigerata legge che giace in Parlamento) abbiamo assistito alla solita serie di smorfie da commedia dell’arte, quelle che abitualmente usa per indicare all’uditorio che dissente dall’oratore.
Neppure qualche sfumatura tipo quelle usate in Abruzzo da Berlusconi (finalmente, e speriamo non cambi presto idea!). Nulla di tutto questo. Visto il personaggio, non sorprende. Ha parlato, il Sindaco, non più di sei, sette minuti. Non ha detto granché. Ha parlato genericamente di pace, di esigenza di condivisione nelle emergenze quali la calamità dell’Aquila, di doverosa solidarietà. Tutti principi difficili da contrastare. Poteva fermarsi qui. E invece no. Come un fiume in piena, eccoti serviti sul piatto Santoro, Annozero, la sinistra spacca tutto, gli sforzi sovrumani di un Berlusconi che non dorme per il bene del Paese, le accuse di incapacità rivoltegli mentre lui è tutto proteso al … bene comune! Questo lo scenario.
Non poteva che attendersi che una bordata di fischi e vivaci contestazioni. E lui impassibile, giulivo di averla fatta così davanti a tutti, felice di aver dimostrato ai “suoi”, pochini in verità, di averle cantate e averglielo ancora messo nel di dietro a quella sinistra colma di politici di “professione” e di rivoluzionari da strapazzo. Un eroe, insomma, un monumento vivente, nella sua testa. In realtà un uomo che banalizza ruolo e funzione, coltiva antipolitica e bassi sentimenti, costruisce ogni giorno il “nemico” sperando nella redditività di questi atteggiamenti.
A breve termine, forse, avrà anche ragione. C’è oggi un clima psicologico saporifero, dove il torpore e l’indifferenza si alternano alla reattività istintiva, ai moti irrazionali della “pancia”. Si crede nell’uomo decisionista, nell’uomo dei miracoli. Si guarda l’apparenza. Si demanda. Si delega con troppa facilità. Si scatta solo se toccati in prima persona non rendendosi conto che è proprio questo il clima che favorisce l’omertà e penalizza la socialità. Prima o poi, però, ci si risveglierà dal sonno e si faranno le verifiche e i consuntivi. Ma fermiamoci qui, con le analisi antropologiche e sociali da cattocomunista.
Anche Lui, il Sindaco Cereda, fra non molto si renderà conto che le sparate propagandistiche, il fumo negli occhi, le menzogne (giustificare gli errori facendo riferimento a quelli, spesso presunti, di chi lo ha preceduto come se un errore ne possa correggere un altro, l’inutile sforzo di fantasia per produrre divisioni in campo avverso facendo la lista dei buoni e dei cattivi ecc.) non pagano.
Se ne accorgerà, me lo auguro di cuore perché in fondo gli voglio bene, di essere stato un “incidente” in un momento di assenza di credibili candidati nel suo campo. Si accorgerà quindi di essere divenuto Sindaco con un ottimo risultato, un po’ per caso, non per meriti particolari. Merito sarebbe quello di rendersene effettivamente conto, di provare a fare seriamente il Sindaco e se, come facilmente sarà, non ci riesce di gettare la spugna. Questa sarebbe una notizia e la dimostrazione di una coerenza personale che gli farebbe senz’altro onore.
Di Redazione (del 29/04/2009 @ 10:33:39, in Politica nazionale, linkato 227 volte)
(Reuters) - Veronica Lario supera per la seconda volta la sua proverbiale riservatezza e critica pubblicamente i comportamenti del marito, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Oggetto della discordia ancora una volta le scelte del premier in fatto di donne. E se nel 2007 a far uscire allo scoperto la first lady erano stati gli apprezzamenti rivolti da Berlusconi ad alcune signore in occasione di una cena di gala - «se non fossi già sposato la sposerei subito», «con te andrei ovunque» -, stavolta sono le indiscrezioni sulle candidature femminili della Pdl alle prossime elezioni europee a far perdere le staffe alla ex attrice, al fianco di Berlusconi da circa 30 anni e madre di tre dei suoi cinque figli.
