\\ Home Page : Articolo
di Paul Krugman*The New York Times, 27 giugno 2010
Le recessioni sono frequenti; le depressioni sono rare. A mio giudizio ci sono state solo due periodi nella storia dell´economia generalmente descritte nel momento in cui si realizzarono come "depressioni": gli anni di deflazione e instabilità che seguirono il Panico del 1873, e degli anni della disoccupazione di massa che seguirono la crisi finanziaria del 1929-31.
Né la Lunga Depressione del XIX secolo né la Grande Depressione del XX furono epoche di declino senza interruzioni. Al contrario: in entrambi le fasi si ebbero periodi di crescita economica. Ma questi brevi periodi di miglioramento non furono mai sufficienti a compensare il danno prodotto dal crollo iniziale e furono seguiti da ricadute.
Adesso siamo, temo, ne primo stadio di una terza depressione. Probabilmente assomiglia più alla Lunga Depressione che alla più dura Grande depressione. Ma il costo per l’economia mondiale soprattutto, e per i milioni di vite rovinate dalla mancanza di lavoro, non fu meno pesante.
E questa terza depressione sarà prima di tutto un fallimento della politica. In tutto il mondo – recentemente nell’ultimo assai scoraggiante G20 di questo fine settimana – i governi sono ossessionati dall’inflazione quando la vera minaccia è la deflazione, predicano la necessità di stringere la cinghia quando il problema reale e una disponibilità di spesa, di consumo, insufficiente.
Nel 2008 e nel 2009 sembrava avessimo imparato qualcosa dalla storia. Diversamente dai predecessori, che alzarono i tassi d’interesse a fronte di una crisi finanziaria, i dirigenti della Federak Reserve la Banca Centrale europea tagliarono i tassi muovendosi per sostenere il mercati del credito. Diversamente dai governati del passato, che cercarono di portare in equilibrio i conti pubblici a fronte di un’economia bloccata, i governi di oggi hanno permesso al deficit di crescere. E queste politiche migliori hanno aiutato il mondo a evitare un completo collasso economico: la recessione provocata dalla crisi finanziaria si può dire che sia terminata la scorsa estate.
Ma in futuro gli storici ci diranno che questa non è stata la fine della terza depressione, proprio come la ripresa economica che iniziò nel 1933 non fu la fine della Grande Depressione. Dopo tutto la disoccupazione, specialmente la disoccupazione a lungo termine, rimane a livelli che non molto tempo fa sarebbero stati considerati catastrofici, e non si vedono i segni di una rapida uscita da questa situazione. E sia gli Stati Uniti sia l’Europa hanno tranquillamente imboccato la strada delle trappole deflazionistiche in stile giapponese.
Di fronte di questo triste film ci si potrebbe aspettare che i politici si rendessero conto di non avere fatto abbastanza per raggiungere la salvezza. Invece no: anche durante gli ultimi mesi c’è stata una stupefacente rinascita di politiche che mirano alla moneta forte e al pareggio di bilancio.
Per quanto concerne la retorica, il revival della religione dei vecchi tempi è più evidente in Europa, dove le autorità pubbliche sembrano aver preso il loro argomenti dalla raccolta dei discorsi del presidente Herbert Hoover (1929-1933) compresa la dichiarazione che alzare le tasse e tagliare le spese siamo un modo per fare crescere l’economia favorendo la fiducia e quindi l’attività imprenditoriale.
In pratica, però, l’America non sta migliorando. La Fed sembra sia cosciente dei rischi di deflazione, ma quello che propone di fare per questo rischio e pari a niente. L’amministrazione Obama comprende il pericolo di una stretta fiscale prematura, ma siccome i Repubblicani e i Democratici conservatori del Congresso non vogliono autorizzare aiuti addizionali ai governi degli stati, la stretta arriverà in ogni caso, nella forma dei tagli di budgets dello stato e ai livelli locali.
Perché questi errori nelle politiche? I fautori della linea dura invocano i problemi che stanno affrontando la Grecia e altre nazioni europee per giustificare le loro azioni. Ed è vero che chi investe in titoli di stato ha chiuso con i governi che hanno un deficit ingestibile. Ma non vi è alcuna certezza del fatto che un breve periodo di austerità fiscale in una situazione di economia depressa possa rassicurare gli investitori. Al contrario: la Grecia ha aderito a una rigida austerità per poi vedere il suo differenziale di rischio crescere sempre di più; l’Irlanda ha imposto tagli selvaggi nella spesa pubblica per poi essere tratta dal mercato come un paese molto più a rischio della Spagna che si è tenuto bel lontano e riluttante dall’adottare la medicina della linea dura.
È come se i mercati finanziari comprendessero quello che chi fa le politiche sembra non capire: mentre una valutazione responsabile della fiscalità a lungo termine è importante, i tagli di spesa nel bel mezzo di una depressione, che approfondiscono la depressione e spianano la strada alla deflazione, sono di fatto controproducenti.
Io non credo che il punto sia realmente la Grecia, o un realistico equilibrio e compensazione tra deficit e lavoro. È invece la vittoria di una ortodossia che ha poco a che fare con le analisi razionali, la cui più grande preoccupazione è il fatto che imporre sacrifici sulle altre persone è il mondo in cui tu esibisci la tua leadership nei periodi di emergenza.
E chi pagherà il prezzo di questo trionfo della ortodossia? la risposta è 10 milioni di lavoratori disoccupati, molti dei quali rimarranno senza lavoro per anni, e alcuni dei quali non lavoreranno mai più.
Trad. it. David Arboit
Paul Krugman*: (1953) è docente di economia all'università di Princeton. Ha insegnato anche a Yale, Berkely e al MIT. Nel 2008 ha ottenuto il premio Nobel per l'economia.
TrackBack Url: (I TrackBack sono moderati)
http://www.pdbuccinasco.it/dblog/tb.asp?id=911
http://www.pdbuccinasco.it/dblog/tb.asp?id=911
Grazie Arboit per mettere a disposizione del blog una analisi di questo peso.
Oggi la politica mondiale (nel senso di tutti) è fortemente condizionata dalla situazione economica e la sua capacità di governo a livello nazionale si rivela insufficiente o parziale. Io sono solo un imprenditore e mi rendo conto che affermare: “Krugman sta facendo una analisi USA-centrica e non coglie il nocciolo della questione” e più che temerario, da incosciente; ma tant’è: questo è ciò che percepisco e parlarne spero sia opportuno.
Ciò che sta succedendo nel mondo è un rivolgimento economico che non ha eguali; il richiamo a depressioni precedenti rischia di essere fuorviante. Il fenomeno da gestire è il mega riequilibrio cui porta la globalizzazione: fra alcuni decenni i paesi emergenti saranno residuali: il mondo sarà fatto di paesi che producono, commerciano, consumano. Saremo tutti più eguali.
