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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Redazione (del 10/08/2010 @ 06:00:00, in Politica internazionale, linkato 116 volte)
Di Sylvain Cypel, Le Monde, 7 luglio 2010, trad. it. di Luigi Saccavini
La Georgia ha cominciato con un esperimento, messo in atto da Michael Thurmond assessore al lavoro dello stato; ha rimesso in moto un programma già esistente (probabilmente negli anni Trenta ndr) poi gradualmente abbandonato. Il programma prevede 24 ore la settimana di lavoro per 6 settimane, con una remunerazione di 100 dollari la settimana. “un disoccupato può trovare un nuovo lavoro presso un imprenditore che, in base al “test”, deciderà se assumere o meno.

«Una ventina di Stati americani sta prendendo in considerazione di adottare questa esperienza» dice Gorge Wentworth, che nel Connecticut lavora in un ufficio di assistenza ai disoccupati: il National Employment Law Projet (NEL). «Il lavoro viene pagato una miseria. Non è legale ma funziona» aggiunge; «sono tanti i disoccupati in condizioni molto critiche, disperati».

Il caso di Michelle Ives, 46 anni, una borgata vicina a Dallas, Texas, è diventato normale. È un anno che ha perso il suo impiego presso Nokia Siemens. «Ho presentato la mia candidatura a 400 aziende: ho ottenuto 4 colloqui, nessun risultato. Mi sono data da fare e mi sono guardata in giro. Mi sono proposta a 10 dollari l’ora quando in precedenza ne prendevo 20, a 50 chilometri da casa: niente.»

In attesa che il Senato voti il prossimo 9 Agosto un allungamento delle indennità di disoccupazione, il suo ultimo assegno (16 Giugno) era di 278 dollari (209 euro, al mese).

Gli Stati Uniti si stanno trovando in una condizione che non ha precedenti: una disoccupazione strutturale elevata. Da 15 mesi il tasso di disoccupazione oscilla fra il 10,2% e il 9,5% in Giugno e Luglio di quest’anno stando alle cifre dichiarate venerdì 6 Agosto dal dipartimento del lavoro.

Il mese scorso l’economia americana ha ancora cancellato 131.000 posti di lavori. Da un anno il numero dei disoccupati non cambia oscillando da 14,5 a 15 milioni. Vi sono altri dati che sono più preoccupanti: negli Stati Uniti la disoccupazione lunga comincia alla 27ma settimana (dopo sei mesi). Oggi è così ma nei tre decenni precedenti gli americani riprendevano i lavoro in tre mesi. Le categorie statistiche seguono la nuova realtà e sei mesi di disoccupazione sono diventati normali. E la disoccupazione lunga oggi riguarda il 44% dei senza lavoro, quando nel 2007 la percentuale non superava il 20%.

Oggi un quarto dei disoccupati e senza lavoro da un anno; e il 9,6% del totale da due anni. Infine vi è 1,2 milioni di disoccupati che hanno rinunciato a cercare un nuovo lavoro nel 2009; ben il 50% in più rispetto a un anno addietro.

Contemporaneamente, ciò che negli Stati Uniti è chiamato “lavoro part time non volontario” riguarda da 8 a 9 milioni di occupati. Insomma in un anno e mezzo la sotto occupazione riguarda circa 25 milioni di americani; il 16,3% della popolazione attiva. Condizione mai verificatasi da quando esistono le statistiche per l’impiego.

Le conseguenze: «emergono nuovi comportamenti» dice Wentworth. Ed ecco che gli organismi semipubblici della formazione per adulti, poco sviluppati, sono presi d’assalto per nuove richieste.

«L’intero mercato del lavoro si sta evolvendo: i disoccupati e insieme a loro gli uffici che si occupano di preservare l’occupazione». Wentworth aggiunge che il «lavoro part time sta aumentando soprattutto nelle aziende che occupano personale giovane». Si chiede loro di lavorare tutti per 4 giorni anziché 5 per evitare licenziamenti; accettando la riduzione dello stipendio proporzionale ed aumentando la produttività. Gradualmente sta crescendo chi accetta anche di lavorare gratuitamente nella speranza di essere assunto. È del tutto nuovo nelle Stati Uniti e i sensori che seguono il lavoro incoraggiano il fenomeno.

L’elemento più nuovo è la pressione alla riduzione degli stipendi. Questa è forte nelle amministrazioni perché Stati americani e municipalità si dibattono con deficit di bilancio abissali. I professori dell’università d’Hawaii si sono ridotti gli emolumenti del 6,7%. Gli impiegati di Albuquerque (Nuovo Messico) dell’1,8%.
Il fenomeno si allarga al settore privato. General Motors ha drasticamente ridotto gli stipendi ai nuovi assunti. Ovunque le aziende negoziano con i sindacati riduzioni di stipendio. Il new York Times citava recentemente, fra le altre, l’industria frigorifera Sub-Zero, l’importante impresa d’autotrasporti ABF, lo studio legale Reed Smith ed ancora l’Orchestra filarmonica si Seattle. In questi casi, numerosi, nota il New York Times i dipendenti, preferiscono questa scelta ai licenziamenti o alla implicita minaccia di chiusura.

Non è così dappertutto. A Williamson (stato di New York) 300 dipendenti di un impianto di succhi di frutta, tutti sindacalizzati, sono in sciopero dal 23 maggio. Rifiutano la riduzione di paga di 1,5 dollari l’ora e di aumentare la loro quota di versamenti sull’assicurazione malattia.

