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DISCORSO DI PORTATA EPOCALE DI BARACK OBAMA ALL’ONU
Di Redazione (del 24/09/2009 @ 09:12:39, in Politica internazionale, linkato 2481 volte)
di David Arboit Con un discorso di portata epocale Barack Obama spazza via definitivamente la cultura politica dell’era di G.W. Bush. Era una cultura antica comunque, non certamente attribuibile al presidente mezza-cartuccia G.B. Era una cultura che aveva avuto il massimo esponente in Henry Kissinger, un uomo che è ben poco definire senza scrupoli, e che ha avuto recentemente un degno continuatore (nella mancanza di scrupoli ovviamente, ma non nella intelligenza politica) in Dick Cheney.
Sì, certamente è stata spazzata via la cultura, ma ben altra cosa è sgretolare il blocco di potere che quella cultura ha costruito e in particolare quell’apparato industrial-militare che da sempre condiziona le scelte dei presidenti degli Stati Uniti indirizzandole verso opzioni di politica internazionale che sembrano politicamente assurde o suicide ma che sono economicamente molto redditizie per chi riceve le commesse statali.
Certo è però, che Obama ha ben capito che i tempi sono cambiati, che un’ottusa e arrogante politica imperiale e di potenza è ormai semplicemente insostenibile sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista economico. La crescita economica vertiginosa di Paesi come la Cina, come l’India, come il Brasile non può di certo essere arrestata con le minacce. E allora si deve trattare, non è una questione di buona volontà o di buonismo.
Senza essere troppo realisti, senza gettare ombre di scetticismo, spendiamo in questo caso molto volentieri un po’ di ottimismo, e culliamoci per un po’ nel progetto politico utopico che un presidente degli Stati Uniti finalmente sognatore e non brutalmente realista ci propone.
Una nota di colore. Le cronache di questo evento raccontano di un Silvio Berlusconi che durante il discorso di Obama si è spellato le mani e ha fatto ampi e vistosi cenni di assenso. All’inizio del suo discorso ha perfino detto che condivideva totalmente quanto affermato da Barck e che abbreviava il suo discorso per non ripetere cose già dette da lui.
Mi chiedo allora: quale la ragione di questa sua esuberante e vistosa manifestazione di consenso per Obama? Ipotesi: 1) quando si spellava le mani per i discorsi di G.W. Bush non capiva niente; 2) non ha capito niente di quello che ha detto ieri Obama; 3) è uno squallido lecchino voltagabbana.
Leggi il dicorso di Barack Obama
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LA NUOVA ERA DI BARACK ?"DA SOLI NON POSSIAMO FARCELA"
DAL nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
La Repubblica 24 settembre 2009
NEW YORK - Annuncia "una nuova era d'impegno con il resto del mondo". L'America è cambiata, sa "che non potrà farcela da sola, abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti voi". Barack Obama dà il massimo, seduce, conquista le Nazioni Unite. Gheddafi prova a rubargli la scena con un discorso-fiume alla Fidel Castro, denunciando tutte le malefatte dell'Occidente.
Lo show straripante del leader libico rievoca mezzo secolo di teorie dei complotti, è un confuso processo alla storia che non riesce a graffiare la corazza del carisma di Obama.
Alla sua prima assemblea generale al Palazzo di Vetro, il presidente americano viene interrotto più volte dagli applausi, dai flash delle telecamere: non sono solo fotoreporter, anche i capi di Stato e potenti della terra non resistono al suo fascino, vogliono portare a casa una foto per dire io c'ero, l'ho visto in persona. "Guardate la nuova America - esorta Obama - è quella che chiude il carcere di Guantanamo e rifiuta la tortura". La nazione leader "vivrà all'altezza dei suoi valori", le sue azioni dovranno essere coerenti con i diritti umani. In un passaggio vibrante, emozionato, Obama evoca la sua storia personale, i tabù razziali che ha dovuto sconfiggere per conquistare la Casa Bianca. E ne trae una lezione per la nuova politica estera: "Come afro-americano non dimenticherò mai che non sarei qui oggi se nel mio paese non ci fosse stata la costante ricerca di una unione migliore. Io prometto che l'America starà sempre dalla parte di quelli che si battono per la propria dignità e per i propri diritti".
