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PERCHÉ IL CAVALIERE TEME LE URNE
Di Redazione (del 25/08/2010 @ 10:02:53, in Politica nazionale, linkato 809 volte)
di ILVO DIAMANTI
La repubblica, 23 agosto 2010
Non è una novità, il protagonismo di Bossi. Esibito anche in passato, quando la Lega contava molto meno. Tuttavia, Bossi (e, di riflesso, la Lega) raramente è apparso così determinato. Oggi, infatti, è lui a dettare i tempi e i temi della crisi. Senza preoccuparsi di nulla e nessuno. Nei confronti di Fini e dei suoi amici: "Bisogna cacciarli. Fini è invidioso e rancoroso". Il dialogo è tempo sprecato: "Meglio andare a votare subito".
Cioè: "A fine novembre, al massimo ai primi di dicembre". Lo ha ripetuto più volte, negli ultimi giorni. D'altronde, non c'è spazio per altre maggioranze, oltre a questa. Di fronte a governi tecnici il Nord insorgerebbe. È già campagna elettorale. E Bossi non perde occasione per riproporre i temi dell'agenda leghista. In primo luogo, il "mitico" federalismo. Poi, la sicurezza (i soliti immigrati, il cui numero e la cui pericolosità sociale salgono e calano a comando. Magari a tele-comando. Secondo l'urgenza politica del centrodestra). Poi il Sud. Dove, secondo Bossi, Fini - il nemico di Tremonti - "vuole sprecare i soldi dello Stato".
Il protagonismo di Bossi ha reso lo stesso Berlusconi quasi un comprimario. Un partner livido e imbarazzato. Mosso da istinti e interessi personali più che da ragioni politiche - non diciamo "pubbliche". Accecato dal risentimento verso Fini, il traditore. Deciso a fargliela pagare, a sputtanarlo. Quel moralista immorale che pretende di dar lezioni di pubblica morale.
Così Berlusconi, spinto dall'alleato e dall'istinto, ha imboccato la strada che porta a nuove elezioni. Che sembrano, francamente, inevitabili. Lo ha ripetuto ieri lo stesso premier. Nonostante i 5 punti posti a Fini e ai suoi fedeli, come condizioni non negoziabili. Tuttavia, non comprendiamo i motivi per cui Berlusconi e il Pdl debbano augurarsi nuove elezioni, al più presto. Anzi, nell'attuale situazione, vediamo 5 buone ragioni per cui Berlusconi, secondo noi, dovrebbe semmai temere il voto. E lavorare, almeno, per allontanarne la data.
1. La prima riguarda l'intera maggioranza. Richiama il rischio della delusione. Il malumore degli elettori di fronte a una coalizione incapace di garantire al Paese governo e stabilità. Dopo aver vinto nettamente le elezioni e conquistato una larga maggioranza parlamentare. Solo due anni fa. Una crisi politica nazionale dagli effetti imprevedibili, nel mezzo di una crisi economica internazionale profonda. Gli elettori, compresi quelli di centrodestra, potrebbero leggere in questi eventi i segni di un fallimento. Che coinvolge il progetto - ma anche la leadership - di Berlusconi. Il quale, insieme a Bossi, tenta di scaricarne per intero la colpa su Fini. Ma Fini è il socio fondatore del Pdl. Il partner di Berlusconi. Da 16 anni partecipe del medesimo progetto.
2. La seconda ragione riguarda il Pdl. Un partito cresciuto fragile. Gli elettori di An non l'hanno mai percepito totalmente come "proprio". Il calo registrato dai sondaggi condotti in luglio ne riflette, in parte, il disorientamento. Per ora tende a tradursi in "non-voto potenziale", che induce molti elettori del Pdl a non dichiarare la loro scelta. Così il partito si è attestato, nelle stime, intorno al 30% (secondo alcuni analisti anche meno). Cioè: quel che aveva ottenuto Forza Italia – da sola – nel 2001.