«Ciarpame senza pudore», «Io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione. Dobbiamo subirla e ci fa soffrire», ha scritto Lario ieri in una email all'agenzia Ansa, secondo quanto riportato dai quotidiani stamani. Nei giorni scorsi molte sono state le polemiche in merito alle indiscrezioni secondo le quali il Pdl candiderà ex veline e donne dello spettacolo per un seggio a Strasburgo.
Sul ruolo delle donne in politica Veronica Lario spiega: «Per fortuna da tempo c'è un futuro al femminile sia nell'imprenditoria che nella politica e questa è una realtà globale. C'è stata la Thatcher e oggi abbiamo la Merkel, giusto per citare alcune donne, per potere dire che esiste una carriera politica al femminile».
«In Italia la storia va da Nilde Jotti e prosegue con la Prestigiacomo. Le donne oggi sono e possono essere più belle; e che ci siano belle donne anche nella politica non è un merito nè un demerito. Ma quello che emerge oggi attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, e che è ancora più grave, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte e questo va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono state sempre in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti».
Poi la pesante stoccata: «Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell'imperatore. Condivido: quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere».
Giusto ieri sera a Varsavia, non si sa se già informato delle esternazioni della moglie, Berlusconi ha definito «deludente» la polemica nata intorno alle possibili candidate, ha smentito che i nomi circolati sui giornali corrispondano a quelli che saranno effettivamente scelti e ha rifiutato comunque l'idea che donne dello spettacolo possano essere ritenute a priori non idonee a ricoprire una carica politica. Ma l'invettiva di Veronica non è finita qua. Commentando la notizia pubblicata ieri da un quotidiano secondo cui Berlusconi sarebbe stato domenica notte in una discoteca di Napoli a una festa di compleanno di una ragazza di 18 anni, ha detto: «Che cosa ne penso? La cosa mi ha sorpreso molto, anche perchè non è mai venuto a nessun diciottesimo dei suoi figli pur essendo stato invitato».
Affermazione pesante. Adesso la palla passa al premier.
«Ciarpame senza pudore», «Io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione. Dobbiamo subirla e ci fa soffrire», ha scritto Lario ieri in una email all'agenzia Ansa, secondo quanto riportato dai quotidiani stamani. Nei giorni scorsi molte sono state le polemiche in merito alle indiscrezioni secondo le quali il Pdl candiderà ex veline e donne dello spettacolo per un seggio a Strasburgo.
Sul ruolo delle donne in politica Veronica Lario spiega: «Per fortuna da tempo c'è un futuro al femminile sia nell'imprenditoria che nella politica e questa è una realtà globale. C'è stata la Thatcher e oggi abbiamo la Merkel, giusto per citare alcune donne, per potere dire che esiste una carriera politica al femminile».
«In Italia la storia va da Nilde Jotti e prosegue con la Prestigiacomo. Le donne oggi sono e possono essere più belle; e che ci siano belle donne anche nella politica non è un merito nè un demerito. Ma quello che emerge oggi attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, e che è ancora più grave, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte e questo va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono state sempre in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti».
Poi la pesante stoccata: «Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell'imperatore. Condivido: quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere».
Giusto ieri sera a Varsavia, non si sa se già informato delle esternazioni della moglie, Berlusconi ha definito «deludente» la polemica nata intorno alle possibili candidate, ha smentito che i nomi circolati sui giornali corrispondano a quelli che saranno effettivamente scelti e ha rifiutato comunque l'idea che donne dello spettacolo possano essere ritenute a priori non idonee a ricoprire una carica politica. Ma l'invettiva di Veronica non è finita qua. Commentando la notizia pubblicata ieri da un quotidiano secondo cui Berlusconi sarebbe stato domenica notte in una discoteca di Napoli a una festa di compleanno di una ragazza di 18 anni, ha detto: «Che cosa ne penso? La cosa mi ha sorpreso molto, anche perchè non è mai venuto a nessun diciottesimo dei suoi figli pur essendo stato invitato».
Affermazione pesante. Adesso la palla passa al premier.