Il ragazzo figlio di un nero del Kenya, cresciuto all'ombra dei minareti islamici in Indonesia, che era bambino quando Martin Luther King guidava le marce per i diritti civili, al summit dei leader mondiali trova gli accenti di Woodrow Wilson e di Franklin Roosevelt. I due presidenti che difesero la democrazia in Europa, e poi cercarono di costruire un ordine pacifico tra le nazioni. Resuscitando quell'idealismo Obama propone quattro pilastri su cui fondare "il futuro che noi desideriamo per i nostri figli". Il disarmo nucleare, per il quale organizzerà una conferenza ad aprile. La pace in Medio Oriente. Il risanamento ambientale del pianeta. La crescita economica. Scende dal piedistallo della potenza egemone, offre un progetto comune che l'umanità intera può condividere. Parla con umiltà, fa concessioni importanti. "L'America eserciterà il suo ruolo-guida attraverso l'esempio", a cominciare da robusti tagli nel suo arsenale nucleare.
Mai prima di lui un presidente americano ha usato parole così dure verso Israele. Obama pronuncia termini-tabù, definisce "occupazione" quella dei territori palestinesi iniziata nel 1967, condanna come "illegittimi" gli insediamenti di coloni israeliani. In cambio esige dai palestinesi "il riconoscimento di uno Stato ebreo di Israele, la garanzia della sicurezza per tutti gli israeliani".
Ai due Stati-reprobi, Iran e Corea del Nord, che perseguono piani di armamento nucleare nonostante la condanna dell'Onu, mostra un ramoscello d'ulivo. "Mi sono impegnato a offrire maggiore prosperità e una pace sicura ad ambedue le nazioni, se rispettano i loro doveri". In caso contrario, però, "se i governi dell'Iran e della Corea del Nord scelgono di ignorare le regole internazionali, devono esserne tenuti responsabili. Il mondo deve unirsi per dimostrare che la legalità internazionale non è una vuota promessa". Al regime di Teheran dedica un affondo. Obama non può ignorare le masse di iraniani scesi in piazza per protestare contro i brogli elettorali, contro le violenze e le torture dei dissidenti. "La vera leadership non si misura dall'abilità di soffocare il dissenso, di brutalizzare gli oppositori. I cittadini del mondo non tollerano coloro che stanno dalla parte sbagliata della storia". Infine un invito che riguarda anche l'Europa. "Sono arrivato al potere in una fase in cui l'America era vista con sospetto e diffidenza". Ma adesso che la superpotenza ha cambiato strada, "è ora di sbarazzarvi dei riflessi di anti-americanismo, che spesso sono un alibi per l'immobilismo collettivo. Ciascuno assuma la sua parte di responsabilità per risolvere i problemi globali".
E' in quei giacimenti di antiamericanismo che cerca di trivellare Gheddafi. La sua sceneggiata oratoria ricorda i momenti più grotteschi della storia dell'Onu, come la scarpa sbattuta sul tavolo dal leader sovietico Nikita Krusciov nel 1960. Impadronitosi della tribuna per un'ora e 35 minuti (sei volte il tempo massimo), rovesciando torrenti di parole che mettono a dura prova le staffette degli interpreti, il leader libico ricostruisce la "sua storia" dell'ultimo mezzo secolo, un'interminabile catena di crimini dell'America e dell'Occidente in cui si accavallano alla rinfusa l'assassinio di John Kennedy e l'esecuzione di Saddam Hussein, l'invasione di Grenada (Ronald Reagan 1983) e gli arresti recenti di pirati Somali ("siamo tutti pirati!" urla). Si chiede perché le Nazioni Unite siano a New York, "dove tutti soffrono il jetlag", anziché alla Mecca. Calpesta ogni galateo, travolge i gentlemen's agreement istituzionali. Ma anche Gheddafi raccoglie la sua dose di applausi. E giustifica così il cinico commento del neocon John Bolton, ex ambasciatore di Bush all'Onu: "Nella sua ingenuità il presidente pensa che le altre nazioni lo seguiranno perché lui è lui. Per il solo fatto che l'America è cambiata s'illude che cambierà anche il mondo".
I dossier spinosi del nucleare iraniano e del Medio Oriente metteranno presto alla prova il nuovo corso di Barack Obama. Ma nel giorno della sua prima assemblea generale dell'Onu la sua statura giganteggia, la magìa si ripete.