I paesi industrialmente maturi hanno per 200 anni vissuto e impostato le loro strutture godendo di una condizione che oggi si sta sbriciolando ed è destinata a perdersi: l’essere gli unici produttori e commercianti verso 4/5 della umanità fatta di consumatori.
Sostenere la spinta dell’inflazione, dell’economia di carta, significa avere gli occhi rivolti all’indietro. Può forse andar bene agli USA nel breve ma non so quanto può durare. L’atterraggio, i piedi per terra li dovranno mettere anche loro.
Gli effetti, molto sinteticamente, sono inevitabilmente: allineamento dei tenori di vita su scala globale; riduzione drastica del costo delle P.A., anche dei servizi fino a ieri erogabili, non più nel futuro. Questi ultimi recuperabili solo facendo delle P.A. una macchina efficiente, efficientissima.
Il costo di produzione dovrà adeguarsi man mano al costo globale medio: in aumento nelle aree oggi in sviluppo; in assestamento nei paesi industrializzati maturi (si spera che le politiche sociali lo rendano graduale e non traumatico; ma non è certo).
Costo di produzione come sai significa costo del lavoro per unità di prodotto: un contenimento inevitabile del tenore di vita, in parte ma difficilmente recuperabile con produttività.
Analisi brutale se vogliamo, ma è la realtà attesa che dobbiamo guardare in faccia: rebus hic stantibus. Le cose stanno così.
Veniamo a Casa Nostra: il livello dello scialo, dello spreco della nostra P.A. ci dà paradossalmente l’opportunità di migliorare nettamente la nostra capacità competitiva, intervenendo massicciamente e velocemente.
Imprescindibile che la politica si renda conto subito su quale vulcano sta seduta e cambi totalmente un modo di gestione che ha un secolo di storia ma che deve assolutamente adeguarsi alla nuova realtà. Un Nuovo Rinascimento culturale, etico e sociale
Oltretutto sapendo bene che ridurre costi significa ridurre occupazione pubblica, da compensare con occupazione privata, per avere la quale la competitività all’export deve aumentare (efficienza, bassi costi, tassazioni ridotte, ecc), che bisogna pensare a pagare il debito pubblico.
Su questi temi sembro il solo. Mi trovo in giro il deserto: se ne parla pochissimo, in studi e riviste poco diffusi che non raggiungono i media.
Situazione che preoccupa, mi fa paura; mi auguro di sbagliarmi.
Oggi la politica mondiale (nel senso di tutti) è fortemente condizionata dalla situazione economica e la sua capacità di governo a livello nazionale si rivela insufficiente o parziale. Io sono solo un imprenditore e mi rendo conto che affermare: “Krugman sta facendo una analisi USA-centrica e non coglie il nocciolo della questione” e più che temerario, da incosciente; ma tant’è: questo è ciò che percepisco e parlarne spero sia opportuno.
Ciò che sta succedendo nel mondo è un rivolgimento economico che non ha eguali; il richiamo a depressioni precedenti rischia di essere fuorviante. Il fenomeno da gestire è il mega riequilibrio cui porta la globalizzazione: fra alcuni decenni i paesi emergenti saranno residuali: il mondo sarà fatto di paesi che producono, commerciano, consumano. Saremo tutti più eguali.
I paesi industrialmente maturi hanno per 200 anni vissuto e impostato le loro strutture godendo di una condizione che oggi si sta sbriciolando ed è destinata a perdersi: l’essere gli unici produttori e commercianti verso 4/5 della umanità fatta di consumatori.
Sostenere la spinta dell’inflazione, dell’economia di carta, significa avere gli occhi rivolti all’indietro. Può forse andar bene agli USA nel breve ma non so quanto può durare. L’atterraggio, i piedi per terra li dovranno mettere anche loro.
Gli effetti, molto sinteticamente, sono inevitabilmente: allineamento dei tenori di vita su scala globale; riduzione drastica del costo delle P.A., anche dei servizi fino a ieri erogabili, non più nel futuro. Questi ultimi recuperabili solo facendo delle P.A. una macchina efficiente, efficientissima.
Il costo di produzione dovrà adeguarsi man mano al costo globale medio: in aumento nelle aree oggi in sviluppo; in assestamento nei paesi industrializzati maturi (si spera che le politiche sociali lo rendano graduale e non traumatico; ma non è certo).
Costo di produzione come sai significa costo del lavoro per unità di prodotto: un contenimento inevitabile del tenore di vita, in parte ma difficilmente recuperabile con produttività.
Analisi brutale se vogliamo, ma è la realtà attesa che dobbiamo guardare in faccia: rebus hic stantibus. Le cose stanno così.
Veniamo a Casa Nostra: il livello dello scialo, dello spreco della nostra P.A. ci dà paradossalmente l’opportunità di migliorare nettamente la nostra capacità competitiva, intervenendo massicciamente e velocemente.
Imprescindibile che la politica si renda conto subito su quale vulcano sta seduta e cambi totalmente un modo di gestione che ha un secolo di storia ma che deve assolutamente adeguarsi alla nuova realtà. Un Nuovo Rinascimento culturale, etico e sociale
Oltretutto sapendo bene che ridurre costi significa ridurre occupazione pubblica, da compensare con occupazione privata, per avere la quale la competitività all’export deve aumentare (efficienza, bassi costi, tassazioni ridotte, ecc), che bisogna pensare a pagare il debito pubblico.
Su questi temi sembro il solo. Mi trovo in giro il deserto: se ne parla pochissimo, in studi e riviste poco diffusi che non raggiungono i media.
Situazione che preoccupa, mi fa paura; mi auguro di sbagliarmi.
Di
luigi saccavini
(inviato il 01/07/2010 @ 11:33:58)
Caro Saccavini, il quadro economico-politico è quanto mai complesso e quindi è difficile per tutti non dico avanzare previsioni ma semplicemente comprendere le dinamiche. Vige una grande incertezza e l’andamento dei mercati lo testimonia.
Alcuni punti fermi però si possono mettere.
Nel prossimo futuro POLITICA ED ECONOMIA saranno sempre più STRETTAMENTE INTRECCIATE. la politica sempre di più sarà una prosecuzione dell’economia con altri mezzi e l’economia una prosecuzione della politica con altri mezzi. Basta osservare come oggi l’economia sia diventata l’arma (nel senso più propriamente militare) più importante di una guerra fra potenze che è sarà sempre più asimmetrica ed extramilitare. Straordinarie sono le analogie fra l’odierna competizione economica e la competizione economica e imperialista che ha preceduto la prima guerra Mondiale.
