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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Redazione (del 30/08/2010 @ 21:49:52, in Interventi, linkato 33 volte)
 
Di Redazione (del 05/11/2009 @ 14:43:22, in Interventi, linkato 268 volte)
Riproponiamo pubblicamente una discussione avvenuta tra di noi, tra di noi gente del PD, a proposito della questione del crocefisso. È un dibattito che si è svolto con un botta e risposta via mail. La successione degli interventi segue esattamente quella che si è verificata on-line.

1 – Ieri sera non ne abbiamo parlato ma io desidero dire a voi, con cui condivido i percorsi quotidiani in questo Partito, quello che penso su questo argomento.
So che questo non è il problema principale di cui occuparci, ma lo stesso ho provato rabbia e dispiacere nel sentire le poche frasi pronunciate dal nostro Segretario sull'argomento: "qualche volta il buon senso è vittima del diritto" (questa l'ho letta su un giornale) e ... il crocefisso esposto nei luoghi pubblici è (più o meno, non ricordo precisamente) un fatto culturale.
Il simbolo di una religione non può essere imposto, mi sembra non rispettoso di chi non condivide le stesse idee religiose e negativo per il cristiano stesso, perché la religione è una scelta e non frutto di imposizione.
Chi ha vissuto negli ultimi decenni nella scuola ha lavorato perché le ore di religione cattolica fossero momenti di riflessione sulle religioni, fossero aperte al confronto con idee e convinzioni diverse. Abbiamo lavorato anche perché le ore di alternativa alla religione cattolica fossero spese in modo produttivo e dignitoso.
In molte (o poche) scuole i crocefissi non c'erano per scelta autonoma delle scuole (genitori e docenti insieme).
Sia chiaro: io ho molto rispetto delle religioni, in particolare della religione con cui sono cresciuta anch'io, e di chi professa questa fede, ma voglio vivere in uno Stato laico. E, soprattutto, il segretario di un Partito laico in uno Stato laico non può dire che l'esposizione del Crocefisso è buon senso!

Teresa Memo

2 – L'argomento è molto interessante e vale proprio la pena di affrontarlo fra di noi.
a. Il crocefisso nei luoghi pubblici, statali (ricordatevi che non si parla solo di scuola) è un istituzione prodotta dall'accordo fra Mussolini e Pio XI, tra fascismo e clero cattolico. Fu un patto scellerato che danneggiò la Chiesa pesantemente. Il risultato fu che la religione cristiana cattolica diventava religione di stato in un regime fascista. Pazzesco!!! Stupisce ancora oggi la poca lungimiranza di chi a voluto questo accordo. Il classico piatto di lenticchie.
Per quanto mi riguarda, quindi, e proprio come cristiano, il crocefisso nelle scuole mi ricorda che la mia Chiesa ha firmato un patto con il cavaliere Benito Mussolini. Mi ricorda solo soltanto questo e me ne vergogno. Gradirei fosse tolto. Fa il paio con l'insegnamento della religione cristiana cattolica a scuola. Almeno per cinquant’anni nelle scuole italiane si è insegnato dottrina cristiana cattolica. Non mi si venga a dire che è un fatto culturale, che è un insegnamento generale di religione quando la gestione degli insegnanti passa tutta dalle mani del clero cattolico. Anche questa è una vergogna.
b. Nel dibattito pubblico politico su questo tema però è forse bene tenere un profilo basso. E fa bene il nostro segretario a fare il cerchiobottista perché se dicesse la verità (quello che io penso sia la verità) ficcherebbe il Partito nel ginepraio del tritacarne mediatico da cui diventa impossibile liberarsi. Il buon senso di Bersani credo che stia qui.
Ricordiamoci sempre che la politica a volte segue logiche di tipo militare e questo non per cattiva volontà di chi la fa ma perché è nella sua natura. Con Berlusconi al governo poi, la lotta politica diventa senz'altro guerra senza quartiere e con ogni mezzo (da parte sua). Da parte nostra, chiarito che con lui si può solo essere in guerra, si tratta soltanto di decidere fino a che punto vale anche per noi il principio "con ogni mezzo".