Un portavoce del produttore (Mott) dichiara al giornale: «il nostro solo obiettivo è migliorare la competitività e la flessibilità delle nostre attività». Mentre le aziende si adattano, «si tende ad abituare la gente all’idea che la disoccupazione resterà alta a lungo e ci si rifiuta di fare del lavoro una URGENZA NAZIONALE» conclude desolato Wentworth.
 
di ROSARIA AMATO
La Repubblica, 5 giugno 2010
TRENTO - L'euro arriverà gradualmente entro il prossimo anno alla parità con il dollaro, e questo apporterà benefici all'Eurozona. L'Europa e l'Eurozona in particolare devono uscire insieme dalla crisi, non c'è posto per un''Europa del Sud' e un''Europa del Nord', ma per farlo devono avviare politiche economiche coordinate. La Germania, che può permetterselo, deve immettere nel sistema stimoli per favorire la crescita e i consumi, insomma deve assumersi in pieno il ruolo di 'locomotiva' che i dati e gli economisti le attribuiscono, mentre Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda devono agire sul deficit e sul debito. L'Italia deve coordinare un taglio della spesa pubblica nel breve termine che riduca il debito con misure che a medio lungo termine facciano decollare la ripresa non tanto dalla crisi ma "da un decennio di crescita economica anemica". E' la ricetta di Nouriel Roubini, l'economista che meglio aveva previsto la genesi della crisi, professore di Economia e Business Internazionale alla New York University, in passato consulente della Casa Bianca.

La fine della crisi è stata annunciata a più riprese, ma le cose stanno davvero così? Ne stiamo venendo fuori?
"L'Italia ha sicuramente agganciato la ripresa, ma si tratta ancora di una ripresa fragile, anche perché nel frattempo è intervenuta la questione della Grecia, forse una situazione analoga potrebbe emergere in Portogallo. Tuttavia l'Italia non è esposta al rischio default, la sua situazione è diversa perché il deficit è rimasto piuttosto basso in confronto ad altri Paesi europei, anche grazie ad opportune politiche di bilancio. Il debito pubblico è però molto alto, e nel breve corretto è sicuramente corretto tagliare la spesa pubblica, soprattutto quella improduttiva. In questo senso è stata anche un bene la riforma delle pensioni. Ha agito nella giusta direzione anche la Banca d'Italia, che non ha permesso il dilagare di prestiti facili che ci sono stati in altri Paesi. Però l'Italia viene da un lungo periodo di stagnazione, dieci anni di crescita anemica, per cui bisogna agire anche su questo. Occorre incrementare la produttività, rendere il mercato del lavoro più flessibile. Non basta però agire in Italia, occorre una politica coordinata a livello europeo".

Che tipo di politica?
"Diversa a seconda del Paese, ma convergente verso un obiettivo unico, quello della ripresa e del rafforzamento dell'euro. Ci sono Paesi che hanno gravi squilibri di bilancio, come la Grecia, il Portogallo, la Spagna, in qualche misura anche l'Italia che però non è in una situazione di rischio. Ebbene, questi Paesi devono agire subito con politiche economiche di austerità, devono riportare i conti pubblici in ordine. Mentre la Germainia deve invece agire a sostegno della domanda, incrementare i salari, favorire la crescita".

Ma una Germania che cresce più veloce non rischia di aggravare gli squilibri all'interno dell'Eurozona?
"No, occorre un maggiore coordinamento delle politiche economiche, ma a differenti problemi bisogna dare risposte differenti, e non solo a livello europeo, a livello globale. Anche Paesi come il Giappone e la Cina dovrebbero agire come la Germania, con stimoli che facciano crescere la domanda".

Quindi il risultato al quale bisogna tendere è un'Europa e un euro unico, la soluzione non è quella dell'euro a due velocità?
"Questa è la vera prima crisi dell'euro, e sono emersi i problemi legati alla moneta unica. Io però non credo che la soluzione sia una divisione in un'Europa 'forte' del Nord e un'Europa 'debole' del Sud, è un'ipotesi che non ha senso né dal punto di vista economico né sociale o politico. Se l'euro sopravviverà, sopravviverà come moneta unica per tutta l'area. Nel corso del prossimo anno l'euro andrà verso la parità nei confronti del dollaro, se non ancora più in basso. I fondamentali delle due economie giustificano questa debolezza. Se questo processo avverrà in maniera graduale non è una cosa di cui preoccuparsi, anzi sarà un beneficio per l'economia della zona euro".

In Paesi come l'Italia che si trovano nella necessità di tagliare la spesa pubblica ma anche di introdurre misure che favoriscano la ripresa, misure di eccessiva austerità non rischiano, come è stato detto per la manovra economica appena varata dal governo, di deprimere ancora di più la domanda e la crescita?
"L'austerità è necessaria se il deficit è troppo ampio, altrimenti si rischia il default. E comunque ci sono anche in Italia ampi margini di riduzione della spesa pubblica improduttiva. Il welfare state europeo non è sostenibile: certo anche l'assenza di welfare state crea dei problemi, come avviene in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, ma Paesi come la Francia e l'Italia sono stati ugualmente colpiti dalla crisi, la disoccupazione è dilagata comunque".

In Italia c'è un'evasione fiscale altissima. Quanto politiche adeguate alla sua riduzione potrebbero contribuire alla ripresa?
"Certo è uno dei pezzi della soluzione dei problemi italiani: bisognerebbe allargare la base imponibile effettiva, non gravare di tasse soltanto i lavoratori dipendenti, quindi così si favorirebbero maggiori entrate ma si potrebbero anche ridurre le aliquote per imprese e lavoratori. Però non basta, occorre altro per rilanciare il Paese".
 