3. La terza ragione riguarda l'impianto territoriale del Pdl. Come ha gridato Bossi, Fini vuole fondare il "partito del Sud". Il che significa: levare la terra sotto i piedi al Pdl. Unico partito "nazionale". Erede – in questo – della tradizione democristiana e dei partiti di governo della prima Repubblica. Come può, il Pdl, immaginare di "tenere" su base nazionale, se si vede succhiare il bacino elettorale a Nord dalla Lega e al Sud da Fini, oltre che dall'Udc, Lombardo e magari Micciché?
4. La quarta ragione, coerente, è che questo governo ha assunto una chiara identità "nordista". È il governo di Bossi, Tremonti e Berlusconi. Garante del federalismo. Una riforma che nel Mezzogiorno è percepita, da un terzo dei cittadini, come un "pericolo". Così, a Nord e a Sud, il Pdl rischia di essere considerato gregario della Lega. Mentre il vero premier appare Tremonti.
5. La quinta e ultima ragione è conseguente - e palese. Oggi il vero avversario, la vera minaccia, Berlusconi e il Pdl ce l'hanno lì, vicino a loro. È la Lega. È Bossi che, non a caso, continua a dare buoni consigli - per sé - che si traducono in altrettante insidie per Berlusconi. Regala il Sud a Fini (e ai Centristi). Al Senato, soprattutto, potrebbe costare molto caro. Destabilizza il governo e la maggioranza, gridando: "Al voto! Al voto!". 
D'altra parte, paradossalmente, la Lega continua ad apparire - ai suoi elettori - opposizione e governo al tempo stesso. Sta al governo, indubbiamente. Ma solo per "difendere il Nord". Quasi un agente infiltrato a Roma, al servizio degli interessi padani. Bossi, agli occhi dei suoi elettori, non appare l'amico fidato di Berlusconi. A cui ha sempre garantito sostegno leale. In tutte le vicende giudiziarie, anche le più imbarazzanti. Ma, al contrario, un "controllore". Un garante.
Così, Bossi, soffia sul fuoco. Qualsiasi cosa succeda, ritiene che la Lega possa guadagnarci. I sondaggi la stimano intorno al 12%. E, quindi, più del doppio nel Nord. Dovesse rivincere il Centrodestra, la Lega ne uscirebbe più forte. Anche perché, presumibilmente, il PdL ne uscirebbe più debole (soprattutto, ma non solo, al Sud). Dovesse perdere il centrodestra (ipotesi da non escludere), la Lega avrebbe di fronte altre opzioni. La più attraente e al tempo stesso inquietante: diventare il polo dell'opposizione. Non solo politica, ma allo Stato. Il Polo Nord. In fondo, governa già: in 2 Regioni (Veneto e Piemonte), in 14 province e in oltre 350 comuni. Ottenesse una ulteriore investitura politica, nell'anno del 150enario dell'Unità d'Italia, si rischierebbe uno strappo di proporzioni difficilmente prevedibili.
Tuttavia, non bisogna mai sottovalutare il Cavaliere. Fare i conti come fosse "fuori gioco". Lui: non si arrende mai. Cade e si rialza. E in campagna elettorale dà il meglio di sé. La differenza dal passato è che, questa volta, non deve guardarsi dagli altri. Dagli avversari. Ma dai suoi alleati. E da se stesso.
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# 1
Le elezioni la norma e il Quirinale

