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QUANTO PESA E COME SI AFFRONTA LA DISOCCUPAZIONE NEGLI STATI UNITI
Di Redazione (del 10/08/2010 @ 06:00:00, in Politica internazionale, linkato 1047 volte)
Di Sylvain Cypel, Le Monde, 7 luglio 2010, trad. it. di Luigi Saccavini
La Georgia ha cominciato con un esperimento, messo in atto da Michael Thurmond assessore al lavoro dello stato; ha rimesso in moto un programma già esistente (probabilmente negli anni Trenta ndr) poi gradualmente abbandonato. Il programma prevede 24 ore la settimana di lavoro per 6 settimane, con una remunerazione di 100 dollari la settimana. “un disoccupato può trovare un nuovo lavoro presso un imprenditore che, in base al “test”, deciderà se assumere o meno.

«Una ventina di Stati americani sta prendendo in considerazione di adottare questa esperienza» dice Gorge Wentworth, che nel Connecticut lavora in un ufficio di assistenza ai disoccupati: il National Employment Law Projet (NEL). «Il lavoro viene pagato una miseria. Non è legale ma funziona» aggiunge; «sono tanti i disoccupati in condizioni molto critiche, disperati».

Il caso di Michelle Ives, 46 anni, una borgata vicina a Dallas, Texas, è diventato normale. È un anno che ha perso il suo impiego presso Nokia Siemens. «Ho presentato la mia candidatura a 400 aziende: ho ottenuto 4 colloqui, nessun risultato. Mi sono data da fare e mi sono guardata in giro. Mi sono proposta a 10 dollari l’ora quando in precedenza ne prendevo 20, a 50 chilometri da casa: niente.»

In attesa che il Senato voti il prossimo 9 Agosto un allungamento delle indennità di disoccupazione, il suo ultimo assegno (16 Giugno) era di 278 dollari (209 euro, al mese).

Gli Stati Uniti si stanno trovando in una condizione che non ha precedenti: una disoccupazione strutturale elevata. Da 15 mesi il tasso di disoccupazione oscilla fra il 10,2% e il 9,5% in Giugno e Luglio di quest’anno stando alle cifre dichiarate venerdì 6 Agosto dal dipartimento del lavoro.

Il mese scorso l’economia americana ha ancora cancellato 131.000 posti di lavori. Da un anno il numero dei disoccupati non cambia oscillando da 14,5 a 15 milioni. Vi sono altri dati che sono più preoccupanti: negli Stati Uniti la disoccupazione lunga comincia alla 27ma settimana (dopo sei mesi). Oggi è così ma nei tre decenni precedenti gli americani riprendevano i lavoro in tre mesi. Le categorie statistiche seguono la nuova realtà e sei mesi di disoccupazione sono diventati normali. E la disoccupazione lunga oggi riguarda il 44% dei senza lavoro, quando nel 2007 la percentuale non superava il 20%.

Oggi un quarto dei disoccupati e senza lavoro da un anno; e il 9,6% del totale da due anni. Infine vi è 1,2 milioni di disoccupati che hanno rinunciato a cercare un nuovo lavoro nel 2009; ben il 50% in più rispetto a un anno addietro.

Contemporaneamente, ciò che negli Stati Uniti è chiamato “lavoro part time non volontario” riguarda da 8 a 9 milioni di occupati. Insomma in un anno e mezzo la sotto occupazione riguarda circa 25 milioni di americani; il 16,3% della popolazione attiva. Condizione mai verificatasi da quando esistono le statistiche per l’impiego.

Le conseguenze: «emergono nuovi comportamenti» dice Wentworth. Ed ecco che gli organismi semipubblici della formazione per adulti, poco sviluppati, sono presi d’assalto per nuove richieste.

