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FRANCESCHINI AI CIRCOLI DEL PD: LA PRESENZA NEL TERRITORIO è LA NOSTRA FORZA
Di Redazione (del 23/03/2009 @ 10:19:44, in Politica nazionale, linkato 1055 volte)
Siamo un partito vero, siamo un partito di popolo, siamo una partito che vuole cambiare tutto. Abbiamo anche una compito straordinario: fare un partito, dentro una crisi enorme e inaspettata, dentro un secolo nuovo dove sta cambiando tutto, stanno cambiando tutti i punti di riferimento, anche quelli che sembravano insostituibili.
Abbiamo anche il compito di aiutare gli italiani che adesso sono in difficoltà anche stando all’opposizione; perché si può aiutare anche stando all’opposizione. La sfida di un partito riformista è proprio questa: riuscire a mettere insieme nel proprio ruolo di opposizione la capacità di protesta, perché quando si è all’opposizione bisogna avere anche la forza di contestare, di criticare le misure quando sono inadeguate, e la capacità di proposta, che non rinuncia mai a mettere in campo un’idea, che può essere migliore, che può essere portata in Parlamento, che può essere portata la voto, e che può servire per migliorare le situazioni del proprio paese.
Il PD è un partito che denuncia con onestà la durezza della crisi. La durezza della crisi nelle sue immediate conseguenze ma anche nelle sue opportunità di cambiamento. Qualcuno ha detto che siamo troppo pessimisti, che non bisogna dire alle persone che stiamo attraversando un periodo di difficoltà, ma che bisogna dire che va tutto bene. Io credo che le classi dirigenti abbiano il dovere di dire la verità, abbiano il dovere di dire che cosa ci aspetta, abbiano il dovere di dire che cosa sta succedendo nel Paese e di dirlo in modo chiaro. I numeri che si leggono sui giornali sempre parlano chiaro. Comunque sappiate che 14 milioni di italiani prendono meno di 1300 euro al mese, il 28% degli italiani non ha i soldi per affrontare una spesa imprevista, il 10% non ha i mezzi per pagare le bollette, il 4% non ha i soldi per fare la spesa, 10% non ha i soldi per affrontare delle spese mediche, il 16% non ha i soldi per pagarsi i vestiti e questi sono numeri di prima che esplodesse la crisi di settembre. Immaginiamo di quanto possono essersi aggravati. Allora rispetto a questo è giusto fare come sta facendo il nostro presidente del consiglio, negare l’esistenza della crisi, dire che va tutto bene, dire che devono consumare di più? Ma come fanno a consumare se non hanno i soldi?
Noi non abbiamo mai pensati di dire che la crisi è colpa di Berlusconi, perché la crisi e globale in un mondo globalizzato, ma la crisi impatta nei diversi paesi in modi diversi a seconda della robustezza del sistema economia, noi siamo una delle economie più fragili. Ma soprattutto la crisi impatta in modo diverso a seconda dei provvedimenti che i governi dei diversi paesi prendono. E allora perché negare? Perché addirittura rivendicare “siamo stati i primi a prevedere la crisi”? Ma se l’avevano prevista perché hanno fatto tutto a rovescio? Perché hanno buttato 5 miliardi di euro con l’operazione Alitalia? Perché hanno tolto l’ICI ai redditi più alti? Perché hanno detassato gli straordinari quando gli straordinari non ci sono più perché le aziende non riescono a vendere la merce? Perché hanno tassato le banche per poi qualche mese dopo intervenire con soldi pubblici per sostenere le banche? Perché non sono partiti sostenendo i redditi più bassi?
Ma qui da noi, mentre negli altri paesi si parlava di crisi e di soluzioni, qui da noi si è parlato di tutto salvo che della crisi, la giustizia, le intercettazioni, la strumentalizzazione del caso Englaro per coprire la crisi. Queste, mi verrebbe da dire, sono le armi di distrazione di massa che ha messo in campo Berlusconi. Ma la gente non ci crede perché la crisi la vive nella propri famiglia e nell’azienda.
