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REPUBBLICA TV INTERVISTA MASSIMO D'ALEMA
Di Redazione (del 30/05/2009 @ 09:52:48, in Politica nazionale, linkato 674 volte)
Una grande lezione di politica in questa intervista a Massimo D’Alema realizzata il 27 maggio per repubblica TV da Massimo Giannini.

DOMANDA: partiamo dal caso del giorno, la vicenda Noemi. C’è chi dice che è una vicenda esclusivamente privata e c’è invece chi dice la vicenda ha importanti risvolti politici perché chiama in causa i comportamenti e la trasparenza di un importante uomo pubblico.
D’ALEMA: Si tratta di una vicenda con una indubbia rilevanza pubblica. Riguarda una persona cui sono affidate le sorti del Paese, riguarda l’etica condivisa dalla maggioranza degli italiani, riguarda il leader di una destra che non di rado si è presentata come portatrice dei valori tradizionali come la patria e la famiglia.
Voglio ricordare un discorso di Aldo Moro pronunciato dopo il referendum sul divorzio in una Assemblea nazionale della Democrazia Cristiana; Moro espresse più o meno la seguente idea: lo spirito del tempo consiglia noi cristiani più a testimoniare i nostri valori con la forza dell’esempio che a imporli con la forza della legge. Una frase che contiene due straordinari insegnamenti: la laicità dello stato, non si può imporre con la forza della legge un convincimento etico o religioso; l’appello ai cristiani impegnati nella vita pubblica alla coerenza dei comportamenti. Noi siamo oggi di fronte a un desolante rovesciamento. Abbiamo una classe dirigente che con la forza della legge ci vuole imporre come dobbiamo curarci e come dobbiamo morire mentre nei comportamenti offre uno spettacolo degradante che ha poco a che fare co i valori condivisi dalla grande maggioranza degli italiani.

DOMANDA: Crede che il caso Noemi potrà danneggiare Berlusconi in questa tornata elettorale almeno per quanto riguarda l’elettorato cattolico?
D’ALEMA: Non lo so. Non so nemmeno quanto di questa vicenda sia arrivato al grande pubblico perché certamente agisce un pesante condizionamento sul sistema dell’informazione. Posso dire che in questo caso il giornale Repubblica ha svolto un compito importante, sollevando una questione con grande rigore giornalistico. Purtroppo il panorama complessivo dell’informazione, e in particolare l’informazione televisiva è gravato da un pesante censura.

DOMANDA: La CEI, i vescovi italiani, ha assunto una posizione molto indulgente affermando che si tratta di una questione privata e che nessuno deve permettersi di esprimere giudizi. A questo si collega il fatto che sembra che i giudizi espressi dai vescovi italiani vengano utilizzati dal Centrosinistra quando sostengono posizioni favorevoli a questa area politica, mentre vengono giudicati e respinti come intrusione quando esprimono idee contrarie alle opinioni del Centrosinistra.
D’ALEMA: Questo vale per molti aspetti anche per il Centrodestra. Io sono contrario all’uso politico di quello che dice la Chiesa. Penso che la Chiesa italiana sia un elemento importante della società italiana e che giustamente prende la parola per esprimersi su tutto, sui grandi problemi sociali, sui grandi problemi etici. Non ho mai pensato che la Chiesa abbia il dovere di tacere e penso al contrario che è opportuno che la Chiesa parli. Ma penso anche la politica e le istituzioni democratiche devono esprimersi in libertà. Il problema non è che la chiesa parli, ma quando la pressione della Chiesa condiziona decisioni politiche che riguardano la vita umana o le relazioni di coppia perché la legge deve essere uguale per tutti e non è soltanto per i credenti. La laicità dello stato sta qui. Il credente crede nella indissolubilità del matrimonio come sacramento, è una posizione che io rispetto moltissimo, e fra l’altro credo di essere una persona che per la propria famiglia ha più rispetto di diversi cattolici professatisi tali, ma questo appartiene a una sua scelta che deve onorare con la coerenza dei comportamenti, e non pensare di imporlo a tutti per legge. Qui c’è un principio cardine delle nostre democrazie, la libertà della Chiesa di parlare, la necessità di ascoltare questa voce autorevole, ma nello stesso la responsabilità della politica e delle istituzioni.
Certo è poi che molti vescovi italiani non hanno nascosto di guardare con simpatia a questa destra e forse adesso c’è anche un certo imbarazzo da parte del mondo cattolico.

