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LA DEMAGOGIA POPULISTA DEL SINDACO DI FIRENZE MATTEO RENZI
Di Redazione (del 29/08/2010 @ 05:00:00, in Politica nazionale, linkato 945 volte)
di David Arboit
Il populismo non è un’esclusiva del Pdl, attecchisce anche a sinistra, attecchisce anche nel PD. Una delle forme del populismo nel PD è la demagogia disfattista tutt’altro che disinteressata dei giovani oligarchi di provincia. Essendo assai scarsi in materia di progettualità strategico-politica i giovani oligarchi di provincia cercano di mettersi in luce bombardando il quartier generale con la sparata mediatica, con l’affermazione roboante pronunciata con grande sicumera che solletica la pancia degli elettori e dei tesserati del PD.
Si, cari miei, perché ormai la pancia è diventata il principale organo di orientamento politico di tutti gli italiani, sia di destra sia di sinistra, e chi vuole bucare il video, chi vuol farsi notare e lì che deve puntare, non certo su altre cose noiose come il ragionare di politica, lo spiegare strategie e tattiche, l’analisi della composizione sociale, tutte cose obsolete. Di queste cose si occupano ormai solo i cosiddetti politologi, gli specialisti di politica, mentre i politici, ormai, non sono più specialisti della politica, sono specialisti d’altro, si occupano di marketing, si occupano della loro immagine, dell’impatto mediatico (e del ritorno personale) dei loro comportamenti e delle loro azioni.
E nella pancia dell’elettore di sinistra e anche del tesserato del PD oggi più che mai scorre un liquame che può essere sintetizzato in alcune affermazioni:
1) è tutta colpa dei dirigenti;
2) i dirigenti nazionali del PD sono un’oligarchia gerontocratica;
4) i dirigenti del PD hanno perso il contatto con la realtà, con la gente;
3) il PD non ha una linea chiara su… (qui in genere si mette qualunque cosa, non ha alcuna importanza che cosa, tanto fa colpo lo stesso, e poi nessuno va a verificare se è vero).
Queste affermazioni sono quasi certamente condivise dalla maggioranza del popolo democratico, ma hanno qualche fondamento? Sono verificabili? Vox populi vox dei?
Per la demagogia populista certamente sì: vox populi vox dei.
Vediamo per esempio il punto tre, il più importante, quello del programma. Dopo avere sentito per l’ennesima volta la litania “il PD non ha una linea chiara su…” da tempo io mi diverto a prendere in castagna un po’ tutti, elettori, tesserati e giovani oligarchi di provincia utilizzando una semplice domanda: hai letto il documento sul lavoro (scuola, istituzioni ecc.) approvato durante l’Assemblea nazionale del 21-22 maggio? La risposta è sempre inesorabilmente no. Ed è no anche ha proposito di altre prese di posizione trattate in interviste o articoli pubblicati in quotidiani e settimanali. Se poi vogliamo entrare nel campo dei libri… hic sunt leones dicevano i latini. Sono ignoranti, parlano per sentito dire, non leggono più niente, sono totalmente immersi nel mondo della chiacchiera, del sentito dire. È questa oggi l’anima della politica: il sentito dire, e guai andare a vedere se è vero prima di ripetere a pappagallo.
E il buon Matteo Renzi è proprio questo che fa: mira alla pancia. Leggiamo insieme l’intervista che ieri ha rilasciato a Repubblica (leggi qui). Vediamo quale geniale opzione strategica è in grado il nostro di opporre a quella proposta dal segretario del Partito Bersani.
La geniale strategia viene annunciata subito all’inizio dell’intervista: è mandare a casa i leder tristi del PD. «Dobbiamo liberarci – dice il nostro – di un'intera generazione di dirigenti del mio partito».
A fronte di questa affermazione tanto irriverente e perentoria quanto semplicistica, il giornalista ha quasi un moto di ribellione razionale, e cerca di insinuare un dubbio nel nostro giovane oligarca di provincia domandando:
«Rottamare i "vecchi" del Pd vuol dire automaticamente sbarazzarsi di Berlusconi.» E sì, perché la sparata forse gli pare grossa.