Un gravissimo pregiudizio ideologico domina classe dirigente politico-economica mondiale: che le politiche di redistribuzione del reddito siano la conseguenza della crescita economica e di un aumento della produttività, anche in termini cronologici e di applicazione delle priorità. È un errore madornale, un errore che risulterà fatale per centinaia di milioni di lavoratori e per molti imprenditori, piccoli e grandi. In questo momento vale il contrario: solo una più equa distribuzione del reddito può garantire in un futuro a medio e lungo termine, solo un netto sbilanciamento della ricchezza sul lato del lavoro salariato potrebbe garantire un futuro equilibrato all’economia mondiale. Ma che il capitale rinunci ai profitti a favore dei salari è di fatto impossibile perché il capitale e miope per sua natura. Chi studia la storia sa bene che è incapace di progettare a medio e lungo termine, e oggi questo è vero più che mai. Ecco allora che la responsabilità dovrebbe passare alla politica, ma la politica non si prenderà mai questa responsabilità. Fra le cose che ho di recente imparato c’è il seguente sillogismo:
1) prima premessa: il 60 della ricchezza gestita negli Uniti fa capo a 5 (o forse 6) grandissime banche;
2) seconda premessa: i dirigenti di queste 5 grandi banche hanno avuto responsabilità politiche di gestione finanziaria in tutti i governi USA; hanno inoltre la responsabilità di diriger le più importanti agenzie di rating;
3) conclusione; la pongo in forma di domanda: potranno questi uomini varare provvedimenti che intacchino lo strapotere delle banche da cui provengono?
Venendo all’Italia vediamo bene come Confindustria e governo vadano a braccetto su una strada di un ottuso e ignorante pseudo-opportunismo. Sacconi e compagni vanno in giro a dire che lo sviluppo economico del nostro paese sia da fare dipendere da una distruzione del sistema del diritto del lavoro, da un ritorno allo stadio di homo homini lupus nel mercato della forza lavoro. Resto esterrefatto dal fatto che questa idea abbia trovato sponde anche nel mio partito e mi domando come è possibile che similari professori universitari possano sostenere tesi molto somiglianti a quelle di Sacconi & C.
Scartata l’ipotesi della stupidità propendo per l’idea che essi tengano in eccessivo conto un fatto che comunque sussiste: la totale assenza della cultura e della pratica della conflittualità sociale. È l’effetto devastante di una battaglia culturale avviata dalla classe dominante e vinta negli anni Ottanta, battaglia culturale che ha fatto passare l’equazione conflitto sociale = terrorismo. L’esperienza del terrorismo italiano ha in ogni caso insegnato molto alla maggior parte di quelli che non hanno rinunciato al sogno di lottare per cambiare il mondo. Ghandi ci ha insegnato che ci sono anche conflitti sociali estremamente aspri giocati con il metodo della non-violenza.
Pace sociale, comunanza d’interessi fra parti sociali, ecco l’errore di fondo. Solo il conflitto sociale è in grado di restituire ipotesi di crescita a questa economia che rotola verso il basso lungo il piano inclinato della depressione che senza conflitto sociale è e rimarrà inarrestabile. La responsabilità è nelle mani di quelli che il cristiano chiama “gli ultimi” e di coloro che pretendono di essere la loro guida politica. Solo dagli sfruttati potrebbe venire la salvezza dell’economia italiana e mondiale, non certo dalle benevole elargizioni degli sfruttatori.
Alcuni punti fermi però si possono mettere.
Nel prossimo futuro POLITICA ED ECONOMIA saranno sempre più STRETTAMENTE INTRECCIATE. la politica sempre di più sarà una prosecuzione dell’economia con altri mezzi e l’economia una prosecuzione della politica con altri mezzi. Basta osservare come oggi l’economia sia diventata l’arma (nel senso più propriamente militare) più importante di una guerra fra potenze che è sarà sempre più asimmetrica ed extramilitare. Straordinarie sono le analogie fra l’odierna competizione economica e la competizione economica e imperialista che ha preceduto la prima guerra Mondiale.
Un gravissimo pregiudizio ideologico domina classe dirigente politico-economica mondiale: che le politiche di redistribuzione del reddito siano la conseguenza della crescita economica e di un aumento della produttività, anche in termini cronologici e di applicazione delle priorità. È un errore madornale, un errore che risulterà fatale per centinaia di milioni di lavoratori e per molti imprenditori, piccoli e grandi. In questo momento vale il contrario: solo una più equa distribuzione del reddito può garantire in un futuro a medio e lungo termine, solo un netto sbilanciamento della ricchezza sul lato del lavoro salariato potrebbe garantire un futuro equilibrato all’economia mondiale. Ma che il capitale rinunci ai profitti a favore dei salari è di fatto impossibile perché il capitale e miope per sua natura. Chi studia la storia sa bene che è incapace di progettare a medio e lungo termine, e oggi questo è vero più che mai. Ecco allora che la responsabilità dovrebbe passare alla politica, ma la politica non si prenderà mai questa responsabilità. Fra le cose che ho di recente imparato c’è il seguente sillogismo:
1) prima premessa: il 60 della ricchezza gestita negli Uniti fa capo a 5 (o forse 6) grandissime banche;
2) seconda premessa: i dirigenti di queste 5 grandi banche hanno avuto responsabilità politiche di gestione finanziaria in tutti i governi USA; hanno inoltre la responsabilità di diriger le più importanti agenzie di rating;
3) conclusione; la pongo in forma di domanda: potranno questi uomini varare provvedimenti che intacchino lo strapotere delle banche da cui provengono?
Venendo all’Italia vediamo bene come Confindustria e governo vadano a braccetto su una strada di un ottuso e ignorante pseudo-opportunismo. Sacconi e compagni vanno in giro a dire che lo sviluppo economico del nostro paese sia da fare dipendere da una distruzione del sistema del diritto del lavoro, da un ritorno allo stadio di homo homini lupus nel mercato della forza lavoro. Resto esterrefatto dal fatto che questa idea abbia trovato sponde anche nel mio partito e mi domando come è possibile che similari professori universitari possano sostenere tesi molto somiglianti a quelle di Sacconi & C.
Scartata l’ipotesi della stupidità propendo per l’idea che essi tengano in eccessivo conto un fatto che comunque sussiste: la totale assenza della cultura e della pratica della conflittualità sociale. È l’effetto devastante di una battaglia culturale avviata dalla classe dominante e vinta negli anni Ottanta, battaglia culturale che ha fatto passare l’equazione conflitto sociale = terrorismo. L’esperienza del terrorismo italiano ha in ogni caso insegnato molto alla maggior parte di quelli che non hanno rinunciato al sogno di lottare per cambiare il mondo. Ghandi ci ha insegnato che ci sono anche conflitti sociali estremamente aspri giocati con il metodo della non-violenza.