Allora noi come partito riformista abbiamo il dovere di dire che cosa non va e di mettere in campo delle proposte, sapendo che ci sono misure strutturali e misure d’emergenza. Alle misure strutturali, come la riduzione degli sprechi nella spesa pubblica, rilanciare gli investimenti, occuparsi delle grandi infrastrutture, occorre cominciare a lavorare da subito, ma ci sono anche le misure di emergenza perché non si può dire alla gente che non ce la fa aspettate che gli interventi strutturali portino risultati e intanto vedete di cavarvela. Ci sono centinaia di migliaia di persone che non sono in grado di cavarsela.
Interventi strutturali si ma nell’emergenza non dimenticare chi da solo non ce la fa, non dimenticare i più deboli. E oggi i più deboli sono i redditi bassi, i redditi da lavoro dipendente, i pensionati ma anche quelli delle piccole aziende dei commercianti che hanno visto calare i consumi e non ce la fanno. Ci sono quelli che sono senza lavoro da tempo, di cui si parla poco, che hanno perso il lavoro da qualche anno e non riescono a rientrare nel circuito produttivo. Ci sono quelli che vanno in cassa integrazione e nel dibattito politico odierno sembrano fortunati ma passare da 1300 euro al mese a 800 euro al mese significa aggravare una situazione. Poi ci sono quelli che hanno perso adesso il lavoro e non hanno alcuna forma di sostegno, che non hanno nessuna forma di protezione sociale, sono stati già svantaggiati durante la vita lavorativa perché erano precari e si trovano di colpo a zero euro.
Poi ci sono le fasce di povertà estrema. Nella politica italiana c’è paura a usare la parola poveri, ma i poveri ci sono e sono centinaia di migliaia. Le associazioni laiche e cattoliche che si occupano di povertà fanno un quadro devastante della situazione. È cresciuto il numero di persone normali che chiedono aiuto, sono aumentati i furti di alimentari nei supermercati. Non è allora giusto che in una società civile si cominci da questi? Non è allora giusto chiedere a chi prende 120.000 euro all’anno un po’ più di tasse per finanziare le associazioni di volontariato che gestiscono mese dei poveri e dormitori? Per dare ai Comuni a cui è stato tagliato il fondo di povertà? Non è allora giusto chiedere come abbiamo fatto la reintroduzione della tracciabilità dei pagamenti perché l’abolizione ha fatto decollare l’evasione?
Io ho sentito dire in televisione da due persone che dovrebbero essere lontane, Gasparri e Marco Travaglio, e mi preoccupa, ho sentito dire “sono 4 euro a testa”. Ma che cosa c’entra, chi ha mai pensato di dividere questi soldi per tutti quelli che sono sotto un certo reddito. Proponiamo di utilizzare quelle risorse per darle alle associazioni e ai Comuni, per dare servizi ai poveri, non di distribuirli a 4 euro a testa. Le proposte si possono criticare o condividere ma non stravolgere per un uso comunicativo.
Abbiamo proposto un assegno mensile per tutti quelli che hanno perso o perderanno il lavoro dal primo settembre 2008 al 31 dicembre 2009 e che non hanno nessuna altra forma di ammortizzatore sociale. Il costo sarebbe di 5 o 6 miliardi di euro. E si può dire che non ci sono 5 o 6 miliardi, la stessa cifra che hanno buttato via per Alitalia? Si può rispondere che non ci sono le risorse? Non è una priorità che va oltre tutte le altre, non lasciare migliaia di famiglie improvvisamente a zero euro? E non è forse vero che questa misura che è principalmente sociale porterebbe anche come conseguenza la crescita dei consumi?
Occorrono interventi strutturali e interventi d’emergenza anche per quanto riguarda la piccola impresa. Anche qui infatti ci sono le differenze. Ci sono piccolo imprenditori, commercianti, artigiani, innamorati del proprio lavoro che durante la crisi per sostenere l’azienda magari ipotecano la casa, fanno cambiali. Anche qui c’è la differenza fra i più deboli e i più forti perché se uno di questi va in banca a chiedere 1000 euro di fido o il rinnovo di un fido per potere aspettare di uscire dalle difficoltà, il direttore dice di no perché non ha garanzie. E magari nell’ufficio del direttore che un grande imprenditore, magari azionista della banca, si fa rinnovare affidamenti per centinaia di milioni di euro. Anche qui ci sono i più deboli e i più forti. Anche qui ci sono gli interventi strutturali, come la pressione fiscale, ma anche qui c’è l’emergenza e noi abbiamo proposto due cose, naturalmente bocciate, ma insisteremo. C’è l’incubo del mese di giugno in cui si devono pagare le tasse, commercianti, artigiani e imprenditori sanno che forse non ce la faranno e le banche non faranno credito, abbiamo proposto di ridurre l’acconto dal 40% al 20%, è un modo per avere un po’ di respiro, perché dirci di no. Condividiamo poi la proposta del governo sul fondo di garanzia.