DOMANDA: Parliamo ora del caso Mills. Per quanto riguarda questa questione molti dubbi riguardano il profilo che l’opposizione a assunto rispetto a questa vicenda. Molti vi accusano di essere troppo soft, di non denunciare in piazza con durezza questo populismo di tipo sudamericano, vi chiedono perché non appoggiate il voto di fiducia chiesto da Di Pietro, perché non vi mostrate più decisi e inflessibili. Non crede che le posizioni del suo partito rispetto alla vicenda Mills non riflettano la volontà dei suoi elettori che stanno gridando a gran voce dimissioni?
D’ALEMA: I comportamenti di Berlusconi finiscono per esacerbare una frangia dei nostri elettori e lo capisco. Ci dicono dovete fare di più ma sono appelli il cui contenuto è difficilmente traducibile in atti politici. Io penso che nulla di più significativo si può fare se non battere Berlusconi, isolarlo, riconquistare in consenso della maggioranza degli italiani. E difficilmente si ottiene questo risultato attraverso l’esasperazione di quella parte che sta già contro Berlusconi. Questa è un po’ l’ottica di Di Pietro. Il principale obiettivo di Di Pietro non è battere Berlusconi, è sottrarre la frangia più arrabbiata degli elettori del PD che vorrebbero che noi gridassimo di più che insultassimo di più. Questo ricorda una gag che dice “Me le ha date ma io glie le ho dette”. Che senso ha in questo momento, alla vigilia delle elezioni, provocare un dibattito parlamentare con una mozione di sfiducia. Che cosa si ottiene? Noi andiamo lì, e glie ne diciamo di tutti i colori, ci togliamo una soddisfazione, facciamo contenti il signor tizio e il signor caio nostri elettori, con i quali comunque simpatizzo e condivido i sentimenti. La conclusione di questa cosa è che alla fine la maggioranza compatta vota Berlusconi; i titoli dei giornali il giorno dopo saranno quindi la maggioranza compatta intorno Berlusconi. È una sfida all’OKcorral con un esito già predefinito. Non c’è speranza che lo sceriffo buono vinca. Tutto questo serve solo alla vigilia delle elezioni per offrire una immagine (falsa) di una maggioranza compatta attorno a Berlusconi, è tutta una sceneggiata il cui l'esito finale sulla opinione pubblica è un favore a Berlusconi.
Non c’è alcun dubbio che la sentenza Mills mette in evidenza un modo di gestire i propri affari, un disprezzo della legge, ed è del tutto chiaro che in un Paese civile il solo fatto che il presidente del consiglio abbia delle società offshore, al di là della corruzione, dovrebbe suscitare indignazione. Questo lo diciamo. Ma detto questo, è mia opinione che il cuore della campagna elettorale, nel rapporto con la grande opinione pubblica, non può che essere ciò di cui Berlusconi non si occupa. Ciò che può essere convincente per l’italiano medio, per la maggior parte della popolazione, è il fatto che abbiamo un Presidente del Consiglio che è in gran parte occupato in processi oppure in una vita personale come quella che si intravede nel caso Noemi, anziché occuparsi della crisi economica, della cassa integrazione, del finanziamento delle piccole e medie imprese, della sicurezza degli italiani. E qui il elettorale, è questo punto vero dove spostare il fuoco della campagnacontrasto tra uno affaccendato nelle cose sue e un paese travolto dalla crisi economica, e quello lì dice ma no, non bisogna parlarne, bisogna stare allegri, e infatti lui sta allegro, sta allegrissimo. Quello che colpisce gli italiani, l’italiano medio, un italiano che non alcun giudizio morale nei confronti di Berlusconi, il cittadino qualunque è colpito dal fatto che quello non si occupa dei problemi veri, della perdita del potere d’acquisto dei salari, del fatto che non si arriva a fine mese. È qui che una grande forza d’opposizione lo deve sfidare. Altrimenti ci blocchiamo sul fatto che ci sono quelli che pensano che lui è quel che è..., quelli che pensano che è una vittima. Diventa uno scontro di religione attorno alla persona di Berlusconi, invece di essere un grande confronto sui problemi che riguardano il futuro del Paese. Perché perfino quello che non ha capito bene se Berlusconi ha fatto questo o ha fatto quello, persino quello lì però non è disposto a perdonargli che di fronte alla crisi non si è fatto nulla.
Voglio invitare i nostri elettori a guardare alla possibilità che il Centrosinistra torni in campo come una grande forza di governo alternativa, questa è la chiave per vincere, non gridare di più. Noi abbiamo vinto tutte le volte che abbiamo messo in campo una grande politica e non ci siamo limitati a gridare contro Berlusconi.