Pace sociale, comunanza d’interessi fra parti sociali, ecco l’errore di fondo. Solo il conflitto sociale è in grado di restituire ipotesi di crescita a questa economia che rotola verso il basso lungo il piano inclinato della depressione che senza conflitto sociale è e rimarrà inarrestabile. La responsabilità è nelle mani di quelli che il cristiano chiama “gli ultimi” e di coloro che pretendono di essere la loro guida politica. Solo dagli sfruttati potrebbe venire la salvezza dell’economia italiana e mondiale, non certo dalle benevole elargizioni degli sfruttatori.
Di
David Arboit
(inviato il 01/07/2010 @ 14:37:10)
UN SUICIDIO AL RITMO DI TANGO ARGENTINO
di Alberto Bisin e Michele Boldrin
Il sole 24 ore, 27 giugno 2010
La "Lettera degli economisti", pubblicata il 16 giugno dal Sole 24 Ore, tenta di giustificare "scientificamente" dannose politiche populiste oggi invocate da più parti. In estrema sintesi: dalla crisi si può uscire solo con molto più stato e molta più spesa pubblica; i problemi d'indebitamento pubblico di alcuni paesi europei non hanno base reale; per risolverli è necessario e sufficiente che la Bce acquisti debito pubblico dei paesi in difficoltà, senza preoccuparsi di sterilizzare la quantità di moneta così emessa; responsabile della stagnazione è soprattutto la Germania, che adotta una politica fiscale "espansiva", ossia non s'indebita maggiormente.
Paul Krugman e altri commentatori anglosassoni sostengono tesi forse meno estreme ma non meno dannose, ma le presentano come verità rivelate da una teoria "keynesiana" tanto improbabile quanto incoerente. La lettera dei 100 ha il pregio di volerle giustificare teoricamente ed empiricamente. Il che offre l'opportunità di evidenziarne l'incoerenza logica e l'inconsistenza fattuale.
L'argomento di fondo è noto come teoria del sottoconsumo. Funziona, brutalmente, così: il sistema capitalistico diventa sempre più produttivo - nota 1: non viene spiegato come e perché - produce, o sarebbe capace di produrre, sempre più merci. Però, per aumentare i profitti, il "capitale" paga sempre meno i lavoratori i quali non possono comprare le merci prodotte, che rimangono invendute. Per dare sfogo alla sovrapproduzione (altro nome del sottoconsumo) il capitale finanziario presta soldi ai lavoratori perché essi acquistino l'invenduto (domanda cattiva: perché il capitale finanziario non presta tali soldi ai capitalisti? Poiché il reddito dei lavoratori mai cresce, come da marxiana ipotesi, mai possono ripagare tali debiti, da cui la crisi).
L'incoerenza logica è palese. I capitalisti, con i loro crescenti profitti, potrebbero comprarsele loro le merci. In secondo luogo, i teorici del sottoconsumo non sembrano capire che non di solo consumo vive l'uomo, ma anche d'investimento. Chi risparmia non tiene i soldi sotto il materasso, li investe. Terzo, ma non meno importante, errore logico: la sovrapproduzione è una fantasia perché risulta fisicamente impossibile ottenere profitti senza vendere le merci; se i profitti sono stati ottenuti, le merci devono essere state vendute!
Banalità logiche che sfuggono ai firmatari i quali sembrano non intendere che le recessioni sono dovute soprattutto a un'allocazione erronea degli investimenti. Nel caso 2007-? c'è stato troppo investimento nel settore immobiliare e in settori che producevano certi beni di consumo durevole; troppo poco in beni capitali e servizi avanzati come salute, energia, comunicazioni, educazione. La "crisi" consiste nel doloroso processo di riallocazione delle risorse da investimenti che si sono rivelati erronei a investimenti che ci auguriamo corretti. Poiché nessuno possiede la sfera di cristallo, nessuno sa oggi dire quali investimenti saranno un successo. Meno di tutti i funzionari ministeriali che, negli auspici dei 100, dovrebbero dirci cosa produrre e come.
È per giunta falso che la produttività del lavoro cresca più dei salari. Sia nella Ue che negli Usa, produttività del lavoro e salari crescono in parallelo, paese per paese, almeno dal secondo dopoguerra. È invece vero che, negli ultimi venti anni, il reddito disponibile alle famiglie è cresciuto meno della produttività in alcuni paesi europei, particolarmente in Italia: è sempre più intaccato da tasse, contributi e altri pubblici balzelli. I redditi delle famiglie sono stati erosi dallo stato, non dal mercato.
Veniamo alla Germania. L'argomento dei 100 è qui identico al precedente, basta sostituire "tedeschi" a "capitalisti" e "altri paesi europei" a "lavoratori". I tedeschi son diventati più produttivi - nota 2: perché gli altri no? -. Essi usano questa produttività per esportare facendo così consumare di più il resto degli europei, ben contenti d'indebitarsi. L'argomento è, ad essere cauti, risibile.
Non c'è relazione quantitativa possibile fra il deficit commerciale di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna con la Germania e il loro livello indebitamento pubblico: il paese con il maggior deficit commerciale è quello con il minor debito pubblico (Spagna), mentre l'Italia è all'estremo opposto! Il contrario di ciò che la teoria dei 100 predice. La Germania si trova poi a confrontarsi con un debito pubblico vicino al 90% del Pil, non esattamente una bazzecola. La decisione tedesca di contenere la spesa pubblica è saggia: è precondizione a una riduzione graduale della pressione tributaria, necessaria per una ripresa della domanda privata interna di consumi e investimenti.
Tutto questo non significa che, nel breve periodo, tagli di spesa pubblica non possano avere effetti recessivi. Proprio per questo abbiamo raccomandato maggiori e più sistematici tagli di spesa accompagnati da riduzioni del cuneo fiscale e da una riforma del sistema dei tributi. Riforma fiscale subito, non fra tre anni: questa è una delle tante riforme di cui ha bisogno l'Italia. I tagli di spesa pubblica vanno fatti soprattutto per liberare risorse mal occupate.