Nei momenti di crisi è giusto far ripartire l’edilizia perché l’edilizia fa lavorare. Ma non si può annunciare un piano di grandi infrastrutture pensando che possa fare fronte alla crisi, quando le grandi infrastrutture partiranno fra qualche anno e saranno realizzate dalle grandi imprese. Bisogna invece fare ripartire subito l’edilizia. Gli amministratori locali ci hanno spiegato che ci sono 14 miliardi di euro di pagamenti che gli enti locali devono ad aziende creditrici che possono essere pagati subito perché hanno i soldi in cassa, ma che non possono erogare perché il patto di stabilità li blocca. Miliardi che andrebbero a salvare piccole e medie imprese che lavorano sul territorio. Poi ci sono anche 4 miliardi di cantieri già pronti, con i soldi in cassa, che non si possono spendere a causa del patto di stabilità.
Per quanto riguarda il piano casa noi non sbattiamo la porta. Siamo pronti a ragionare per ridurre la burocrazia, siamo pronti a dire di sì a una misura che prevede la demolizione la ricostruzione degli edifici più fatiscenti, magari con un premio di cubatura in più legato alla efficienza energetica, ma non possiamo accettare è il 20% di cubatura in più applicato a tutti automaticamente. Questo diventa una devastazione del territorio, una devastazione delle città. Oggi abbiamo letto che vale anche per i centri storici e che funzionerà un silenzio assenso. Probabilmente pensano di mettere un silenzio assenso di un’ora. Abbiamo letto che l’autocertificazione è per tutti i tipi di intervento. E pare di capire che su questo vogliono fare un decreto legge che entra subito in vigore, legiferando su una materia che è competenza delle regioni, un decreto che è contro le competenze delle regioni. Noi non accetteremo mai che venga devastato il nostro territorio e i nostri centri storici. Si può approvare un meccanismo premiale di cubatura ma legato all’efficienza energetica e non dappertutto. Tutelare il paesaggio e l’ambiente è inoltre fondamentale per l’Italia, è fondamentale per la nostra economia nazionale, è fattore che la rende competitiva. Noi dobbiamo investire sulla qualità italiana del paesaggio e dei centri storici. Noi dobbiamo far diventare l’Italia un luogo attrattivo. La qualità italiana è questa la nostra vocazione, la green economy, l’economia ambientale.
Ma occorre anche occuparsi di chi la casa non ce l’ha, di chi vive in affitto, e di chi combatte quotidianamente con la sproporzione che c’è fra lo stipendio e l’affitto. Noi dovremmo lanciare una grande piano per la casa in affitto, a partire dalle case popolari. C’erano 500 milioni già stanziati dal governo Prodi e sono stati tolti. E oggi fanno l’annuncio di stanziarne 200. Si può cercare un meccanismo che aumenti la detrazione dell’affitto. Una misura che incentivi i proprietari ad affittare. In Italia è una vergogna che ci siano persone che non sanno dove andare a dormire e centinaia di migliaia di case sfitte.
Questo è il nostro modo di fare opposizione. Non più antiberlusconismo, non più parlare della persona, anche perché ormai tutti sanno chi è. Noi invece dobbiamo incalzare il governo, dobbiamo proporre, dobbiamo sfidare sui contenuti, dobbiamo anche alzare la voce perché essere un partito riformista di persone che hanno la moderazione come strumento della loro vita, non significa non alzare la voce, non gridare quando si vede un governo completamente inadeguato nell’affrontare la crisi, quando si vede un presidente del consiglio che offende con i suoi comportamenti la Costituzione, quando fa vedere di vivere il Parlamento come un ingombro, quando dimostra che nemmeno il ruolo di garanzia del capo dello stato gli va bene. Di fronte a queste cose anche i riformisti alzano la voce. Bisogna alzare la voce quando si vede la superficiale mediocrità con cui un uomini di stato, ministri, tutti i giorni insultano categorie di italiani: gli impiegati sono fannulloni, gli studenti sono guerriglieri. Qui c’è un problema irrisolto con il prossimo, c’è un problema irrisolto con il mondo.