DOMANDA: Nonostante tutto quello che è accaduto Berlusconi, mantiene un consenso abbastanza vasto. Lei alcuni giorni fa ha dichiarato che non bisogna cedere allo sconfittismo. In quella sua affermazione quanto c’è di vero e quanto di campagna elettorale.
D’ALEMA: Una delle ragioni per cui posso risultare un po’ ostico, anche a una parte dell’elettorato di sinistra è che io faccio sempre politica, anche in campagna elettorale, perché penso sia un dovere etico non cedere mai alla demagogia. E naturalmente è chiaro che quando uno non si abbandona alla demagogia non liscia il pelo alla folla, può risultare anche ostico, ma è come la medicina, è utile.
Io faccio una analisi del Paese, sulla realtà del Paese, per come è, sulla base di sondaggi pubblici, pubblicati dai giornali. In questo momento un po’ meno della metà dell’elettorato deciso a votare sostiene il governo, è un 47-48%, dell’elettorato che dichiara di voler votare: un altro 47-48% di quelli che dichiarano di voler votare dice che voterà per i partiti dell’opposizione. Quindi l’elettorato che vuole andare a votare e composto da due elettori: uno che sta con il governo e uno che sta contro il governo. Però c’è un terzo elettore che sta a guardare, perché i sondaggi dicono che si pronuncia il 56-57% degli elettori.
La fotografia del Paese dunque non è come dice Berlusconi che gli italiani stanno con lui; come sempre dice delle cose che non sono vere, il più delle volte. Gli italiano sono divisi in tre.
Di fronte al paese reale, che è questo, qual è il compito di una grande forza di opposizione? È una doppia funzione. Trasformare quella metà degli lettori che sono contro Berlusconi in una proposta di governo, perché la somma delle opposizioni non fa una proposta di governo...

DOMANDA: Come l’esperienza ha dimostrato...
D’ALEMA: In qualche caso l’ha fatta, perché l’Ulivo ha funzionato, l’Unione ha funzionato di meno. Questo è il tema politico, qui subentra non l’invettiva, ma la forza della politica. Secondo: questa proposta di governo che dovrebbe unire la parte che è all’opposizione, dovrebbe anche avere la capacità di restituire fiducia e voglia di partecipazione a quella parte degli italiani, e sono moltissimi, che guardano con sfiducia alla politica nel suo insieme. Questo è il problema. È un problema politico, è un problema culturale, non lo si risolve gridando. Lo risolve mettendo in campo una grande politica, una grande progetto per il Paese, come facemmo. Nel 1994 Berlusconi vinse, sembrò si aprisse un ciclo epocale...

DOMANDA: E si è aperto...
D’ALEMA: Ma non è vero. Non è così perché da quel momento in poi si è aperta una sfida. Ha governato il Centrosinistra per sette o otto anni, ha governato lui per sette o otto anni, tutto sommato nel Paese le forze si sono bilanciate, non è vero che Berlusconi ha dilagato.
È vero che questa coalizione di Centro sinistra di tanto in tanto smarrisce la strada. Non ha la forza di una coerenza politico-culturale, è purtroppo talora litigiosa, una somma di personalità, mentre loro offrono questa immagine di compattezza di fronte a un capo, c’è un sovrano con un esercito di cortigiani e di cortigiane che offre una certa immagine di compattezza, ma una qualità di governo molto scadente. Questo è IL problema politico, dovremmo cercare di tornare ad affrontarlo con forza di pensiero, di analisi, di proposta, e capisco che queste sono tutte cose noiose e invece si pensa che l’importante è gridare e dire le parolacce. E invece purtroppo no!