Di Redazione (del 26/04/2009 @ 21:46:45, in Politica locale, linkato 275 volte)
Pubblichiamo il discorso pronunciato da Armando De Giovanni, Presidente dell'ANPI di Buccinasco durante la cerimonia di celebrazione della giornata del 25 aprile. Una prolusione di grande levatura istituzionale, pronunciata dal Presidente di una associazione privata, che abbiamo ascoltato molto volentieri dopo il discorso banale e rozzamente propagandistico, pronunciato dal signor Loris Cereda.Celebriamo quest’anno il 25 aprile in una situazione molto difficile per l’Italia, non solo per la grave crisi economica e sociale che essa attraversa, ma anche per i pesanti attacchi all’ordinamento democratico e costituzionale.
Una crisi economica mondiale che arriva da lontano, qualcuno afferma essere iniziata trent’anni fa. Non lo so. Ma certo so, ed è sotto gli occhi di tutti, che è una crisi che andrà molto lontano.
I dati, drammatici, sono chiarissimi:
• migliaia di lavoratori stanno perdendo il posto di lavoro;
• le risorse per la cassa integrazione sono agli sgoccioli;
• milioni di lavoratori precari nel nostro paese, che già in condizioni “normali” vivevano nell’ansia di un futuro perennemente incerto, oggi sono prostrati dalla certezza che un futuro, loro, non ce l’avranno;
• il prezzo degli affitti alle stelle e l’impossibilità o la paura di accendere un mutuo per acquistare un appartamento spingono le famiglie nei vicoli ciechi della disperazione;
• aumenta quotidianamente l’ampia schiera delle famiglie che passano sotto il livello di povertà.
Occorre un piano di interventi forte e coraggioso se vogliamo scongiurare un epilogo tragico di questa crisi:
• l’immediata moratoria dei licenziamenti;
• lo stanziamento di ingenti fondi per la cassa integrazione e la sua estensione a tutti i lavoratori compresi i precari;
• misure drastiche per calmierare il mercato immobiliare, sia nelle vendite sia negli affitti;
Lo reclama il Paese, lo impone la nostra Costituzione quando afferma che
• l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (art. 1)
• E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3)
• La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto (art. 4)
• La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni (art. 35) • Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa (art. 36)
Solo per citarne alcuni.
Questa crisi economica, già di per sé particolarmente grave perché mondiale, perché strutturale, questa volta, rischia davvero di produrre effetti stravolgenti per il nostro Paese perché rappresenta l’ultimo colpo di coda di una crisi ben più ampia e generalizzata nei confronti della politica, delle istituzioni, di ogni idealità, dei sentimenti di altruismo e solidarietà e conduce la popolazione verso una deriva antidemocratica ed autoritaria che, da una parte tende ad una semplificazione della politica (un solo uomo “forte”, decisionista, non limitato dai lacci e lacciuoli del parlamentarismo, della rappresentanza, del bilanciamento democratico dei poteri) e dall’altra induce ad una visione ultra individualista che condanna ogni singolo individuo alla solitudine e all’impotenza politica.
Da qui l’attualità della ricorrenza del 25 aprile, della festa della Liberazione.
Non celebrazione rituale e retorica ma momento di riflessione: antidoto e monito all’individualismo, alla barbarie, alla dittatura, alla guerra.
Quando i primi partigiani scelsero la via della lotta e salirono sulle montagne per combattere il nazifascismo rischiando e offrendo la propria vita per la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, la democrazia, principi sui quali costruire la futura convivenza civile,
furono proprio questo:
ANTIDOTO E MONITO ALL’INDIVIDUALISMO E ALLA BARBARIE.
Essi anteposero il Bene Comune al bene personale, al bene individuale. Anzi fecero di più: sacrificarono il bene personale al Bene Comune.
E questa scelta estrema, anziché spaventare e allontanare la gente, l’attrasse a sé.
La Resistenza diventò in breve tempo lotta di popolo.
Operai e contadini soprattutto, ma anche impiegati e artigiani, insegnanti e professori, medici avvocati e ingegneri, preti e militari, cattolici comunisti liberali e socialisti. In una parola:
ANTIFASCISTI.