Una opposizione in questo modo, un’opposizione sui contenuti sulle cose da fare, sarà anche il terreno più utile, più giusto, per cominciare a costruire le nuove al lenze di governo, quelle con cui ci candideremo a governare il paese alla fine di questa legislatura. Non è oggi il momento di scegliere, sarebbe surreale se oggi creassimo divisioni all’interno del Partito Democratico rispetto all’alleanza che metteremo in campo nel 2012 o nel 2013. Però alcune cose le dobbiamo dire. Negli locali, in modo consapevole e silenzioso, le alleanze si stanno formando tutte nel nostro campo. Non uso il termine Centrosinistra perché il qualche caso il campo si è allargato, ma tutte le alleanze si stanno costruendo nel campo alternativo alla destra, e si stanno costruendo non tutte uguali tra di loro, ma sulla base di una condivisione del programma, sulla scelta di un candidato, della omogeneità programmatica sui problemi locali, ed è giusto che sia così. Nel nostro campo una grande libertà negli enti locali per la scelta delle alleanze. Per le prossime politiche però, alcune cose dobbiamo dirle, già da ora. Io provo un brivido, un brivido di fastidio quando sento “ritorneremo all’Unione”. No non ritorneremo all’Unione, a quella coalizione di 15 partiti, di partiti dell’1% che cercavano la visibilità parlando contro il proprio alleato e contro il proprio governo più che contro l’avversario. No, lì non ritorneremo. E voglio ringraziare Walter Veltroni perché ci ha portato fuori da quella situazione, ha dichiarato chiusa quella parte di storia.
Poi certo che vogliamo vincere, e sappiamo che difficilmente da soli potremo vincere. Dovremo costruire in questi in questi anni un lavoro per capire quali saranno le forze, poche e su un programma chiaro, con le quali costruire un’alleanza che ci consentirà di vincere nel 2013, nel campo alternativo alla destra. Ma non torneremo alla stagione della frammentazione della litigiosità.
E poi noi abbiamo un compito doppio rispetto agli altri partiti che perdono le elezioni politiche e che sono dentro sistemi politici consolidati, e che dal giorno dopo le elezioni si possono dedicare a cominciare vincere le lezioni successive. Noi dobbiamo fare opposizione e contemporaneamente costruire il partito, perché il partito non lo abbiamo ancora costruito, lo stiamo ancora costruendo. Riflettere sulle cose che non hanno funzionate, parlare dei propri limiti va bene. Ma smettiamo di discutere solo dei nostri limiti, rivendichiamo con orgoglio il lavoro fatto in una anno e qualche mese, fare nascere un partito nuovo, fare nascere un partito che ha vissuto la stagione del mescolamento delle provenienze in pochi mesi. E in tutti i posti in cui si è scelto un sindaco, il segretario di un circolo, in tutti i posti non ci sono mai stati tutti i DS da una parte e tutti i DL dall’altra. Sembrava servissero anni e invece sono bastati pochi mesi perché la spinta era fortissima. Ha funzionato il radicamento: avere in Italia più di 6 mila circoli è una forza che nessun partito italiano nemmeno immagina di poter avere e la dobbiamo rivendicare con orgoglio, perché e la nostra forza la nostra presenza nel territorio.
E poi soprattutto la parte più importante: è nata un’appartenenza comune. Ilvo Diamanti ha parlato degli esuli in patria, raccontando di quelli che avevano un’aspettativa maggiore nei confronti del PD e che oggi sono delusi, e che sono tentati dall’astensionismo o dal voto a un altro partito. Il fatto stesso che Diamanti li abbia chiamati esuli in patria, il fatto stesso che provino questi sentimenti, questi sentimenti si provano nei confronti di una cosa alla quale si sente di appartenere. Qui dobbiamo lavorare per capire le ragioni. Sappiamo quanto è difficile costruire un partito, serve del tempo, un tessuto di valori condivisi, regole e abitudini, mescolare storie diverse. Quelle persone hanno una specie di delusione per amore e a loro dobbiamo tornare a parlare.