DOMANDA: Qual è il numero giusto di parlamentari in Italia? È vero che il parlamento ostacola il governo?
D’ALEMA: Questo della riduzione del numero dei parlamentari è un gigantesco imbroglio di Berlusconi, si potrebbe definire una manovra diversiva. Perché questo tema è un tema condiviso. L’opposizione ha presentato una proposta di legge, risultato del lavoro della scorsa legislatura, che prevede il dimezzamento del numero dei parlamentari, che secondo me è una cifra ragionevole. C’è una ipertrofia del ceto politico, abbiamo troppi deputati, troppi consiglieri regionali, troppi consiglieri comunali e questo determina uno scadimento della qualità. Noi abbiamo da tempo proposto di ridurre il numero dei parlamentari di differenziare le funzioni delle Camere, con lo scopo di rendere il parlamento più forte. A questo occorre aggiungere una nuova legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliersi i parlamentari, e non nominati dall’alto come avviene adesso.
Noi siamo impegnati quindi in dibattito che in un paese democratico verrebbe considerato surreale; il capo del governo che pensa di fare una cosa che è la stessa cosa che l’opposizione vuole fare da tempo; allora se la vuole veramente fare la fa, non va a raccogliere le firme. È una pagliacciata, noi siamo costretti a discutere di pagliacciate, che Berlusconi inventa per distrarre l’opinione pubblica dai suoi problemi. Ma si immagina la signora Merkel che se vuol fare una riforma dice raccoglierò le firme per farla, tutti si metterebbero a ridere, mentre invece in Italia anche autorevoli quotidiani commentano “ma che idea interessante”. È sconcertante.
Anche ieri al senato c’è stato il momento della verità. I parlamentari del PD hanno detto che bello che anche Berlusconi vuole ridurre i parlamentari, mettiamo la cosa all’ordine del giorno. È successo che la maggioranza ha votato contro. Quindi noi assistiamo a una doppia pagliacciata. Il capo del governo annuncia che raccoglierà le firme per ridurre il numero dei deputati i suoi parlamentari votano contro in Parlamento. Basterebbe questo per dire noi siamo governati a una comitiva ridicola. Un capo di governo che dice raccoglierò le firme! Questo è populismo, quando anziché risolvere i problemi con le procedure democratiche, li si agita per cercare di suscitare ondate di opinione qualunquista, contro il Parlamento, questo è il populismo, questo modo di fare l’agitatore, il capo popolo, invece di essere un uomo di governo, e alla fine poi per non fare nulla, perché quando dice facciamo quelli gli votano contro.