David Arboit

3 – In linea teorica, Teresa, non ti si può che dare ragione. Ma spesso anche in linea pratica. E mi spiego. Assistevo ieri a un dibattito sul tema sulla 7 Gold. Presenti il segretario prov.le di Rifondazione Patta, il consigliere regionale Monguzzi Verde ora PD), l'assessore regionale Boni della Lega. Le espressioni più rispettose e di maggior buon senso lo ho udite da Patta. Quelle più dissacranti dall’assessore Boni. Mentre Monguzzi invocava il “buon senso”.
Ritengo più dissacranti quelle dell'assessore sulla base dell'insegnamento di S. Paolo. Egli dice, infatti, che se manca la carità, tutto il resto è nulla. Come si concilia tutto il supposto fervore cristiano e la difesa dei valori della tradizione cristiana con scelte quotidiane che sviliscono il rispetto per la persona, che offendono l’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, che rifiutano il fratello? I cristiani della Lega dovrebbero spiegarcelo e convincersi una buona volta dell’assoluta incompatibilità tra cristianesimo e feticci di riti celtici confusi nell’acqua del Po.
Patta ricordava, per esempio, che tutti i giorni, in ogni ambiente si consuma la contraddizione tra dire di credere e professare continuamente la bestemmia che può forse essere sintomo dell'esistenza di un Dio di Gesù Cristo, ma certamente sconfessione dello stesso oltre che segno di grandissima maleducazione.
È fuori dubbio che il crocefisso è un segno di contraddizione perché segnala un messaggio forte; come è fuori dubbio che questa immagine è l'origine di gloriose pagine di cultura e spesso, nella storia, usata maldestramente contro l'avversario. Non certo per scelta divina, ma per pigrizia, ingordigia e voglia di potere che prende l'uomo di qualsiasi tempo.
Perché, Teresa, dico "teoricamente"? A me pare, se non vogliamo credere di essere invasati da un'enorme ipocrisia che prende la stragrande maggioranza del nostro popolo, che una percentuale molto forte si dichiara cristiano e cattolico e che di fronte alle scelte richiede l'insegnamento della religione cattolica. Sei stata e sei ancora per molti versi operatrice nella scuola e ti sono noti questi dati. Partendo da questo elemento di democrazia, non può essere ignorata la responsabilità di cui ci si carica nell'evitare forme di integralismo e di imposizione. Questa stessa responsabilità dice anche del rispetto che necessariamente va portato ad altre forme religiose. Sono nate per questo le diverse forme di ecumenismo. Ed è questa stessa responsabilità che deve portarci ad aprirci alle richieste degli altri nella possibilità di assecondarle fin tanto in quanto si esprimono all'interno di norme di uno stato di diritto.
Quello che spesso mi capita di osservare è invece una richiesta, poco laica e molto laicista a mio avviso, di quasi annullamento di ogni segno arrivando perfino ad affermare che ciò in cui fermamente credo non deve per nulla incidere nella quotidianità come se questi principi cozzassero con la vita.
Sarebbe sconveniente chiedere apertura di mente e di cuore e poi pretendere con una forma altrettanto pericolosa di integralismo l'annullamento della scala valoriale che ha portato me e tanti altri a condividere l'esperienza politica che stiamo vivendo insieme in nome dello "stato laico". Ricordo sempre che fulgidi esempi di uomini laici nella recente storia italiana li troviamo in soggetti tipo Sturzo e De Gasperi e che altrettanti requisiti li troviamo in moltissimi costituenti (un esempio per tutti: Togliatti, Iotti, Terracini, Nenni) senza che gli stessi si siano convertiti al cattolicesimo nell'inverare la nostra carta costituzionale.
Personalmente mi sento in dovere di chiedere rispetto e spazio per tutti in ragione di quei principi. Ma rispetto spazio per quella stragrande maggioranza in ragione degli stessi principi oltre che della democrazia che riconosce, per ogni forma religiosa, la non comprimibilità nel recinto del privato. Un principio, ovvio, da riconoscere a tutti all'interno di norme rispettose e condivisibili dove ciascuno dovrà riconoscersi e farle proprie per la civile convivenza.
Per chiudere, sono d'accordo con Bersani: la sua non è conversione, ma attenzione e mancanza di indifferenza oltre che la constatazione di elementi storico/culturali che hanno formato da secoli generazioni di italiani.

Giambattista Maiorano

4 – David ha ragione: oggi in Italia ogni questione diventa parte di una guerra mediatica in cui tutto viene triturato nel grande conflitto che ormai divide il Paese e in cui il buon senso e la logica vanno perduti se non derisi. Però è anche vero che la strategia spesso adottata, in alcuni casi conseguenza delle tante anime che ci sono nel PD, di attenuare e mediare, provoca sconcerto e delusione. Come in questo caso. In Francia, patria dell'Illuminismo e mi sembra ampiamente cattolica, la legge che vieta l'esposizione di simboli religiosi in luoghi pubblici, c’è del 1905! Così abbiamo ennesima certificazione di qual è il ritardo dell'Italia, un secolo. Ma ad alcuni non basta. L'Italia, nella testa di Bertone e soci, rimane a responsabilità limitata, e i suoi cittadini devono rimanere sotto tutela. Peraltro molti ci stanno, o meglio ci fanno stare, molto volentieri. Insomma concordo con Teresa, va bene la prudenza, però non sono poi così sicuro che il continuo tentennare su alcuni principi di laicità dello stato, porti dei benefici politici. L'esposizione del crocefisso nelle scuole ha un valore simbolico molteplice. Per alcuni un è richiamo ai valori alti del cristianesimo, alla sua storia e all'influenza che questi hanno avuto nella storia, personale e sociale degli italiani. Tuttavia oggi a me sembra che la contesa non è su questo. La contesa è invece: quale ruolo e peso deve avere il cattolicesimo e la sua struttura secolare, nella storia e nella vita quotidiana dello Stato. Il Vaticano, e i numerosi reggicoda di comodo, non sono preoccupati per il venir meno del messaggio valoriale che andrebbe perduto con la non esposizione del crocefisso, ma per il messaggio che ogni cittadino ne trarrebbe: la religione cattolica non è tra i pilastri fondanti dello Stato, perlomeno non delle sue istituzioni. È questo che preoccupa e questo che mi fa arrabbiare: il gregge va controllato e ammansito. I valori cristiani, sono in caduta libera, le strutture della Chiesa sono in grave crisi e invece di ragionare e intervenire sui perché di questa crisi, ci si preoccupa di perdere il controllo del gregge, ovunque vada. In particolare se il gregge è italiano. L'Italia, rimane stato a sovranità limitata; in altri paesi ben più civili, anche dal punto di vista dei valori cristiani, questa questione è stata risolta molti anni fa.

Guido Morano

Mi/Vi pongo una semplice domanda.
È lecito esporre un crocefisso in un’aula scolastica, in un tribunale o in un ufficio pubblico, se questa scelta può offendere la coscienza del non credente o dell’appartenente a una confessione religiosa contraria a tale simbologia? L’esposizione contraddice la “laicità dello Stato”? E a che tipo di simbologia deve essere ascritto il crocefisso: identità religiosa o culturale?
Un cittadino italiano di religione musulmana, domanda all’insegnante della scuola, frequentata dai suoi figli, di rimuovere il crocefisso appeso alla parete o, in subordine, di appendervi un quadretto con la sura del Corano. L’insegnante accondiscende a questa seconda richiesta, ma viene smentita dal dirigente scolastico il quale impone di rimuovere il quadretto. Assistito da un avvocato, il cittadino italiano ricorre al Tribunale per ottenere un pronunciamento d’urgenza. Investito della questione, il Tribunale ribadisce il carattere laico della Repubblica italiana e delle sue istituzioni e il 23 ottobre decreta la rimozione del crocifisso. Un’ordinanza successiva ha invece revocato tale rimozione.
La rimozione del crocefisso scatena un’aggressiva polemica della maggior parte degli italiani e parte una vera e propria campagna per il rilancio del crocefisso.
Infine il Tribunale sostiene che il crocefisso è essenzialmente un simbolo religioso cristiano, di univoco significato confessionale, che l’imposizione della sua affissione nelle aule scolastiche non sarebbe compatibile con il principio supremo di laicità della Costituzione, e con la conseguente posizione di equidistanza e di imparzialità fra le diverse confessioni che lo Stato deve mantenere; che la presenza del crocifisso, che verrebbe obbligatoriamente imposta ad alunni, genitori e insegnanti, delineerebbe una disciplina di favore per la religione cristiana rispetto alle altre confessioni, attribuendo ad essa una ingiustificata posizione di privilegio.
A questo punto io avrei già risposto alla domanda che mi sono posta.
Concordo ovviamente con forza con Teresa, che l’affermazione del nostro Segretario "qualche volta il buon senso è vittima del diritto", non mi è piaciuta per niente, capisco (come dice David) che lui debba fare “il cerchiobottista perché se dicesse la verità ficcherebbe il Partito in nel ginepraio del tritacarne mediatico, ma ne siamo sicuri? A volte si può anche stare zitti oppure usare parole diverse, non credo che un politico, anzi il politico Bersani non ne sia capace!
In alcune scuole dell’Emilia Romagna hanno tolto (senza farne pubblicità) il crocefisso nelle classi, ebbene il risultato è stato che nessuno se ne accorto.
Mi confermate, voi cattolici che il crocefisso è nell’animo e nel modo di comportarsi?

