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DIBATTITO ONLINE FRA CATTOLICI E NON SULLA QUESTIONE DEL CROCEFISSO
Di Redazione (del 05/11/2009 @ 14:43:22, in Interventi, linkato 936 volte)
Riproponiamo pubblicamente una discussione avvenuta tra di noi, tra di noi gente del PD, a proposito della questione del crocefisso. È un dibattito che si è svolto con un botta e risposta via mail. La successione degli interventi segue esattamente quella che si è verificata on-line.

1 – Ieri sera non ne abbiamo parlato ma io desidero dire a voi, con cui condivido i percorsi quotidiani in questo Partito, quello che penso su questo argomento.
So che questo non è il problema principale di cui occuparci, ma lo stesso ho provato rabbia e dispiacere nel sentire le poche frasi pronunciate dal nostro Segretario sull'argomento: "qualche volta il buon senso è vittima del diritto" (questa l'ho letta su un giornale) e ... il crocefisso esposto nei luoghi pubblici è (più o meno, non ricordo precisamente) un fatto culturale.
Il simbolo di una religione non può essere imposto, mi sembra non rispettoso di chi non condivide le stesse idee religiose e negativo per il cristiano stesso, perché la religione è una scelta e non frutto di imposizione.
Chi ha vissuto negli ultimi decenni nella scuola ha lavorato perché le ore di religione cattolica fossero momenti di riflessione sulle religioni, fossero aperte al confronto con idee e convinzioni diverse. Abbiamo lavorato anche perché le ore di alternativa alla religione cattolica fossero spese in modo produttivo e dignitoso.
In molte (o poche) scuole i crocefissi non c'erano per scelta autonoma delle scuole (genitori e docenti insieme).
Sia chiaro: io ho molto rispetto delle religioni, in particolare della religione con cui sono cresciuta anch'io, e di chi professa questa fede, ma voglio vivere in uno Stato laico. E, soprattutto, il segretario di un Partito laico in uno Stato laico non può dire che l'esposizione del Crocefisso è buon senso!

Teresa Memo

2 – L'argomento è molto interessante e vale proprio la pena di affrontarlo fra di noi.
a. Il crocefisso nei luoghi pubblici, statali (ricordatevi che non si parla solo di scuola) è un istituzione prodotta dall'accordo fra Mussolini e Pio XI, tra fascismo e clero cattolico. Fu un patto scellerato che danneggiò la Chiesa pesantemente. Il risultato fu che la religione cristiana cattolica diventava religione di stato in un regime fascista. Pazzesco!!! Stupisce ancora oggi la poca lungimiranza di chi a voluto questo accordo. Il classico piatto di lenticchie.
Per quanto mi riguarda, quindi, e proprio come cristiano, il crocefisso nelle scuole mi ricorda che la mia Chiesa ha firmato un patto con il cavaliere Benito Mussolini. Mi ricorda solo soltanto questo e me ne vergogno. Gradirei fosse tolto. Fa il paio con l'insegnamento della religione cristiana cattolica a scuola. Almeno per cinquant’anni nelle scuole italiane si è insegnato dottrina cristiana cattolica. Non mi si venga a dire che è un fatto culturale, che è un insegnamento generale di religione quando la gestione degli insegnanti passa tutta dalle mani del clero cattolico. Anche questa è una vergogna.
b. Nel dibattito pubblico politico su questo tema però è forse bene tenere un profilo basso. E fa bene il nostro segretario a fare il cerchiobottista perché se dicesse la verità (quello che io penso sia la verità) ficcherebbe il Partito nel ginepraio del tritacarne mediatico da cui diventa impossibile liberarsi. Il buon senso di Bersani credo che stia qui.
Ricordiamoci sempre che la politica a volte segue logiche di tipo militare e questo non per cattiva volontà di chi la fa ma perché è nella sua natura. Con Berlusconi al governo poi, la lotta politica diventa senz'altro guerra senza quartiere e con ogni mezzo (da parte sua). Da parte nostra, chiarito che con lui si può solo essere in guerra, si tratta soltanto di decidere fino a che punto vale anche per noi il principio "con ogni mezzo".