Ma tutti sanno che la demagogia populista si nutre di granitiche certezze e di ripetizioni, e il buon Renzi non pare proprio farsi nemmeno scalfire dall’obiezione: lui tira beatamente diritto. E giù a menar fendenti con la già citata sicumera:
«È la precondizione, il punto di partenza. Ma li vedete? Berlusconi ha fallito e noi stiamo a giocare ancora con le formule, le alchimie delle alleanze: un cerchio, due cerchi, nuovo Ulivo, vecchio Ulivo... I nostri iscritti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare a impegnarsi, assistono sgomenti ad un imbarazzante Truman show.»
Ma come, mi chiedo io, la strategia dei due cerchi è una delle cose semplici, chiare e decisive detta dal PD negli ultimi tempi, l’anno capita proprio tutti, e tu no Renzi?
Non ti innervosire Matteo, sta calmo, te la spiego io: il cerchio più grande, quello dell’alleanza più ampia, ha come tema le regole della politica, per esempio la legge elettorale, il cerchio più piccolo è quello dell’alternativa di governo, del programma del Centrosinistra. Nel cerchio più grande ci potrebbe stare anche Fini, in quello più stretto ovviamente no. Vedi, caro Matteo, non è difficile capire fin dove con Fini si può arrivare.
Come dici Matteo…? Per il cerchio più stretto non abbiamo un programma? Ma no, vedi che non stai attento, ce lo abbiamo, sono tre parole: più legalità, più lavoro e più welfare (scuola e sanità pubbliche per tutti). Se vuoi ti indico la documentazione per approfondire. E da qui si può discutere con Casini e con tutti gli altri.
Fare la vittima è una delle tattiche insegnate nel manuale del piccolo populista, ce lo insegna Berlusconi, e il nostro Renzi non è da meno.
«Certo, appena apro bocca è sempre la stessa musica: il solito Renzi, l'ambizioso. E che ci vuoi fare, unifico il partito, c'ho tutti contro». Ma no Renzi, la spiegazione è più semplice: il fatto è che dici stupidaggini, e te lo dimostro.
Alcune righe dopo infatti il Renzi terminator ti snocciola i nomi di quelli che dovrebbero sostituire i dirigenti dell’oligarchia gerontocratica nazionale eliminati da lui, quelli che «sono in grado di dire e dare qualcosa di nuovo al Pd»: Chiamparino, Zingaretti, Vendola. (Manca la Serracchiani! Come mai manca la Serracchiani? Be, certo, è un po’ che non fa passaggi TV).
Chiamparino? Penso a Chiamparino e mi viene in mente che la Regione Piemonte l’abbiamo persa, ma Chiamparino non c’entra ovviamente, vero? Penso a Chiamparino e mi viene in mente un’intervista pubblicata su “Il Riformista” nel gennaio di quest’anno (leggi qui). L’ho a suo tempo commentata (leggi qui) perché mi era parsa eccezionale per pochezza e sicumera. Ma suvvia caro Renzi, Chiamparino, lo dice il nome stesso, non ha la statura politica per certe avventure, non può fare il Chiamparone anche se l’ambizione ce l’ha, vorrebbe essere un Chiamparone. Se vai a leggerti l’intervista, caro sindaco di Firenze, scoprirai una cosa: quale strategia ha proposto Chiamparino nella suddetta intervista? Eccola!
Domanda: Se dovessimo dare un nome al progetto?
Risposta: Penso a un «Nuovo Ulivo». Anche perché è una formula che in passato ha avuto una grande capacità di attrazione, che ci ha fatto vincere.
Renzi, Renzi… tu parli, parli, parli, quante chiacchiere, ma non sai quello che dici. Invece di dirci quello che pensi prova a pensare a quello che dici.
P.S. E se quelli da azzerare fossero quelli come te? E se nel Truman show ci fossi tu?