 
Di Redazione (del 05/07/2010 @ 09:44:08, in Politica internazionale, linkato 217 volte)
IL PRIMO BILANCIO DI OSBORNE? SBAGLIATO, SBAGLIATO, SBAGLIATO
The Indipendent (UK), 27 giugno 2010
George Osborne [Ministro delle finanze della Gran Bretagna] probabilmente non sarà troppo seccato dal fatto che c’è un uomo che pensa che il suo Bilancio d’emergenza approvato la settimana scorsa sia quasi completamente sbagliato. L’uomo è un former chief economist della Banca Mondiale, ha vinto nel 2001 il premio Nobel per l’economia con un suo lavoro sul perché il mercato non produce i risultati che, in teoria, dovrebbe produrre.
Il professor Joseph Stiglitz, che è ritenuto la più grande cervello economico del momento, ha una valutazione nettamente negativa della strategia di Osborne. Essa, prevede Stglitz, farà in modo che la Gran Bretagna esca dalla crisi impiegando molto più tempo, molto più lentamente e con maggiori difficoltà rispetto a quanto sarebbe necessario. L’aumento della VAT (Value Added Tax) [corrisponde alla nostra IVA] potrebbe anche farci scivolare in una “recessione a W”.
Stglitz, che è stato consigliere economico del presidente USA Bill Clinton, è oggi professore di economia e finanza alla Columbia Business School.
È stato in Gran Bretagna questa settimana, all’Università di Manchester, dove presiede il Brooks World Poverty Institute, ma ha sollevato la sua testa dai dettagli dello sviluppo economico mondiale per fare l’esame e dare una voto alla strategia economica del Cancelliere dello Scacchiere [Ministro delle finanze] conservatore.
Potrebbe essere un errore ignorare quello che dice Stglitz. Fu uno dei pochi economisti che riuscì a prevedere il disastro della finanza globale ben prima che accadesse. «Quello che successe era proprio quello che mi aspettavo – mi dice quando ci incontriamo per un caffè fuori dalla libreria Blackwell all’università – I dati erano ben chiari su questo». E sulle proporzioni del disastro? «Non ci fu alcuna sorpresa – aggiunge – più è grande la bolla più e grande lo scoppio».
«La cosa che molti economisti non capirono completamente era l’ampiezza delle attività ad alto rischio in cui le banche erano coinvolte. Hanno rischiato con i nostri soldi, con i soldi dei loro azionisti, con i soldi di chi ha acquistato i bond». Le banche hanno assorbito più del 40% dei profitti delle aziende dicendo che la loro finanza innovativa creava valore. Ma «tutto questo parlare di innovazione era fittizio» perché non aveva relazioni con la reale attività economica di produzione.
«Si creò una situazione che a prima vista faceva vedere che si stava andando avanti su una strada stravagante, con tutti quegli incentivi perversi, che li avrebbero condotti a prendersi una quantità eccessiva di rischio. Ma non c’era nessuna possibilità che qualcuno potesse sapere o credere che le banche sarebbero arrivate fino a quel livello di stupidità. Ho previsto che si stava andando verso il collasso a causa di un problema di asimmetria di informazioni che era stato creato». Il suo premio nobel gli fu dato esattamente per questo: aveva dimostrato come i mercati abbiano un cattivo funzionamento quando in essi persone differenti possiedono differenti livelli di informazione.
Nel tono di Stiglitz non c’è nessun accenno a un “Te lo avevo detto”.
Ordina un decaffeinato e suggerisce che l’economia inglese ha bisogno del contrario: un forte stimolo piuttosto che un “consolidamento fiscale” che è l’eufemismo economico utilizzato da George Osborne per camuffare i tagli.
Lo stimolo fiscale è fuori moda oggi. I leaders mondiali s’imbarcarono in questa strategia – iniettare denaro per ridare energia all’economia – dopo il crollo delle banche tre anni fa. Ma si percepì chiaramente che non funzionò perché il denaro dei governi pompato nelle banche non passò alle aziende in crisi o agli individui in difficoltà con le loro ipoteche.
«Il problema fu che, negli USA, lo stimolo non fu sufficiente. – dice Stglitz – La maggior parte dell’intervento fu un taglio di tasse. E quando hanno dato i soldi alle banche li hanno dati alle banche sbagliate e, come risultato, il sistema del credito non è stato risanato – possiamo aspettarci che due milioni di abitazioni o più passeranno di proprietà quest’anno – e l’economia non è stata riavviata». Invece di diffondere l’idea condivisa che il governo avrebbe dovuto fare di più, si è creata la disillusione, l’idea che il governo non può fare niente.
Il risultato è che seguendo l’attacco dei mercati finanziari alla Grecia e alla spagna, tutti sono ormai dell’idea di tagliare la spesa.
«Non è preKeinesismo, è Hooverismo.» E con questo Stiglitz vuole dire che i governi non solo si rifiutano di stimolare l’economia, ma fanno tagli, come fece il presidente Herbert Hoover negli USA nel 1929, quando trasformò il crollo di Wal Street nella Grande Depressione. «Hoover aveva la sua idea secondo la quale quando entri in una recessione il deficit sale, e così decise di andare con i tagli – che è quello che oggi gli stupidi mercati finanziari che ci hanno portato in questo casino prima di tutto vogliono».
I tagli sono diventati l’opinione prevalente in tutta l’Europa. Ma è il classico errore fatto da quelli che confondono l’economia di una famiglia con l’economia nazionale.
«Se hai una famiglia che non può pagare i suoi debiti, gli dici di smetterla di spendere e di liberare il denaro per pagare i debiti. Ma in un’economia nazionale, se tagli le spese l’attività economica decresce, nessuno investe più, la quantità di tasse incassate dallo Stato decresce, crescono le spese a sostegno dei disoccupati e quindi non hai più abbastanza denaro per pagare i tuoi debiti. La vecchia storia è ancora vera: tagli le spese e l’economia va giù. Abbiamo numerosi esempi che mostrano questo grazie a Herbert Hoover e all’IMF [Fondo Monetario Internazionale, FMI]».