David Arboit

3 – In linea teorica, Teresa, non ti si può che dare ragione. Ma spesso anche in linea pratica. E mi spiego. Assistevo ieri a un dibattito sul tema sulla 7 Gold. Presenti il segretario prov.le di Rifondazione Patta, il consigliere regionale Monguzzi Verde ora PD), l'assessore regionale Boni della Lega. Le espressioni più rispettose e di maggior buon senso lo ho udite da Patta. Quelle più dissacranti dall’assessore Boni. Mentre Monguzzi invocava il “buon senso”.
Ritengo più dissacranti quelle dell'assessore sulla base dell'insegnamento di S. Paolo. Egli dice, infatti, che se manca la carità, tutto il resto è nulla. Come si concilia tutto il supposto fervore cristiano e la difesa dei valori della tradizione cristiana con scelte quotidiane che sviliscono il rispetto per la persona, che offendono l’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, che rifiutano il fratello? I cristiani della Lega dovrebbero spiegarcelo e convincersi una buona volta dell’assoluta incompatibilità tra cristianesimo e feticci di riti celtici confusi nell’acqua del Po.
Patta ricordava, per esempio, che tutti i giorni, in ogni ambiente si consuma la contraddizione tra dire di credere e professare continuamente la bestemmia che può forse essere sintomo dell'esistenza di un Dio di Gesù Cristo, ma certamente sconfessione dello stesso oltre che segno di grandissima maleducazione.
È fuori dubbio che il crocefisso è un segno di contraddizione perché segnala un messaggio forte; come è fuori dubbio che questa immagine è l'origine di gloriose pagine di cultura e spesso, nella storia, usata maldestramente contro l'avversario. Non certo per scelta divina, ma per pigrizia, ingordigia e voglia di potere che prende l'uomo di qualsiasi tempo.
Perché, Teresa, dico "teoricamente"? A me pare, se non vogliamo credere di essere invasati da un'enorme ipocrisia che prende la stragrande maggioranza del nostro popolo, che una percentuale molto forte si dichiara cristiano e cattolico e che di fronte alle scelte richiede l'insegnamento della religione cattolica. Sei stata e sei ancora per molti versi operatrice nella scuola e ti sono noti questi dati. Partendo da questo elemento di democrazia, non può essere ignorata la responsabilità di cui ci si carica nell'evitare forme di integralismo e di imposizione. Questa stessa responsabilità dice anche del rispetto che necessariamente va portato ad altre forme religiose. Sono nate per questo le diverse forme di ecumenismo. Ed è questa stessa responsabilità che deve portarci ad aprirci alle richieste degli altri nella possibilità di assecondarle fin tanto in quanto si esprimono all'interno di norme di uno stato di diritto.
Quello che spesso mi capita di osservare è invece una richiesta, poco laica e molto laicista a mio avviso, di quasi annullamento di ogni segno arrivando perfino ad affermare che ciò in cui fermamente credo non deve per nulla incidere nella quotidianità come se questi principi cozzassero con la vita.
Sarebbe sconveniente chiedere apertura di mente e di cuore e poi pretendere con una forma altrettanto pericolosa di integralismo l'annullamento della scala valoriale che ha portato me e tanti altri a condividere l'esperienza politica che stiamo vivendo insieme in nome dello "stato laico". Ricordo sempre che fulgidi esempi di uomini laici nella recente storia italiana li troviamo in soggetti tipo Sturzo e De Gasperi e che altrettanti requisiti li troviamo in moltissimi costituenti (un esempio per tutti: Togliatti, Iotti, Terracini, Nenni) senza che gli stessi si siano convertiti al cattolicesimo nell'inverare la nostra carta costituzionale.
Personalmente mi sento in dovere di chiedere rispetto e spazio per tutti in ragione di quei principi. Ma rispetto spazio per quella stragrande maggioranza in ragione degli stessi principi oltre che della democrazia che riconosce, per ogni forma religiosa, la non comprimibilità nel recinto del privato. Un principio, ovvio, da riconoscere a tutti all'interno di norme rispettose e condivisibili dove ciascuno dovrà riconoscersi e farle proprie per la civile convivenza.
Per chiudere, sono d'accordo con Bersani: la sua non è conversione, ma attenzione e mancanza di indifferenza oltre che la constatazione di elementi storico/culturali che hanno formato da secoli generazioni di italiani.

Giambattista Maiorano

4 – David ha ragione: oggi in Italia ogni questione diventa parte di una guerra mediatica in cui tutto viene triturato nel grande conflitto che ormai divide il Paese e in cui il buon senso e la logica vanno perduti se non derisi. Però è anche vero che la strategia spesso adottata, in alcuni casi conseguenza delle tante anime che ci sono nel PD, di attenuare e mediare, provoca sconcerto e delusione. Come in questo caso. In Francia, patria dell'Illuminismo e mi sembra ampiamente cattolica, la legge che vieta l'esposizione di simboli religiosi in luoghi pubblici, c’è del 1905! Così abbiamo ennesima certificazione di qual è il ritardo dell'Italia, un secolo. Ma ad alcuni non basta. L'Italia, nella testa di Bertone e soci, rimane a responsabilità limitata, e i suoi cittadini devono rimanere sotto tutela. Peraltro molti ci stanno, o meglio ci fanno stare, molto volentieri. Insomma concordo con Teresa, va bene la prudenza, però non sono poi così sicuro che il continuo tentennare su alcuni principi di laicità dello stato, porti dei benefici politici. L'esposizione del crocefisso nelle scuole ha un valore simbolico molteplice. Per alcuni un è richiamo ai valori alti del cristianesimo, alla sua storia e all'influenza che questi hanno avuto nella storia, personale e sociale degli italiani. Tuttavia oggi a me sembra che la contesa non è su questo. La contesa è invece: quale ruolo e peso deve avere il cattolicesimo e la sua struttura secolare, nella storia e nella vita quotidiana dello Stato. Il Vaticano, e i numerosi reggicoda di comodo, non sono preoccupati per il venir meno del messaggio valoriale che andrebbe perduto con la non esposizione del crocefisso, ma per il messaggio che ogni cittadino ne trarrebbe: la religione cattolica non è tra i pilastri fondanti dello Stato, perlomeno non delle sue istituzioni. È questo che preoccupa e questo che mi fa arrabbiare: il gregge va controllato e ammansito. I valori cristiani, sono in caduta libera, le strutture della Chiesa sono in grave crisi e invece di ragionare e intervenire sui perché di questa crisi, ci si preoccupa di perdere il controllo del gregge, ovunque vada. In particolare se il gregge è italiano. L'Italia, rimane stato a sovranità limitata; in altri paesi ben più civili, anche dal punto di vista dei valori cristiani, questa questione è stata risolta molti anni fa.

Guido Morano

Mi/Vi pongo una semplice domanda.
È lecito esporre un crocefisso in un’aula scolastica, in un tribunale o in un ufficio pubblico, se questa scelta può offendere la coscienza del non credente o dell’appartenente a una confessione religiosa contraria a tale simbologia? L’esposizione contraddice la “laicità dello Stato”? E a che tipo di simbologia deve essere ascritto il crocefisso: identità religiosa o culturale?
Un cittadino italiano di religione musulmana, domanda all’insegnante della scuola, frequentata dai suoi figli, di rimuovere il crocefisso appeso alla parete o, in subordine, di appendervi un quadretto con la sura del Corano. L’insegnante accondiscende a questa seconda richiesta, ma viene smentita dal dirigente scolastico il quale impone di rimuovere il quadretto. Assistito da un avvocato, il cittadino italiano ricorre al Tribunale per ottenere un pronunciamento d’urgenza. Investito della questione, il Tribunale ribadisce il carattere laico della Repubblica italiana e delle sue istituzioni e il 23 ottobre decreta la rimozione del crocifisso. Un’ordinanza successiva ha invece revocato tale rimozione.
La rimozione del crocefisso scatena un’aggressiva polemica della maggior parte degli italiani e parte una vera e propria campagna per il rilancio del crocefisso.
Infine il Tribunale sostiene che il crocefisso è essenzialmente un simbolo religioso cristiano, di univoco significato confessionale, che l’imposizione della sua affissione nelle aule scolastiche non sarebbe compatibile con il principio supremo di laicità della Costituzione, e con la conseguente posizione di equidistanza e di imparzialità fra le diverse confessioni che lo Stato deve mantenere; che la presenza del crocifisso, che verrebbe obbligatoriamente imposta ad alunni, genitori e insegnanti, delineerebbe una disciplina di favore per la religione cristiana rispetto alle altre confessioni, attribuendo ad essa una ingiustificata posizione di privilegio.
A questo punto io avrei già risposto alla domanda che mi sono posta.
Concordo ovviamente con forza con Teresa, che l’affermazione del nostro Segretario "qualche volta il buon senso è vittima del diritto", non mi è piaciuta per niente, capisco (come dice David) che lui debba fare “il cerchiobottista perché se dicesse la verità ficcherebbe il Partito in nel ginepraio del tritacarne mediatico, ma ne siamo sicuri? A volte si può anche stare zitti oppure usare parole diverse, non credo che un politico, anzi il politico Bersani non ne sia capace!
In alcune scuole dell’Emilia Romagna hanno tolto (senza farne pubblicità) il crocefisso nelle classi, ebbene il risultato è stato che nessuno se ne accorto.
Mi confermate, voi cattolici che il crocefisso è nell’animo e nel modo di comportarsi?