DAL nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
La Repubblica 24 settembre 2009
NEW YORK - Annuncia "una nuova era d'impegno con il resto del mondo". L'America è cambiata, sa "che non potrà farcela da sola, abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti voi". Barack Obama dà il massimo, seduce, conquista le Nazioni Unite. Gheddafi prova a rubargli la scena con un discorso-fiume alla Fidel Castro, denunciando tutte le malefatte dell'Occidente.
Lo show straripante del leader libico rievoca mezzo secolo di teorie dei complotti, è un confuso processo alla storia che non riesce a graffiare la corazza del carisma di Obama.
Alla sua prima assemblea generale al Palazzo di Vetro, il presidente americano viene interrotto più volte dagli applausi, dai flash delle telecamere: non sono solo fotoreporter, anche i capi di Stato e potenti della terra non resistono al suo fascino, vogliono portare a casa una foto per dire io c'ero, l'ho visto in persona. "Guardate la nuova America - esorta Obama - è quella che chiude il carcere di Guantanamo e rifiuta la tortura". La nazione leader "vivrà all'altezza dei suoi valori", le sue azioni dovranno essere coerenti con i diritti umani. In un passaggio vibrante, emozionato, Obama evoca la sua storia personale, i tabù razziali che ha dovuto sconfiggere per conquistare la Casa Bianca. E ne trae una lezione per la nuova politica estera: "Come afro-americano non dimenticherò mai che non sarei qui oggi se nel mio paese non ci fosse stata la costante ricerca di una unione migliore. Io prometto che l'America starà sempre dalla parte di quelli che si battono per la propria dignità e per i propri diritti".
Il ragazzo figlio di un nero del Kenya, cresciuto all'ombra dei minareti islamici in Indonesia, che era bambino quando Martin Luther King guidava le marce per i diritti civili, al summit dei leader mondiali trova gli accenti di Woodrow Wilson e di Franklin Roosevelt. I due presidenti che difesero la democrazia in Europa, e poi cercarono di costruire un ordine pacifico tra le nazioni. Resuscitando quell'idealismo Obama propone quattro pilastri su cui fondare "il futuro che noi desideriamo per i nostri figli". Il disarmo nucleare, per il quale organizzerà una conferenza ad aprile. La pace in Medio Oriente. Il risanamento ambientale del pianeta. La crescita economica. Scende dal piedistallo della potenza egemone, offre un progetto comune che l'umanità intera può condividere. Parla con umiltà, fa concessioni importanti. "L'America eserciterà il suo ruolo-guida attraverso l'esempio", a cominciare da robusti tagli nel suo arsenale nucleare.
Mai prima di lui un presidente americano ha usato parole così dure verso Israele. Obama pronuncia termini-tabù, definisce "occupazione" quella dei territori palestinesi iniziata nel 1967, condanna come "illegittimi" gli insediamenti di coloni israeliani. In cambio esige dai palestinesi "il riconoscimento di uno Stato ebreo di Israele, la garanzia della sicurezza per tutti gli israeliani".
Ai due Stati-reprobi, Iran e Corea del Nord, che perseguono piani di armamento nucleare nonostante la condanna dell'Onu, mostra un ramoscello d'ulivo. "Mi sono impegnato a offrire maggiore prosperità e una pace sicura ad ambedue le nazioni, se rispettano i loro doveri". In caso contrario, però, "se i governi dell'Iran e della Corea del Nord scelgono di ignorare le regole internazionali, devono esserne tenuti responsabili. Il mondo deve unirsi per dimostrare che la legalità internazionale non è una vuota promessa". Al regime di Teheran dedica un affondo. Obama non può ignorare le masse di iraniani scesi in piazza per protestare contro i brogli elettorali, contro le violenze e le torture dei dissidenti. "La vera leadership non si misura dall'abilità di soffocare il dissenso, di brutalizzare gli oppositori. I cittadini del mondo non tollerano coloro che stanno dalla parte sbagliata della storia". Infine un invito che riguarda anche l'Europa. "Sono arrivato al potere in una fase in cui l'America era vista con sospetto e diffidenza". Ma adesso che la superpotenza ha cambiato strada, "è ora di sbarazzarvi dei riflessi di anti-americanismo, che spesso sono un alibi per l'immobilismo collettivo. Ciascuno assuma la sua parte di responsabilità per risolvere i problemi globali".