MICHELE AINIS
La Stampa, 23 agosto 2010

C’è una norma costituzionale sullo sfondo di questa crisi politica che incrudelisce giorno dopo giorno. E c’è anche un organo, un potere, un uomo scaraventato suo malgrado nel centro della mischia. L’uomo è Napolitano: dovrà sciogliere le Camere, come reclamano Bossi e Berlusconi se la maggioranza verrà sconfitta in Parlamento? La norma è l’articolo 88, secco e laconico com’era nel costume dei nostri padri fondatori: «Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse».

È il potere più importante attribuito al Quirinale, e non a caso viene messo sotto schiaffo in questo tempo di rissa fra i poteri. Dicono che la nuova Costituzione materiale ne abbia svuotato i contenuti: siccome gli italiani votano con un pretendente al trono indicato per nome e cognome sulla scheda elettorale, allora se il monarca cade giù dal trono bisogna farli votare nuovamente, non c’è alternativa allo scioglimento anticipato. Balle: nel 2006 Prodi vinse con questa stessa legge elettorale, e quando due anni dopo inciampò in un voto di sfiducia nessuno s’appellò alla sovranità violata.

Nessuno si strappò le vesti per il mandato esplorativo che Napolitano conferì a Marini. Dopo di che il Presidente sciolse il Parlamento, ma solo perché non aveva incontrato una maggioranza di ricambio.

Evidentemente la Costituzione materiale è come il primo amore: ciascuno ne conserva un’immagine diversa. E allora tanto vale interrogare la Costituzione scritta, lì almeno c’è una faccia che si può ancora guardare. La Carta del 1947 ci racconta in primo luogo che il Presidente non agisce sotto dettatura del governo: in Assemblea costituente venne infatti rigettato l’emendamento Nobile, che vincolava lo scioglimento delle Camere alla proposta del Consiglio dei ministri. Però nemmeno esercita un potere solitario, perché i costituenti respinsero del pari l’emendamento Dominedò, che in tale fattispecie intendeva escludere la controfirma del presidente del Consiglio. Il fatto che lo scioglimento sia controfirmato significa che è la somma di una doppia volontà, di una doppia valutazione: di tipo politico, nel caso del governo; di tipo discrezionale, nel caso del Capo dello Stato. E discrezionale qui non vuol dire scelta arbitraria o capricciosa; vuol dire viceversa che entra in gioco un potere discrezionale nell’accezione usata dai giuristi, ossia come potere libero nei modi ma ancorato a fini prefissati.

Qual è allora lo scopo che la Costituzione assegna al Presidente? Non quello di fare e disfare governi e maggioranze: lui è un organo di garanzia, non d’indirizzo politico. Bensì piuttosto d’evitare la paralisi nell’azione dello Stato, tenendo in piedi un Parlamento ingovernabile. In altre parole (e salvo casi eccezionali), il Presidente ha un ruolo da notaio, ma sono le forze politiche a decidere di stipulare il rogito. Ecco perché gli undici scioglimenti anticipati che abbiamo fin qui sperimentato suonano in realtà come altrettanti autoscioglimenti delle Camere: o perché i partiti non riuscivano a esprimere una maggioranza di governo, o perché c’era una maggioranza favorevole al voto. E del resto, quale sarebbe mai l’alternativa? Se il Presidente potesse fare un po’ come gli pare, allora avrebbe anche il potere di sciogliere le Camere un minuto dopo le elezioni, se il risultato elettorale non gli aggrada. Ma almeno questo, Berlusconi non l’ha ancora domandato al nostro Capo dello Stato. Magari lo farà domani, se l’urna gli regalerà qualche brutta sorpresa.
Di  Redazione  (inviato il 25/08/2010 @ 10:04:44)
# 2
"Il voto non ci fa paura, vinceremo?nascerà l'Alleanza Costituzionale"

di UMBERTO ROSSO
La Repubblica, 22 agosto 2010

Dario Franceschini
ROMA - "Se Berlusconi rompe e va alle elezioni, le perde. Vince il centrosinistra. E lui lo sa bene. E' un bluff, agitato per spaventare Fini".

Come fa ad esserne così certo, onorevole Franceschini?
"Perché il bilancio di due anni di governo è del tutto fallimentare, gli italiani se ne sono accorti sulla propria pelle. E poi perché di fronte ad una situazione di emergenza - con Berlusconi che va al voto per ottenere i pieni poteri, stravolgere la Costituzione e puntare al Quirinale - scatterebbe una risposta straordinaria e di emergenza da parte di tutta l'opposizione".

E cioè?
"La nascita di una alleanza costituzionale. Aperta a tutte le forze che alla svolta autoritaria di Berlusconi sono pronte a dire di no".

Chi ne farebbe parte?
"Chi ci sta. Partendo naturalmente dal Pd, da Di Pietro, dalla sinistra che è fuori dal Parlamento".