Il populismo non è un’esclusiva del Pdl, attecchisce anche a sinistra, attecchisce anche nel PD. Una delle forme del populismo nel PD è la demagogia disfattista tutt’altro che disinteressata dei giovani oligarchi di provincia. Essendo assai scarsi in materia di progettualità strategico-politica i giovani oligarchi di provincia cercano di mettersi in luce bombardando il quartier generale con la sparata mediatica, con l’affermazione roboante pronunciata con grande sicumera che solletica la pancia degli elettori e dei tesserati del PD.
Si, cari miei, perché ormai la pancia è diventata il principale organo di orientamento politico di tutti gli italiani, sia di destra sia di sinistra, e chi vuole bucare il video, chi vuol farsi notare e lì che deve puntare, non certo su altre cose noiose come il ragionare di politica, lo spiegare strategie e tattiche, l’analisi della composizione sociale, tutte cose obsolete. Di queste cose si occupano ormai solo i cosiddetti politologi, gli specialisti di politica, mentre i politici, ormai, non sono più specialisti della politica, sono specialisti d’altro, si occupano di marketing, si occupano della loro immagine, dell’impatto mediatico (e del ritorno personale) dei loro comportamenti e delle loro azioni.
E nella pancia dell’elettore di sinistra e anche del tesserato del PD oggi più che mai scorre un liquame che può essere sintetizzato in alcune affermazioni:
1) è tutta colpa dei dirigenti;
2) i dirigenti nazionali del PD sono un’oligarchia gerontocratica;
4) i dirigenti del PD hanno perso il contatto con la realtà, con la gente;
3) il PD non ha una linea chiara su… (qui in genere si mette qualunque cosa, non ha alcuna importanza che cosa, tanto fa colpo lo stesso, e poi nessuno va a verificare se è vero).
Queste affermazioni sono quasi certamente condivise dalla maggioranza del popolo democratico, ma hanno qualche fondamento? Sono verificabili? Vox populi vox dei?
Per la demagogia populista certamente sì: vox populi vox dei.
Vediamo per esempio il punto tre, il più importante, quello del programma. Dopo avere sentito per l’ennesima volta la litania “il PD non ha una linea chiara su…” da tempo io mi diverto a prendere in castagna un po’ tutti, elettori, tesserati e giovani oligarchi di provincia utilizzando una semplice domanda: hai letto il documento sul lavoro (scuola, istituzioni ecc.) approvato durante l’Assemblea nazionale del 21-22 maggio? La risposta è sempre inesorabilmente no. Ed è no anche ha proposito di altre prese di posizione trattate in interviste o articoli pubblicati in quotidiani e settimanali. Se poi vogliamo entrare nel campo dei libri… hic sunt leones dicevano i latini. Sono ignoranti, parlano per sentito dire, non leggono più niente, sono totalmente immersi nel mondo della chiacchiera, del sentito dire. È questa oggi l’anima della politica: il sentito dire, e guai andare a vedere se è vero prima di ripetere a pappagallo.
E il buon Matteo Renzi è proprio questo che fa: mira alla pancia. Leggiamo insieme l’intervista che ieri ha rilasciato a Repubblica (leggi qui). Vediamo quale geniale opzione strategica è in grado il nostro di opporre a quella proposta dal segretario del Partito Bersani.
La geniale strategia viene annunciata subito all’inizio dell’intervista: è mandare a casa i leder tristi del PD. «Dobbiamo liberarci – dice il nostro – di un'intera generazione di dirigenti del mio partito».
A fronte di questa affermazione tanto irriverente e perentoria quanto semplicistica, il giornalista ha quasi un moto di ribellione razionale, e cerca di insinuare un dubbio nel nostro giovane oligarca di provincia domandando:
«Rottamare i "vecchi" del Pd vuol dire automaticamente sbarazzarsi di Berlusconi.» E sì, perché la sparata forse gli pare grossa.
Ma tutti sanno che la demagogia populista si nutre di granitiche certezze e di ripetizioni, e il buon Renzi non pare proprio farsi nemmeno scalfire dall’obiezione: lui tira beatamente diritto. E giù a menar fendenti con la già citata sicumera:
«È la precondizione, il punto di partenza. Ma li vedete? Berlusconi ha fallito e noi stiamo a giocare ancora con le formule, le alchimie delle alleanze: un cerchio, due cerchi, nuovo Ulivo, vecchio Ulivo... I nostri iscritti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare a impegnarsi, assistono sgomenti ad un imbarazzante Truman show.»