E' in quei giacimenti di antiamericanismo che cerca di trivellare Gheddafi. La sua sceneggiata oratoria ricorda i momenti più grotteschi della storia dell'Onu, come la scarpa sbattuta sul tavolo dal leader sovietico Nikita Krusciov nel 1960. Impadronitosi della tribuna per un'ora e 35 minuti (sei volte il tempo massimo), rovesciando torrenti di parole che mettono a dura prova le staffette degli interpreti, il leader libico ricostruisce la "sua storia" dell'ultimo mezzo secolo, un'interminabile catena di crimini dell'America e dell'Occidente in cui si accavallano alla rinfusa l'assassinio di John Kennedy e l'esecuzione di Saddam Hussein, l'invasione di Grenada (Ronald Reagan 1983) e gli arresti recenti di pirati Somali ("siamo tutti pirati!" urla). Si chiede perché le Nazioni Unite siano a New York, "dove tutti soffrono il jetlag", anziché alla Mecca. Calpesta ogni galateo, travolge i gentlemen's agreement istituzionali. Ma anche Gheddafi raccoglie la sua dose di applausi. E giustifica così il cinico commento del neocon John Bolton, ex ambasciatore di Bush all'Onu: "Nella sua ingenuità il presidente pensa che le altre nazioni lo seguiranno perché lui è lui. Per il solo fatto che l'America è cambiata s'illude che cambierà anche il mondo".
I dossier spinosi del nucleare iraniano e del Medio Oriente metteranno presto alla prova il nuovo corso di Barack Obama. Ma nel giorno della sua prima assemblea generale dell'Onu la sua statura giganteggia, la magìa si ripete.
Di
Redazione
(inviato il 24/09/2009 @ 14:08:57)
ORA IL MONDO DEVE PRESTARE ATTENZIONE?ALLA MANO TESA DI UN PRESIDENTE SINCERO
di VITTORIO ZUCCONI
La Repubblica 24 settembre 2009
NEW YORK - Dietro le parole sempre nobili, e la sua impareggiabile capacità di enunciarle con la passione che incendiò la campagna elettorale, la storia che Barack Obama ha dipanato per i rappresentanti del mondo nel suo primo discorso all'Onu è la spietata narrazione di un fallimento, insieme globale e americano. Il fallimento della comunità internazionale di fronte a inutili stragi da fame e da guerre.
Delle impotenti Nazioni Unite nell'essere qualcosa più di una agenzia per la protezione civile globale e la distribuzione di pacchi e coperte. Il ritardo colpevole nell'affrontare il disastro del riscaldamento e dei gas industriali. E il fallimento del suo predecessore, George Bush nel lasciare, dopo due guerre, un mondo che somigli alla promessa di sicurezza e di egemonia, come voleva il testamento dei neo conservatori sull'impossibile "Nuovo Secolo Americano".
Senza mai sconfessare, accusare o anche soltanto nominare il suo predecessore, che sarebbe un atto imperdonabile nel galateo civico americano, i 38 minuti di arringa obamania hanno tracciato un ritratto amaro del mondo che lui, e altre 189 nazioni raccolte all'Onu, hanno ereditato dalla allucinazione dell'interventismo unilaterale spacciato per idealismo e che ora dovrebbero raddrizzare attraverso una nuovo di "multilateralismo pragmatico". Nel quale, pensa il Presidente riprendendo in chiave diplomatica il tema che sollevò temerariamente di fronte alla comunità afro-americana sempre esposta al vittimismo razziale, l'America per prima, ma tutte le altre nazioni, "devono assumersi le proprie responsabilità", anziché scaricare gli altri, specialmente sugli Stati Uniti, le conseguenze delle loro scelte e del maltrattamento dei propri cittadini.
La critica forte, anche se implicita, che questa nuova amministrazione muove a chi l'ha preceduta è in quella impossibilità di "imporre la democrazia", dice Obama, a chi non è pronto ad accettarla o a chi non ha maturato le condizioni interne per radicarla. Non si tratta di rinunciare al "diritto di usare la forza per difendere la sicurezza degli Stati Uniti, per la quale non chiederò il permesso a nessuno". Ma di riconoscere che la premessa ideologica fondamentale di quella dottrina Bush alla quale lo stesso Bush aveva rinunciato nel suo secondo turno nello Studio Ovale, indignando il suo vice Cheney, era fallace. E l'America non può essere da sola, o con chi la segue (ricordate la "coalizione dei volontari sbriciolata in Iraq"?) la forza che decide, con sospetta selettività, dove e quando cambiare regimi sgraditi. Perché "se nessuna nazione deve essere condannata a subire la tirannide del proprio governo, nessuna nazione deve essere sottoposta alla tirannide di un governo straniero".