Il limite più vero comunque riguarda tutti. Il gruppo dirigente nazionale, ma se ci pensate anche il gruppo dirigente di ogni vostro circolo e di ogni partito provinciale. Ha funzionato la stagione del rimescolamento, ha funzionato poco la stagione dell’apertura. Alle primarie del 14 ottobre hanno votato 3 milioni e mezzo di persone; gli iscritti di Margherita e DS erano circa un milione e non andavano tutti a votare ai loro congressi. Alla forza di quei militanti, di quei tesserati, si sono aggiunti 2 milioni e mezzo di persone che sono venute e dichiararsi costituenti del PD. Sono tornati a riempire le piazze durante la campagna elettorale, riabbiamo visto dappertutto. Ma hanno poco o pochissimo spazio nei gruppi dirigenti del partito perché è scattato un meccanismo anche comprensibile, anche istintivo, ma nel momento della formazione dei gruppi dirigenti ci si è limitarsi alla somma, e quelli là li richiameremo al momento delle campagne elettorali. Ma al momento delle campagne elettorali non tornano perché hanno chiesto di essere protagonisti nel processo di costruzione del partito. E perché ogni vostro circolo possa dire che ha funzionato, e perché ogni gruppo dirigente provinciale, regionale e nazionale possa dire che ha funzionato, bisogna che ci sia un grande spazio nei luoghi dove si decide a tutte quelle persone che hanno deciso di cominciare la loro vita politica nel PD.
C’è bisogno di circoli che siano aperti sul territorio. La maggior parte dei circoli sono così, ma ce ne sono anche di quelli che sono nati a partire da una vocazione soprattutto congressuale. Ma i nostri Circoli non sono strumenti per preparare i congressi. Lo saranno anche all’interno di un meccanismo democratico, ma devono restare aperti. Quando si riuniscono devono parlare dei problemi del proprio territorio, del proprio comune, del proprio quartiere, delle proprie strade, non per parlare degli equilibri interni e dei problemi tra di noi. E soprattutto i circoli devono essere la nostra forza.
In queste settimane o notato che circola l’idea che se le cose vanno bene in televisione tutto è risolto: guardate che non è così. La televisione parla ad un pezzo dell'opinione pubblica. Ma la forza che noi abbiamo, ed è più forte di quella dei nostri avversari è la nostra presenza sul territorio, che deve essere fatto di mobilitazione, di presenza, di aperture. Ad esempio: proponiamo l'assegno di disoccupazione, è una cosa giusta ma non basta che se ne parli in un talk show o sui giornali, bisogna che dal giorno dopo tutti i circoli si aprano, che si distribuiscano volantini, si vada davanti alle fabbriche, ai posti lavoro, devono essere nelle radio e sui giornali locali, fermino la gente... questa è la forza della militanza, questa deve essere la forza dei nostri circoli. Ogni tema che noi lanceremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi non deve fermarsi in televisione o sui giornali, ma deve essere diffuso su tutto il territorio con tutti gli strumenti, anche quelli più antichi ma più puliti della militanza dei nostri partiti.
Questo significa chiudere quel dibattito, che ha appassionato solo gli addetti ai lavori, sul partito liquido e sul partito solido. Come volete che sia un partito nel 2009? Deve essere un partito che parla alla grande opinione pubblica, che raccoglie il voto di opinione, ma che contemporaneamente è un partito radicato sul territorio, che ha gli iscritti, che ha i militanti, che ha gli amministratori. Che i circoli tengano le porte e le finestre spalancate, non le chiudano!
Il nostro deve essere un partito che fa del rigore e della pulizia il criterio di selezione dei propri dirigenti, ben oltre le responsabilità penali e voi dovete vigilare perché questo avvenga in tutte le province. E se non avviene, protestate, fate sentire la vostra voce.