E allora, a questo riguardo, concedetemi di rispondere brevemente a quel gruppo di deputati che il 23 giugno 2008 hanno presentato una proposta di legge, la 1360, denominata Istituzione dell’Ordine del Tricolore … e che pretenderebbe di concedere l’onorificenza di “Cavaliere” a coloro “ che hanno prestato servizio militare … nelle forze armate durante la guerra 1940-45…, o nelle formazioni partigiane o gappiste… agli ex prigionieri o internati nei campi di concentramento o di prigionia, NONCHE’ ai combattenti nelle formazioni dell’esercito nazionale repubblicano durante il biennio 1943-1945.” Ecco, vorrei rispondere con le parole pronunciate da Monsignor Gianfranco Bottoni al Campo della Gloria di Milano il primo novembre del 2007:
[…] In questo luogo proclamiamo la gloria di chi ha rischiato e perduto la vita combattendo per valori di giustizia e libertà, di uguaglianza e democrazia.
Questi valori sono infatti principi sui quali si fonda il patto costituzionale che ha dato vita alla nostra Repubblica, nata dalla Resistenza partigiana e consacrata dal sangue dei Caduti nella guerra di Liberazione nazionale. Siamo qui pertanto per dare espressione civile e laica all’esigenza, che è di ogni società, di rifarsi ai propri fondamenti. Un’esigenza indispensabile per non perdere di vista l’unità nazionale e la coscienza democratica.
[…] Allora non possiamo e non dobbiamo confondere la “pietas” cristiana con la “pietas” civile. Le due diverse prospettive di “pietas” si devono tenere distinte, senza contrapporle come alternative, secondo la stessa visione cristiana, che distingue l’ambito spirituale da quello temporale. La prima (quella cristiana) apre i cuori a non fare distinzione tra defunti, ma a sperare e pregare per tutti indistintamente. Non altrettanto farà la “pietas” civile. Per la società civile è doveroso non mettere tutti i morti sullo stesso piano.
[…]Che gli uni e non gli altri siano sepolti e onorati in questo Campo della Gloria non è conseguenza delle ragioni di forza di cui disponevano i vincitori sui vinti. È invece la civica “pietas” ad esigerlo, perché la città libera e democratica ha tra i suoi padri soltanto coloro che hanno scelto di combattere per liberarla e restituirla alla sovranità popolare. Né qui né in altro luogo della nostra città, medaglia d’oro della Resistenza, il pur apprezzabile desiderio di promuovere la riconciliazione nazionale dovrà portarci a mettere tutti i morti sullo stesso piano, cadendo in una sorta di “relativismo della memoria” […].
All’inizio del mio intervento ho accennato ai “pesanti attacchi all’ordinamento democratico e costituzionale”.
In quest’ultimo anno abbiamo assistito, come guardando il mondo dalla finestra:
• Alla limitazione del diritto di sciopero per il pubblico impiego;
• Alla direttiva Maroni sulle limitazioni del diritto a manifestare in aree particolarmente simboliche sotto il profilo culturale, sociale e religioso;
• Al lodo Alfano sull’impunità delle tre più importanti cariche dello Stato;
• Alle scuole differenziate per i bambini stranieri;
• Alla possibilità per i medici ospedalieri di denunciare i clandestini curati in ospedale;
• Agli attacchi violenti alla nostra Costituzione definita “Sovietica”;
• Al metodico scardinamento degli equilibri tra Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica;
• Ai continui attacchi alla Magistratura e al potere giudiziario.
Tutti provvedimenti e atteggiamenti che stridono, per usare un eufemismo, con i Principi della nostra Carta Costituzionale e ci stanno conducendo, passo dopo passo, lentamente, verso forme di “democrazia autoritaria” preoccupanti e intollerabili.
E’ necessario un rinnovato moto d’orgoglio, è necessario che le donne e gli uomini di questo Paese rialzino la testa, si scrollino di dosso quell’apatia che li attanaglia, quell’indifferenza che li neutralizza.
Scriveva Antonio Gramsci nel 1917 riguardo all’indifferenza (da “Odio gli indifferenti”): “Credo che vivere voglia dire essere partigiani […].