Il limite di questo "multilateralismo pragmatico" spiegato da Obama a un'assemblea che non sempre lo ha accolto entusiasticamente, è che occorre essere almeno in due, per fare progressi e risolvere problemi. E non sempre la capacità persuasiva, il carisma oggi un po' calante e la forza della storia personale del presidente bastano per convincere avversari, nemici, fanatici, a più ragionevoli consigli. E' importante che il nuovo capo della nazione americana spieghi di avere obbiettivi concreti, come i quattro che ha elencati - l'arresto della proliferazione nucleare, la messa al bando degli esperimenti atomici, la guerra collettiva al degrado della Terra provocato dall'attività umana e la nuova regolamentazione dell'economia e della finanza globali - ma la falla nella "dottrina Obama" è nella disponibilità degli altri a partecipare alla partita. "Purtroppo né l'Iran né la Corea del Nord hanno rispettato i loro obblighi internazionali". E allora?
E allora il paradosso è che la soluzione dipende da coloro che hanno creato il problema, come Ahmadinejad, che ha parlato ieri sera. Un dilemma evidente soprattutto in quel conflitto fra Israele e Palestina per il quale Obama chiede al governo Netanyahu di mettere fine agli insediamenti, una richiesta pubblica che ha immediatamente infuriato il governo ebraico, e ai governi arabi di rinunciare a quella "propaganda al vetriolo" contro Israele che danneggia la stessa causa della Palestina sovrana.
Sul fallimento continuo che questa istituzione, l'Onu, e il bushismo, si sono lasciato dietro, anche il giudizio dell'America è chiaro, dimostrato nella crescente opposizione anche alla "guerra giusta", quella a Kabul. Ma è il passaggio alla persuasione diplomatica, al multilateralismo pragmatico che lascia scettici i duri a morire del bushismo, come l'ex ambasciatore di Bush all'Onu, John Bolton, che ha subito accusato Obama di avere "messo la testa di Israele sul bancone del macellaio".
Il Presidente, predicando la responsabilità collettiva e la fine dell'America "cavaliere solitario" si limita in sostanza a fare i conti con il mondo devastato da crisi ambientali, belliche, etiche e finanziarie, costate finora "duemila miliardi di dollari" che ha ereditato da Bush, puntando su una razionalità e una ragionevolezza che scarseggia. Lo ha dimostrato parlando dopo di lui Gheddafi in uno sproloquio tragicomico trascinato per 100 minuti strazianti di fronte a un'assemblea sbigottita e progressivamente deserta. Ha fatto a Obama il dubbio favore di chiamarlo "il nostro figlio", il figlio d'Africa, e all'Italia il dubbio onore di indicarci come esempio. Ma se a Gheddafi pochi hanno dato ascolto, abbandonando in massa l'aula dell'assemblea, la domanda seria è: il mondo presterà attenzione alla mano tesa da Obama, dopo avere respinto il pugno di Bush?
di VITTORIO ZUCCONI
La Repubblica 24 settembre 2009
NEW YORK - Dietro le parole sempre nobili, e la sua impareggiabile capacità di enunciarle con la passione che incendiò la campagna elettorale, la storia che Barack Obama ha dipanato per i rappresentanti del mondo nel suo primo discorso all'Onu è la spietata narrazione di un fallimento, insieme globale e americano. Il fallimento della comunità internazionale di fronte a inutili stragi da fame e da guerre.
Delle impotenti Nazioni Unite nell'essere qualcosa più di una agenzia per la protezione civile globale e la distribuzione di pacchi e coperte. Il ritardo colpevole nell'affrontare il disastro del riscaldamento e dei gas industriali. E il fallimento del suo predecessore, George Bush nel lasciare, dopo due guerre, un mondo che somigli alla promessa di sicurezza e di egemonia, come voleva il testamento dei neo conservatori sull'impossibile "Nuovo Secolo Americano".
Senza mai sconfessare, accusare o anche soltanto nominare il suo predecessore, che sarebbe un atto imperdonabile nel galateo civico americano, i 38 minuti di arringa obamania hanno tracciato un ritratto amaro del mondo che lui, e altre 189 nazioni raccolte all'Onu, hanno ereditato dalla allucinazione dell'interventismo unilaterale spacciato per idealismo e che ora dovrebbero raddrizzare attraverso una nuovo di "multilateralismo pragmatico". Nel quale, pensa il Presidente riprendendo in chiave diplomatica il tema che sollevò temerariamente di fronte alla comunità afro-americana sempre esposta al vittimismo razziale, l'America per prima, ma tutte le altre nazioni, "devono assumersi le proprie responsabilità", anziché scaricare gli altri, specialmente sugli Stati Uniti, le conseguenze delle loro scelte e del maltrattamento dei propri cittadini.