«L’intero mercato del lavoro si sta evolvendo: i disoccupati e insieme a loro gli uffici che si occupano di preservare l’occupazione». Wentworth aggiunge che il «lavoro part time sta aumentando soprattutto nelle aziende che occupano personale giovane». Si chiede loro di lavorare tutti per 4 giorni anziché 5 per evitare licenziamenti; accettando la riduzione dello stipendio proporzionale ed aumentando la produttività. Gradualmente sta crescendo chi accetta anche di lavorare gratuitamente nella speranza di essere assunto. È del tutto nuovo nelle Stati Uniti e i sensori che seguono il lavoro incoraggiano il fenomeno.

L’elemento più nuovo è la pressione alla riduzione degli stipendi. Questa è forte nelle amministrazioni perché Stati americani e municipalità si dibattono con deficit di bilancio abissali. I professori dell’università d’Hawaii si sono ridotti gli emolumenti del 6,7%. Gli impiegati di Albuquerque (Nuovo Messico) dell’1,8%.
Il fenomeno si allarga al settore privato. General Motors ha drasticamente ridotto gli stipendi ai nuovi assunti. Ovunque le aziende negoziano con i sindacati riduzioni di stipendio. Il new York Times citava recentemente, fra le altre, l’industria frigorifera Sub-Zero, l’importante impresa d’autotrasporti ABF, lo studio legale Reed Smith ed ancora l’Orchestra filarmonica si Seattle. In questi casi, numerosi, nota il New York Times i dipendenti, preferiscono questa scelta ai licenziamenti o alla implicita minaccia di chiusura.

Non è così dappertutto. A Williamson (stato di New York) 300 dipendenti di un impianto di succhi di frutta, tutti sindacalizzati, sono in sciopero dal 23 maggio. Rifiutano la riduzione di paga di 1,5 dollari l’ora e di aumentare la loro quota di versamenti sull’assicurazione malattia.

Un portavoce del produttore (Mott) dichiara al giornale: «il nostro solo obiettivo è migliorare la competitività e la flessibilità delle nostre attività». Mentre le aziende si adattano, «si tende ad abituare la gente all’idea che la disoccupazione resterà alta a lungo e ci si rifiuta di fare del lavoro una URGENZA NAZIONALE» conclude desolato Wentworth.
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# 1
Una analisi molto interessante di come gira il mondo del lavoro fuori da casa nostra.
Cosa della quale i nostri media si occupano poco, mentre questi argomenti interessano tutti (e fanno giustizia di un ottimismo un po’ di maniera, fuori luogo con l’aria che tira); guardiamo in faccia la realtà partendo dalla nazione che più rappresenta il trend del mercato globale.

Intanto, da rilevare una serie di istituti che sono presenti da noi come negli USA: l’indennità di disoccupazione (che viene riconosciuta però solo quando questa diventa “lunga”: adesso spostata da tre a sei mesi) erogata con un bonus mensile unico a partire dalla 28ma settimana.
Meccanismo che aumenta le difficoltà per chi perde lavoro ma incentiva la spinta individuale a “cavarsela da soli”, propria di quel paese. Ha anche l’effetto di costare molto meno alle casse dello Stato.

Il ricorso alla riduzione d’orario “non volontaria”: equiparabile al nostro “contratto di solidarietà”, che sindacati ed aziende contrattano liberamente, sul quale sembra mancare il supporto di integrazione del reddito presente in Italia (che integra al 50% lo stipendio ridotto): comunque funziona e tende a diffondersi.

Interessante anche la grandissima flessibilità con cui si affrontano le singole situazioni nei diversi stati e nelle aziende: contrattazioni per ridurre gli stipendi al fine di difendere la produttività; proposte di lavoro di ri-avviamento con bonus molto bassi (che però consentono a chi non è più giovane di farsi valere e reintrodursi nel mercato).

Interessanti i criteri di analisi del lavoro: molto più oculati e dettagliati di quanto non facciano da noi Istat e Ministero del Lavoro: l’analisi del non lavoro viene colta in tutte le sue sfumature: la lunghezza della disccupazione, l’abbandono della ricerca di lavoro, il part time, il job sharing. Insomma i dati sono visti nella loro concreta crudezza: vi è una abitudine a guardare in faccia realisticamente alla situazione, senza veli. Vien fuori che il minor lavoro riguarda in varia forma il 16,3% della popolazione attiva (mentre da noi ci gloriamo di un 8,5% che rimane stabile… una dato certamente molto diverso dal reale).