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.
L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.
[…]L'indifferenza è il peso morto della storia. […] L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
[…]Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, […] avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare[…].
Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. […] Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, […]chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?” […].
E dunque, in questo 25 aprile:
Torniamo a vivere! Torniamo ad essere “cittadini e partigiani”!
Viva il 25 aprile, viva la Repubblica, viva la Costituzione.
Buona Liberazione a tutti!
Grazie.
Buccinasco, 25 Aprile 2009
A.N.P.I. Buccinasco
Il Presidente
Armando De Giovanni
Il Presidente
Armando De Giovanni
Di Redazione (del 24/04/2009 @ 14:00:30, in Politica nazionale, linkato 242 volte)
di MARCO PREVE
La Repubblica, 24 aprile 2009
Lo scopo dichiarato è quello di contrastare "l'egoismo territoriale" che rallenta "il cantiere Italia". Ma l'effetto della legge anti Nimby (not in my back yard, non nel mio giardino), in caso di approvazione, sarà di azzerare, attraverso la minaccia di risarcimenti milionari, i ricorsi alla giustizia amministrativa da parte di associazioni ambientaliste storiche, che difendono ciò che resta del Belpaese da abusi edilizi e colate di cemento.
La proposta di legge 2271 è sottoscritta da 136 deputati del Pdl ed il primo firmatario è l'onorevole Michele Scandroglio, genovese, fedelissimo del ministro Claudio Scajola. Aderiscono, tra i tanti, l'ex ministro Pietro Lunardi, il presidente della commissione Cultura Valentina Aprea, il vice di quella Ambiente Roberto Tortoli, l'ex presidente della Regione Liguria Sandro Biasotti.
Presentata in sordina nei giorni del "piano casa", con due brevi aggiunte all'articolo 18 della legge 8 luglio 1986 (responsabilità processuale delle associazioni di natura ambientale), potrebbe schiacciare all'angolo celebri sigle come Italia Nostra, Legambiente, Wwf, Vas Verdi Ambiente e Società, senza parlare della miriade di comitali locali.
Con la modifica 5-ter qualora il ricorso alla giustizia amministrativa "sia respinto perché manifestamente infondato, il giudice condanna le associazioni soccombenti al risarcimento del danno oltre che alle spese del giudizio". Pensiamo a cosa vorrebbe dire un anno di fermo cantiere per il ponte sullo stretto di Messina tra una prima sentenza favorevole del Tar e una bocciatura del Consiglio di Stato: un risarcimento per milioni di euro.
"È una legge liberticida, intimidatoria, di regime, attacca l'avvocato Daniele Granara, docente alla facoltà di giurisprudenza di Genova, legale in molti ricorsi ambientali. Confido che venga ritenuta palesemente anticostituzionale visto che l'articolo 24 stabilisce che "Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi".
La Repubblica, 24 aprile 2009
Lo scopo dichiarato è quello di contrastare "l'egoismo territoriale" che rallenta "il cantiere Italia". Ma l'effetto della legge anti Nimby (not in my back yard, non nel mio giardino), in caso di approvazione, sarà di azzerare, attraverso la minaccia di risarcimenti milionari, i ricorsi alla giustizia amministrativa da parte di associazioni ambientaliste storiche, che difendono ciò che resta del Belpaese da abusi edilizi e colate di cemento.
La proposta di legge 2271 è sottoscritta da 136 deputati del Pdl ed il primo firmatario è l'onorevole Michele Scandroglio, genovese, fedelissimo del ministro Claudio Scajola. Aderiscono, tra i tanti, l'ex ministro Pietro Lunardi, il presidente della commissione Cultura Valentina Aprea, il vice di quella Ambiente Roberto Tortoli, l'ex presidente della Regione Liguria Sandro Biasotti.
Presentata in sordina nei giorni del "piano casa", con due brevi aggiunte all'articolo 18 della legge 8 luglio 1986 (responsabilità processuale delle associazioni di natura ambientale), potrebbe schiacciare all'angolo celebri sigle come Italia Nostra, Legambiente, Wwf, Vas Verdi Ambiente e Società, senza parlare della miriade di comitali locali.