Grazia Campese

È un errore ridurre il crocefisso e la persona di Gesù Cristo a simbolo di una morale. Il fatto di Gesù Cristo, ciò che rende Gesù il fatto fondante per il cristianesimo non sono i principi morali che ha evidenziato con il suo comportamento.
Tanti altri nella storia dell’umanità hanno dato un esempio morale paragonabile al suo, a partire dai profeti. Ciò che rende Cristo la pietra angolare della comunità cristiana è che era misteriosa incarnazione di Dio e che il Padre lo ha fatto risorgere.
È il fatto che Cristo sia risorto che noi cristiani siamo chiamati a testimoniare e a comunicare, non che Gesù era un buon uomo, che si comportava bene, che aveva una moralità ineccepibile, che era un santo nel senso morale del termine.
Ed è esattamente a questo, al cuore ancora oggi pulsante della fede cristiana che il crocefisso rimanda, è di questo fatto che il crocefisso è segno non certo di una moralità ineccepibile o di una cultura.
Chi parlando del crocefisso omette il fatto centrale e parla di esempio morale non va al cuore della sua fede.
È vero che il crocefisso ci parla anche di un amore per l’altro che si sacrifica fino alla morte.
Ma lo scandalo degli scandali e che Cristo ha vinto la morte, che è risorto, non i suoi comportamenti morali, ed è per questo che io amo portare al collo una croce cristiana senza Gesù crocefisso.

David Arboit
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# 1
MA IO DIFENDO QUELLA CROCE
di Marco Travaglio
da Il Fatto Quotidiano n°38 del 5 novembre 2009
Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso nelle scuole. E non per le penose ragioni accampate da politici e tromboni di destra, centro, sinistra e persino dal Vaticano. Anzi, se fosse per quelle, lo leverei anch’io.

Fa ridere Feltri quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di Strasburgo di “combattere il crocifisso anziché occuparsi di lotta alla droga e all’immigrazione selvaggia”: non sa che la Corte può occuparsi soltanto dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte violazioni della Convenzione sui diritti dell’uomo. Fa tristezza Bersani che parla di “simbolo inoffensivo”, come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno, lasciatela lì appesa, guardate altrove. Fa ribrezzo Berlusconi, il massone puttaniere che ieri pontificava di “radici cattoliche”. Fanno schifo i leghisti che a giorni alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si dedicano ai riti pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici con inni a Odino. Fa pena la cosiddetta ministra Gelmini che difende “il simbolo della nostra tradizione” contro i “genitori ideologizzati” e la “Corte europea ideologizzata” tirando in ballo “la Costituzione che riconosce valore particolare alla religione cattolica”. La racconti giusta: la Costituzione non dice un bel nulla sul crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo dal regolamento ministeriale sugli “arredi scolastici”.

Alla stregua di cattedre, banchi, lavagne, gessetti, cancellini e ramazze. Se dobbiamo difendere il crocifisso come “arredo”, tanto vale staccarlo subito. Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una “tradizione” (come Santa Klaus o la zucca di Halloween) o della presunta “civiltà ebraico-cristiana” (furbesco gingillo dei Pera, dei Ferrara e altri ateoclericali che poi non dicono una parola sulle leggi razziali contro i bambini rom e sui profughi respinti in alto mare).

Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno “scandalo” sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione. L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”).

Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all’asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l’ideologia più pagana della storia, il nazismo – l’ha ricordato Antonio Socci - a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo.

Eppure basta prendere a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli.

A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola”. Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno – ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia - si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso. Ma, all’uscita della sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a farlo. Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot per l’8 per mille, a batter cassa per le scuole private e le esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween, e le manca il tempo per quell’uomo in croce. Anzi, le mancano proprio le parole. Oggi i peggiori nemici del crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali.
Di  Anonimo  (inviato il 05/11/2009 @ 23:10:01)
# 2
CROCIFISSO BRACCIO DI FERRO INUTILE

GIAN ENRICO RUSCONI
La Stampa, 5 novembre 2009

Il crocifisso è un pezzo d’arredamento obbligatorio dell’aula scolastica, come la carta geografica d’Italia, la fotografia del Presidente o il busto di Cavour? Oppure è uno specifico segno religioso, diventato troppo potente e problematico per essere ridotto alla «tradizione nazionale degli italiani»? Di questi italiani che non hanno più idea di che cosa significhi redenzione, salvezza, peccato ma in compenso strapazzano «le radici cristiane»? I clericali si illudono se ritengono che lo spazio pubblico, che continuano ad evocare come legittimo luogo di espressione della religione, si mantiene con una dubbia difesa giuridica della presenza del crocifisso in aula. Per questo la sentenza della Corte europea di Strasburgo suscita le solite furibonde discussioni, anziché mettere in moto un confronto ragionato di posizioni. E comportamenti coerenti. In termini giuridici la sentenza di Strasburgo è ineccepibile quando parla del «diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e con il diritto dei bambini alla libertà di religione». E’ un principio base di tutte le Costituzioni democratiche. Ma - si obietta - è esattamente quello che affermano anche i genitori cattolici che sostengono la necessità di esporre il crocifisso. In più per essi «la libertà di religione» comprende la manifestazione pubblica della loro fede, dei suoi segni e simboli. Scuola compresa. Il guaio è che ad essi non importa se questa esigenza entra in collisione con il principio su cui si fonda. E negano ad altri lo stesso diritto. Qui scatta un altro riflesso: il principio maggioritario, per cui l’esigenza dei dissenzienti o dei pochi rompiscatole (spesso considerati stravaganti o eccentrici) non viene riconosciuta o viene banalizzata.