Grazia Campese

È un errore ridurre il crocefisso e la persona di Gesù Cristo a simbolo di una morale. Il fatto di Gesù Cristo, ciò che rende Gesù il fatto fondante per il cristianesimo non sono i principi morali che ha evidenziato con il suo comportamento.
Tanti altri nella storia dell’umanità hanno dato un esempio morale paragonabile al suo, a partire dai profeti. Ciò che rende Cristo la pietra angolare della comunità cristiana è che era misteriosa incarnazione di Dio e che il Padre lo ha fatto risorgere.
È il fatto che Cristo sia risorto che noi cristiani siamo chiamati a testimoniare e a comunicare, non che Gesù era un buon uomo, che si comportava bene, che aveva una moralità ineccepibile, che era un santo nel senso morale del termine.
Ed è esattamente a questo, al cuore ancora oggi pulsante della fede cristiana che il crocefisso rimanda, è di questo fatto che il crocefisso è segno non certo di una moralità ineccepibile o di una cultura.
Chi parlando del crocefisso omette il fatto centrale e parla di esempio morale non va al cuore della sua fede.
È vero che il crocefisso ci parla anche di un amore per l’altro che si sacrifica fino alla morte.
Ma lo scandalo degli scandali e che Cristo ha vinto la morte, che è risorto, non i suoi comportamenti morali, ed è per questo che io amo portare al collo una croce cristiana senza Gesù crocefisso.

David Arboit
 
Di Redazione (del 13/10/2009 @ 00:12:04, in Interventi, linkato 178 volte)
di Giambattista Maiorano
Se ne discute sempre più frequentemente. Era ora. Come al solito, le antiche abitudini sono difficili da scrostare. Tutto cambia molto in fretta. Eppure certi luoghi comuni resistono all’usura del tempo. 20 anni fa è caduto il muro e con esso sono state sepolte le certezze del comunismo che ha tentato disperatamente di trasformare l’ideologia in “chiesa” senza rendersi conto che la fede è cosa più seria e diversa dalla politica.
Molto, moltissimo è cambiato anche in Italia in questi ultimi 20 anni, ma la propaganda non si arrende all’evidenza.
Pur non riuscendo a diventare cultura vera, con tutti i mezzi che la comunicazione mette a disposizione, il modello propostoci con l’avvento della televisione commerciale ha fiaccato enormemente la capacità critica influenzando, nel bene e nel male, tutte le agenzie educative. L’ottenere con perseveranza e onestà i propri traguardi di riscatto sociale è stato sostituito da una corsa impazzita dove la norma è la concorrenza sleale. Soldi, carriera, fortuna, sesso e tutto in fretta, hanno sostituito il messaggio che la generazione stremata dall’ultima guerra aveva consegnato a quelle immediatamente successive che hanno potuto vedere, partecipare e godere del frutto della ricostruzione.
Negli ultimi 20 anni, si è voluto continuare a individuare il colpevole della decadenza nell’egemonia culturale della sinistra, restando però in silenzio, ciechi o indifferenti, davanti alla mentalità montante dell’egoismo esasperato, della separazione tra pancia e cervello, delle picconate al semplice convivere civile se non fondato sul principio del più forte, dell’affossamento del senso dello Stato, dello sfilacciamento dei rapporti tra istituzioni e della reciproche, autorevoli e rispettose autonomie. È cambiato persino il senso del “bene comune” come la Costituzione ci insegna.
C’è voluto il caso Boffo, c’è voluto una D’Addario, a mettere a nudo la volgarità e la sapiente gestione di un’ipocrisia elevatasi a sistema. E prima di loro, la denuncia di una moglie, la seconda, stufa di uno stile di vita che tutto era meno che irreprensibile e moralmente accettabile.
Nonostante l’evidenza, per i tanti corifei e sacerdoti del principe la colpa è sempre e comunque dei “comunisti” e ancor più di quella vile razza detta dei catto-comunisti.
Non c’è ancora “il regime” o per lo meno quel tipo di regime come gli italiani hanno conosciuto. E però non si può non riconoscere la pericolosità di messaggi che portano in modo dolce prima all’assuefazione e poi all’eutanasia dell’intelligenza. Non si può non essere preoccupati che la formazione è delegata in gran parte ai mezzi di comunicazione da dove attinge e dove si forma l’opinione una quota consistente della nostra popolazione. Non si può non essere preoccupati del fatto che si legge sempre meno libri e giornali. Non si può non essere preoccupati che una vita resa pubblica da milioni di pubblicazioni giunte nelle nostre case deve all’improvviso sottostare alle regole ferree della privacy. Non si può non sapere che quella famiglia non esiste più: era celluloide allo stato puro, altro che prototipo di una scala valoriale che ne faceva l’emblema e la poneva al primo posto.
Non è accettabile si nasconda la natura vergognosa di chi concepisce la donna non come il soggetto posto accanto all’uomo in assoluta parità e dignità, ma come suo strumento di esclusivo piacere da fare accomodare nel lettone di Putin. Non ci si può non indignare e far finta di nulla di fronte a chi risponde orgogliosamente di non essere a sua disposizione. E non biosogna essere comunisti!
Il diavolo, come al solito, fa le pentole, ma non è ancora in grado di costruire i coperchi.
Quando parliamo di emergenza educativa oggi bisogna partire da qui, non si può sfuggire. Neppure con la partecipazione a mille manifestazioni del family day. Neppure con la promessa di lauti finanziamenti ad obiettivi pur nobili ma soggiogati a compromessi al ribasso. L’emergenza educativa parte dalla capacità di rinuncia alla logica macchiavellica del fine che giustifica i mezzi. L’emergenza educativa riparte solo se a fondamento c’è l’onestà e la sincerità di cuore al di là della condivisione di una fede o di una scelta politica. E questo vale a sinistra come a destra che rischiano, per nostra responsabilità, di essere ormai vocaboli senza senso.
 