Le due ironiche "note" anteriori non erano solo battute. Né Krugman né gli avvocati nostrani della spesa pubblica a go-go si chiedono da dove vengano crescita dell'occupazione e aumento di produttività, uniche fonti di ricchezza duratura. Se la Germania è riuscita a recuperare produttività, perché non lo possono fare Italia, Spagna e altri paesi? Come possiamo crescere di nuovo? Forse che gli aumenti del debito pubblico aumentano occupazione e produttività? Poiché i 100 nemmeno si pongono tali quesiti, le proposte della loro lettera si riducono a poco di nuovo e niente di buono: stampare moneta, emettere maggior debito per finanziare maggior spesa, far marcia indietro con le privatizzazioni ricostruendo l'intervento pubblico in economia, impedire ai fondi pensione d'accedere ai mercati finanziari, adottare misure protezionistiche! Ovvero, garantire un rapido suicidio italiano al ritmo di tango argentino.
di Alberto Bisin e Michele Boldrin
Il sole 24 ore, 27 giugno 2010
La "Lettera degli economisti", pubblicata il 16 giugno dal Sole 24 Ore, tenta di giustificare "scientificamente" dannose politiche populiste oggi invocate da più parti. In estrema sintesi: dalla crisi si può uscire solo con molto più stato e molta più spesa pubblica; i problemi d'indebitamento pubblico di alcuni paesi europei non hanno base reale; per risolverli è necessario e sufficiente che la Bce acquisti debito pubblico dei paesi in difficoltà, senza preoccuparsi di sterilizzare la quantità di moneta così emessa; responsabile della stagnazione è soprattutto la Germania, che adotta una politica fiscale "espansiva", ossia non s'indebita maggiormente.
Paul Krugman e altri commentatori anglosassoni sostengono tesi forse meno estreme ma non meno dannose, ma le presentano come verità rivelate da una teoria "keynesiana" tanto improbabile quanto incoerente. La lettera dei 100 ha il pregio di volerle giustificare teoricamente ed empiricamente. Il che offre l'opportunità di evidenziarne l'incoerenza logica e l'inconsistenza fattuale.
L'argomento di fondo è noto come teoria del sottoconsumo. Funziona, brutalmente, così: il sistema capitalistico diventa sempre più produttivo - nota 1: non viene spiegato come e perché - produce, o sarebbe capace di produrre, sempre più merci. Però, per aumentare i profitti, il "capitale" paga sempre meno i lavoratori i quali non possono comprare le merci prodotte, che rimangono invendute. Per dare sfogo alla sovrapproduzione (altro nome del sottoconsumo) il capitale finanziario presta soldi ai lavoratori perché essi acquistino l'invenduto (domanda cattiva: perché il capitale finanziario non presta tali soldi ai capitalisti? Poiché il reddito dei lavoratori mai cresce, come da marxiana ipotesi, mai possono ripagare tali debiti, da cui la crisi).
L'incoerenza logica è palese. I capitalisti, con i loro crescenti profitti, potrebbero comprarsele loro le merci. In secondo luogo, i teorici del sottoconsumo non sembrano capire che non di solo consumo vive l'uomo, ma anche d'investimento. Chi risparmia non tiene i soldi sotto il materasso, li investe. Terzo, ma non meno importante, errore logico: la sovrapproduzione è una fantasia perché risulta fisicamente impossibile ottenere profitti senza vendere le merci; se i profitti sono stati ottenuti, le merci devono essere state vendute!
Banalità logiche che sfuggono ai firmatari i quali sembrano non intendere che le recessioni sono dovute soprattutto a un'allocazione erronea degli investimenti. Nel caso 2007-? c'è stato troppo investimento nel settore immobiliare e in settori che producevano certi beni di consumo durevole; troppo poco in beni capitali e servizi avanzati come salute, energia, comunicazioni, educazione. La "crisi" consiste nel doloroso processo di riallocazione delle risorse da investimenti che si sono rivelati erronei a investimenti che ci auguriamo corretti. Poiché nessuno possiede la sfera di cristallo, nessuno sa oggi dire quali investimenti saranno un successo. Meno di tutti i funzionari ministeriali che, negli auspici dei 100, dovrebbero dirci cosa produrre e come.
È per giunta falso che la produttività del lavoro cresca più dei salari. Sia nella Ue che negli Usa, produttività del lavoro e salari crescono in parallelo, paese per paese, almeno dal secondo dopoguerra. È invece vero che, negli ultimi venti anni, il reddito disponibile alle famiglie è cresciuto meno della produttività in alcuni paesi europei, particolarmente in Italia: è sempre più intaccato da tasse, contributi e altri pubblici balzelli. I redditi delle famiglie sono stati erosi dallo stato, non dal mercato.
Veniamo alla Germania. L'argomento dei 100 è qui identico al precedente, basta sostituire "tedeschi" a "capitalisti" e "altri paesi europei" a "lavoratori". I tedeschi son diventati più produttivi - nota 2: perché gli altri no? -. Essi usano questa produttività per esportare facendo così consumare di più il resto degli europei, ben contenti d'indebitarsi. L'argomento è, ad essere cauti, risibile.
Non c'è relazione quantitativa possibile fra il deficit commerciale di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna con la Germania e il loro livello indebitamento pubblico: il paese con il maggior deficit commerciale è quello con il minor debito pubblico (Spagna), mentre l'Italia è all'estremo opposto! Il contrario di ciò che la teoria dei 100 predice. La Germania si trova poi a confrontarsi con un debito pubblico vicino al 90% del Pil, non esattamente una bazzecola. La decisione tedesca di contenere la spesa pubblica è saggia: è precondizione a una riduzione graduale della pressione tributaria, necessaria per una ripresa della domanda privata interna di consumi e investimenti.
Tutto questo non significa che, nel breve periodo, tagli di spesa pubblica non possano avere effetti recessivi. Proprio per questo abbiamo raccomandato maggiori e più sistematici tagli di spesa accompagnati da riduzioni del cuneo fiscale e da una riforma del sistema dei tributi. Riforma fiscale subito, non fra tre anni: questa è una delle tante riforme di cui ha bisogno l'Italia. I tagli di spesa pubblica vanno fatti soprattutto per liberare risorse mal occupate.
Le due ironiche "note" anteriori non erano solo battute. Né Krugman né gli avvocati nostrani della spesa pubblica a go-go si chiedono da dove vengano crescita dell'occupazione e aumento di produttività, uniche fonti di ricchezza duratura. Se la Germania è riuscita a recuperare produttività, perché non lo possono fare Italia, Spagna e altri paesi? Come possiamo crescere di nuovo? Forse che gli aumenti del debito pubblico aumentano occupazione e produttività? Poiché i 100 nemmeno si pongono tali quesiti, le proposte della loro lettera si riducono a poco di nuovo e niente di buono: stampare moneta, emettere maggior debito per finanziare maggior spesa, far marcia indietro con le privatizzazioni ricostruendo l'intervento pubblico in economia, impedire ai fondi pensione d'accedere ai mercati finanziari, adottare misure protezionistiche! Ovvero, garantire un rapido suicidio italiano al ritmo di tango argentino.