Questo conflitto investe in profondità convinzioni ed emozioni. Ma non è una contrapposizione di valori a disvalori o assenza di valori - come pensano i clericali e gli agnostici devoti in politica. E’ importante insistere su questo punto se vogliamo andare alla sostanza del problema prima di vederlo tradotto in termini giuridici. Va respinta con energia l’accusa che chi (non credente o diversamente credente) vorrebbe rimuovere dallo spazio pubblico scolastico il segno della fede cristiana è una persona intollerante, insofferente, addirittura carica di astio contro la religione cristiana. Cristianofobica, si dice ora. Questa affermazione dovrebbe essere respinta per primi dai credenti seri. Qualcuno lo fa, ma troppo sommessamente e viene subito zittito come amico dei laicisti.

Lo stesso vale per l’accusa - su cui si insiste volentieri oggi - di rinnegare la tradizione popolare nazionale. Qualcuno non esita a parlare del crocifisso come di una componente simbolica dell’italianità. Il fondo della contraddizione è toccato dai leghisti che da una parte contestano e sbeffeggiano l’identità nazionale, e dall’altro difendono il crocifisso nelle scuole come simbolo intoccabile di tale identità.

Gli interrogativi di fondo sono due: il crocifisso è un segno religioso forte, specifico, storicamente e teologicamente inconfondibile (addirittura incompatibile) con altri? Oppure è un’immagine culturale, universale - di umanità sofferente, di amore universale? O addirittura è semplicemente uno straordinario motivo di creatività artistica e culturale di cui il nostro Paese è testimonianza eccezionale?

Se è vero il primo caso, vale il principio della libertà di coscienza. Ed è pertanto ridicola la protesta che la sentenza di Strasburgo miri a colpire una sensibilità preziosamente italiana. In realtà anni fa la stessa questione è stata affrontata e giuridicamente risolta nello stesso senso nella moderata e cristiana Germania, con un esemplare confronto tra la Corte costituzionale federale e la Corte regionale della Baviera. Se è vero il secondo caso, non si capisce perché - magari in nome del sempre declamato pluralismo dei valori - non si riconosca ad altre tradizioni culturali di essere portatrici - a pieno titolo - di umanità, tolleranza, solidarietà ecc.

A quanto dicono alcune rilevazioni, pare che alla maggioranza degli italiani ripugni l’idea di mettersi materialmente a staccare i crocifissi dalle aule cui ci si è abituati «tradizionalmente» appunto. Ma non credo che il punto sia iniziare un braccio di ferro tra autorità scolastiche, associazioni di genitori, gruppi di pressione vari per togliere o lasciare i crocifissi. La vera novità è non eludere il problema, parlarne in modo responsabile e pacato tra corpo docente, genitori e alunni stessi, soprattutto quelli delle classe superiori. Forse si farà la scoperta che i ragazzi sono più maturi di quanto non si sospetti. E soprattutto si smetta di «demonizzare» (è il caso di dirlo, in tempi di dubbi anche sul diavolo?) chi solleva problemi di civiltà giuridica - e non solo.
Di  Redazione  (inviato il 05/11/2009 @ 23:14:20)
# 3
NESSUNA LEGGE LO PREVEDE

MICHELE AINIS
La Stampa 4 novembre 2009

Doveva arrivare un giudice d’Oltralpe per liberarci da un equivoco che ci portiamo addosso da settant’anni e passa. In una decisione che s’articola lungo 70 punti (non proprio uno scarabocchio scritto in fretta e furia) ieri la Corte di Strasburgo ha messo nero su bianco un elenco di ovvietà.

Primo: il crocifisso è un simbolo religioso, non politico o sportivo. Secondo: questo simbolo identifica una precisa religione, una soltanto. Terzo: dunque la sua esposizione obbligatoria nelle scuole fa violenza a chi coltiva una diversa fede, o altrimenti a chi non ne ha nessuna. Quarto: la supremazia di una confessione religiosa sulle altre offende a propria volta la libertà di religione, nonché il principio di laicità delle istituzioni pubbliche che ne rappresenta il più immediato corollario.

Significa che fin qui ci siamo messi sotto i tacchi una libertà fondamentale, quella conservata per l’appunto nell’art. 9 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo? Non sarebbe, purtroppo, il primo caso. Ma si può subito osservare che nessuna legge della Repubblica italiana impone il crocifisso nelle scuole.

Né, d’altronde, nei tribunali, negli ospedali, nei seggi elettorali, nei vari uffici pubblici. Quest’obbligo si conserva viceversa in regolamenti e circolari risalenti agli Anni Venti, quando l’Italia vestiva la camicia nera. Fu introdotto insomma dal Regime, ed è sopravvissuto al crollo del Regime. Non è, neppure questo, un caso solitario: basta pensare ai reati di vilipendio, agli ordini professionali, alle molte scorie normative del fascismo che impreziosiscono tutt’oggi il nostro ordinamento. Ma quantomeno in relazione al crocifisso, la scelta normativa del Regime deve considerarsi in sintonia con la Costituzione all’epoca vigente. E infatti lo Statuto albertino, fin dal suo primo articolo, dichiarava che «la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato». Da qui figli e figliastri, come sempre succede quando lo Stato indossa una tonaca in luogo degli abiti civili.