Con la modifica 5-ter qualora il ricorso alla giustizia amministrativa "sia respinto perché manifestamente infondato, il giudice condanna le associazioni soccombenti al risarcimento del danno oltre che alle spese del giudizio". Pensiamo a cosa vorrebbe dire un anno di fermo cantiere per il ponte sullo stretto di Messina tra una prima sentenza favorevole del Tar e una bocciatura del Consiglio di Stato: un risarcimento per milioni di euro.
"È una legge liberticida, intimidatoria, di regime, attacca l'avvocato Daniele Granara, docente alla facoltà di giurisprudenza di Genova, legale in molti ricorsi ambientali. Confido che venga ritenuta palesemente anticostituzionale visto che l'articolo 24 stabilisce che "Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi".
Di Redazione (del 24/04/2009 @ 08:22:17, in Politica locale, linkato 219 volte)
Di Redazione (del 23/04/2009 @ 12:51:54, in Politica locale, linkato 247 volte)
È successo nove mesi fa, ricordate? Buccinasco, Consiglio Comunale del 22 luglio 2008, ore 23 e 30, votazione finale sul PII Romagna/Mantenga: 9 voti a favore, 11 voti contrari, il Consiglio Comunale NON APPROVA.
Scoppia fragoroso l’applauso dei numerosissimi cittadini presenti. I consiglieri comunali di Centro Destra Cardilli, Rapetti e Basile hanno votato contro il PII assieme alla minoranza.
Fra le tante ragioni che portarono a questa sonora bocciatura una si riferiva al valore dei terreni che il privato intendeva cedere al Comune in cambio dell’area Mantegna: secondo l’opposizione lo scambio non era equo.
Oggi l’opposizione, dopo avere commissionato una perizia a un tecnico qualificato (vedi allegato), può dire con certezza che chi ha votato contro a quel piano aveva ragione e che quello scambio di terreni era proprio un pessimo affare per il Comune.
C’è da augurarsi allora che su quell’area non si tentino più operazioni di speculazione edilizia e che finalmente venga attrezzato un vero e proprio parco pubblico.
Di Redazione (del 22/04/2009 @ 14:15:33, in Politica nazionale, linkato 217 volte)
di GIORGIO BOCCA La Repubblica, 22 aprile 2009
SILVIO Berlusconi, accogliendo l'invito del segretario pd Franceschini, parteciperà per la prima volta al 25 aprile. È una decisione che va giudicata positivamente perché in essa oltre che a un diritto si riconosce il dovere del presidente del Consiglio di celebrare assieme a tutti gli italiani la festa della Liberazione e i valori della Resistenza, dell'antifascismo e della Costituzione. Ma quando aggiunge che lo farà perché di questa festa non se ne appropri soltanto la sinistra il premier rivela di essere ancora lontano da una autentica maturità democratica e storica. Più fallace di lui si dimostra il ministro della Difesa Ignazio La Russa.
La Russa, uno dei neofascisti sdoganati da Berlusconi, dichiara che "i partigiani rossi meritano rispetto ma non possono essere celebrati come portatori di libertà", cioè fra i fondatori della democrazia italiana. È difficile capire su cosa si basi l'affermazione di La Russa dato che il Partito comunista italiano che organizzò e diresse i partigiani rossi, meglio noti come garibaldini, fece parte e parte decisiva dell'Assemblea costituente da cui è nata la Repubblica democratica.
Che i comunisti italiani abbiano scelto la democrazia invece che la dittatura potrà sembrare ai loro avversari una scelta opportunistica, obbligata dai rapporti di forza in Europa e nel mondo ma si prenda atto anche da chi avrebbe preferito un esito diverso che essa ci fu e fu per i comunisti italiani vincolante. Gli storici non hanno ancora fornito la prova di chi fu la responsabilità di questa scelta: se fu decisa da Stalin o dalla Internazionale comunista di cui l'italiano Palmiro Togliatti era un autorevole dirigente, ma l'accettazione da parte comunista della divisione del mondo in due sfere di influenza fu un dato di fatto accettato sin dagli anni della guerra di Spagna, riconfermato nell'incontro fra i vincitori della guerra contro la Germania nazista e rispettato anche dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria.