Di
David Arboit
(inviato il 01/07/2010 @ 15:14:36)
Argomenti molto complessi, inframmezzati da pregiudizi ideologici (non di per sé condannabili, ma nel caso specifico, almeno curiosi se non incongrui in rapporto al problema); questi sì sovrastruttura.
Problema che è e resta: i paesi industrializzati maturi non hanno più il monopolio della produzione e si trovano a competere con aree continentali industrialmente "nuove", dal costo di manodopera parametrabile all'Italia anni Cinquanta.
I paesi industriali “Nuovi” hanno un vantaggio competitivo spaventoso anche perché produrre e produrre bene prodotti di consumo, semidurevoli o durevoli è diventato banale. Un po' di infrastrutture e lo possono fare tutti, si può fare dappertutto.
La globalizzazione è un epocale processo di riequilibrio dalle ingiuste diversità fra chi lavora ed ha 14 mensilità, 40 giorni di ferie pagate, sistema sanitario totale e chi ieri era alla fame ed oggi meno e sta crescendo, avvicinandosi al tenore di vita occidentale.
Demonizzarla non serve; direi che è come il distruggere telai meccanici da parte degli operati tessili di Lione a fine Settecento.
Ci mettiamo a fare la Terza Guerra Mondiale ?
In Italia dobbiamo importare una quantità di prodotti di cui prima eravamo esportatori principali nel mondo (a cominciare dalle scarpe, un esempio).
Non abbiamo risorse naturali.
Con il debito pubblico che abbiamo l'alternativa è elementare ed obbligata: fallire come l'Argentina o pagare ridiventando competitivi (con le scelte che nelle linee generali ho indicato sopra).
Poi, ma solo dopo, possiamo impegnarci a trovare i responsabili e far loro pagare le responsabilità, restituire il maltolto (siano Banche, Mega imprese, Stati o che altro).
Sagunto sta bruciando: dobbiamo star qui a discutere ?
Per adesso una certezza: ogni euro risparmiato dalla P.A., ogni razionalizzazione e processo di efficienza consente di ridurre le tasse e aumentare la capacità competitiva.
Ogni giorno di ritardo aumenta la precarietà, i disoccupati, la povertà del paese.
Problema che è e resta: i paesi industrializzati maturi non hanno più il monopolio della produzione e si trovano a competere con aree continentali industrialmente "nuove", dal costo di manodopera parametrabile all'Italia anni Cinquanta.
I paesi industriali “Nuovi” hanno un vantaggio competitivo spaventoso anche perché produrre e produrre bene prodotti di consumo, semidurevoli o durevoli è diventato banale. Un po' di infrastrutture e lo possono fare tutti, si può fare dappertutto.
La globalizzazione è un epocale processo di riequilibrio dalle ingiuste diversità fra chi lavora ed ha 14 mensilità, 40 giorni di ferie pagate, sistema sanitario totale e chi ieri era alla fame ed oggi meno e sta crescendo, avvicinandosi al tenore di vita occidentale.
Demonizzarla non serve; direi che è come il distruggere telai meccanici da parte degli operati tessili di Lione a fine Settecento.
Ci mettiamo a fare la Terza Guerra Mondiale ?
In Italia dobbiamo importare una quantità di prodotti di cui prima eravamo esportatori principali nel mondo (a cominciare dalle scarpe, un esempio).
Non abbiamo risorse naturali.
Con il debito pubblico che abbiamo l'alternativa è elementare ed obbligata: fallire come l'Argentina o pagare ridiventando competitivi (con le scelte che nelle linee generali ho indicato sopra).
Poi, ma solo dopo, possiamo impegnarci a trovare i responsabili e far loro pagare le responsabilità, restituire il maltolto (siano Banche, Mega imprese, Stati o che altro).
Sagunto sta bruciando: dobbiamo star qui a discutere ?
Per adesso una certezza: ogni euro risparmiato dalla P.A., ogni razionalizzazione e processo di efficienza consente di ridurre le tasse e aumentare la capacità competitiva.
Ogni giorno di ritardo aumenta la precarietà, i disoccupati, la povertà del paese.
Di
luigi saccavini
(inviato il 01/07/2010 @ 22:09:22)
Caro Luigi, non credo che alcune mie posizioni siano liquidabili con l’espressione “pregiudizi ideologici” o che siano un armamentario vetero marxista.
D’altra parte potrei rivolgere a te la stessa accusa: io credo che quella della unità nazionale a fronte del nemico esterno (che nella fattispecie si configura come competitor economico sul mercato mondiale globalizzato) sia una ideologia, tra l’altro spesso praticata nella storia in diverse forme e fattispecie con l’unico scopo di risolvere problemi e contraddizioni propriamente interne. La logica dell’emergenza può essere il risultato di una realistica analisi della dinamica delle cose ma può anche essere una strategia comunicativa (un’ideologia) per compattare interessi corporativi o per troncare sopire i conflitti sociali.
Un noto teorico della politica di destra Carl Schmidt ha dimostrato, secondo me correttamente, che il fondamento del potere, della sovranità, si gioca sulla decisione nella situazione di emergenza, nello stato di eccezione. Poiché chi decide nell’eccezione, cioè nel caso non regolato dal diritto, diventa il vero sovrano. A partire da questo ragionamento gli storici hanno valutato che una delle ragioni dello scoppio della prima guerra mondiale fu proprio il fatto che i governi intuivano la possibilità dello scoppio di una guerra sociale che hanno voluto prevenire.
La stagione della concertazione fra capitale e lavoro fu inaugurata in un altro periodo di gravissima crisi politica ed economica: gli anni 1992, 1993 e seguenti. Già all’epoca l’ideologia dominante era uniti (capitale e lavoro) facciamo sacrifici, raddrizziamo la barca dell’economia, aumentiamo la produttività e poi vedrete che quando l’economia andrà bene ci sarà una più equa distribuzione della ricchezza. Fu inganno. L’enorme accumulazione di profitti, garantita dalle prese di posizione responsabili dei lavoratori e dei loro rappresentati (i sindacati) e che si sono realizzate nel corso degli anni Novanta sono andate a finanziare una enorme massa di transazioni speculative e il colossale gioco per il potere del risko finanziario mondiale avviato dai potenti.
Nel momento in cui per il lavoro salariato si trattava di passare all’incasso è accaduto (oppure è stato fatto accadere) l’11 settembre 2001. Emergenza, may day!!! Da qui la priorità della guerra di civiltà, una crisi economica devastante evocata come spauracchio da tutte le parti (come mai la speculazione a viaggiato lo stesso a tutto vapore?), ossessione sulla sicurezza ecc.