DOMANDA: Perché non avete fatto la legge sul conflitto d’interessi?
D’ALEMA: È una vicenda lunga e complessa e bisogna raccontarla perché quasi nessuno la racconta. È stato scritto anche un bel libro di Stefano Passigli che racconta tutto.
Noi abbiamo cercato di fare questa legge. Nel 1996, quando nacque il governo Prodi, quel governo avviò la procedura parlamentare per fare la legge. Fu relatore Franco Frattini e la legge fu approvata nella primavera 1998. Era una legge ampiamente condivisa ma totalmente inefficace. Fine 1998 entrò in crisi il governo Prodi e io formai un nuovo governo. Mi posi l’obbiettivo di fare una legge più efficace. Incaricai del compito il senatore Stefano Passigli, un giurista che si occupa di queste cose, che ha una competenza, che conosce la situazione di altri Paesi. Gli feci fare il sottosegretario alla presidenza del consiglio con l’incarico di fare una legge più efficace. La facemmo. Il clima unitario idilliaco si ruppe, ci fu uno scontro parlamentare violentissimo, che però si concluse nel 2000 con l’approvazione da parte del Senato di una legge seria sul conflitto di interessi. Ci furono le elezioni regionali, cadde il governo da me presieduto, mi dimisi e lasciai il campo. Nell’ultimo anno di legislatura il governo di Centrosinistra non portò a termine la legge perché dopo l’approvazione del Senato era necessaria anche l’approvazione della Camera, ritenendo che ci fossero altre priorità, scelta che io rispetto. E quindi noi ci trovammo a fine legislatura con una legge approvata solo a metà, solo al Senato.
Arrivò Berlusconi e si fece una legge lui, lui l’ha fatta ma è una legge che non gli dà molto fastidio. Questa è la storia delle legge sul conflitto d’interesse, e viene attribuita a me la colpa perché nel Centrosinistra tutti hanno dei meriti ma uno solo ha le colpe. Ancora qualche giorno da Di Pietro ha detto d’Alema doveva fare... ma il governo che sbagliò il primo passo era un governo di cui Di Pietro faceva parte. Questo Di Pietro è una figura singolare, sembra sempre che venga dalla Luna.
Detto questo vorrei comunque rassicurare gli elettori: con la legge comunque non avremmo risolto nulla, proprio nulla, perché Berlusconi avrebbe avuto mille modi per aggirarla. Avrebbe, per esempio, donato le sue televisioni ai figli, e a quel punto nessuno avrebbe potuto contestare a un signore i cui figli sono proprietari di televisioni il diritto di fare politica. Non sarebbe cambiato in sostanza nulla e avrebbe detto che i comunisti lo espropriavano del frutto del lavoro della sua vita e probabilmente avrebbe avuto un milione di voti in più.
Io vorrei dire ai nostri elettori che si fanno un cruccio di questa questione, che è giusto fare una legge sul conflitto di interessi ma non ci si può illudere che un fenomeno politico come Silvio Berlusconi, un signore che ha il consenso della metà del Paese, lo contrasti con una leggina secondo la quale quello lì non può più fare il Presidente del Consiglio. È una posizione illusoria. I grandi fenomeni politici si sconfiggono sul piano politico, e non attraverso delle soluzioni che pur essendo necessarie per il Paese non avrebbero risolto in alcun modo il problema Berlusconi. Lui avrebbe potuto cedere le sue televisioni a persone di fiducia e poi svolgere il suo ruolo pubblico. Bisogna liberarsi da questa ossessione che se facevamo una leggina scompariva Berlusconi, perché è una grave ingenuità. L’unico modo è combatterlo politicamente convincendo la maggioranza degli italiani che è possibile avere un altro governo, migliore di quello che Berlusconi garantisce. Non ci sono scorciatoie purtroppo.

DOMANDA: Nomine Rai. C’è stata una grande polemica. Anche voi avete lottizzato, lo possiamo dire...
D’ALEMA: Sì, sì, lottizzato... La RAI è una televisione pubblica che viene governata da amministratori scelti dai partiti. Ma quando questo si somma al fatto che il partito che governa la RAI è il proprietario del principale concorrente, si crea una particolarissima anomalia, si crea una sorta di monopolio comunicativo e la situazione diventa molto più grave di quanto non sia normalmente grave.
Da molto tempo ritengo che ci sia una sola via d’uscita e cioè ridimensionare il servizio pubblico, creando un solo canale pubblico finanziato dal canone e privatizzare in parte la RAI, metterla sul mercato in modo da creare un vero competitore. Questa idea è stata messa in campo da me dieci anni fa ma non è solo Berlusconi a essere ostile a un parziale privatizzazione della RAI, ovviamente perché va contro i suoi interessi, ma purtroppo anche una parte del Centrosinistra che pensa o per ragioni ideologiche che non bisogna ridimensionare il servizio pubblico, o perché comunque finché ci sono tre reti, almeno quando governiamo noi qualcosa si può prendere. Bisognerebbe avere il coraggio di una riforma radicale per creare un mercato concorrenziale perché non è la televisione pubblica che può fare concorrenza a Berlusconi perché c’è il tetto della pubblicità, perché c’è il canone, ma occorre un competitore privato. Tanto è vero che il sorgere del mercato televisivo italiano della pay TV, con Murdoch, suscita tanto allarme in Berlusconi perché se si afferma un competitore privato ci sono problemi.