Di Redazione (del 15/07/2009 @ 17:35:39, in Interventi, linkato 192 volte)
La Repubblica, 15 luglio 2009
Ad una misteriosa cassiera di un supermercato
Ignara cassiera
Sublime tre per due
Sconto trasfuso
Adagia il tuo codice a barre
Sul mio glabro torace
Che umilmente sollecito
Ansima solo per Lui


Al Pesce Rosso
Ignaro pesce rosso
Lisca sensuale
Squama vibrante
Struggente sguardo
Che voglioso mi brama
Come fossi un lombrico


Ad una ignota candidata
Ignara candidata
Acerba suggestione
Languida lusinga
Con mite tariffa
Teneramente adempi
Al sacro ristoro
del Suo virile prolasso


A Capezzone
Ignaro portavoce
Gnaggnera inesorabile
Rorida devozione
Per l'Incommensurabile
Verecondo ascaride
Secondo solo al Minzo
In te la mia tempra riconosco
Prono ti contemplo
E rivoli rugiadosi
Scivolano dalle mie labbra


A me
Ignaro poeta
Adipe ossequioso
Prosperoso senno
Trasudante sottomissione
Nel sesquipedale talamo
Dell'Infaticabile Conducator
Umile ciliegina sulla torta
 
Di Redazione (del 04/06/2009 @ 14:18:36, in Interventi, linkato 162 volte)
di Gabriele Romagnoli
Repubblica, 30 maggio 2009
Il diavolo è sempre in cerca di anime da comprare, ma vendergli la propria resta una libera scelta. L'ultima, probabilmente.
È quanto viene da pensare riconsiderando da una diversa angolazione l'ultimo "caso Berlusconi". Se dal punto di vista politico quel che conta è l'incapacità di un presidente del consiglio di affrontare la verità dei fatti, che le sue contraddizioni hanno finito per rendere rilevante, dal punto di vista sociale a colpire è l'atteggiamento della famiglia Letizia, ragazza e genitori, la loro incapacità di dire, a suo tempo, un semplice (e ragionevole) no che avrebbe cambiato la storia. Quale storia? Quella di un piccolo nucleo umano alla periferia di Napoli, ma anche quella d'Italia.
Perché è evidente che quel nucleo è lo specchio di un Paese. È la superficie sulla quale può vedere il proprio volto rivelato quella maggioranza consapevole di italiani che (a prescindere da come ha votato) si è consegnata non tanto a un uomo, a una guida, quanto a uno stile di vita, a un'ideale che preferisce la scorciatoia all'etica.
Prendiamo solo gli eventi acclarati ed esaminiamoli staccandoci dal particolare, senza relegarli ai nomi che ne nascondono la dimensione universale. In un luogo lontano dal cuore dell'impero e dalla luce dei riflettori (tendenti a coincidere) una coppia di genitori alleva una figlia sperando, come tutti tendono a fare, che la sua vita sia più fortunata della loro. La madre augurandole il successo nello spettacolo che lei non ha potuto avere. Il padre, l'accesso a quel potere di cui lui ha solo conosciuto l'anticamera.
A un certo punto, per circostanze che qui non rilevano, book o cartolina, entra in contatto con la ragazza un uomo al di fuori della sua portata. Di cinquant'anni più grande, potente e, si aggiunga, sposato. Saltiamo i preliminari e consideriamo una sola tra le cose accertate: quest'uomo invita la ragazza a passare un capodanno nella sua villa in Sardegna. Che sia ospite insieme ad altre dozzine di esemplari può essere considerata un'attenuante o un'aggravante, dipende dai punti di vista. Il fatto resta.
E qui sorge la domanda sul rapporto con i figli, che non è quella mal mirata posta dal segretario del PD Dario Franceschini. La domanda è: se hai una figlia minorenne e un settantenne, maritato e potente l'invita a casa sua per le feste, come reagiresti? Che cosa induce i genitori a guardarla fare la valigia e magari aiutarla a infilarci le calzette rosse? Non pensano a possibili rapporti piccanti, certo: pensano al bene di lei, alla carriera che potrà schiudersi, come è già per altre, nello spettacolo o nella politica. Questo sognano la ragazza, i suoi genitori, l'Italia in cui da almeno una generazione, viviamo.
Ora, è luogo comune a questo punto scagliare l'anatema contro il diavolo: è stato lui a venderci questi sogni, a far deviare dalla strada maestra asfaltando scorciatoie verso direzioni che sono altrettanti precipizi. Più che una spiegazione è un alibi, una copertura per la mancanza di spina morale che nessun palinsesto avrebbe potuto piegare se fosse esistita. È vero che le tentazioni sono tante e facili. Un qualunque pulcino ballerino può attraversare una passerella di presunti talenti, tuffarsi nell'altro canale e vincere, chessò, il Festival di Sanremo. Una qualsiasi faccia da citofono può piazzarsi in una casa, cicalecciare a comando e diventare una celebrità.
Se, in un'altra epoca, Montanelli scriveva che l'ingresso al governo di Giovanni Goria ridava speranza a tutte le mamme con un figlio non troppo dotato, l'investitura delle Carfagna, Brambilla, Gelmini ha prodotto madri pronte a preparare alle figlie il trolley rosa per la Sardegna. Volere questo, volerlo in questo modo, non è un delitto. Proporre questo, proporlo in questo modo, non è un delitto. Il diavolo fa il suo mestiere. Quelli a cui telefona rispondono come possono.
La vera domanda è una: perché non riescono a dire no?
Quando e come hanno perso gli anticorpi? Quando questo scambio è diventato la normalità del vivere qui e ora? Quando ne è valsa la pena? Quando? A quale risveglio e dopo quanto sonno?
E non è questione che riguarda uno spicchio di società, individuabile politicamente o economicamente. È una situazione generalizzata, trasversale. Ognuno incontra il proprio diavolo, prima o poi. E può decidere come rispondere alla sua proposta. Può accettarne l'invito: in Sardegna, nel salottino televisivo che dà la popolarità, alla tavola dei signori che distribuiscono le cariche. O può proseguire nella sua, lunga, strada. Non è una decisione in cabina elettorale, è molto più di così. Riguarda la capacità di essere se stessi, lottare da soli contro i limiti imposti dal caso e dalle virtù, sconfiggerli o accettarli senza l'aiutino del presentatore o l'affettuosa benevolenza di chi dà e trucca le carte. Riguarda, soprattutto, la possibilità di costituire un esempio per le generazioni a seguire, affinché la prossima sappia da sé rispondere allo squillo del cellulare: "Pronto, ciao: sono papi..." "Lei ha sbagliato numero".
 