Fosse interprete del pensiero politico di Stalin o convinto della necessità di convivere con le grandi democrazie occidentali Togliatti, arrivato in Spagna durante la guerra civile, dettò i tredici punti di una costituzione che sarebbe entrata in vigore a guerra finita di chiara impostazione democratica: autonomie regionali, rispetto della proprietà e della iniziativa privata e dei diritti civili, libertà di coscienza e di fede religiosa, assistenza alla piccola proprietà, riforma agraria per la creazione di una democrazia rurale, rispetto delle proprietà straniere non compromesse con il nazismo, ingresso della Spagna nella Società delle nazioni. Naturalmente già allora gli avversari dei comunisti dissero che era una scelta tattica in attesa della rivoluzione, ma una scelta vincolante come si dimostrò in Grecia quando i partigiani rossi di Markos e il loro tentativo di impadronirsi del potere furono abbandonati alla più dura sconfitta. Che la scelta democratica fosse valida nella Repubblica fu chiaro quando tutte le fiammate rivoluzionarie della base comunista, dall'occupazione della prefettura di Milano a quella del monte Amiata dopo l'attentato a Togliatti, furono spente dalla polizia diretta da Scelba senza reazione del partito.
Possiamo dire che le affermazioni di La Russa sull'inaffidabilità democratica dei partigiani rossi sono un processo alle intenzioni smentito dal rispetto alla Costituzione dei comunisti italiani, che al contrario dei neofascisti alla Borghese o delle trame nere, non hanno mai progettato colpi di Stato e si sono schierati con decisione contro il terrorismo delle Br. Ma c'è un'altra ragione, anche essa storica, per dissentire dalla dichiarazione di La Russa ed è quella di considerare il movimento partigiano garibaldino come un tutt'uno con il partito comunista e il partito comunista come la stessa cosa di una dittatura stalinista. Procedere per generalizzazioni arbitrarie è un cattivo modo di fare la storia e anche la politica.
Chi ha conosciuto il movimento partigiano nella sua improvvisazione e varietà estrema sa bene che diventare un partigiano rosso non era sempre una scelta politica, ideologica, che si andava nelle brigate Garibaldi per molte ragioni non politiche, perché erano fra le prime formatesi o le più vicine, le prime che si incontravano fuggendo dalle città occupate dai nazifascisti magari per raggiungere dei conoscenti, degli amici. Si pensi solo al comando garibaldino piemontese, che si forma in valle Po con gli ufficiali di cavalleria della scuola di Pinerolo che seguono Napoleone Colajanni, nome partigiano Barbato, perché loro amico non perché comunista, o gli altri che in Val Sesia vanno con Cino Moscatelli perché è uno della valle come loro non perché è comunista.
Così come noi delle bande di Giustizia e Libertà nel Cuneese che non avevamo mai sentito parlare del partito di azione e del suo riformismo liberal-socialista, ma che eravamo compagni di alpinismo di Duccio Galimberti o Detto Dalmastro. Nella guerra partigiana prima veniva la sopravvivenza, la ricerca delle armi e del cibo, poi sul finire arrivò anche la politica, ma le ragioni di lealtà e di amicizia restarono dominanti per cui egregio ministro La Russa mi creda ma per uno che è stato partigiano le differenze di cui parla non ci sono state. Per venti mesi, per tutti, la ragione di combattere era la libertà.
Di Redazione (del 18/04/2009 @ 23:17:34, in Politica locale, linkato 742 volte)
di Gruppo Consiliare del PD La storia dell'intervento edilizio di Buccinasco Più è lunga e complessa. Per giudicare in modo corretto gli avvenimenti, attribuire correttamente a persone o istituzioni delle responsabilità, è necessario capire come sono veramente andate le cose.
C'è infatti chi gioca sulla disinformazione, utilizza la menzogna in modo sistematico, perché vuole sia scaricare proprie responsabilità sia attribuire ad altri colpe che non hanno.
> Nel Piano Regolatore Generale approvato negli anni '80 l'area di Via Guido Rossa era destinata a insediamenti di terziario: uffici, ristoranti, alberghi e strutture commerciali.