Non sono rose e fiori, e la situazione viene vista come non transitoria, di lungo periodo (da noi non sarà diverso): ci si rende conto del problema e da parte di sindacati, istituzioni e aziende si cerca di remare nella stessa direzione.

Un sistema che per trovare la condivisione diffusa di chi la vive sulla sua pelle deve forzatamente basarsi su una amministrazione pubblica efficiente (i dipendenti accettano senza battere ciglio riduzioni di stipendio) e su una giustizia che manda in galera senza tanti complimenti chi sgarra.

L’Italia non potrà diventare come gli Usa, almeno in tempi brevi. Abbiamo non poco da imparare però.
Di  luigi saccavini  (inviato il 10/08/2010 @ 16:32:14)
# 2
Un articolo moto interessante che suggerisce numerose riflessioni. Eccone solo una.
Rimango rigorosamente scettico sul fatto che imprenditori e lavoratori, con la mediazione del sindacato ed eventualmente di un governo efficiente (certamente non in Italia oggi), possano cooperare per il bene comune. Rimango scettico perché e nella logica naturale di sviluppo delle imprese e del nostro sistema economico che sia così.
Per esempio. Sono di questi giorni numerose notizie di aziende che sono uscite dalla crisi ristrutturando (licenziando e introducendo nuove macchine o procedure di lavoro) e che per questo hanno aumentato. I loro prodotti si vendono ovviamente all’estero perché se non si distribuisce ricchezza qui... L’orizzonte di lavoro di chi dirige l’azienda è rendere più efficiente, più produttiva e meno costosa la realizzazione del prodotto; la quantità di occupazione è esclusivamente e assolutamente funzionale a questi obiettivi. Secondo me è questo realisticamente il trend con cui le aziende supereranno la crisi e quindi avremo un aumento della produzione, una maggiore efficienza, economicità e capacità di generare profitti delle imprese, a fronte di una continua crescita della disoccupazione. La responsabilità sociale non compare nei piani di sviluppo delle aziende che in ultima istanza dicono: la quantità di disoccupati non è un mio problema, è un problema dello Stato, da scaricare su chi paga le tasse, cioè sui cittadini.
Alla logica naturale di sviluppo del nostro sistema economico si può opporre solo la politica, la buona politica che ha il dovere di comprendere come lo sviluppo naturale del sistema è assolutamente indifferente al destino delle persone, non implica alcuna responsabilità sociale. Responsabilità è ciò che da significato alla parola libertà e si traduce in scelte per il bene comune, decisioni, cioè politica
Rispetto al problema strutturale mondiale della continua riduzione del monte salari mondiale qualunque soluzione tecnica interna al mercato del lavoro è solo un pannicello caldo, un antidolorifico a fronte di una malattia di tipo oncologico, momentaneamente utile, ma che non genera alcun effetto strutturale sulla dinamica del sistema, ossia sulle cause che generano la disoccupazione e il crollo della domanda aggregata.
A ben guardare poi, questo mercato creativo del lavoro, queste creazioni fantasiose del mercato del lavoro, se le si analizza con calma una per una ci si rende conto che sono comunque quasi sempre orientate alla riduzione dei salari (o allo scaricare una parte del salario sulle casse de lo Stato che è lo stesso) e quindi orientate ad aggravare il male riproducendo il meccanismo che ha prodotto la malattia.
Gli enormi profitti accumulati dalle aziende negli anni Novanta e nella prima metà del XXI secolo sono finiti in speculazioni e bolle varie: bruciati. Se fossero finiti in salario avrebbero garantito una potente domanda e uno sviluppo economico e oggi non saremmo qui di certo a parlare di crisi. Perché questo non è avvenuto, chi è stato così cieco da non capire quello che si doveva fare? Dov’erano i sindacati? Perché non hanno reclamato una maggiore quota di partecipazione ai profitti? Dove erano gli imprenditori? Perché non hanno pensato che stavano segando il ramo su cui erano seduti?
Sono notizie di questi mesi il fatto che fottendosene altamente della crisi i manager esigono siano pagati i loro enormi stipendi e gli azionisti esigono che siano pagate le cedole e se tutto ciò ha un costo sociale “me ne frego”, questo è il motto criminale, direi nazista di queste persone.
Di  David Arboit  (inviato il 10/08/2010 @ 17:39:50)
# 3
Credo si debba partire dalla genesi della crisi di lavoro nei paesi occidentali (che io definisco industriali maturi); forse se si riesce a mettersi d’accordo sulle cause, si può avere una visione della evoluzione e delle terapie.
La mondializzazione dell’economia è la più grande rivoluzione economica che il nostro pianeta abbia mai registrato ed è in pieno svolgimento. Porta con sé l’effetto della competizione basata sul basso costo del lavoro e la conseguente delocalizzazione. Trascina inevitabilmente nel tempo una maggiore ricchezza nei paesi poveri ed un conseguente aumento di stipendi e tenore di vita. La rivoluzione planetaria dell’economia avrà per effetto un riequilibrio delle differenze.
Chi stava già meglio degli altri crescerà poco o scenderà a scapito di chi stava peggio.
Il riequilibrio avverrà in tempi medio lunghi ed avrà per conseguenza minori delocalizzazioni e maggiore domanda di prodotti dai paesi divenuti più “affluenti”.
Oggi siamo ancora nella prima metà del guado, nella fase più faticosa per i paesi industriali maturi, le conseguenze sono: delocalizzazione e minor lavoro, maggiore difficoltà ad esportare.