Il FMI ha imposto questa politica sbagliata in Corea, Tailandia, Indonesia, Argentina e in una moltitudine di altri paesi in via di sviluppo negli anni Ottanta e Novanta. «Così sappiamo che cosa accadrà: le economie diventeranno più deboli, gli investimenti verranno ostacolati e avremo un circolo vizioso verso il basso. Potrebbe diventare la sindrome giapponese. Il Giappone ha fatto nel 1997 un esperimento proprio come questo; proprio mentre cercava di restaurare l’economia alzò l’IVA e piombò in un’altra recessione».
Perché non abbiamo imparato nulla da tutto questo? Perché ai politici piace George Osbone e perché sono guidati dall’ideologia; il deficit nazionale è una scusa per ridimensionare lo Stato perché è questo che comunque voglio fare in ogni caso. Perché i mercati finanziari si preoccupano di una sola cosa: essere ripagati. Perché gli altri governi europei sono terrorizzati: hanno visto gli attacchi selvaggi dei mercati alla Grecia e alla Spagna e non vogliono essere il prossimo».
«Ma i tagli in Germania, Gran Bretagna e Francia vogliono dire che tutta l’Europa soffrirà. I tagli avranno tutti un feed back negativo. E se tutti seguono questa politica, i loro deficit peggioreranno, e così saranno costretti a fare altri tagli e aumentare di nuovo le tasse. È una spirale negativa. Adesso abbiamo in vista un lungo, duro e lento recupero con la possibilità di una ricaduta [crisi a W] se tutti taglieranno nello stesso momento. Lo scenario migliore è una guarigione lunga e difficile, il peggiore è peggio del peggio. Se uno qualunque di questi Paesi fosse costretto al default, il sistema bancario e così altamente esposto a causa della leva finanziaria che potrebbero esserci problemi molto seri. Questo è un rischio reale, una rischio terrificante.»
Allora che cosa dobbiamo fare? «La lezione è che non devi tagliare, ma che devi ridirezionare la spesa. Tagli la spesa della guerra in Afghanistan. Tagli 200 miliardi di dollari di devastanti spese militari. Tagli i sussidi al petrolio. C’è una lunga lista di cose che puoi tagliare. Ma fai crescere la spesa in altri settori, come la ricerca e lo sviluppo, le infrastrutture e l’educazione» settori dove i governi possono avere dei buoni ritorni quando investono il denaro pubblico. «Non ho fatto i calcoli per la Gran Bretagna, ma, per gli USA, quello che serve è ritornare a investimenti governativi del 5-6% e il deficit a lungo termine verrà abbassato».
Anche il sistema fiscale deve essere ristrutturato. Osborne ha aumentato le tasse sui capital gains dal 18 al 28% per i maggiori percettori di reddito. «Non c’è assolutamente ragione perché non si possa tassare anche i guadagni speculativi del 40%. E si possono diminuire le tasse sugli investimenti e in particolare per la Ricerca e Sviluppo.»
Stiglitz ha un’altra soluzione pratica da offrire. I governi potrebbero configurare le loro proprie banche per riavviare il prestito alle aziende e salvare chi ha fatto mutui sulla casa case dalla perdita delle loro abitazioni. «Se le banche non sono adatte al prestito, si possono creare delle nuove opportunità di prestito. Negli USA abbiamo dato 700 miliardi di dollari alle banche; se avessimo usato una frazione di questi soldi per creare una nuova banca, avremmo potuto finanziare i prestiti di cui avevamo bisogno.»
Si potrebbero fare anche altre cose per molto meno. «Prendi 100 miliardi di dollari, usali come leva 10 a 1, cercando di attrarre fondi dal settore privato ed ottieni una capacità di prestito molto superiore al necessario.»
Tutto questo aiuterebbe molto di più la gente comune della retorica di Osborne sulla moderata severità.
Stiglitz è scettico anche a proposito del fondamento morale di un Bilancio che pretende di affermare che “siamo tutti nella stessa barca” ma poi colpisce i meno abbienti più duramente. Le analisi dell’Istituto per gli Studi Fiscali suggeriscono che il bilancio Osborne costerà ai meno abbienti il 2,5% delle loro entrate, mentre i più ricchi perderanno solo l’1%. «Non ho fatto uno studio indipendente su questo punto ma i tagli nei servizi pubblici è chiaro che avranno un effetto differente e sproporzionato sui meno abbienti.» Il bilancio Osborne «potrebbe avere anche delle buone intenzioni ma ci vuole un’enorme quantità di lavoro di verifica per essere sicuri che un pacchetto di tagli della spesa pubblica di questa grandezza non penalizzi i meno abbienti in modo sproporzionato.»
Stiglitz teme che gli aiuti ai paesi eteri, che sono stati esclusi da questo primo round di tagli, non sfuggiranno al secondo round di tagli. «I paesi in via di sviluppo si sono orientati verso l’Asia, e in particolare verso la Cina, negli ultimi anni, così la crescita in Africa è stata molto più robusta di quello che ci si poteva aspettare, data la severità della flessione economica.»
In ogni caso gli aiuti rimangono un elemento vitale per le economie dei paesi in via di sviluppo. «Se gli aiuti vengono tagliati ci saranno brutte conseguenze sulla crescita economica. La Cina sta fornendo aiuti ma i suoi aiuti sono concentrati sulle infrastrutture, mentre gli aiuti che provengono da USA e UE sono in gran parte sulla educazione sulla sanità, settori nei quali la gente comune soffre di più se i sono dei tagli».
Joseph Stiglitz chiude il cerchio. Oggi il mondo – paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati – non ha bisogno di tagli mentre ha bisogno di grandi stimoli per l’economia. È un messaggio che ben pochi hanno in animo di ascoltare.
Non hanno ascoltato Stglitz l’ultima volta, e così sarà di nuovo; verrà di nuovo fuori che lui ha ragione e loro hanno torto, e a quale costo per tutti noi.