Ma adesso no, non è più questa la nostra divisa collettiva. L’art. 8 della Carta stabilisce l’eguale libertà delle confessioni religiose, e stabilisce dunque la laicità del nostro Stato. Curioso che debba ricordarcelo un giudice straniero. Domanda: ma l’art. 7 non cita a sua volta il Concordato? Certo, e infatti la Chiesa ha diritto a un’intesa normativa con lo Stato italiano, a differenza di altre religioni (come quella musulmana) che ancora ne risultano sprovviste. Però senza privilegi, neanche in nome del seguito maggioritario del cattolicesimo. D’altronde il principio di maggioranza vale in politica, non negli affari religiosi. E d’altronde la stessa Chiesa venne fondata da Cristo alla presenza di non più di 12 discepoli. Se una religione è forte, se ha fede nella sua capacità di suscitare fede, non ha bisogno di speciali protezioni.
Di  Redazione  (inviato il 05/11/2009 @ 23:20:59)
# 4
CROCIFISSO, SENTENZA CONTRO LA VERITÀ

Salvatore Mazza
Avvenire. 5 novembre 2009
La definisce «una sentenza orientata ideologicamente». Che, di­sconoscendone il valore culturale, nega il fatto evidente che il crocifisso sia un «segno» per credenti e non credenti. E, rimuo­vendo una presenza «che non impone nulla ma si espone soltanto», finisce con «impoverire ulteriormente» un mondo «già così diso­rientato». Ad Avvenire e a Tg2000 il cardinale presidente della Confe­renza episcopale Italiana, Angelo Bagnasco, non nasconde che «la decisione della Corte di Strasburgo ha provocato in me stupore e sconcerto». La sentenza, ha infatti spiegato ieri, «appare come o­rientata ideologicamente», una decisione «che non si cura di rispet­tare la verità delle cose». «Non tiene in alcun conto, ad esempio – ha sottolineato – della verità storica dell’Europa e dell’Italia. Anche a un occhio distratto, l’Europa e l’Italia da un semplice un punto di vista culturale, traggono la loro ispirazione dal Vangelo. Basta guardarsi in­torno per capire che senza il cristianesimo e la Chiesa non si com­prenderebbe la 'Divina Commedia', ma anche la maggior parte del­l’architettura e dell’arte». «Riconoscere il valore culturale del crocifisso, peraltro, non vuol dire – ha aggiunto il porporato – svilirne il significato religioso perché la fede con i suoi segni genera civiltà e cultura che diventano patrimo­nio a disposizione di tutti, come dimostra la ricchezza della nostra storia nazionale e continentale. Il segno del crocifisso poi parla a tut­ti, sia ai credenti per i quali è certamente il segno della propria fede, sia ai non credenti, per i quali la croce rappresenta comunque il se­gno di quella esperienza umana integrale che ha la propria radice nel sacrificio di Gesù Cristo».

D’altra parte, ha proseguito il presidente del­la Cei, «non ricordo di aver mai sentito qualcuno sentirsi offeso da questo segno, anzi spesso ho percepito che molti, anche tra i non cre­denti, proprio guardando all’uomo della croce, traggono ispirazione e fiducia per andare avanti. Perché – ha concluso – impoverire ulte­riormente il nostro mondo già così disorientato? Perché privarsi di que­sto segno che non impone nulla ma si espone soltanto?». Di «offesa al simbolo della religione della stragrande maggioranza degli europei: cattolici, ortodossi, luterani, anglicani, calvinisti» ha parlato il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazio­ne per i vescovi, che alla Radio vaticana ha osservato come «i veri di­fensori della laicità dovrebbero difendere il crocifisso».

Del resto «il riferimento al crocifisso - ha detto alla stessa emittente monsignor Aldo Giordano, inviato speciale e osservatore permanente della San­ta Sede al Consiglio d’Europa - non è un rischio per i diritti dei sin­goli, ma è un contributo significativo anche nella sfera pubblica per difendere, per promuovere, per fondare i diritti dei singoli, i diritti della persona». Secondo monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, la sentenza è «profondamente sbagliata» perché «l’estromissione dei simboli religiosi dagli ambienti pubblici è esso stesso un atto che e­sprime assolutezza e integralismo». Gli ha fatto eco monsignor Elio Tinti, vescovo di Carpi: «L’Europa c’è perché da duemila anni il Van­gelo si è innestato nella storia dei popoli europei» e «non capisco per­ché ci ostiniamo a indebolire la nostra identità». Non è del resto un caso, per l’arcivescovo di Perugia monsignor Gualtiero Bassetti, se «il crocifisso è un valore per tutti, è un valore della nostra civiltà che ha queste radici».

«Il crocefisso è simbolo d’amore per credenti e non, e non chiede rinunce, non impone condanne o pregiudizio verso altre religioni, culture e filosofie», sottolinea monsignor Giuseppe Merisi vescovo di Lodi fino a pochi mesi fa rappresentante dei vescovi ita­liani alla Comece. È un segno, evidenzia il vescovo di Cremona mon­signor Dante Lanfranconi, «che non ha mai fatto danno ad alcuno». Ancor più per questo, secondo monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro, «credo sia giusto dire che si tratti di una volontà eversiva... condotta con ferocia».
Di  Redazione  (inviato il 05/11/2009 @ 23:26:48)
# 5
QUEI GIUDICI CHE VORREBBERO FARCI TUTTI PIÙ POVERI

Carlo Cardia
Avvenire, 5 novembre 2009
La Corte di Strasburgo ha aperto le ostilità contro il crocifisso nelle scuole, con una sentenza che non soltanto è andata oltre le sue competenze (e la sua stessa giurisprudenza), ma ha dato una interpretazione gelida, esclu­sivista, antiumanistica della libertà religiosa. Perché la libertà religiosa è una libertà aperta a tutti, inclusiva, che dialoga e insegna ai gio­vani a dialogare con gli altri, a vedere nei sim­boli religiosi segni di affratellamento tra gli uo­mini. La Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989 prevede che il ragazzo sia educato «nel rispetto dei valori nazionali del Paese nel quale vive e del Paese di cui può essere origi­nario e delle civiltà diverse dalla sua» (artico­lo 29). Per Strasburgo questa Convenzione non esiste. Esiste l’assenza di valori, esiste un de­serto nel quale ciascuno di noi nasce per ca­so, senza una storia ricca di eventi, eroismi, valori e simboli religiosi ed etici, tra i quali il cro­cifisso è il più noto in tutto il mondo.