Ma come, mi chiedo io, la strategia dei due cerchi è una delle cose semplici, chiare e decisive detta dal PD negli ultimi tempi, l’anno capita proprio tutti, e tu no Renzi?
Non ti innervosire Matteo, sta calmo, te la spiego io: il cerchio più grande, quello dell’alleanza più ampia, ha come tema le regole della politica, per esempio la legge elettorale, il cerchio più piccolo è quello dell’alternativa di governo, del programma del Centrosinistra. Nel cerchio più grande ci potrebbe stare anche Fini, in quello più stretto ovviamente no. Vedi, caro Matteo, non è difficile capire fin dove con Fini si può arrivare.
Come dici Matteo…? Per il cerchio più stretto non abbiamo un programma? Ma no, vedi che non stai attento, ce lo abbiamo, sono tre parole: più legalità, più lavoro e più welfare (scuola e sanità pubbliche per tutti). Se vuoi ti indico la documentazione per approfondire. E da qui si può discutere con Casini e con tutti gli altri.
Fare la vittima è una delle tattiche insegnate nel manuale del piccolo populista, ce lo insegna Berlusconi, e il nostro Renzi non è da meno.
«Certo, appena apro bocca è sempre la stessa musica: il solito Renzi, l'ambizioso. E che ci vuoi fare, unifico il partito, c'ho tutti contro». Ma no Renzi, la spiegazione è più semplice: il fatto è che dici stupidaggini, e te lo dimostro.
Alcune righe dopo infatti il Renzi terminator ti snocciola i nomi di quelli che dovrebbero sostituire i dirigenti dell’oligarchia gerontocratica nazionale eliminati da lui, quelli che «sono in grado di dire e dare qualcosa di nuovo al Pd»: Chiamparino, Zingaretti, Vendola. (Manca la Serracchiani! Come mai manca la Serracchiani? Be, certo, è un po’ che non fa passaggi TV).
Chiamparino? Penso a Chiamparino e mi viene in mente che la Regione Piemonte l’abbiamo persa, ma Chiamparino non c’entra ovviamente, vero? Penso a Chiamparino e mi viene in mente un’intervista pubblicata su “Il Riformista” nel gennaio di quest’anno (leggi qui). L’ho a suo tempo commentata (leggi qui) perché mi era parsa eccezionale per pochezza e sicumera. Ma suvvia caro Renzi, Chiamparino, lo dice il nome stesso, non ha la statura politica per certe avventure, non può fare il Chiamparone anche se l’ambizione ce l’ha, vorrebbe essere un Chiamparone. Se vai a leggerti l’intervista, caro sindaco di Firenze, scoprirai una cosa: quale strategia ha proposto Chiamparino nella suddetta intervista? Eccola!
Domanda: Se dovessimo dare un nome al progetto?
Risposta: Penso a un «Nuovo Ulivo». Anche perché è una formula che in passato ha avuto una grande capacità di attrazione, che ci ha fatto vincere.
Renzi, Renzi… tu parli, parli, parli, quante chiacchiere, ma non sai quello che dici. Invece di dirci quello che pensi prova a pensare a quello che dici.
P.S. E se quelli da azzerare fossero quelli come te? E se nel Truman show ci fossi tu?
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http://www.pdbuccinasco.it/dblog/tb.asp?id=981
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L’articolo ha suscitato molte critiche (faccio la vittima come Renzi) alcune erano state postate qui come commento ma per un errore ho cancellato tutto... Rispondo comunque ad alcune obiezioni che sono state fatte.