Trad. it. David Arboit
 
Di Redazione (del 30/06/2010 @ 14:57:05, in Politica internazionale, linkato 210 volte)
di Paul Krugman*
The New York Times, 27 giugno 2010
Le recessioni sono frequenti; le depressioni sono rare. A mio giudizio ci sono state solo due periodi nella storia dell´economia generalmente descritte nel momento in cui si realizzarono come "depressioni": gli anni di deflazione e instabilità che seguirono il Panico del 1873, e degli anni della disoccupazione di massa che seguirono la crisi finanziaria del 1929-31.
Né la Lunga Depressione del XIX secolo né la Grande Depressione del XX furono epoche di declino senza interruzioni. Al contrario: in entrambi le fasi si ebbero periodi di crescita economica. Ma questi brevi periodi di miglioramento non furono mai sufficienti a compensare il danno prodotto dal crollo iniziale e furono seguiti da ricadute.
Adesso siamo, temo, ne primo stadio di una terza depressione. Probabilmente assomiglia più alla Lunga Depressione che alla più dura Grande depressione. Ma il costo per l’economia mondiale soprattutto, e per i milioni di vite rovinate dalla mancanza di lavoro, non fu meno pesante.
E questa terza depressione sarà prima di tutto un fallimento della politica. In tutto il mondo – recentemente nell’ultimo assai scoraggiante G20 di questo fine settimana – i governi sono ossessionati dall’inflazione quando la vera minaccia è la deflazione, predicano la necessità di stringere la cinghia quando il problema reale e una disponibilità di spesa, di consumo, insufficiente.
Nel 2008 e nel 2009 sembrava avessimo imparato qualcosa dalla storia. Diversamente dai predecessori, che alzarono i tassi d’interesse a fronte di una crisi finanziaria, i dirigenti della Federak Reserve la Banca Centrale europea tagliarono i tassi muovendosi per sostenere il mercati del credito. Diversamente dai governati del passato, che cercarono di portare in equilibrio i conti pubblici a fronte di un’economia bloccata, i governi di oggi hanno permesso al deficit di crescere. E queste politiche migliori hanno aiutato il mondo a evitare un completo collasso economico: la recessione provocata dalla crisi finanziaria si può dire che sia terminata la scorsa estate.
Ma in futuro gli storici ci diranno che questa non è stata la fine della terza depressione, proprio come la ripresa economica che iniziò nel 1933 non fu la fine della Grande Depressione. Dopo tutto la disoccupazione, specialmente la disoccupazione a lungo termine, rimane a livelli che non molto tempo fa sarebbero stati considerati catastrofici, e non si vedono i segni di una rapida uscita da questa situazione. E sia gli Stati Uniti sia l’Europa hanno tranquillamente imboccato la strada delle trappole deflazionistiche in stile giapponese.
Di fronte di questo triste film ci si potrebbe aspettare che i politici si rendessero conto di non avere fatto abbastanza per raggiungere la salvezza. Invece no: anche durante gli ultimi mesi c’è stata una stupefacente rinascita di politiche che mirano alla moneta forte e al pareggio di bilancio.
Per quanto concerne la retorica, il revival della religione dei vecchi tempi è più evidente in Europa, dove le autorità pubbliche sembrano aver preso il loro argomenti dalla raccolta dei discorsi del presidente Herbert Hoover (1929-1933) compresa la dichiarazione che alzare le tasse e tagliare le spese siamo un modo per fare crescere l’economia favorendo la fiducia e quindi l’attività imprenditoriale.
In pratica, però, l’America non sta migliorando. La Fed sembra sia cosciente dei rischi di deflazione, ma quello che propone di fare per questo rischio e pari a niente. L’amministrazione Obama comprende il pericolo di una stretta fiscale prematura, ma siccome i Repubblicani e i Democratici conservatori del Congresso non vogliono autorizzare aiuti addizionali ai governi degli stati, la stretta arriverà in ogni caso, nella forma dei tagli di budgets dello stato e ai livelli locali.
Perché questi errori nelle politiche? I fautori della linea dura invocano i problemi che stanno affrontando la Grecia e altre nazioni europee per giustificare le loro azioni. Ed è vero che chi investe in titoli di stato ha chiuso con i governi che hanno un deficit ingestibile. Ma non vi è alcuna certezza del fatto che un breve periodo di austerità fiscale in una situazione di economia depressa possa rassicurare gli investitori. Al contrario: la Grecia ha aderito a una rigida austerità per poi vedere il suo differenziale di rischio crescere sempre di più; l’Irlanda ha imposto tagli selvaggi nella spesa pubblica per poi essere tratta dal mercato come un paese molto più a rischio della Spagna che si è tenuto bel lontano e riluttante dall’adottare la medicina della linea dura.
È come se i mercati finanziari comprendessero quello che chi fa le politiche sembra non capire: mentre una valutazione responsabile della fiscalità a lungo termine è importante, i tagli di spesa nel bel mezzo di una depressione, che approfondiscono la depressione e spianano la strada alla deflazione, sono di fatto controproducenti.
Io non credo che il punto sia realmente la Grecia, o un realistico equilibrio e compensazione tra deficit e lavoro. È invece la vittoria di una ortodossia che ha poco a che fare con le analisi razionali, la cui più grande preoccupazione è il fatto che imporre sacrifici sulle altre persone è il mondo in cui tu esibisci la tua leadership nei periodi di emergenza.
E chi pagherà il prezzo di questo trionfo della ortodossia? la risposta è 10 milioni di lavoratori disoccupati, molti dei quali rimarranno senza lavoro per anni, e alcuni dei quali non lavoreranno mai più.

Trad. it. David Arboit

Paul Krugman*: (1953) è docente di economia all'università di Princeton. Ha insegnato anche a Yale, Berkely e al MIT. Nel 2008 ha ottenuto il premio Nobel per l'economia.
 