Di Redazione (del 13/03/2009 @ 13:00:23, in Interventi, linkato 231 volte)
di David Arboit
«Un leader catto-comunista, imprevisto. Pensavo che ci fosse una preminenza della sinistra. Non è chiaro a quali principi voglia arrivare con questo catto-comunismo. Al Pd auguro di mettere radici solide e di diventare la controparte del Pdl: diventi un partito socialdemocratico». È così che Silvio Berlusconi commenta la proposta di tassare i ricchi avanzata da Franceschini. E lo si può anche capire: a lui l’idea di tassare i ricchi deve proprio apparire come una cosa repellente e direi contro natura (la sua di natura, naturalmente).
Bossi invece, che viene dal popolo, dice un’altra cosa: «In un momento di crisi chi ha di più è giusto che contribuisca».
Si potrebbe commentare questi due differenti punti di vista riesumando quella una vecchia teoria che diceva che è l’essere sociale a determinare la coscienza e non viceversa, ma più banalmente direi che la proposta di Dario è semplice, ragionevole e certamente efficace.
E direi anche socialdemocratica perché i soldi raggranellati, circa 500 milioni, andrebbero gestiti dai Comuni (Caspita! Socialdemocratica e federalista!) e da associazioni di volontariato con l’obiettivo di far fronte alle crisi economiche familiari più brutte.
Ma se si parla di famiglia allora l’UDC non può mancare: «È giusto che i redditi dei ricchi - dice il leaderdell'Udc Casini - diano un contributo di solidarietà nei confronti di chi ha più bisogno perchè vengano garantiti i servizi sociali del Paese». Pierferdinando aggiunge poi che «il prelievo sui redditi più ricchi deve essere fatto a partire dai parlamentari». E ci mancherebbe… una bella esenzione per i politici!
A parte il capo, che ha posto l’accento sul grave problema a cui si trova di fronte il popolo italiano (il ritorno cattocomunismo), né Tremonti, né Sacconi, né Fini, né La Russa hanno commentato l’idea della Robin tax. Unico commento, sembra, quello di Brunetta, che si mostra ancora una volta nano di statura ma gigante in arroganza: «Il Pd chi? Non conosco nessun Pd».
Il fatto è che la proposta, nella sua geometrica semplicità, ha colpito nel segno e a generato nel Pdl grave imbarazzo. Togliere qualche centinaio di euro a chi ne incassa più di 120.000 è una ingiustizia sociale? Toglierli prima di tutto ai parlamentari, come ha detto Franceschini, è un’appropriazione indebita da parte di uno Stato statalista che taglieggia il popolo? Potrà zio Silvio dire ancora una volta NO dopo avere rifiutato l’assegno di disoccupazione e l’inserimento del referendum nell’election day (perdita secca 400 milioni di €)?
Una via d’uscita può essere agitare lo spauracchio del comunismo, anzi del cattocomunismo, che come tutti sapete è assai peggio del comunismo.
Ma in verità la gente non ce la fa ad arrivare alla fine del mese e non è detto che non stia cominciando a pensare che un po’ più di comunismo, una distribuzione dei redditi un po’ più giusta, potrebbe essere cosa buona e giusta, dovere e fonte di salvezza.
 