Casini?
"Casini è all'opposizione, e dunque è evidente che si tratta di un nostro interlocutore naturale".

Il leader dell'Udc però, oggi, pensa a governi di responsabilità nazionale. Berlusconi lo corteggia: se torna nel centrodestra non crollano le vostre speranze?
"E' vero, c'è un pressing forte di Berlusconi ma Casini dimostra di saper resistere. Del resto conosce, per averlo sperimentato, come si vive male nel centrodestra del Cavaliere. Io non ho l'impressione che sia tentato dal bis".

La futura alleanza costituzionale imbarcherebbe pure Fini?
"Fini sta conducendo la sua battaglia all'interno del campo di centrodestra".

Niente finiani, ma un fronte allargato da una parte a Casini e dall'altra a Vendola non significa fine della vocazione maggioritaria del Pd?
"Assolutamente no. Quella scelta è stata il più grande tentativo di modernizzazione della politica italiana ma a situazione di emergenza democratica, risposta di emergenza. Sarebbe un passaggio necessario per fermare la svolta autoritaria e arrivare alla costruzione di un bipolarismo moderno nel nostro paese".

E se nasce il terzo polo di Casini, Fini e Rutelli?
"Vedremo, ma in ogni caso a chi toglierebbe voti? Certamente al centrodestra. Ecco un'altra buona ragione per prevedere una vittoria elettorale del centrosinistra".

Chi sarebbe chiamato a guidare l'Alleanza, come si sceglie la leadership?
"Dipende dall'evolversi della situazione. Se la legislatura va avanti, abbiamo le primarie. Ma se la crisi si avvita, e rapidamente scatta la corsa alle urne, lo schema di gioco per forza cambia. Anche per ragioni di tempo, saremmo costretti a scegliere il nostro candidato premier magari solo in un mese".

Il Pd per quale scenario lavora?
"Se ci sarà un'apertura formale di una crisi, ad un governo di transizione con al primo punto la modifica del Porcellum. Però se non dovesse andare così, non abbiamo alcuna paura di affrontare la prova delle urne anche con questa legge elettorale".

Pare molto difficile trovare i numeri nell'attuale Parlamento per cambiare il Porcellum.
"Parliamone il giorno dopo l'apertura vera di una crisi di governo... Le carte si rimescolano, in tanti a quel punto non avrebbero più voglia di legarsi mani e piedi ad un Berlusconi dimissionario".

Vede un tentativo di tregua nella maggioranza?
"Io ho visto la faccia di un leader al tramonto. Berlusconi, in conferenza stampa, era un uomo teso, insicuro. L'aria di uno che sta per andare a sbattere".

Non crede al Berlusconi in versione colomba?
"No, era soltanto spaventato. Il modello berlusconiano sta crollando".

È possibile una tregua con Fini?
"La dialettica non è prevista nel centrodestra del Cavaliere. Nega alla radice l'essenza stessa del suo sistema. Ho vinto io, comando io. L'assetto proprietario della politica non ammette il confronto interno. Sarebbe la fine stessa del mondo berlusconiano. Magari ci saranno alti e bassi, ma nella sostanza lo strappo con Fini è irrimediabile".

Il Cavaliere teme contraccolpi elettorali?
"Usa l'arma del voto al contempo come una minaccia e come una tentazione. Come avvertimento per cercare di ridurre Fini a più miti pretese. Ma sogna anche il colpaccio grazie al Porcellum, che gli consentirebbe di mettere in lista solo i fedelissimi e di fare il pieno grazie ad un premio di maggioranza vergognoso: non è prevista la soglia minima, anche con il 30 per cento di voti si conquista il 55 per cento dei seggi. Però sa anche che questo sogno rischia di trasformarsi in incubo".

I finiani sono pronti a sottoscrivere al 95 per cento la verifica.
"Ma Berlusconi già alza il tiro: perché a lui, in realtà, interessa solo il 5 per cento. Solo le leggi ad personam".
Di  Redazione  (inviato il 25/08/2010 @ 10:06:49)
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