Di Redazione (del 27/05/2010 @ 08:43:55, in Politica internazionale, linkato 325 volte)
Umberto de Giovannangeli
L’Unità 26 giugno 2010
L’America di Obama e l’Italia di Giorgio Napolitano. L’Unità ne parla con uno dei più autorevoli analisti di politica internazionale: l’ambasciatore Sergio Romano.
L’incontro tra Giorgio Napolitano e Barack Obama in quale contesto delle relazioni Usa-Italia si colloca?
«Se lo guardiamo dalla prospettiva americana, l’incontro si colloca in uno dei momenti più delicati per gli Stati Uniti...».
Perché tra i più delicati?
«Perché gli Usa stanno facendo due guerre, non le stanno vincendo e per di più, anche se non lo ammettono pubblicamente, sono pur sempre responsabili in primis di questa crisi del credito e finanziaria. Lo sono, i responsabili, perché, bene o male, Wall Street ha fissato le regole del gioco negli ultimi trenta-quarant’anni, da Reagan in poi ma per certi versi anche prima... Noi ci siamo conformati a queste regole. Sia chiaro: non è che questo ci renda innocenti, abbiamo le nostre colpe, ma la leadership era quella degli Stati Uniti. E non era semplicemente una leadership di carattere politico, riferita a contesti politico-militari, di sicurezza. Era qualcosa di più...».
Cosa era questa leadership, ambasciatore Romano?
«Gli Usa sono stati il Paese che ha fissato le regole del gioco economico del mondo per un periodo molto lungo e per di più hanno preso delle decisioni di carattere politico-culturale, la guerra al terrorismo... Insomma, su tutti questi fronti l’America mi pare che sia perdente in questo momento. Per questo non solo “appare” ma è realmente un Paese nervoso che oltre tutto sta anche cercando di riformare, almeno in parte, la sua società con delle medicine che sono quelle di Roosevelt, quelle di Johnson, e che creano all’interno della società americana dei forti dissensi. Non bisogna dimenticare che Obama ha di fronte a sé una opposizione molto forte, non soltanto al Congresso ma anche dentro la società. Quindi è un Paese che ha bisogno di amici, che ha bisogno di alleati, che ha bisogno di consenso..».
L’Italia può essere un alleato autorevole e concreto?
«La più bella ragazza del mondo può dare soltanto quello che ha... Questo era un vecchio adagio, molto di più non può dare. Noi non siamo la “più bella ragazza del mondo”, possiamo dare quel che possiamo dare, che non è poi moltissimo... Naturalmente abbiamo la nostra posizione mediterranea, il peso economico dell’Italia resta nonostante tutto ragguardevole, e quindi gli americani hanno anche bisogno di noi: non arrivo a dire che abbiano bisogno soprattutto di noi. E hanno bisogno, tra l’altro, anche del nostro territorio, e questo non è l’aspetto più bello del rapporto italo-americano. Quando un Paese dà territorio all’alleato maggiore, questa non è una posizione di forza né di grande prestigio o autorevolezza».
Prima di recarsi a l’Aquila per il G8, Obama incontrò al Quirinale Napolitano ed ebbe per lui parole di grande stima personale, esaltandone la leadership morale....
«Quella è una vicenda a cui non ho mai saputo dare una risposta. Abbiamo tutti letto quelle parole. Quello che mi sono chiesto è: chi gliele ha scritte? Obama non sapeva neanche chi fosse il Capo dello Stato italiano. Obama era soprattutto un uomo che usciva da una campagna elettorale, immerso in contesto totalmente domestico... Un presidente intelligente ha però dei consiglieri intelligenti, e questi consiglieri si suppone che siano informati e sappiano cosa avviene nei Paesi amici, alleati, e naturalmente gli debbono anche suggerire il tono giusto. Qualcuno ha suggerito a Obama di fare un elogio di Giorgio Napolitano...».
C’è chi lesse quell’elogio come una frecciata a Berlusconi...
«So che c’era questa ipotesi, che resta tale. Sappiamo però che Berlusconi aveva fatto un forte investimento sul suo rapporto con George W.Bush. Un investimento a perdere... »
 
Di Redazione (del 17/04/2010 @ 16:25:35, in Politica internazionale, linkato 625 volte)
 
Di Redazione (del 31/10/2009 @ 08:45:21, in Politica internazionale, linkato 216 volte)
di Armando Massarenti
Il Sole 24 ore, 15 settembre 2009
Amartya Sen, premio Nobel per l'economia nel '98, è stato chiamato dal presidente francese Nicolas Sarkozy a presiedere, insieme all'altro Nobel, l'americano Stiglitz, e al francese Fitoussi, la commissione su performance economica e progresso sociale che lunedì 14 settembre ha presentato il suo rapporto in cui si sottolinea che tra gli indici di sviluppo è necessario comprendere anche quelli sul benessere percepito dalla popolazione. In questa intervista il Nobel per l'economia mette in evidenza come «la lezione» della crisi «è che il nostro sistema economico funziona se è ben accompagnato».

Professor Sen, a che cosa attribuisce la crisi economica che ha travolto il mondo dallo scorso autunno, e che ora sembra dare qualche segnale del suo esaurirsi? Quali lezioni ne possiamo trarre per il futuro, in maniera da non ripetere gli stessi errori?
Ogni evento di tale portata ha più di una causa, ma per trarne lezioni per il futuro, è importante vedere che dietro questa crisi economica ci sono decenni di politiche fondate su un pensiero economico confuso. Dalla fine della seconda guerra mondiale, l'economia globale è progredita a ritmo abbastanza costante, e rapido, basandosi su una sorta di equilibrio dei mercati e degli interventi dello stato nei paesi occidentali. In quel periodo, si confidava nei mercati, che sono il motore della crescita, ma anche nella supervisione di molte loro attività - dal credito alle assicurazioni e alle transazioni finanziarie – e in un sistema statale di sicurezza economica e sociale che alleviava la povertà, con sussidi di disoccupazione, pensioni e così via, compresa – in Europa – una sanità pubblica accessibile a tutti. Sotto questi aspetti, gli Stati Uniti erano rimasti indietro: Medicare, per esempio, garantisce solo una copertura selettiva, non universale. In compenso, regolavano con fermezza il credito, le assicurazioni e la finanza, ed erogavano alcune forme di previdenza.

Poi che cos'è successo?
Che a partire dall'era Reagan, è riecheggiato in ogni settore un appello a un capitalismo meno imbrigliato. Quanto iniziato allora è proseguito sotto la presidenza di Bill Clinton e di George W. Bush, con l'estirpazione graduale della regolamentazione della finanza, delle assicurazioni e delle altre transazioni per le quali è necessaria una supervisione. L'Europa ha fatto lo stesso percorso, anche se la natura della politica europea lo ha reso meno brutale. Anche in Europa, il capitalismo puro e semplice pareva la strada da imboccare e dire bene del ruolo economico dello stato pareva anacronistico.