In una economia di mercato, con le sue complessità e particolarità di situazioni e singoli protagonismi, ciò che contano sono le tendenze e le tendenze sono sempre neutre. Possono essere aggravate o attenuate in ragione dei comportamenti correttivi introdotti dalla politica.
La politica, qualsiasi politica, non è di per sé colpevole (o meritevole) di tutto il movimento.

Ciò chiarito, direi che è addirittura doveroso sostenere e promuovere ciò che si ritiene giusto, ma è soprattutto oggi opportuno partire da presupposti non ideologici. Meglio essere pragmatici: si sbaglia molto meno.

Che la rivoluzione dell’economia globale sia un portato degli scambi, del mercato; che si stia realizzando un mondo molto meno diseguale quasi come evoluzione propria, mentre i grandi movimenti ideali del secolo scorso nulla hanno colto e non influiscono nella rivoluzione globale, dovrebbe far riflettere.
Di  luigi saccavini  (inviato il 12/08/2010 @ 09:59:11)
# 4
Caro Luigi
1) È certamente vero che c’è un cambiamento profondo, al quale noi per comodità diamo il nome di globalizzazione, che è un movimento reale inesorabile, inarrestabile, un trend che è se vogliamo una specie di destino ineluttabile. Osservo però che studiando la storia si può certamente dire che questa tendenza alla mondializzazione e partita il 12 ottobre 1492, è proseguita con il commercio delle spezie e degli schiavi, e si è potenziata enormemente con lo sviluppo del sistema industriale di produzione. Il trend, quindi, che è orientato alla formazione di un mercato mondiale è tutt’altro che recente, viene da molto lontano.