L’aspetto più doloroso della pronuncia è quan­do essa parla del crocifisso come di un simbolo di parte, che divide e limita la libertà di edu­cazione, ignorando che il crocifisso è, dovun­que, simbolo di pace e di amore tra gli uomi­ni, è all’origine di una spiritualizzazione che ha animato e permeato la cultura occidentale per espandersi con linguaggio universale in tutto il pianeta. Il crocifisso ricorda chi è andato in­contro alla morte senza colpa per aver tra­smesso un messaggio di spiritualità e di fra­tellanza, chi ha predicato l’amore per il pros­simo come comandamento eguale all’amore verso Dio, chi ha annunciato nel discorso del­la Montagna il riscatto per gli ultimi e per chi soffre dell’ingiustizia, ha promesso il regno di Dio a chi opera bene nella vita terrena andan­do incontro agli altri, a chi è malato, a chi non ha nulla e ha bisogno di tutto. Questo è Gesù di Nazaret raffigurato nel simbolo della Croce. Per questi insegnamenti – e per aver alimen­tato la fede e la spiritualità di generazioni di uo­mini nel corso dei secoli – è conosciuto, ama­to, rispettato e venerato in tutti gli angoli del­la terra. Aprire le ostilità verso il crocifisso vuol dire opporsi a quanto di più alto e spirituale sia entrato nella storia dell’umanità, vuol dire fa­re la guerra a se stessi e alla propria coscienza. Per sette giudici di Strasburgo il crocifisso non sarebbe un simbolo neutrale, ma dietro que­sta asserita neutralità si nasconderebbe un provincialismo arido, un vuoto antropologi­co, perfino un filo di ignavia.

Scriveva Jhoann Ficthe che «il cuore del cosmopolita non è o­spizio per nessuno», intendendo dire che gli uomini hanno radici e identità, senza le quali non possono parlare con altri, non possono accogliere con amore altre persone. Un Paese che voglia essere soltanto neutrale sarebbe un guscio vuoto, una parentesi fredda nel fluire della storia. Anche un’Europa che giunga al punto di negare, nascondere, o abbattere, la propria tradizione e identità cristiana diven­terebbe una terra di nessuno, derisa dagli al­tri, incapace di trasmettere i suoi valori più profondi, di confrontarsi con altri popoli e con­tinenti proprio in un’epoca di globalizzazione che chiede incontro e dialogo. Quale europeo avrebbe il coraggio di chiede­re all’Asia buddista di togliere dagli spazi pub­blici i simboli di Buddha il compassionevole, o all’Asia induista le ricche raffigurazioni di quella religione, o ai musulmani di nasconde­re il Corano, tacere il nome di Allah in pubbli­co e celare la propria fede nelle scuole? Nes­suno avrebbe il coraggio di farlo, perché pro­verebbe istintivamente vergogna interiore nel proporre agli altri di spogliarsi della propria storia e tradizione religiosa.