Per tanti motivi (la storia, il breve percorso di vita, il carattere di alcuni suoi leader) PD non è quello che dovrebbe essere. Esiste una difficoltà di definire programmi che ha a che fare con una pochezza culturale che responsabilità soprattutto degli intellettuali. Esistono numerose incrostazioni oligarchiche che rallentano la marcia o la ostacolano. Su questo non c’è alcun dubbio, di questo io sono certo. Ma il PD, soprattutto, non è uno strumento efficiente di partecipazione politica di massa. Questo io credo sia l’obiettivo politico e morale che ci dobbiamo porre. Il lavoro da fare è tantissimo e le cose da mettere a posto un’infinità.
Azzerare l’attuale gruppo dirigente? Un’affermazione totalmente priva di senso. Basta pensare a quante persone hanno stima e vogliono bene a uomini come Bersani, d’Alema, Franceschini, Veltroni, Bindi ecc. Qualcuno ha fatto un sondaggio per vedere quanto gradimento hanno fra il nostro popolo queste persone? Così almeno l’azzeramento politico avrebbe un appoggio diciamo sociologico scientifico. E poi: i suddetti sono strategicamente e tatticamente inferiori ai quarantenni? Per quello che io ho visto finora certamente no. La capacità di previsione, di calcolo politico e di progetto dei quarantenni e nettamente inferiore a quella dei sessantenni. Certo i quarantenni sono più abili e aggressivi nel marketing, bucano di più il video in trasmissione, sono insomma più simili a Berlusconi.
Vincere? Non ritengo sia l’obiettivo primario, non può essere la nostra preoccupazione primaria. Ci deve preoccupare l’estrema povertà morale e culturale del nostro paese; e se queste sono le preoccupazioni qual è allora l’azione politica da compiere? Se si trattasse solo di vincere basterebbe garantire ad alcuni poteri forti, compresa la mafia, alcuni privilegi, basterebbe leccare il culo a qualcuno per avere più visibilità sui mass media.
La vera domanda da porsi è che cosa “io” posso FARE per far crescere nel Partito uno stile e una mentalità diversa nel fare politica? Qual è il lavoro da FARE? Sparare sul quartier generale? Azzerare il gruppo dirigente? Stupidaggini!
C’è un’unica possibilità di salvezza: che i vecchi e i giovani lavorino insieme, i vecchi facendo crescere i giovani, i giovani ascoltando umilmente i vecchi e prendendosi anche volentieri le responsabilità che occorrono per FARE DELLA COSE NUOVE OSANDO. BASTA CON I PIAGNISTEI SUI VECCHI CHE NON DANNO SPAZIO: I PIAGNISTEI SONO SINTOMO DI IMPOTENZA, CHI PIAGNUCOLA SUI VECCHI E IMPOTENTE. È questo il punto qui non si tratta più di criticare i vecchi ma di FARE E COMUNICARE DELLE COSE NUOVE, e chi ha della birra si dia da FARE. La critica è chiacchiera compiaciuta quando non si fonda su un FARE, su delle BUONE PRATICHE CHE POSSONO ESEMPLARI, COMUNICABILI E QUINDI ESTENDIBILI pian piano a tutto il partito. Che nel nostro partito fioriscano i cento fiori delle buone pratiche, nessuno metterà bastoni fra le ruote; anzi in genere c’è troppa libertà, quasi un’indifferenza, altro che blocco di iniziative.
Apro una parentesi. Una delle più devastanti e velenose ideologie inventate a partire dagli anni Sessanta è la contrapposizione giovani-vecchi, padri-figli, un’ideologia della incomunicabilità, un’ideologia della diversità assoluta, che ha spezzato di netto un legame essenziale: la relazione educativa. A questa demenziale ideologia stiamo ancora pagando, per abitudine alle mode e per ignoranza, un tributo troppo caro.
Interessante il dibattito su questo tema che si è svolto ieri sera, dopo il radiogiornale, su Radio POP. Serracchiani e Civati, senza prendere con chiarezza le distanze da Renzi, hanno discusso con una ragionevolezza insolita. Forse sarà il mezzo, la radio, che favorisce la razionalità.