Di Redazione (del 26/02/2009 @ 08:42:39, in Interventi, linkato 316 volte)
di Giambattista Maiorano
In medio stat virtus. In italiano questa massima latina è stata tradotta grosso modo così: la verità sta nel mezzo. E non a torto. Normalmente, quando due si lasciano le colpe non sono mai esclusive. C’è quantomeno una compartecipazione. Questa è però la norma. Il problema nasce quando la regola è sovvertita, quando i principi lasciano il tempo che trovano, quando l’interesse immediato brucia le ragioni costitutive poste a fondamento del rapporto democratico e del vivere civile.
Le ultime settimane ci hanno offerto lo spettacolo di tentativi di sottrarsi a prassi e norme presentate come del tutto obsolete e quindi freno alla linearità ed all’efficacia di disposizioni ritenute tanto urgenti quanto necessarie. .
Dopo 17 anni, assolutamente urgente era divenuta la situazione di Eluana Englaro, dimentichi della sordità delle politica a dare risposte alle richieste avanzate negli anni precedenti. D’improvviso, nascono tanti scrupoli di coscienza, memorie di virtù cristiane, richiami perentori alla vita umana. Capisco la Chiesa, ma giuro, mai viste tante professioni di fede di noti e tosti mangiapreti aiutati da altrettanti noti iscritti all’anagrafe battesimale, sollecitati a loro volta da uno stuolo di novelli crociati. A tutti la benedizione di parte della Chiesa ufficiale che ha lasciato l’impressione di inseguire, in un amaro abbraccio clericale, più la ricerca di un nuovo connubio tra trono e altare che esprimere pietà e carità oltre al rispetto delle altrui opinioni. .
Nessun ingrediente è stato gettato a caso nei gorghi vergognosi di un tritacarne così nauseante di ipocrisia. Proprio nulla è mancato nella pentola della peggiore strumentalizzazione.
Di tanto tanfo, buona parte dell’opinione pubblica sembra non se ne sia neppure accorta: digerito nell’indifferenza.
Lo stesso conflitto istituzionale, scientificamente cercato e voluto, non è sembrato interessare più di tanto. Il Governo è sempre in luna di miele. Il Presidente del Consiglio ha la fiducia di oltre il 70% dei cittadini. È vero. Quindi, ha ragione e tanto basta. Tutto gli è concesso e tutto si deve concedere. Le battute, anche le più infelici? Sono parte del personaggio! Ma in fondo, quel personaggio è sempre un buono, tanto buono di essere riuscito a sostituire il catechismo con il grande fratello. Già, il grande fratello: quel tipo di cultura che ti priva di ogni senso critico, che ti fa vedere il mondo dall’angolatura misera dell’individualismo sfrenato, che ti vuole sempre in competizione, che attribuisce la crisi ai giornali, che ti invita a consumare con le tasche vuote, che ti desidera bello e cretino perché così funziona meglio la fabbrica degli yes man.
Parli così? Vuol dire che sei anti, un comunista, invidioso di Berlusconi!
Anti che, per piacere? Tanto di cappello all’uomo d’impresa che ha avuto la capacità di sfruttare appieno la sua intraprendenza. Altro però è il giudizio sul soggetto che ha cumulato le sue fortune fortemente aiutato dalla politica e dall’etere. Ha avuto fiuto e ha fiuto. Su questo ha costruito un impero: chapeau …! Ha fatto e fa i suoi affari, ma non certo alla luce delle encicliche sociali. È riuscito a determinare un predominio culturale e con questo un seguito pronto ad adularlo faccia quel che faccia. Non è un “primus inter pares”, è il dominus, l’unto del Signore cui vengono attribuiti poteri salvifici. Sarò scemo, ma a questo mi oppongo e mi opporrò sempre con chiunque.
I sintomi ci sono ormai tutti perché la pressione faccia saltare rovinosamente il coperchio dalla pentola. La crisi c’è, è dura, durissima e mondiale. Venirne fuori sarà drammatico. E allora addio certezze, addio emergenze appositamente enfatizzate per nascondere la realtà, addio promesse roboanti. Altro che consumare, ronde, stupri, emigrati e clandestini: fumo negli occhi. Ciascuno di noi, delle nostre famiglie, ne farà purtroppo amara esperienza. Realismo, non pessimismo, grazie.
Forse è il caso di coinvolgere tutte le forze, non offenderle. Forse è il caso che il Parlamento si riappropri delle sue prerogative e delle sue responsabilità. Forse è il caso che il Capo dello Stato, ora più che mai, eserciti il suo ruolo costituzionale. Forse è il caso che la stessa Chiesa torni ad educare, a parlare chiaramente, a capovolgere il sistema di valori creato dai media, a ritornare allo spirito del Concilio, a rinunciare a piccoli accordi che la rendono poco autorevole e prigioniera di una mentalità e di una cultura che valorizza l’individuo, ma che massacra l’uomo.
Forse è il caso di smetterla, per tutti e per ciascuno, di pensare che “virtus stat in MEDIASET”.
Ci spero. Non è Berlusconi che mi preoccupa, ma la mentalità che fatica a scoprire l’uomo integrale.
 
Di Redazione (del 07/02/2009 @ 19:35:42, in Interventi, linkato 265 volte)
di Giambattista Maiorano
Rischio di apparire né carne, né pesce. La guerra in atto mi fa solo rabbia. E le conseguenze di un atto costituzionalmente aberrante mi fanno temere per la tenuta di un rapporto che tutti dichiariamo di voler mantenere civile. La vittima predestinata c’è già e purtroppo è solo e soltanto Eluana. Questa povera donna l’abbiamo già ammazzata un sacco di volte. Tutti ne siamo i responsabili. Più che l’accanimento o il non accanimento terapeutico, l’abbiamo ammazzata attraverso quell’inutile e fastidioso accanimento mediatico. A nulla sono valsi gli inviti ad un silenzio rispettoso. E la politica, o meglio quella sporca politica che di tutto si appropria, ha provveduto a passarla nel suo tritacarne di speculazioni e di strumentalità vergognosa.
Non mi adiro per le legittime posizioni espresse dalla Chiesa. C’è chi spregiativamente ci vede solo il “Vaticano” e invece, una volta per tutte, bisognerebbe guardarla, pur senza condividerlo, come l’insieme dei principi che uniscono i credenti nel corpo mistico di Cristo. Ed è questa la ragione della sua grande vitalità, del suo esistere, della sua autorevolezza per centinaia di milioni di persone. Me la prendo con coloro che, con un integralismo sciatto e d’altri tempi, hanno dato quello spettacolo indecoroso mettendosi davanti all’ambulanza in partenza per Udine, contraddicendo l’atteggiamento di umiltà e di misericordia mostrato dalle suore che hanno custodito Eluana per lunghi anni senza sconti di sorta ai principi del sentire cristiano. Me la prendo con quanti, nel mio mondo, pensano che la missione assegnataci da Gesù Cristo non sia la conversione attraverso coerenti comportamenti di testimonianza personale, ma imporre, anche con la forza se necessario, la propria visione venendo meno all’esortazione del “date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Me la prendo con quella parte della gerarchia che applaude il Presidente del Consiglio e pone il Presidente Napolitano dietro la lavagna, incurante di uno strappo che rappresenta un pericolosissimo precedente in tutta la storia di questa nostra Repubblica.
Me la prendo ugualmente con quanti, dall’altra parte, pensano che la laicità sia compatibile con il laicismo pronto a mettere a ferro e a fuoco le coscienze di chi non la pensa come loro.
Mi sembrano due categorie mai sfiorate, neppure per caso, dal minimo dubbio pronte a farsi guerra in modo sanguinario servendoci antipasti di sguaiataggine, urla, sovrapposizioni, incapacità a misurarsi e confrontarsi con l’opinione diversa dalla propria. Basta accendere la TV queste sere! C’è poi un’altra categoria che reputo preoccupante, certamente la peggiore. Si tratta di quelli che ritengono di essere liberi da qualsiasi principio, pronti a valutare le proprie convenienze in ogni istante ed a basare il proprio modo di essere non sui contenuti, ma sulle spinte emotive, sul consumo ad ogni costo, sulle fragilità umane. Per costoro, e in questi, posso forse sbagliarmi, ma ci vedo Silvio Berlusconi, si può essere un giorno cattolici ed un altro il suo esatto contrario. Per incantare gli allocchi e presumerne l’adesione, si inneggia un giorno alla corretta formazione, al valore della famiglia, alla probità, alla solidarietà. E l’altro, senza alcuna coerenza, si mette in scena il grande fratello, culi e tette ovunque, donne e mogli a gogò, sfrontatezza rispetto alle sempre più diffuse povertà, approvazione di norme liberticide e contrarie al diritto naturale che sanno di razzismo a mille miglia di distanza. Sono gli stessi pronti ad applicare la teoria gentiloniana dello scambio e dei favori che voglio sperare la mia Chiesa non accetterà mai per non essere infondo il mastino da guardia dei loro interessi. Voglio esserne anzi certo perché la fede comune è quella che ci lega a Cristo ed al suo vangelo fatto non per dispensare oppio, come qualcuno diceva, ma per rendere giustizia e liberare i poveri.
Per questo credo giusto difendere la vita in ogni suo stadio. Per questo credo giusto porsi con rispetto di fronte agli interrogativi esistenziali con garbo, con tenerezza, con com-passione, con carità e vicinanza a tutti quelli che la pensano diversamente da me.
E’ il modo migliore, credo, per essere efficacemente cattolici e convintamente laici. Lanciare solo anatemi e indicare l’assassino serve solo ad accrescere il dubbio senza aver guadagnato una sola anima.
 