Oggi l’ideologia dominante è un neonazionalismo economico che parte da una rappresentazione dalla globalizzazione come un conflitto economico mondiale senza esclusione di colpi. Da questo presupposto ideologico si deduce la necessità di una militarizzazione della produzione. Nel quadro ideologico della militarizzazione della produzione qualunque tipo di attività sindacale diventa un tradimento della patria.
L’analisi ideologica che il capitale propaganda al lavoro salariato è la seguente: è già scoppiata la terza guerra mondiale, ci siamo già dentro; il conflitto è tra i nuovi colossi economici che cercano un posto al sole nel mercato mondiale (i BRIC) e vecchi potenze economiche USA e UE; non c’è tempo per le discussioni politiche o sociali c’è da combattere una guerra economica. Questo in soldoni significa militarizzare, soprattutto ideologicamente, la produzione.
Sempre rimanendo nell’analogia con la prima guerra mondiale ci troveremo quindi di fronte a questi eserciti di lavoratori salariati “l’un contro l’altro armati” e chiaramente quando gli altri mi sparano addosso con il loro dumpig sociale io devo difendermi e accetto l’accordo sindacale do Pomigliano anche se è al ribasso su diritti che la carta dell’ONU del 1948 proclama inalienabili, accetterò altri accordi che sono una gara concorrenziale al ribasso sui salari.
Ogni persona dotata di semplice buon senso, però, capisce bene dove ci può portare una mercato del lavoro dove la concorrenza di un vasto esercito di riserva (in Italia il lavoro precarizzato, in tutte le sue centinaia di forme diverse, comprende un 40% circa della forza lavoro a fronte di un 20% in media della UE) mi costringe a giocare continuamente al ribasso su salario e diritti.
Per quanto riguarda la questione della P.A. la mia idea è che come Bertolaso e altri casi insegnano il problema non è una riduzione fiscale, il problema non sono i costi specifici della politica (stipendi dei parlamentari, consiglieri ecc.) ma un livello di corruzione da terzo mondo, una situazione in cui la concussione e sistematicamente applicata, una situazione in cui io do il lavoro al mio amico che poi mi gira la mazzetta. Così un chilometro di autostrada invece di 2 milioni ne costa 20.
Per questo tipo di questione non c’è purtroppo alcun rimedio. Che anzi, grazie a leggi come il lodo Alfano, la legge sulle intercettazioni e tutto l’apparato anti giudici e anti indagini messo su dal Centrodestra, le cose peggioreranno e il nostro Paese andrà letteralmente in rovina. Con questi politici, con queste leggi, con questa mentalità da italietta cialtrona la maggioranza degli italiani va d’amore ed’accordo, lo dimostrano le elezioni. Va d’accordo con questa italietta cialtrona anche la gerarchia della Conferenza episcopale italiana che da anni fa la politica di Esaù: in cambio di quattro privilegi di origine fascista sostiene puntualmente il Centrodestra ad ogni tornata elettorale.
D’altra parte potrei rivolgere a te la stessa accusa: io credo che quella della unità nazionale a fronte del nemico esterno (che nella fattispecie si configura come competitor economico sul mercato mondiale globalizzato) sia una ideologia, tra l’altro spesso praticata nella storia in diverse forme e fattispecie con l’unico scopo di risolvere problemi e contraddizioni propriamente interne. La logica dell’emergenza può essere il risultato di una realistica analisi della dinamica delle cose ma può anche essere una strategia comunicativa (un’ideologia) per compattare interessi corporativi o per troncare sopire i conflitti sociali.
Un noto teorico della politica di destra Carl Schmidt ha dimostrato, secondo me correttamente, che il fondamento del potere, della sovranità, si gioca sulla decisione nella situazione di emergenza, nello stato di eccezione. Poiché chi decide nell’eccezione, cioè nel caso non regolato dal diritto, diventa il vero sovrano. A partire da questo ragionamento gli storici hanno valutato che una delle ragioni dello scoppio della prima guerra mondiale fu proprio il fatto che i governi intuivano la possibilità dello scoppio di una guerra sociale che hanno voluto prevenire.
La stagione della concertazione fra capitale e lavoro fu inaugurata in un altro periodo di gravissima crisi politica ed economica: gli anni 1992, 1993 e seguenti. Già all’epoca l’ideologia dominante era uniti (capitale e lavoro) facciamo sacrifici, raddrizziamo la barca dell’economia, aumentiamo la produttività e poi vedrete che quando l’economia andrà bene ci sarà una più equa distribuzione della ricchezza. Fu inganno. L’enorme accumulazione di profitti, garantita dalle prese di posizione responsabili dei lavoratori e dei loro rappresentati (i sindacati) e che si sono realizzate nel corso degli anni Novanta sono andate a finanziare una enorme massa di transazioni speculative e il colossale gioco per il potere del risko finanziario mondiale avviato dai potenti.
Nel momento in cui per il lavoro salariato si trattava di passare all’incasso è accaduto (oppure è stato fatto accadere) l’11 settembre 2001. Emergenza, may day!!! Da qui la priorità della guerra di civiltà, una crisi economica devastante evocata come spauracchio da tutte le parti (come mai la speculazione a viaggiato lo stesso a tutto vapore?), ossessione sulla sicurezza ecc.
Oggi l’ideologia dominante è un neonazionalismo economico che parte da una rappresentazione dalla globalizzazione come un conflitto economico mondiale senza esclusione di colpi. Da questo presupposto ideologico si deduce la necessità di una militarizzazione della produzione. Nel quadro ideologico della militarizzazione della produzione qualunque tipo di attività sindacale diventa un tradimento della patria.
L’analisi ideologica che il capitale propaganda al lavoro salariato è la seguente: è già scoppiata la terza guerra mondiale, ci siamo già dentro; il conflitto è tra i nuovi colossi economici che cercano un posto al sole nel mercato mondiale (i BRIC) e vecchi potenze economiche USA e UE; non c’è tempo per le discussioni politiche o sociali c’è da combattere una guerra economica. Questo in soldoni significa militarizzare, soprattutto ideologicamente, la produzione.
Sempre rimanendo nell’analogia con la prima guerra mondiale ci troveremo quindi di fronte a questi eserciti di lavoratori salariati “l’un contro l’altro armati” e chiaramente quando gli altri mi sparano addosso con il loro dumpig sociale io devo difendermi e accetto l’accordo sindacale do Pomigliano anche se è al ribasso su diritti che la carta dell’ONU del 1948 proclama inalienabili, accetterò altri accordi che sono una gara concorrenziale al ribasso sui salari.
Ogni persona dotata di semplice buon senso, però, capisce bene dove ci può portare una mercato del lavoro dove la concorrenza di un vasto esercito di riserva (in Italia il lavoro precarizzato, in tutte le sue centinaia di forme diverse, comprende un 40% circa della forza lavoro a fronte di un 20% in media della UE) mi costringe a giocare continuamente al ribasso su salario e diritti.