Un partito che abbia la capacità di fare sì che le diversità che ci sono tra di noi, perché nel Pd sono confluiti i grandi filoni culturali del '900, che hanno lavorato insieme nel periodo dell’Ulivo, che hanno fatto maturare il PD, e che su alcuni temi hanno ancora delle differenze, si confrontino in modo costruttivo. Non dobbiamo temere, se abbiamo scelto di fare un grande partito, dobbiamo sapere che non saremo tutti d'accordo su tutto. Quello capita ai piccoli partiti identitari. Abbiamo scelto di lasciarci alle spalle un partito identitario, abbiamo scelto di fare un grande partito che punta ha rappresentare un terzo degli italiani, e un grande partito ha per forza delle diversità: ha una sinistra, ha i moderati, i liberali, i cattolici democratici, ha la cultura socialdemocratica... La capacità nostra, la nostra sfida è di far si che le diversità diventino un modo per arricchire un percorso comune e mai più motivo di litigiosità tra di noi: questa è la sfida più importante che abbiamo davanti. Dobbiamo evitare, lo fanno i giornali ma non facciamolo noi, che quando si apre un dibattito su temi difficili, come quelli etici, non ci sia il rispetto delle posizioni diverse. Ci sia invece la capacità di ricercare ciò che prevale unendoci. Non dobbiamo temere se c'è un dibattito al nostro interno, ma che sia un dibattito sui contenuti, sulle cose da fare, non invece un fattore di divisione e di rappresentazione sui giornali.
Inevitabilmente un partito così grande avrà delle aree culturali, delle aree di riferimento, che sono una cosa diversa dalle correnti individuali. Vi capiterà di dividervi nei vostri circoli, nei vostri partiti provinciali, vi capiterà di assumere posizioni differenti, questo sono i congressi e la democrazia. Dividetevi, aggregatevi, ma non fatelo mai in base al cognome di un leader nazionale, neanche sul mio, fatelo sulla base delle idee per il futuro, lì ci si può dividere, lì ci si può confrontare.
Siamo il partito fatto di persone che sentono il fascino di un futuro comune, di persone che tutte hanno deciso di lasciarsi definitivamente alle spalle la stagione della litigiosità interna. Siamo persone che hanno l’orgoglio di dire siamo Democratici italiani, di dire siamo qui per cambiare tutte le cose che non vanno. Voglio dirvi amate il vostro partito, siate orgogliosi di dire siamo una grande forza politica. Dite a tutti il Partito Democratico lo abbiamo costruito noi, fate vedere con orgoglio le vostre tessere. Difenderemo il nostro partito dagli attacchi, ma soprattutto dalla rassegnazione e della delusioni che sono i mali più difficili da curare.
Abbiamo davanti il compito di costruire un partito completamente nuovo in un tempo completamente nuovo. Siamo in mare aperto, la globalizzazione e la crisi ci spingono in mare aperto, dove è più difficile navigare ma è anche più affascinante perché si può scegliere la rotta, si può scegliere l’approdo. La globalizzazione ha fatto cambiare tutto, ha fatto cambiare la gerarchia dei valori e criteri vecchi e superati. Siamo alla vigilia delle elezioni europee e in tutti i nostri manifesti ci sarà scritto “noi siamo europei” perché per troppi anni la destra ha lavorato per dare una rappresentazione di Europa ostacolo del nostro futuro e non salvezza per il nostro futuro. Eppure l’opinione pubblica italiana era la più europeista del continente, quella che guardava più avanti. Si è cominciato con l’euroscetticismo, con l’Europa delle burocrazie, l’oscena campagna contro l’euro, e oggi credo che tutti possono capire che cosa sarebbe successo all’Italia se non fosse stata dentro questo straordinario scudo comune. Oggi però sta cambiando il modo di sentire dell’opinione pubblica italiana rispetto all’Europa perché la crisi ci ha fatto capire che dentro la dimensione europea saremo più forti, dentro quella dimensione siamo costretti a mantenere meccanismi virtuosi. I giovani di oggi non faticano a capire perché sono già europei, studiano nelle diverse capitali, perché utilizzano la rete per essere in contatto col mondo, è l’Europa unita dai voli low cost. I giovani sono già europei mentre i governi nazionali impauriti non hanno il coraggio di seguire le loro opinioni pubbliche. I popoli sono più avanti dei loro governi. Ed è anche per questo che noi sappiamo che il parlamento europeo ha bisogno di una forza italiana quantitativamente e qualitativamente forte che non c’è mai stata. L’Italia non ha mai espresso la presidenza del parlamento europeo perché siamo andati là divisi, frammentati in cento sigle, con persone che erano lì di passaggio. Ma il Parlamento europeo è il luogo dove si decide il nostro futuro non è un residence per pensionati di lusso. Le nostre liste saranno fatte solo da persone che si candidano per andare a lavorare a Bruxelles e non per raccogliere preferenze sulla base di una truffa. Berlusconi ha gi annunciato che sarà capolista in tutte le circoscrizioni e che candiderà tutti i ministri, omettendo di dire agli italiani che per legge quelli che saranno eletti avendo la carica di ministro dovranno dimettersi subito, non potranno partecipare nemmeno alla prima seduta del Parlamento europeo. Io proporrò alla direzione del Partito di candidare solo persone autorevoli e competenti che resteranno a lavorare in Europa, proporrò di candidare solo persone che non hanno mandati di governo locale o regionale da completare e che lo devono completare.