Di Redazione (del 03/07/2008 @ 08:01:38, in Interventi, linkato 183 volte)
Bruno Gravagnuolo
L’Unità, 26 giugno 2008
«La sinistra debole declinata come "centrosinistra" ha generato una destra forte». È la tesi di fondo della relazione che Mario Tronti, terrà domani alla Sala della Colonne di Palazzo Marini in Roma, all´Assemblea del Centro per la Riforma dello stato di cui è presidente. Occasione di confronto politico intenso, con protagonisti come D´Alema, Mussi, Reichlin, Bertinotti, Rodotà, Vacca, Ida Dominjanni, Maria Luisa Boccia e tanti altri. Dopo la sconfitta di aprile. E dopo che già il Crs aveva lanciato l´allarme e chiesto un rilancio della sinistra. In base a un documento intitolato «11 tesi dopo lo Tusunami». Ora Tronti, filosofo e pensatore politico, ritorna su quelle tesi, e specifica meglio il profilo della sinistra da inseguire. Sentiamo.

Fare società con la politica. Slogan suggestivo e un po´ criptico per l´assemblea di domani. Di nuovo alle prese con la sinistra e la sua sconfitta?
«È inevitabile. E il titolo indica l´ambizione che dovrebbe essere la ragione stessa della sinistra: fare politica. Contro l´ideologia della società civile "buona" e della politica "cattiva", tipica della destra. E a cui la sinistra è stata subalterna negli ultimi decenni. La società non è qualcosa di statico da rappresentare e basta, ma qualcosa da costruire»

Da costruire attraverso la sinistra?
«Sì, la sinistra ha il compito di ricostruire un sociale sbriciolato e corporativo, che genera ansia e insicurezza e che alimenta la destra. Perciò ci vuole una politica attiva, capacità espressiva e linguistica a sinistra. Invece l´impressione è che la sinistra non abbia parlato molto...».

Soprattutto che non abbia parlato di sé, né a nome di sé
«Appunto, non ha presentato in alcun modo se stessa come alternativa o progetto. Come forza in grado di esprimere un´idea di società, non totalizzante, ma almeno coerente».
Voi dite «sinistra non come blocco ma come campo». Che significa?
«Vuol dire oltrepassare l´idea di "blocco sociale", che era un´idea storica della sinistra e che oggi appare superata, in una società scomposta e disomogenea come l´attuale. Il blocco presupponeva grandi classi e aggregati da rappresentare, oggi sfuggenti. Il "campo" consente di includere i frammenti del lavoro in un orizzonte».

Ma gli operai da noi sono 7 milioni e mezzo. Esistono o no?
«Sì, sono quelli, ma non esistono nell´immaginario attuale. Del resto non sono mai esististi di per sé. Se non nello sguardo e nelle reti del movimento operaio: sindacati,cooperative, partiti. Erano quei mondi a far parlare gli operai. Oggi magari c´è un po´ di rappresentanza, ma non rappresentazione del mondo del lavoro. È un universo da raffigurare in modo nuovo».

Ma la "sinistra nuova" deve partire dal lavoro oppure no?
«Il lavoro deve riconquistare una sua centralità politica, attorno a cui aggregare tutte le altre opzioni e le altre culture della soggettività diffusa. Non è operazione facile ed esige un grande sforzo di analisi e di ricerca».

Puntate a una inedita centralità del lavoro nel segno di una rinnovata critica del capitalismo e delle sue forme sociali?
«Dentro la prospettiva che cercerò di esprimere domani, dirò intanto che occorre chiudere una fase. La fase delle scissioni a sinistra. Per aprire un´epoca di ricomposizione. E che dentro possa includere tante anime. Quella socialista e comunista della critica al capitalismo. Quella femminista, quella cattolico-sociale, quella riformista. Sì, anche quella riformista, che pur avendo abbandonato la critica al capitalismo, lavora in società dall´interno. Nel tentativo di privilegiare aspetti del capitalismo contro altri, per rinnovarlo nel suo insieme».

Che messaggio politico inviate al Pd, su queste basi?
«Al Pd diciamo che l´idea di una sinistra che si fa "centrosinistra" è conclusa. Sconfitta, e non solo in Italia, perchè il "blairismo" è finito. Aggiungendo anche che questa impostazione da "terza via" ha generato una destra peggiore, più rigida che in passato. Insomma, è nata una nuova destra identitaria, alimentata proprio dal riformismo debole. D´altro canto va pure superata una sinistra minoritaria, arroccata e autoreferenziale. La sinistra che critica il capitalismo a parole, ma è priva della forza necessaria per mettere in pratica certi obiettivi».