Chi predicasse questa neutralità sarebbe respinto come un e­straneo, riguardato come un essere senza cuo­re e passione. Il crocifisso non divide gli uo­mini, li unisce in un orizzonte di valori che so­no a servizio dell’umanità intera, alla base del dialogo interreligioso per il bene degli uomini e della società. Con questa sentenza, una cer­ta Europa perde di nuovo l’innocenza, come altre volte è avvenuto in passato, perché tradi­sce sé e le proprie origini, apre una ferita nel­la propria anima, e offende con il crocifisso tutti i simboli e ogni coscienza religiosa. Se ap­plicassimo la pronuncia di Strasburgo al mon­do intero, questo – come ha notato ieri il pre­sidente della Cei, cardinal Bagnasco – diver­rebbe più povero. E si allontanerebbe un po’ dal cielo. Ma la stragrande maggioranza degli uomini non vorrebbe una deriva così triste e continuerebbe a venerare ed esibire con or­goglio i simboli della propria fede.
Di  Redazione  (inviato il 05/11/2009 @ 23:28:58)
# 6
LA BATTAGLIA SU UN SIMBOLO
Steafano Rodotà
La Repubblica, 4 novembre 2009
Ancora una volta una sentenza prevedibile, ben argomentata giuridicamente, non suscita le riflessioni che meritano le difficili questioni affrontate, ma induce a proteste sopra le righe, annunci di barricate, ambigue sottovalutazioni.
Dovremmo ricordare che le precedenti decisioni italiane, che avevano ritenuto legittima la presenza del crocifisso nelle aule, erano state assai criticate per la debolezza del ragionamento giuridico, per il ricorso ad argomenti che nulla avevano a che fare con la legittimità costituzionale. E, considerando il fatto che la nostra Corte costituzionale aveva ritenuto inammissibile per ragioni formali un ricorso in materia, s'era parlato addirittura di una "fuga della Corte", nelle cui sentenze si potevano ritrovare molte indicazioni nel senso della illegittimità della esposizione del crocifisso.
Nella decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, che ha ritenuto quella esposizione in contrasto con quanto disposto dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, non v'è traccia alcuna di sottovalutazione della rilevanza della religione, della quale, al contrario, si mette in evidenza l'importanza addirittura determinante per quanto riguarda il diritto dei genitori di educare i figli secondo le loro convinzioni e la libertà religiosa degli alunni. La sentenza, infatti, sottolinea come la scuola sia un luogo dove convivono presenze diverse, caratterizzate da molteplici credenze religiose o dal non professare alcuna religione.
Si tratta, allora, di evitare che la presenza di un "segno esteriore forte" della religione cattolica, quale certamente è il crocifisso, "possa essere perturbante dal punto di vista emozionale per gli studenti di altre religioni o che non ne professano alcuna".
Inoltre, il rispetto delle convinzioni religiose di alcuni genitori non può prescindere dalle convinzioni degli altri genitori. È in questo crocevia che si colloca la decisione dei giudici di Strasburgo che, in ossequio al loro mandato, devono garantire equilibri difficili, evitare ingiustificate prevaricazioni, assicurare la tutela d'ogni diritto.
Non si può ricorrere, infatti, all'argomento maggioritario, come incautamente aveva fatto il Tar del Veneto, che per primo aveva respinto la richiesta di togliere il crocifisso dalle aule, ricorrendo ai risultati di un sondaggio che sottolineava come la grande maggioranza degli interpellati fosse a favore del mantenimento di quel simbolo. Un grande teorico del diritto, Ronald Dworkin, ha ricordato che «l'istituzione dei diritti è cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate. Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuole far funzionare il diritto, dev'essere ancor più sincera». La garanzia del diritto, fosse pure quella di uno solo, è sempre un essenziale punto di riferimento per misurare proprio la tenuta di uno Stato costituzionale.
Guai a considerare la sentenza di ieri come un documento che apre un insanabile conflitto, che nega l'identità europea, che è "sintomo di una dittatura del relativismo", addirittura "un colpo mortale all'Europa dei valori e dei diritti". Soprattutto da chi ha responsabilità di governo sarebbe lecito attendersi un linguaggio più sorvegliato. Non vorrei che, abbandonandosi a queste invettive e parlando di una "corte europea ideologizzata", si volesse trasferire in Europa lo stereotipo devastante dei giudici "rossi", che tanti guai sta procurando al nostro paese.
Allo stesso modo sarebbe sbagliato se il fronte "laicista" cavalcasse il pronunciamento per rilanciare una battaglia anti-cristiana. Mantenendo lucidità di giudizio, si dovrebbe piuttosto concludere che la sentenza della Corte europea vuole sottrarre il crocifisso a ogni contesa. In questo è la sua superiore laicità. Viviamo tempi in cui la difesa della libertà religiosa non può essere disgiunta dal rispetto del pluralismo, da una riflessione più profonda sulla convivenza tra diversi.
L'ossessione identitaria, manifestata anche in questa occasione e che percorre pericolosamente i territori dell'Unione europea, era lontanissima dai pensieri e dalla consapevolezza che ispirarono i padri fondatori dell'Europa, tra i quali i cattolici Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, che proprio quando si scrisse la Convenzione sui diritti dell'uomo nel 1950, quella sulla quale è fondata la sentenza di ieri, mai cedettero alla tentazione di ancorarla a "radici cristiane", che avrebbero introdotto un elemento di divisione nel momento in cui si voleva unificare l'Europa, anche intorno all' eguale diritto di tutti e di ciascuno. Dobbiamo rimpiangere quella lungimiranza? Questa sentenza ci porta verso un' Europa più ricca, verso un'Italia in cui si rafforzano le condizioni della convivenza tra diversi, dove acquista pienezza quel diritto all'educazione dei genitori che i cattolici rivendicano, ma che deve valere per tutti.
Libera anche il mondo cattolico da argomentazioni strumentali che, pur di salvare quella presenza sui muri delle scuole, riducevano il simbolo drammatico della morte di Cristo a una icona culturale, ad una mediocre concessione compromissoria ai partiti d'ispirazione cristiana (così è scritto nella memoria presentata a Strasburgo della nostra Avvocatura dello Stato). L'Europa ci guarda e, con il voto unanime dei suoi giudici, ci aiuta.
Di  Redazione  (inviato il 05/11/2009 @ 23:56:59)
# 7
Mi infilo anch’io in questo ginepraio di discussione su il crocifisso. Mi sembra riduttivo porre la questione limitatamente al mancato rispetto verso chi la pensa diversamente oppure ad una sorta di difesa del crocifisso come ultimo avamposto cattolico.
Vorrei porre l’attenzione ad un altro livello.
Il cristianesimo è stata solo una religione che si è imposta rispetto ad altre, oppure nella sua specificità ed evoluzione storica è stata la vera differenza costitutiva dell’intero continente europeo? Cioè, possiamo dire con certezza che noi, uomini moderni, siamo quello che siamo (credenti e non credenti) grazie ad una concezione che ci ha detto che cosa è l’uomo, il suo valore, la sua dignità a partire dall’avvento di Gesù Cristo?
Questo avvento è stato unico nel suo genere e nelle sue conseguenze.
E’ stata la vera RIVOLUZIONE
Non posso farla lunga, ma non capire questo, anche da parte di amici cattolici qui presenti, mi sembra, lo ripeto, riduttivo. Allora la questione è di conoscenza. Noi tutti parliamo di religione e cristianesimo e pretendiamo di esprime un parere a partire da una non conoscenza di che cosa è il cristianesimo. È come se avessimo la cataratta (ideologica) sugli occhi e non ci rendiamo conto della grandezza che ci è capitata. È una grandezza non solo per me che sono credente ma anche per coloro che credono di non credere. È per tutti gli uomini e si pone con libertà alla libertà di tutti. È talmente ovvio da non rendersene conto. Oggi affermare il rispetto, anche nelle sue forme esteriori, di quello che è ed è stato il cristianesimo, è l’espressione di una libertà offerta a tutti. È affermare una verità non in termini confessionali ma oggettiva e umanamente ragionevole.
Saluti
Di  Antonio Trimboli  (inviato il 06/11/2009 @ 23:53:50)
# 8
Caro Antonio
Non sto a sottilizzare più di tanto sulle parole e ti dico che concordo con tutto quello che hai scritto. Ma penso anche che non sia in contraddizione con alcune delle cose affermate qui sia dai credenti sia dai non credenti. E ti dico anche che nessuno è esente dal morbo della cataratta ideologica, e che è nostro dovere accettare, lasciare, che un altro (anche con la A maiuscola) ci levi la cataratta.
Anch’io, come te, vorrei porre l’attenzione ad un altro livello. Il punto però sui cui fare attenzione, secondo me, è il seguente. Il fare presente il contesto storico in cui l’istituzione del crocefisso nei luoghi statali è nata non è un ennesimo proclama antifascista (che certo non fa mai male); si vuole invece sottolineare un altro aspetto che provo a chiarire.
Il fatto è che il crocefisso nelle scuole è frutto di un progetto di potere, è il frutto di una eresia antichissima (Costantino imperatore, 330 d.C.) che ha sempre abitato e sempre abiterà la comunità cristiana (laici e clero, tutti quanti). Questa eresia provo a definirla così: credere che la vita (e se vogliamo la anche la prosperità) del corpo di Cristo sulla Terra e nella storia sia, il frutto, il risultato, l’effetto della mia capacità di progetto politico, cioè della nostra capacità di fare accordi con i potenti dell’economia o della politica, se non del nostro trasformarci personalmente in potentati politici o economici. Secondo la nostra fede la fonte di acqua pura che vivifica il corpo di Cristo è lo Spirito Santo; secondo una mentalità terrena, una mentalità di questo mondo, una mentalità mondana (ma anche di quello di mille anni fa e di quello fra mille anni) è un progetto molto ma molto umano che fa vivere il corpo di Cristo sulla Terra, un progetto che ha di mira il potere politico o il potere economico, cioè in ultima istanza di potere. Occorre allora avere ben chiaro che siamo NEL mondo ma non siamo DEL mondo, perché il Regno di Cristo è ma anche non è di questo mondo.
Attenzione. Non sto dicendo che il cristiano non deve progettare e realizzare opere su questa terra affinché la vita terrena sia conforme alla volontà di Cristo, cioè al principio “ama il prossimo come te stesso”; un passione per l’umano quando è vera e profonda è sempre molto operativa. Sto dicendo che nella comunità cristiana ci sono Madre Teresa di Calcutta e monsignor Marcinkus, che la chiesa è nello stesso tempo “santa et meretrix”. Le due cose sono in genere ben mescolate insieme ei toni non sono il bianco e il nero come nell’esempio che ho fatto, prevalgono tutte le gradazioni del grigio. Bisogna però saper discernere altrimenti si fa confusione, si fa come i ndranghetisti che pare che siano religiosissimi e in particolare devotissimi a padre Pio, altrimenti si fa come Giancarlo Abelli e sua moglie, i Mastella della Lombardia
Da uno di questi progetti di potere, il Concordato del 1929, è nato il crocefisso nei luoghi statali. Il cristianesimo cattolico è diventato così religione di stato. Ma il cristianesimo non può e non deve essere religione di stato.
Il crocefisso nelle scuole e altri rottami di un passato sono cose che hanno giustamente generato scandalo, che hanno tenuto lontano troppa gente dalla comunità cristiana, perché sono il prodotto di un progetto di potere. E quando un Cristiano si affida a un progetto di potere sia esso politico sia esso economico significa nella migliore delle ipotesi che ha paura, significa che non si fida più di Gesù Cristo, significa che sta adorando un vitello d’oro, oppure nella peggiore delle ipotesi significa che ha venduto l’anima al diavolo.
Il crocefisso è per me soprattutto il simbolo della differenza cristiana e di fronte ad esso l’unica domanda che si pone è: chi dite che io sia? E la risposta non può e non deve essere “un uomo saggio che ha dato forma alla cultura europea” perché se no si fa il miracolo di Cana la contrario, si trasforma il vino in acqua. Ed questa domanda centrale che ha come logica conseguenza il fatto che il crocefisso non può stare appeso nelle sedi statali per decreto.
Altro è che chi abita in queste sedi decida liberamente e di comune accordo di fare presente la propria fede, di qualunque religione sia, con dei segni nei luoghi in cui vive. Questo sarebbe il segno di una ricchezza umana e di questo c’è bisogno.
Di  David Arboit  (inviato il 07/11/2009 @ 09:05:58)
# 9
Posso comprendere che da noi la questione porti inevitabilmente a discorsi sul contenuto e sul valore del simbolo.