DOMANDA: Perché la classe operaia o proletaria non vota PD? Berlusconi riesce a tirare fuori l’animal spirit della gente mentre voi non sapete farlo.
D’ALEMA: In parte è vero, questa è la forza del populismo. La debolezza del populismo è che poi non risolve i problemi. Berlusconi parla alle paure, ai sentimenti profondi, evoca spesso gli uomori peggiori della folla, ad esempio il fatto di dire “io impedirò la società multietnica”. Queste affermazioni non hanno però nessun contenuto di governo. La debolezza della destra è che è straordinaria nell’evocare questi umori ma poi non è in grado di governare. Infatti tutte le volte che lui ha vinto le elezioni e poi ha governato, dopo le ha perse.

DOMANDA: Però qui il tema della domanda è le debolezze della Sinistra non quelle della Destra. L’impressione e che voi non riusciate più a parlare neanche alla vostra gente.
D’ALEMA: Se fosse vero noi non saremmo più votati da nessuno, il che non è vero. Noi siamo una grande forza e governiamo in mezza Italia, governiamo città e province, e quindi qualcuno ci vota. Partiamo da questa notizia. Le analisi dicono che i giovani non votano la Sinistra, gli operai non votano la Sinistra e quindi questa metà del Paese che poi vota perché se no non avremmo la maggioranza dei sindaci e delle regioni non si capisce chi sono, saranno dei fantasmi.
Ma il grande vero problema del Centrosinistra è il seguente. Il problema e che noi per potere costruire il consenso delle persone, non fondato sugli animals spirits, ma fondato sull’adesione a un progetto ideale, di valori, ma anche razionale, abbiamo bisogno di un grande partito. Berlusconi, in fondo, può perfino farne a meno. Noi invece abbiamo bisogno di un grande partito. La nostra debolezza è cominciata nel momento in cui il cittadino che ha un problema non trova uno di noi come interlocutore. Il cittadino italiano è una persona semplice, una gran parte degli italiani non leggono i giornali, partecipano alla vita pubblica soltanto attraverso l’informazione televisiva, il paese è fatto così. Ma quel cittadino, che non legge le inchieste di repubblica e non ne sa nulla perché il TG1 non ne parla, una volta usciva di casa e trova una sezione di partito dove poteva discutere con delle persone come risolvere i suoi problemi. Se non c’è più questa dimensione noi rischiamo di parlare soltanto a una opinione pubblica informata, di persone che leggono i giornali, che sanno e che quindi scelgono in modo critico, ma non arriviamo più in profondità, dove noi prima arrivavamo attraverso la forza di grandi organizzazioni sociali, che erano i partiti ma non solo i partiti.
Forse noi abbiamo buttato via come zavorra un po’ troppo presto questa struttura della politica senza la quale noi saremo sempre i più deboli. La soluzione è tornare al radicamento sociale, tornare in mezzo alla gente. In questi giorni di campagna elettorale noi stiamo recuperando, è un dato evidente, perché si sono rimesse in movimento le persone. La campagna elettorale ha creato quella mobilitazione di persone che è la nostra forza vitale. Il cuore del problema e che questo non deve essere solo nei giorni della campagna elettorale; se noi siamo in grado di creare questa partecipazione, questa mobilitazione, come un dato permanente, io credo che anche il rapporto con il popolo tornerà ad essere un rapporto più forte. Questo significa anche avere una grande attenzione ai problemi del popolo, come la retribuzione dei lavoratori, la difesa delle loro conquiste sociali, e questo è anche un problema di programma politico del Centrosinistra. È insomma un problema di legame organizzato con i cittadini.