Pensate a una sinistra diffusa, di massa e popolare, che si allea autonomamente con il centro moderato?
«Esattamente. La grande sinistra che immagino non sarà mai maggioritaria, in una società "scomposta" come l´attuale. E deve allearsi, come soggetto egemone e in coalizione, con il centro moderato. Penso quindi a un bipolarismo di coalizione o a un bipartitismo imperfetto. Contro l´errore del bipartitismo perfetto, che in Italia non funziona. E contro le ricadute decisioniste, presidenziali e premierali, tipiche di un´idea secca del bipolarismo, maggioritario o bipartitico. E questo resta un terreno di sfida decisivo e privilegiato per la sinistra contro la destra».

Relazione di Mario Tronti all'Assemblea del Centro per la Riforma dello Stato
 
Di Redazione (del 29/02/2008 @ 00:00:04, in Interventi, linkato 148 volte)
E� inevitabile che quando si avvia un nuovo percorso politico, lasciando un solco profondo nella storia, quello lasciato dai Ds e dalla Margherita, siano numerosi e non sempre risolti, i dubbi di chi in quella lunga storia si è riconosciuto.
E quindi dopo le perplessità che hanno accompagnato i congressi di scioglimento di quei partiti, con i molti, direi troppi, che forse un pò precipitosamente hanno deciso di cambiare strada o semplicemente di stare per un pò alla finestra, ci sono stati i turbamenti per l�avvio del nuovo Partito, certo resi meno pressanti, se non sciolti, dalla massiccia e imprevista partecipazione alle primarie che hanno �incoronato� Veltroni.

Ma anche le prime battute del nuovo Segretario hanno seminato disorientamento e tremori, prima fra tutte la scelta, oggi possiamo dire coraggiosa, un mese fa avrei detto avventata, di correre da soli.
La rottura con la sinistra radicale, oggi Arcobaleno, non è stata, almeno a giudicare dai riflessi che ha avuto al �Centro� , molto traumatica. E� sicuro tuttavia che i suoi effetti li misureremo meglio nel tempo, in primis sulla base dei risultati delle prossime elezioni, e alla periferia, nelle numerose realtà dove la storia Amministrativa di molti Comuni è stata segnata da alleanze e diciamo anche amicizie, consolidate, che quasi ovunque hanno prodotti ottimi risultati.

Ma i tempi della politica, in un Paese sempre alle prese con qualche scadenza elettorale, non lasciano troppo spazio, alla riflessione e ai rimpianti.

E cosi� risolto o accantonato un problema se ne sono aperti altri: Di Pietro si, Di Pietro no , Bonino si Pannella no, Binetti no , Bindi si e cosi dubitando.

Personalmente, e qui avevo già espresso un opinione relativamente all�insieme di questioni che oggi vanno sotto il titolo di � laicità�, valuto positivamente l�ingresso dei Radicali nelle liste e poi nel PD, secondo le condizioni poste da Veltroni a questa operazione.

Non ho mai capito, quando i radicali sedevano nella Casa delle Libertà, cosa potesse accomunare, la storia , i valori e le battaglie di laicità e di libertà dei Radicali, con l�accozzaglia pseudo liberista berlusconiana. Che ci azzeccava la storia di un Partito che ha contribuito con le sue battaglie, all�epoca guardate con diffidenza dal Partito Comunista, sul divorzio, sull�allargamento dei diritti civili, sulla legge 194, sulla diversità sessuale, e più recentemente sui temi legati al diritto a scegliere una morte dignitosa per ogni individuo, con chi , non avendo principi e valori, aspetta solo di accodarsi ai dictat Vaticani per raccattare un pò di voti.

Per questo sarebbe stato negativo perdere, dentro un meccanismo elettorale che avrebbe ridotto la presenza dei radicali sulla scena politica alle estroverse comparsate di Pannella, un patrimonio di battaglie che è comunque nella storia civile della gran parte dei sostenitori del Partito Democratico.
Se il PD vuole raccogliere, per sviluppare, il meglio della tradizione riformista laica e cattolica dell�Italia, non poteva abbandonare a se stesso il patrimonio Radicale .

Poi le valutazioni sui benefici elettorali più o meno rilevanti che questa scelta produrrà mi sembrano importanti ma non decisivi, soprattutto se vogliamo misurare, come mi sembra giusto, la strategia scelta da Veltroni non sul breve ma sul lungo periodo.
Si e� parlato anche della presenza radicale come riequilibratrice della presunta deriva clericale del PD, trascinato su questa strada dalle sue componenti più sensibili ai richiami del Vaticano.

Personalmente ritengo questa opinione valida ma solo in parte. Non dimentichiamo che il PD nasce avendo come certificazione di una solida cultura dello Stato e della sua indipendenza dai valori religiosi, sia la storia e la tradizione del PCI e dei suoi eredi che quella della componente cattolica che ha coltivato questi valori, anche ai tempi della DC imperante , e che ha avuto in Pietro Scoppola l�intellettuale di riferimento.
Ma questo forse può non bastare, in una fase di forte pressione delle autorità vaticane, di forse inevitabile spostamento verso destra del quadro politico e mentre nuove tematiche, definite sensibili, si offrono alle scelte di coscienza di credenti e non.

Insomma personalmente non sono cosi� sicuro che il PD sia oggi cosi� saldamente costituito da resistere ad una deriva papista del quadro politico italiano, cosi� come mi sembra che ancora parecchia sia la strada da fare per rendere il quadro legislativo dei diritti del cittadino italiano uguale a quello della gran parte dei Paesi Europei, anche di quelli come la Spagna, di solida tradizione cattolica.

Troppo breve mi sembra la strada percorsa dal popolo italiano sulla strada di un completo affrancamento dai dogmi cattolici del potere temporale sulla via della costruzione di una solida cultura laica dello Stato e della sua etica.

E quindi benvenuti i radicali, benvenuta la Bonino, forse uno dei pochi ministri che non ha piantato grane, e benvenuto Pannella che sicuramente le grane le creerà. Ma insomma non mi piacerebbe poi tanto stare in un partito che diventasse troppo �serio� e comunque omologato a quello che una volta si definiva il �perbenismo interessato�. O no�.

Guido Morano
 
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