Valore che per chi è parte di questa storia (e noi tutti lo siamo, veniamo da lì; non solo da lì ma è parte di grande rilievo) ha carattere forte.
Tuttavia anche se importanti queste riflessioni, non credo siano corrispondenti alla questione che la commissione europea pone, per la sua parte di non immediata comprensione e condivisione.

Un simbolo determinante di una civiltà, quale che sia, deve essere rispettato da tutti.
Europei, come la ricorrente (italiana di origine finlandese) o da ogni dove provenienti.
Così come noi europei dobbiamo rispettare simboli religiosi e comportamenti che con la nostra civiltà hanno meno a che vedere, o addirittura nulla.

Ciò che questa decisione fa emergere è la insostituibile funzione della tolleranza: tutti, singolo cittadino o istituzione, comunità religiosa europea o non europea, alla tolleranza dobbiamo richiamarci, non possiamo farne a meno se vogliamo e dobbiamo convivere in questo pianeta che si fa sempre più piccolo e ci avvicina sempre più gli uni agli altri..

Comprendere, rispettare e tutelare il diritto dell'altro, degli altri: soprattutto quando ha valori o credenze diverse dalla nostra, dalla tua.
Di  luigi saccavini  (inviato il 07/11/2009 @ 20:38:37)
# 10
Rieccoci Caro David. Tu denunci ed evidenzi con una certa sottolineatura la “commistione” pericolosa con il potere quando si parla di presenza di Cristo nella storia. Riconosci, come dici tu stesso, che non può esistere, nel comportamento umano, il bianco ed il nero ma che esistono tutte la gradazioni possibili di grigio. Però delle due una: o la realtà è talmente commistionata con il male e allora non sopportandola ci estraiamo dalla stessa, oppure, riconoscendo che Cristo si è totalmente coinvolto con la nostra condizione umana, questa Presenza convive in modo misterioso dentro le miserie umane e sostiene anche gli atti di bene che gli uomini sono capaci di fare.
Molto semplicemente è la parabola del grano e della zizzania che ci porteremo sempre appresso fino alla fine. E’ il grande mistero, almeno così io lo percepisco, della libertà data all’uomo. Non bisogna estraniarsi, ma vivere responsabilmente quello che la realtà ci pone davanti e senza che questo produca automaticamente etichette sulle persone (buona – cattiva).

La Chiesa è come una vita e come tale cresce e continua ad “evolversi”. Pertanto quello che una volta era chiamata religione di stato oggi non lo è più e non avrebbe senso pretendere forme di restaurazione in questo senso. A conferma di ciò basti pensare a quello che è stato il così detto partito dei cattolici che oggi non esiste più e a tanti sembra anacronistico pensare di riesumarlo. Ma ciò non diminuisce ma incrementa la responsabilità dei cattolici verso se stessi e verso gli altri: comunicare ed offrire alla libertà di tutti la bellezza della propria esperienza cristiana. Per meno no ne vale la pena, anche se si è impegnati in politica.
Di  Antonio Trimboli  (inviato il 08/11/2009 @ 20:19:38)
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