Per quanto riguarda la questione della P.A. la mia idea è che come Bertolaso e altri casi insegnano il problema non è una riduzione fiscale, il problema non sono i costi specifici della politica (stipendi dei parlamentari, consiglieri ecc.) ma un livello di corruzione da terzo mondo, una situazione in cui la concussione e sistematicamente applicata, una situazione in cui io do il lavoro al mio amico che poi mi gira la mazzetta. Così un chilometro di autostrada invece di 2 milioni ne costa 20.
Per questo tipo di questione non c’è purtroppo alcun rimedio. Che anzi, grazie a leggi come il lodo Alfano, la legge sulle intercettazioni e tutto l’apparato anti giudici e anti indagini messo su dal Centrodestra, le cose peggioreranno e il nostro Paese andrà letteralmente in rovina. Con questi politici, con queste leggi, con questa mentalità da italietta cialtrona la maggioranza degli italiani va d’amore ed’accordo, lo dimostrano le elezioni. Va d’accordo con questa italietta cialtrona anche la gerarchia della Conferenza episcopale italiana che da anni fa la politica di Esaù: in cambio di quattro privilegi di origine fascista sostiene puntualmente il Centrodestra ad ogni tornata elettorale.
Di
David Arboit
(inviato il 02/07/2010 @ 10:05:08)
Il discorso non finirebbe più; le sensibilità sono parecchio diverse e spesso antitetiche; in comune forse l'onestà intellettuale. Cercherò di essere essenziale e non risponderò a tutto.
La globalizzazione intesa come processo riequilibrante degli storici squilibri produttivi nel mondo non è venuto dalle ideologie ma dal mercato libero che si sta sviluppando quasi da solo. Senza controllo; può esplodere come un vulcano.
Non è una guerra; è una competizione fra diseguali che tendono a diventare eguali, ognuno facendo i propri interessi. Per frenare questo processo si dovrebbero alzare le barricate con dazi e restrizioni alla libera circolazione, con danno complessivi per il pianeta, ma solo ritardando: alternative non ve ne sono.
Il malato non è il mercato libero (che va comunque meglio regolato), ma lo sfruttamento delle posizioni di potere economico e di posizione, senza regole dei paesi industrializzati maturi, che hanno tirato la corda finché potevano. Il momento della verità in economia arriva sempre, si può farlo ritardare ma è più forte di ogni cosa.
L'Italia non ha nemici esterni e non deve fare guerre a nessuno: deve proporsi al mercato mondiale con capacità competitive: che possiede e molte per fortuna.
Non può più l'Italia (e tutti i paesi industrializzati maturi) sprecare una quota rilevante della ricchezza che produce per mantenere una struttura pubblica (e politica) inefficiente e sprecona: non se lo può permettere.
Così come non si può permettere di foraggiare pseudo imprenditori appaltatori che trescano con la politica a danno delle casse dello Stato. La Messa è finita e non ce n’è per nessuno.
Dobbiamo destinare risorse alla ricerca, allo sviluppo; ridurre il prelievo fiscale. Ripeto: per esportare, mantenere l’occupazione, rimborsare i debiti.
Una politica che attenua la situazione mantenendo un tenore di vita artificialmente alto aumentando i debiti pubblici dei paesi industrializzati maturi farà saltare tutto.
Dopo il dissesto il riequilibrio avverrà allora: a costi spaventosi. Avendo azzerato il welfare, le pensioni, la sanità, le ferie, le regole del lavoro, ecc. Si dovrà ripartire da zero.
Scenari che si può far finta non ci siano e che per scaramanzia partenopea diffusa nel paese si preferisce non citare per non evocarli: ce li diranno a suo tempo i numeri dell’economia.
Quando ciò avvenisse non diamo le colpe all’imperialismo capitalistico ecc.: responsabile sarà solo la nostra sventatezza.
La globalizzazione intesa come processo riequilibrante degli storici squilibri produttivi nel mondo non è venuto dalle ideologie ma dal mercato libero che si sta sviluppando quasi da solo. Senza controllo; può esplodere come un vulcano.
Non è una guerra; è una competizione fra diseguali che tendono a diventare eguali, ognuno facendo i propri interessi. Per frenare questo processo si dovrebbero alzare le barricate con dazi e restrizioni alla libera circolazione, con danno complessivi per il pianeta, ma solo ritardando: alternative non ve ne sono.
Il malato non è il mercato libero (che va comunque meglio regolato), ma lo sfruttamento delle posizioni di potere economico e di posizione, senza regole dei paesi industrializzati maturi, che hanno tirato la corda finché potevano. Il momento della verità in economia arriva sempre, si può farlo ritardare ma è più forte di ogni cosa.
L'Italia non ha nemici esterni e non deve fare guerre a nessuno: deve proporsi al mercato mondiale con capacità competitive: che possiede e molte per fortuna.
Non può più l'Italia (e tutti i paesi industrializzati maturi) sprecare una quota rilevante della ricchezza che produce per mantenere una struttura pubblica (e politica) inefficiente e sprecona: non se lo può permettere.
Così come non si può permettere di foraggiare pseudo imprenditori appaltatori che trescano con la politica a danno delle casse dello Stato. La Messa è finita e non ce n’è per nessuno.
Dobbiamo destinare risorse alla ricerca, allo sviluppo; ridurre il prelievo fiscale. Ripeto: per esportare, mantenere l’occupazione, rimborsare i debiti.
Una politica che attenua la situazione mantenendo un tenore di vita artificialmente alto aumentando i debiti pubblici dei paesi industrializzati maturi farà saltare tutto.
Dopo il dissesto il riequilibrio avverrà allora: a costi spaventosi. Avendo azzerato il welfare, le pensioni, la sanità, le ferie, le regole del lavoro, ecc. Si dovrà ripartire da zero.
Scenari che si può far finta non ci siano e che per scaramanzia partenopea diffusa nel paese si preferisce non citare per non evocarli: ce li diranno a suo tempo i numeri dell’economia.
Quando ciò avvenisse non diamo le colpe all’imperialismo capitalistico ecc.: responsabile sarà solo la nostra sventatezza.
Di
luigi saccavini
(inviato il 02/07/2010 @ 14:26:25)
Disclaimer
L'indirizzo IP del mittente viene registrato, in ogni caso si raccomanda la buona educazione.
L'indirizzo IP del mittente viene registrato, in ogni caso si raccomanda la buona educazione.
Articolo
Storico
Stampa












Feed RSS 0.91
Feed Atom 0.3