DOMANDA: Sulla questione delle referendum. Ci sono state posizioni contrastanti nel Centrosinistra, C’è chi dice sia un suicidio votare "Sì" visto che conferisce a Berlusconi che ha già una solida maggioranza una maggioranza ancora più forte.
D’ALEMA: Io non parlo mai del referendum nelle manifestazioni popolari che faccio; e nessuno me ne chiede mai. Non ho trovato un solo cittadino che mi abbia posto una domanda sul referendum. È un tema che interessa un target molto ristretto. Ho scritto un libro sul referendum proprio quando Di Pietro stava raccogliendo le firme per il referendum, mentre adesso fa campagna contro. Io allora dissi attenzione prima di promuovere questo referendum perché al di là delle buone intenzioni non risolve. È abrogativo e perciò non è in grado di darci una nuova legge elettorale. Mutila la legge attuale e quello che ne resta è molto discutibile. Oggi noi siamo di fronte a questo referendum e io sono contrario alla legge elettorale attuale e per coerenza mi sembra giusto votare Sì. Una posizione diversa potrebbe apparire di difesa dell’attuale legge elettorale che è pessima. Tutti diciamo che è pessima. Tuttavia una posizione abrogativa ha senso se si accompagna a una proposta di riforma perché non posso sostenere come riforma qualcosa che non lo è, cioè il residuo del referendum. Il PD dovrebbe proporre una riforma della legge elettorale, e questo darebbe al Sì un significato propositivo. Ho già detto che la riforma elettorale utile al nostro paese sarebbe l’introduzione di un sistema di tipo tedesco, che è fra l’altro una ipotesi condivida dall’UDC, in parte dalla Lega, ed è l’ipotesi che più largamente unisce tutte le forze politiche salvo Berlusconi.

DOMANDA: Sulla questione delle alleanze. Il Pd deve allearsi con l’UDC? Ricordiamo che l’UDC in Sicilia è infestata da persone poco raccomandabili.
D’ALEMA: Il compito del principale partito dell’opposizione è cercare di collaborare con tutte le forze che si oppongono al governo. A partire dai contenuti naturalmente. Osservo che in Parlamento, il più delle volte, nel 90% dei casi, noi votiamo assieme all’UDC, facciamo battaglie comuni su molte questioni importanti. Da qui alle elezioni politiche c’è un po’ di tempo, ma mi sembra persino di dire una ovvietà: il compito del maggior partito all’opposizione è cercare di unire il più possibile le forze che sono all’opposizione. Intanto per contrastare le scelte che riteniamo sbagliate del governo e poi se maturerà un convergenza politica e programmatica anche per stringere alleanze intanto a livello locale. Naturalmente a livello locale ci si allea con i partiti anche sulla base della qualità del personale politico, della correttezza e della trasparenza.

DOMANDA: Quindi la veltroniana autosufficienza è superata per sempre.
D’ALEMA: Non siamo autosufficienti. Se fossimo autosufficienti, cioè avessimo il 51% dei voti potremmo dichiaraci autosufficienti. Non essendolo mi sembra una mossa azzardata che rischia semplicemente di fare il gioco dei nostri avversari.

DOMANDA: La vocazione maggioritaria è stata un errore...
D’ALEMA: La politica ha a che fare con il buon senso. Dovrebbe aver a che fare con il buon senso...

DOMANDA: Come mai Rifondazione è stata espulsa da Veltroni dalla coalizione nonostante avesse appoggiato tutte le decisioni del governo Prodi anche le più impopolari per la propria base?
D’ALEMA: Purtroppo non è vera questa seconda parte. Ho sempre cercato di fare uno sforzo perché la Sinistra fosse unita, nella misura del possibile. Anche nella sfida di governo bisogna dire che Rifondazione in molti casi ha dimostrato di non essere all’altezza di questa sfida.
Ricordo per esempio che il governo Prodi aumentò le pensioni, prese un provvedimento importante, di carattere sociale, siccome però non sembrava abbastanza a Rifondazione organizzarono manifestazioni contro le decisioni del governo. È vero che non votarono contro, però qual è la credibilità di un governo nei confronti del quale una parte della maggioranza organizza le manifestazioni contro? Bisogna rendersi conto che questo eccesso di litigiosità ha purtroppo minato la credibilità del Centrosinistra e ha aperto la strada alla vittoria di Berlusconi.
Se poi noi ci fossimo alleati con Rifondazione avremmo perso lo stesso, e forse anche peggio.

DOMANDA: Allora questo cantiere delle alleanze dopo il voto su quale base si riapre? Si chiude con Di Pietro, si apre con l’UDC, si chiude con Rifondazione e la Sinistra radicale...
D’ALEMA: Impostata così la questione è metodologicamente sbagliata. Non è lecito a nessuno mettersi in modo unilaterale a fare l’elenco dei promossi e dei bocciati. Noi non abbiamo questo compito e sarebbe anche arrogante attribuirselo.