> L'Amministrazione Lanati nel 2001 approvò un progetto di trasformazione dell'area di Buccinasco Più (denominata area Cantoni dal nome del proprietario) per fare realizzare a PRIVATI edifici residenziali al posto degli insediamenti di terziario.
Il contrasto sui contenuti del progetto portò alle dimissioni della Giunta Lanati con il contributo determinante di Luigi Iocca, Presidente del Consiglio dell'epoca, che insieme ad altri Consiglieri della maggioranza (luglio del 2001) fece mancare la fiducia al Sindaco. Oggetto del contendere non fu certo quanto si doveva costruire, ma forse, probabilmente, chi doveva costruire.
> Il Commissario Prefettizio, subentrato al Sindaco Lanati, utilizzando la Legge regionale 9/99 presentò in Regione Lombardia un Piano Integrato di Intervento (PII) che fu sviluppato con il privato dall'allora Responsabile dell'Ufficio Tecnico con la collaborazione dell'attuale Responsabile del Medesimo ufficio.
> Nel giugno 2002 venne nominato Sindaco Carbonera che si trovò a gestire con la Regione la disastrosa istruttoria di questo PII con un progetto planivolumetrico squilibrato, con un quadro economico, relativo agli oneri di urbanizzazione e alle opere da realizzare, lacunoso e impreciso, il tutto con tempi notevolmente ristretti. All'interno della negoziazione con l'operatore privato, le cifre del quadro economico non erano più discutibili e si potè ottenere solo un nuovo planivolumetrico e richiedere maggiori fattori di utilità pubblica.
In particolare si ottenne: l'edilizia convenzionata; l'edilizia in affitto moderato; l'acquisizione dell'area di Via Roma davanti al Municipio con trasferimento della volumetria dell'edificio che lì era collocato (demolito illecitamente nel 2001) dietro il Ristorante Granfuoco, valorizzando la centralità dell'area e il passaggio da edilizia libera ad edilizia convenzionata.
> Con le nuove NTA (Norme Tecniche Attuazione), approvate dalla Amministrazione di Centro sinistra i metri cubi delle parti comuni (scale, androni, locale ascensore, locale caldaia, ecc.) entrarono a far parte della volumetria massima da edificare; se non ci fosse stato questo intervento ci sarebbe stata una ulteriore cubatura corrispondente a circa il 15% in più.
> La Regione nel 2005 approvò la possibilità di realizzare in tutti gli edifici i sottotetti; opportunità che quasi tutti gli operatori di Buccinasco Più subito richiesero.
> Non c'era la possibilità di modificare i contenuti del PII perché la proprietà dell'area si sarebbe potuta rivalere direttamente sugli Amministratori in carica richiedendo i relativi danni economici.
> Qualche mese dopo l'avvio del cantiere, questo nei primi mesi del 2005, l'Amministrazione Comunale fu informata che nell'area PRIVATA del cantiere entravano camion carichi di materiale provenienti da demolizioni edilizie.
Immediatamente fu fatta intervenire la Polizia Locale e il Corpo Forestale dello Stato denunciando il tutto alla Magistratura.
Ad oggi le persone coinvolte sono già state condannate per scarichi abusivi.
> Le uniche modifiche subentrate in corso d'opera sono state: il riposizionamento di un palazzo che era stato collocato dal progettista in una posizione non idonea visto il passaggio della fognatura; il riempimento della piazza centrale perché non era stato considerato che l'area interessata era sotto il livello stradale.
> Nell'aprile 2007 il Direttore Lavori del cantiere PRIVATO, durante una riunione verbalizzata e alla presenza dell'allora Sindaco, si impegnò a portare in discarica il terreno non idoneo e comunque a esaminare il tutto in sede di collaudo. Durante la stessa riunione i Responsabili dell'Ufficio Tecnico si impegnarono a nominare un collaudatore che iniziasse a far fare le valutazioni sul terreno.
> Dal giugno 2007 la questione è stata gestita (?) dalla nuova Amministrazione di Centro destra.
(p)Link
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