La critica forte, anche se implicita, che questa nuova amministrazione muove a chi l'ha preceduta è in quella impossibilità di "imporre la democrazia", dice Obama, a chi non è pronto ad accettarla o a chi non ha maturato le condizioni interne per radicarla. Non si tratta di rinunciare al "diritto di usare la forza per difendere la sicurezza degli Stati Uniti, per la quale non chiederò il permesso a nessuno". Ma di riconoscere che la premessa ideologica fondamentale di quella dottrina Bush alla quale lo stesso Bush aveva rinunciato nel suo secondo turno nello Studio Ovale, indignando il suo vice Cheney, era fallace. E l'America non può essere da sola, o con chi la segue (ricordate la "coalizione dei volontari sbriciolata in Iraq"?) la forza che decide, con sospetta selettività, dove e quando cambiare regimi sgraditi. Perché "se nessuna nazione deve essere condannata a subire la tirannide del proprio governo, nessuna nazione deve essere sottoposta alla tirannide di un governo straniero".
Il limite di questo "multilateralismo pragmatico" spiegato da Obama a un'assemblea che non sempre lo ha accolto entusiasticamente, è che occorre essere almeno in due, per fare progressi e risolvere problemi. E non sempre la capacità persuasiva, il carisma oggi un po' calante e la forza della storia personale del presidente bastano per convincere avversari, nemici, fanatici, a più ragionevoli consigli. E' importante che il nuovo capo della nazione americana spieghi di avere obbiettivi concreti, come i quattro che ha elencati - l'arresto della proliferazione nucleare, la messa al bando degli esperimenti atomici, la guerra collettiva al degrado della Terra provocato dall'attività umana e la nuova regolamentazione dell'economia e della finanza globali - ma la falla nella "dottrina Obama" è nella disponibilità degli altri a partecipare alla partita. "Purtroppo né l'Iran né la Corea del Nord hanno rispettato i loro obblighi internazionali". E allora?
E allora il paradosso è che la soluzione dipende da coloro che hanno creato il problema, come Ahmadinejad, che ha parlato ieri sera. Un dilemma evidente soprattutto in quel conflitto fra Israele e Palestina per il quale Obama chiede al governo Netanyahu di mettere fine agli insediamenti, una richiesta pubblica che ha immediatamente infuriato il governo ebraico, e ai governi arabi di rinunciare a quella "propaganda al vetriolo" contro Israele che danneggia la stessa causa della Palestina sovrana.
Sul fallimento continuo che questa istituzione, l'Onu, e il bushismo, si sono lasciato dietro, anche il giudizio dell'America è chiaro, dimostrato nella crescente opposizione anche alla "guerra giusta", quella a Kabul. Ma è il passaggio alla persuasione diplomatica, al multilateralismo pragmatico che lascia scettici i duri a morire del bushismo, come l'ex ambasciatore di Bush all'Onu, John Bolton, che ha subito accusato Obama di avere "messo la testa di Israele sul bancone del macellaio".
Il Presidente, predicando la responsabilità collettiva e la fine dell'America "cavaliere solitario" si limita in sostanza a fare i conti con il mondo devastato da crisi ambientali, belliche, etiche e finanziarie, costate finora "duemila miliardi di dollari" che ha ereditato da Bush, puntando su una razionalità e una ragionevolezza che scarseggia. Lo ha dimostrato parlando dopo di lui Gheddafi in uno sproloquio tragicomico trascinato per 100 minuti strazianti di fronte a un'assemblea sbigottita e progressivamente deserta. Ha fatto a Obama il dubbio favore di chiamarlo "il nostro figlio", il figlio d'Africa, e all'Italia il dubbio onore di indicarci come esempio. Ma se a Gheddafi pochi hanno dato ascolto, abbandonando in massa l'aula dell'assemblea, la domanda seria è: il mondo presterà attenzione alla mano tesa da Obama, dopo avere respinto il pugno di Bush?
Di
Redazione
(inviato il 24/09/2009 @ 14:10:21)
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