2) Fino a che punto un movimento reale lascia all’uomo, all’umanità e a ciascun singolo attore dei margini di azione e quindi di libertà e responsabilità? Per rispondere a questa domanda ripercorro sommariamente un antico momento storico su cui sto proprio ora lavorando. A cavallo tra il 1750 e il 1850 è esploso in Europa lo sviluppo della fabbrica e del modo di produzione industriale. Era anche questo per molte ragioni un trend inevitabile, un orientamento del sistema economico inarrestabile. Tra le primissime reazioni di chi ne ha subito gli “effetti collaterali” vi fu il luddismo: le macchine portano via il lavoro, distruggiamole. Anche le corporazioni, che regolamentavano il mercato del lavoro degli artigiani con norme che in un certo senso erano l’analogo del nostro diritto del lavoro, fecero una strenua lotta contro la meccanizzazione della produzione. Chi metteva in atto queste reazioni non vedeva che il movimento reale era inarrestabile, aveva la testa rivolta all’indietro, tanto che pensava, per esempio distruggendo le macchine, di arrestarlo. Certo noi possiamo accusare questi uomini di fine Settecento di essere stati retrogradi, di non avere capito, ma resta il fatto che furono messi alla fame, anche quando trovarono lavoro nelle fabbriche.

3) Alcuni grandi economisti dell’epoca (Smith, Riccardo e Marx) invece riuscirono a capire che il sistema industriale era un progresso per l’umanità e che il suo sviluppo era per certi aspetti inarrestabile. Quello era il movimento della realtà e ciò che occorreva era capire il movimento reale per potere giocare meglio la propria responsabilità.

4) OK, sono d’accordo, oggi siamo di fronte a nuova, grande e inarrestabile trasformazione. Ma mi chiedo: come ce la possiamo giocare? Duecento anni dopo la prima rivoluzione industriale possiamo ancora tranquillamente affermare che anche questa grande trasformazione produrrà spiacevoli “effetti collaterali” ma è normale, naturale che sia così perché il mercato ha le sue regole? E così dicendo siamo culturalmente fermi ad Adam Smith, cioè in quanto a scienza economica pesantemente voltati all’indietro.

5) Oppure possiamo fare un passo avanti e chiederci all’interno di una grande trasformazione, che ha certamente una sua naturale necessità, ci sono forze che la orientano secondo i loro interessi particolari, cioè che cercano di massimizzare il loro potere? Chi sono? Come agiscono? Tentano guarda caso di strumentalizzare uomini e cose? Sono indifferenti al destino di uomini e cose (disoccupazione, paghe da fame cioè sfruttamento, distruzione dell’ambiente)? Come si possono combattere in nome di un controllo più equo, più democratico, più orientato verso il bene comune della trasformazione? Accecati dal progetto di massimizzare il loro interesse e potere danneggiano il contenuto progressivo dell’attuale trasformazione? Queste domande sono ideologia? Per me ideologia è negare la legittimità e il realismo contenuto in queste domande, per me è ideologia pensare che queste forze siano disponibili a discutere in vista di un bene comune senza la pressione di una forza che le costringa a sedersi a un tavolo, cioè senza un movimento di lotta politica e sociale.
Di  David Arboit  (inviato il 13/08/2010 @ 11:21:37)
# 5
Sono d'accordo, siamo d'accordo su alcuni punti:
UNO: " C’est la lutte finale, groupons nous e domain, l'Internationale sera le genre humain" uscita dalla Comune di Parigi nel 1871, si sta realizzando 120 anni dopo, per evoluzione dei mercati; se ne sta andando di suo.
DUE: la diffusione è dovuta al diffondersi della conoscenza, del saper fare, del know how: oggi costruire una fabbrica automatizzata per prodotti maturi è alla portata di tutti o quasi;
TRE: come sempre dentro il divenire della Storia c'è chi sa prendere al balzo la palla e ne approfitta prima (anticipando e aiutando la diffusione del konw how: ne approfitta, come dici, ma ne è anche motore importante di diffusione della crescita);
QUATTRO: compito della politica (di tutta la politica a dx come a sx; conservatori e progressisti) è capire la situazione e regolarne lo sviluppo: se lo fa male o non lo fa, la crescita avviene egualmente ma gli squilibri del divenire diventano incontrollati. Naturalmente mi riferisco alla politica che si regge sui pilastri dell’etica, del senso dello Stato, dell’interesse del Paese e dei Cittadini, politica disinteressata, come servizio; il resto non è degno del sostantivo “politica” (a dx come a sx).