DOMANDA: Non si tratta di promuovere o bocciare si tratta di scegliere...
D’ALEMA: No, non si tratta di scegliere. Noi abbiamo il compito di unire le forze all’opposizione del governo Berlusconi. E questo nella misura più ampia possibile. Il criterio per unire non è quello di fare l’elenco dei buoni o dei cattivi, il criterio è unire queste forze attorno a un progetto credibile per quanto attiene ai contenuti e al progetto politico. Io non ho mai detto che noi non dobbiamo collaborale con Di Pietro, e in molte parti del Paese siamo assieme nelle elezioni amministrative. Io però sono molto critico verso certi comportamenti di Di Pietro, verso l’arrogante aggressività che ha verso il nostro partito, questo continuo gioco allo scavalcamento. Tu non puoi rivolgerti alla maggiore forza dell’opposizione, a un partito che è quattro volte te, e dire firmate la mia mozione. Di Pietro è talmente antiberlusconiano che in certi comportamenti gli somiglia.

DOMANDA: Mi sembra che Franceschini stia facendo un buon lavoro. Non le sembra che il Partito lo lasci un po’ troppo solo?
D’ALEMA: Sì alla prima domanda. No, nel modo più assoluto alla seconda. Io sono un parlamentare del PD, non ho nessuna funzione dirigente, non sono candidato, e sono impegnato nella campagna elettorale come non mai.

DOMANDA: Congresso ad ottobre del PD. Che succede?
D’ALEMA: Si discuterà seriamente di politica. Mi pare la cosa più importante, per affrontare i problemi che ho accennato in questa conversazione. Poi ci saranno candidature...

DOMANDA: E qui casca l’asino... Lei ha detto prima D’Alema impegnato come non mai in campagna elettorale, indubbiamente per sostenere Franceschini in campagna elettorale, ma c’è chi dice D’Alema si candiderà a ottobre per fare il leader del PD.
D’ALEMA: Non rientra nei miei programmi questa prospettiva. Ritengo che prima di lanciarci in una legittima competizione per le persone noi dobbiamo avviare una seria discussione politica, perché il fondamento è lì. Noi non siamo in un momento in cui dobbiamo scegliere il candidato che si opporrà a Berlusconi. È un problema che verrà tra qualche anno. Noi dobbiamo rilanciare il progetto del PD si basi culturali, mi permetto di insistere su questo aggettivo, e anche pratiche, cioè organizzative, più robuste. Perché questo progetto, che è fondamentale per l’avvenire del Paese, è partito in modo più incerto, quindi bisogna fare questa discussione seria e certamente dobbiamo anche ricostituire un gruppo dirigente, reale. C’è una certa discrasia tra il gruppo dirigente percepito come tale dalla società italiana e quello che invece effettivamente lo è. Questo secondo me non funziona.

DOMANDA: Appoggerà Bersani?
D’ALEMA: Ho molto apprezzato il venire in campo di Bersani anche perché noi non potevamo dare il alcun modo la sensazione che la Sinistra italiana, la sua storia, le personalità che più la rappresentano in questo partito si mettono in disparte. Questo impoverirebbe la forza elettorale del PD. In questo partito la presenza di Bersani ha un grande significato. Bersani ha assunto la leadership politica di una parte di questo partito. Io guardo con molto rispetto, ma i congressi si fanno durante le stagioni congressuali. I partiti che fanno i congressi in campagna elettorale rischiano di fare male sia il compresso sia la campagna. Adesso noi ci battiamo per un risultato che mantenga aperta un prospettiva per il Paese. Bisogna arginare quest’uomo che si ritiene al di sopra della legge, della morale e che non è capace di governare il Paese, perché bisogna che sia in campo una alternativa possibile. E dopo si vedrà, discuteremo, vedremo come sono disposte le forze in campo, vedremo quali sono i grandi problemi che abbiamo di fonte, con spirito di autonomia non ci faremo dettare dai giornali né le linee né le leadership perché non è mestiere loro e lo fanno male.
Noi abbiamo le energie per risolvere i nostri problemi.
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