Per tanti motivi (la storia, il breve percorso di vita, il carattere di alcuni suoi leader) PD non è quello che dovrebbe essere. Esiste una difficoltà di definire programmi che ha a che fare con una pochezza culturale che responsabilità soprattutto degli intellettuali. Esistono numerose incrostazioni oligarchiche che rallentano la marcia o la ostacolano. Su questo non c’è alcun dubbio, di questo io sono certo. Ma il PD, soprattutto, non è uno strumento efficiente di partecipazione politica di massa. Questo io credo sia l’obiettivo politico e morale che ci dobbiamo porre. Il lavoro da fare è tantissimo e le cose da mettere a posto un’infinità.
Azzerare l’attuale gruppo dirigente? Un’affermazione totalmente priva di senso. Basta pensare a quante persone hanno stima e vogliono bene a uomini come Bersani, d’Alema, Franceschini, Veltroni, Bindi ecc. Qualcuno ha fatto un sondaggio per vedere quanto gradimento hanno fra il nostro popolo queste persone? Così almeno l’azzeramento politico avrebbe un appoggio diciamo sociologico scientifico. E poi: i suddetti sono strategicamente e tatticamente inferiori ai quarantenni? Per quello che io ho visto finora certamente no. La capacità di previsione, di calcolo politico e di progetto dei quarantenni e nettamente inferiore a quella dei sessantenni. Certo i quarantenni sono più abili e aggressivi nel marketing, bucano di più il video in trasmissione, sono insomma più simili a Berlusconi.
Vincere? Non ritengo sia l’obiettivo primario, non può essere la nostra preoccupazione primaria. Ci deve preoccupare l’estrema povertà morale e culturale del nostro paese; e se queste sono le preoccupazioni qual è allora l’azione politica da compiere? Se si trattasse solo di vincere basterebbe garantire ad alcuni poteri forti, compresa la mafia, alcuni privilegi, basterebbe leccare il culo a qualcuno per avere più visibilità sui mass media.
La vera domanda da porsi è che cosa “io” posso FARE per far crescere nel Partito uno stile e una mentalità diversa nel fare politica? Qual è il lavoro da FARE? Sparare sul quartier generale? Azzerare il gruppo dirigente? Stupidaggini!
C’è un’unica possibilità di salvezza: che i vecchi e i giovani lavorino insieme, i vecchi facendo crescere i giovani, i giovani ascoltando umilmente i vecchi e prendendosi anche volentieri le responsabilità che occorrono per FARE DELLA COSE NUOVE OSANDO. BASTA CON I PIAGNISTEI SUI VECCHI CHE NON DANNO SPAZIO: I PIAGNISTEI SONO SINTOMO DI IMPOTENZA, CHI PIAGNUCOLA SUI VECCHI E IMPOTENTE. È questo il punto qui non si tratta più di criticare i vecchi ma di FARE E COMUNICARE DELLE COSE NUOVE, e chi ha della birra si dia da FARE. La critica è chiacchiera compiaciuta quando non si fonda su un FARE, su delle BUONE PRATICHE CHE POSSONO ESEMPLARI, COMUNICABILI E QUINDI ESTENDIBILI pian piano a tutto il partito. Che nel nostro partito fioriscano i cento fiori delle buone pratiche, nessuno metterà bastoni fra le ruote; anzi in genere c’è troppa libertà, quasi un’indifferenza, altro che blocco di iniziative.
Apro una parentesi. Una delle più devastanti e velenose ideologie inventate a partire dagli anni Sessanta è la contrapposizione giovani-vecchi, padri-figli, un’ideologia della incomunicabilità, un’ideologia della diversità assoluta, che ha spezzato di netto un legame essenziale: la relazione educativa. A questa demenziale ideologia stiamo ancora pagando, per abitudine alle mode e per ignoranza, un tributo troppo caro.
Interessante il dibattito su questo tema che si è svolto ieri sera, dopo il radiogiornale, su Radio POP. Serracchiani e Civati, senza prendere con chiarezza le distanze da Renzi, hanno discusso con una ragionevolezza insolita. Forse sarà il mezzo, la radio, che favorisce la razionalità.
Di
David Arboit
(inviato il 31/08/2010 @ 14:11:36)
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