Credo che la politica oggi, in Italia ma non solo, manchi della coscienza piena circa il periodo storico che stiamo attraversando: sta usando schemi e modelli di sviluppo del passato, superati. Il “che fare” di oggi è un libro fatto ancora di pagine bianche, tutto da scrivere (anche qui sia a dx che sx; del tutto bi-partisan sulle carenze).

Tutto ciò mentre nelle università americane e inglesi si sta progettando la knowledge economy: economia della conoscenza, quale assetto evolutivo della società per l’economia nel terzo millennio.
Una sfida immane che coinvolge tutti, l’intera popolazione: il lavoro privo di conoscenza e aggiornamenti, formazione permanente: è destinato a spegnersi.
L’unico modo con cui si potrà convivere nell’economia della globalizzazione; bisogna correre, soprattutto in Italia. Il mondo non sta fermo e noi non possiamo scendere.
Di  luigi saccavini  (inviato il 13/08/2010 @ 17:26:56)
# 6
Sono d’accordo su tutto salvo su una cosa: il bipartisan naturalmente. Ogni giorno di più sono convinto che che l’Italia migliore sia a sinistra, e questo nonostante i molti difetti della sinistra. Basta guardare alle persone.

Dal punto di vista morale a sinistra ci sono mele marce in un cesto di mele in maggioranza sane e nessuno ha mai fatto apologia dell’illegalità e della tipica furbizia italiota.
A destra c’è qualche mela sana in un cesto di mele marce ed è inevitabile che sia così perché il gran capo fa sfoggio della sua personale illegalità, delle sue personali e numerosissime amicizie con pregiudicati di ogni genere, compresi i mafiosi, del suo utilizzare sfacciatamente la cosa pubblica per interessi personali, del suo essere un puttaniere, del suo modo volgare e ottocentesto di concepire e trattare le donne, che volentieri si sottomettono in tutti i sensi così poi fanno carriera politica.
Dal punto di vista intellettuale a sinistra c’è ancora il culto della cultura, dello studio, del sapere e di tutte le conoscenze, c’è il culto dell’istruzione e c’è certamente una ben radicata coscienza del fatto che lo sviluppo economico è oggi trainato soprattutto dalla conoscenza, dal settore R&D. Lo dimostrano tutte le battaglie che la sinistra fa sulla scuola per un riforma della scuola statale che non sia la distruzione che sta portando avanti la destra.
A destra si fa sfoggio invece di ignoranza, su dusprezzano gli intellettuali, e si vive in un mondo in cui domina la cultura rozza e cafona del denaro tipica del parvenu.

Ma un conto sono le differenze reali e un conto sono le differenze percepite. Tra il reale e il percepito c’è un lungo percorso dove s’intrecciano linguaggio e pensiero. Oggi viviamo in un mondo estremamente confuso a partire dal linguaggio e quando c’è confusione nel linguaggio c’è confusione nella lettura dela realtà. Questo è il risultato di un percorso culturale devastante (forse anche questo necesssario e inarrestabile) di distruzione di miti e riti che avendo fatto tabula rasa di valori ha consegnato la persone all’antropologia dell’uomo consumistico. Sì perché il caos politico non è altro che l’effetto di un caos culturale: la democrazia ad Atene non sarebbe mai nata se non fosse stata “preparata” da una paideia creata dalla filosofia. Oggi la vera paideia la fa il marketing.
Resta però nelle persone un disagio profondo, un disagio che la maggior parte affoga e soprime con tanti percorsi di consumo. Se guardato in faccia, però, si può scoprire questo disagio è la spia di esigenze originare e insopprimibili nell’uomo, esigenze di giustizia, di verità, di bellezza, di bene, che nell’Italia di oggi vengono quotidianamente brutalmente mortificate.
Di  David Arboit  (inviato il 14/08/2010 @ 09:04:09)
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