Mi hanno detto dovresti fare il capolista per sfidare Berlusconi in tutte e cinque le circoscrizioni. Io sfiderò Berlusconi, ma lo sfiderò sulla serietà, e voglio dirlo direttamente a lui: il primo atto di serietà di un uomo politico è non imbrogliare gli elettori, è non chiedere preferenze per essere eletto in un luogo in cui non si metterà mai piede.
La crisi ha conseguenze negative sulla vita delle persone. La crisi e la globalizzazione hanno aperto anche un tempo nuovo. È un tempo emozionante che rimette in discussione tutto. La globalizzazione ci divide, costringe a scegliere. D una parte c’è chi in questi anni ha coltivato il mito che la globalizzazione deve essere trainata dal mercato, trainata dalla competizione, perché solo così ci sarebbe stata ricchezza e benessere per tutti, sarebbe arrivata a democrazia trainata dai mercati. Dall’altra parte, invece, ci siamo noi, che pensiamo che serve la politica, servono le regole, serve un diritto globale, serve la cessione di sovranità a un livello superiore, serve soprattutto mantenere nelle mani della politica la lotta alle diseguaglianze, diseguaglianze tra paesi e diseguaglianze all’interno dei Paesi. Il modello della globalizzazione guidata solo dalle regole del mercato è tragicamente esploso in questi mesi. Il nostro riformismo deve allo affrontare i modelli di futuro, proporre grandi modelli di futuro. E in questo modo possiamo correggere il riformismo italiano ed europeo di questi 10 anni che si è limitato a portare lievi correzioni ai modelli proposti dalla destra, aggiungendo un po’ di equità, un po’ di giustizia sociale un po’ di buon senso, ma limitandosi a correggere un modello. Che forza politica può avere, che attrattiva può avere una forza politica che si limita a proporre dei correttivi? Bisogna aver la forza di cambiare la gerarchia dei valori. La vittoria di Obama negli stati Uniti è legata non solo alla sua straordinaria diversità che la figura presentava; ha visto perché ha proposto non qualche correttivo alle proposte della politica dei repubblicani, ma mettendo in campo una gerarchia di valori completamente diversa, nelle politiche sociali e nella politica internazionale. Ha fatto votare così persone che non erano mai andate votare. Anche noi dobbiamo mettere in campo la capacità di indicare un modello di società per il futuro più giusta, con meno ingiustizie, con meno disuguaglianze. Su questo dobbiamo portare la discussione nelle prossime settimane. Occorre un confronto tra due modi guardare il futuro, tra due modi di affrontare la crisi, perché al di là dei singoli provvedimenti, i modi di affrontare la crisi sono culturalmente diversi. Proposte e provvedimenti discendono da due visioni. E la loro visione è quella che nella crisi è lecito arrangiarsi, salvatevi da soli, rischiando di mettere le povertà le une contro le altre, o togliamo le regole come nel cosiddetto piano casa, oppure mettendo i territori gli uni contro gli altri, il nord contro il sud, dividendo, disgregando.
Noi abbiamo un’idea diversa, la soluzione della crisi è basata sulla solidarietà, sulla solidarietà della comunità locali che si sono disgregate. A questo si aggiunge l’idea di ricostruire il senso di una comunità nazionale. Recuperare il senso di una comunità nazionale in cui ciascuno mette a disposizione il proprio talento, per un paese che si salava tutto insieme, in cui non si mettono gli uni contro gli altri. Dare opportunità a tutti. I forti che aiutano i più deboli. Se il confronto sarà sulla tutela degli interessi perderemo, se il confronto sarà sui valori noi vinceremo.
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