Lei è stato invece l'economista che, senza demonizzare mai il mercato, anzi riconoscendone tutti i pregi, ha sostenuto proprio in quegli anni la necessità di tornare a una regolamentazione, insistendo più di ogni altro sui rapporti tra etica ed economia.
Sì. Ciò che ho descritto finora avveniva in America e in Europa nel preciso momento in cui aumentavano le ragioni a favore della regolamentazione. Negli anni scorsi, le responsabilità per le varie transazioni sono diventate più difficili da rintracciare grazie al rapido sviluppo di mercati secondari per i derivati e per altri strumenti finanziari "innovativi", i quali consentivano per esempio di offrire credito per mutui subprime, e di scaricare i rischi di default a terzi, estranei alla transazione.
Erano tempi di una disponibilità di credito senza precedenti, alimentata in parte dall'enorme eccedente della bilancia commerciale di alcuni paesi, la Cina in particolare, e amplificata dalla scala sulla quale si potevano lanciare operazioni spregiudicate. Proprio mentre diventava necessaria una sorveglianza stretta da parte dello stato, essa si allentava drasticamente come richiesto dalla fiducia in un capitalismo di mercato liberato da ogni freno. E così il sistema economico è diventato vulnerabile alla crisi. Ci sono anche altri fattori, ma questa mi sembra la parte importante della lezione. Il messaggio non è "il mercato fa male", bensì "il mercato fa bene se è ben accompagnato."

E quali sono gli alti fattori?
I cambiamenti controproducenti non hanno riguardato soltanto l'assenza di controllo sui derivati e sugli altri strumenti finanziari indiretti. Faccio un esempio. Nel 2000 il Congresso statunitense, spinto dalla lobby di Wall Street e dall'équipe economica della Casa Bianca, ha votato il Commodity Features Modernization Act, una legge che esentava certe assicurazioni note sotto il nome cosmetico di "credit default swaps" dalle normative federali su tutte le forme di assicurazione. Questo "buco nero normativo", per dirla con l'amico David Richards, ha partorito un mostro: assicurazioni vendute con lucrosi profitti da venditori che nessuno controllava.
Assicurazioni contro il rischio di default per miliardi di dollari, prive di qualunque garanzia, si sono riversate sui mercati creando una vulnerabilità enorme, e ancora oggi incutono terrore nei mercati finanziari globali. Il principale venditore di tali assicurazioni era il colosso AIG - American International Group – che ha dovuto essere riscattato e ora sembra essersi finalmente ripreso grazie al sostegno massiccio del governo e a un costo gigantesco per il contribuente americano.

Tutto ciò, in termini morali, si può dire che abbia generato una enorme crisi di fiducia?
Come diceva Adam Smith più di 200 anni fa, l'economia di mercato si basa sulla fiducia e qui il governo deve fare la sua parte. Ha abdicato questa responsabilità, contribuendo direttamente alla crisi, al crollo della fiducia nell'economia in generale, e nel settore finanziario in particolare. Molto gradualmente, la fiducia viene ricostruita e la crisi potrebbe esser presto superata, ma il collasso deve insegnarci a essere più avveduti in futuro.

Perché la crisi ha avuto un minor impatto in Cina e in India, la cui economia cresce tuttora rapidamente, al contrario di quanto accade nel resto del mondo?
Innanzitutto in Cina e in India non c'è stata una deregolamentazione simile a quella statunitense, e la vulnerabilità immediata era minore. Sebbene entrambi i paesi soffrano del crollo globale, possono contare su un mercato interno fortemente dinamico. Senza la crisi avrebbero avuto una crescita maggiore, certo, ma quel dinamismo non è stato intaccato. Infine Cina e India hanno reagito subito e adottato misure per contrastare la crisi.
C'è un fatto più generale di cui tenere conto. Quando un'economia si espande su più fronti, i vari settori si rafforzano l'un l'altro. Prendiamo come indicatore qualcosa che conta poco nella spesa nazionale, ma che misura bene la capacità di star a galla di una determinata società: la circolazione dei quotidiani. Sappiamo che la stampa è in difficoltà in Europa e in America, soprattutto per la diffusione di Internet. Il quale si è diffuso a una velocità stupefacente anche in India e in Cina, eppure la circolazione dei quotidiani continua ad aumentare di pari passo e l'India si appresta a diventare il paese del mondo in cui si vendono più quotidiani. La robustezza dell'espansione economica indiana va vista nella prospettiva più ampia di miglioramenti incessanti su molti fronti. Come in Cina, ci sono ancora problemi gravi di povertà e di disuguaglianza nella condivisione dei vantaggi dell'espansione, ma nell'insieme l'economia è fiorente.

È uno dei temi assai concreti che lei tratta nel suo ultimo libro, "The idea of Justice". Quanto è grave la disuguaglianza in India?
È gravissima. Malgrado un calo sostanziale della povertà, intesa come basso reddito, in India come in Cina, c'è tuttora una grande miseria. Il rimedio sta nell'utilizzare il reddito pubblico generato dalla veloce crescita economica per rimuovere gli handicap dovuti all'assenza di cure sanitarie, di educazione, e ad altri ostacoli sociali che intralciano la condivisione dei benefici dello sviluppo. Entrambi i paesi hanno usato il reddito pubblico a tale scopo, ma senza riuscire a garantire cure sanitarie per tutti e l'India, inoltre, ha un tasso d'analfabetismo superiore a quello cinese.
Il successo dello sviluppo economico resta da completare con una distribuzione più equa dei suoi benefici.

Ma questo sviluppo non è anche una minaccia per l'ambiente?
L'ambiente è sicuramente una preoccupazione globale, e Cina e India devono contribuire allo sforzo per salvaguardarlo con una quota appropriata. Ma cosa significa "appropriata" nel loro caso? Prima di dare lezioni a questi paesi su come rallentare il proprio sviluppo economico, teniamo presente alcuni fatti. Innanzitutto, sono paesi poveri e lo sviluppo serve loro per uscire dalla povertà. Poi l'Europa e l'America si sono sviluppate e arricchite per secoli e così facendo hanno inquinato il mondo intero. Con alle spalle una storia così spudorata, meglio non dettare la morale ad altri.
Tuttavia viviamo in un mondo minacciato dal riscaldamento globale e da altre conseguenze dell'inquinamento: le restrizioni e i loro costi sociali vanno suddivisi equamente. Occorre quindi arrivare a un accordo internazionale che tenga conto innanzitutto della povertà di alcuni paesi e della prosperità di altri. Poi del fatto che l'America e l'Europa si sono appropriate di una grossa fetta dei commons (beni comuni) globali; la miglior restrizione sta nel ridurre non lo sviluppo economico, bensì il suo impatto inquinante attraverso incentivi all'innovazione e alla ricerca mirata. Devono anche aumentare le forme di cooperazione in tutti gli ambiti della vita sociale, compreso quello dei trasporti pubblici che riducono le emissioni inquinanti. Se oggi la Cina e l'India affermano di non voler firmare alcun accordo, ciò riflette soprattutto la loro frustrazione nel vedere che non sono presi in considerazione i fattori rilevanti nella distribuzione dei costi sociali. Sono certo che altrimenti lo firmerebbero, per esempio al prossimo vertice di Copenaghen. In India il movimento ambientalista è forte, e quello cinese sta crescendo.

Quale pericolo rappresenta l'India come potenza nucleare?
Ero molto contrario ai test nucleari indiani del 1998. Il paese aveva già mostrato le proprie capacità nel 1974, e sono stati utili solo al Pakistan. Gli hanno dato un pretesto per far esplodere per la prima volta le proprie bombe, e per rendere palese che era una potenza nucleare. Non era nell'interesse dell'India, e cosa più importante, ha reso più pericoloso l'intero subcontinente.
Perciò ero contrario. Detto questo, non mi tormenta troppo l'idea che l'India usi un giorno le sue testate nucleari: è poco probabile, ed è ancora meno plausibile nella pratica della democrazia indiana. Il Pakistan non è ancora una democrazia, quindi c'è un problema, ma dal suo governo mi aspetto una certa prudenza. In compenso, le sue armi atomiche potrebbero finire in mano a estremisti, e occorre riflettere sugli interventi in grado di prevenire tale eventualità.
I recenti dibattiti non riguardavano però le bombe atomiche, ma l'accordo con il quale gli Stati Uniti fornivano all'India combustibile nucleare per le centrali che producono elettricità. L'India ha fatto alcune concessioni sulle ispezioni nei suoi impianti, e molti critici hanno ritenuto che in questo modo la sovranità del paese veniva compromessa. Non è stata soltanto la posizione del partito induista Bharatiya Janata, ma con mia delusione, anche quella dei partiti di sinistra che su questo punto cercarono di far cadere il governo di Manmohan Singh. Non ci sono riusciti, hanno solo rafforzato la leadership di Singh e la sinistra è uscita ridimensionata dalle elezioni successive. In America e in Europa, l'accordo non è stato visto come una compromissione della sovranità indiana, ma come un ottimo affare. Strano come le interpretazioni siano state diverse, in India e all'estero. Credo che siano tutte e due sbagliate. L'India ha ottenuto qualcosa, non granché, e ha ceduto qualcosa, non granché. Quello che importa davvero non sono le dispute su temi minori come questi, ma il dibattito ben più vigoroso in India come in Pakistan su come evitare disastri nucleari.

Anche la questione nucleare quindi può essere considerata una questione di giustizia?
Dietro a tutto ciò, c'è in effetti la riluttanza delle vecchie potenze nucleari – USA, Russia, Francia, Gran Bretagna e Cina – a prendere iniziative per eliminare tutte le armi nucleari, ovunque si trovino. È quello l'obiettivo grande che il mondo deve darsi, facendo pressione non solo sull'India e il Pakistan, e su Israele, la Corea del Nord e forse tra poco l'Iran, ma anche sulle vecchie potenze nucleari.
 
Di Redazione (del 24/09/2009 @ 09:12:39, in Politica internazionale, linkato 469 volte)
di David Arboit
Con un discorso di portata epocale Barack Obama spazza via definitivamente la cultura politica dell’era di G.W. Bush. Era una cultura antica comunque, non certamente attribuibile al presidente mezza-cartuccia G.B. Era una cultura che aveva avuto il massimo esponente in Henry Kissinger, un uomo che è ben poco definire senza scrupoli, e che ha avuto recentemente un degno continuatore (nella mancanza di scrupoli ovviamente, ma non nella intelligenza politica) in Dick Cheney.
Sì, certamente è stata spazzata via la cultura, ma ben altra cosa è sgretolare il blocco di potere che quella cultura ha costruito e in particolare quell’apparato industrial-militare che da sempre condiziona le scelte dei presidenti degli Stati Uniti indirizzandole verso opzioni di politica internazionale che sembrano politicamente assurde o suicide ma che sono economicamente molto redditizie per chi riceve le commesse statali.
Certo è però, che Obama ha ben capito che i tempi sono cambiati, che un’ottusa e arrogante politica imperiale e di potenza è ormai semplicemente insostenibile sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista economico. La crescita economica vertiginosa di Paesi come la Cina, come l’India, come il Brasile non può di certo essere arrestata con le minacce. E allora si deve trattare, non è una questione di buona volontà o di buonismo.
Senza essere troppo realisti, senza gettare ombre di scetticismo, spendiamo in questo caso molto volentieri un po’ di ottimismo, e culliamoci per un po’ nel progetto politico utopico che un presidente degli Stati Uniti finalmente sognatore e non brutalmente realista ci propone.

Una nota di colore. Le cronache di questo evento raccontano di un Silvio Berlusconi che durante il discorso di Obama si è spellato le mani e ha fatto ampi e vistosi cenni di assenso. All’inizio del suo discorso ha perfino detto che condivideva totalmente quanto affermato da Barck e che abbreviava il suo discorso per non ripetere cose già dette da lui.
Mi chiedo allora: quale la ragione di questa sua esuberante e vistosa manifestazione di consenso per Obama? Ipotesi: 1) quando si spellava le mani per i discorsi di G.W. Bush non capiva niente; 2) non ha capito niente di quello che ha detto ieri Obama; 3) è uno squallido lecchino voltagabbana.

Leggi il dicorso di Barack Obama
 
Di Redazione (del 19/09/2009 @ 20:36:30, in Politica internazionale, linkato 462 volte)


 
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