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VIA QUOTIDIANA A GAZA DOPO LA GUERRA
Di Redazione (del 25/01/2009 @ 06:00:12, in Politica nazionale, linkato 996 volte)
Così i ragazzini
di Hamas 
ci
hanno utilizzato come bersagli


di Lorenzo Cremonesi

Corriere della Sera, 21 gennaio 2009

GAZA - «Andatevene, andatevene via di qui! Volete che gli israeliani ci uccidano tutti? Volete veder morire sotto le bombe i nostri bambini? Portate via le vostre armi e i missili», gridavano in tanti tra gli abitanti della striscia di Gaza ai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. I più coraggiosi si erano organizzati e avevano sbarrato le porte di accesso ai loro cortili, inchiodato assi a quelle dei palazzi, bloccato in fretta e furia le scale per i tetti più alti. Ma per lo più la guerriglia non dava ascolto a nessuno.

«Traditori. Collaborazionisti di Israele. Spie di Fatah, codardi. I soldati della guerra santa vi puniranno. E in ogni caso morirete tutti, come noi. Combattendo gli ebrei sionisti siamo tutti destinati al paradiso, non siete contenti di morire assieme?». E così, urlando furiosi, abbattevano porte e finestre, si nascondevano ai piani alti, negli orti, usavano le ambulanze, si barricavano vicino a ospedali, scuole, edifici dell’Onu.

In casi estremi sparavano contro chi cercava di bloccare loro la strada per salvare le proprie famiglie, oppure picchiavano selvaggiamente. «I miliziani di Hamas cercavano a bella posta di provocare gli israeliani. Erano spesso ragazzini, 16 o 17 anni, armati di mitra. Non potevano fare nulla contro tank e jet. Sapevano di essere molto più deboli. Ma volevano che sparassero sulle nostre case per accusarli poi di crimini di guerra», sostiene Abu Issa, 42 anni, abitante nel quartiere di Tel Awa. «Praticamente tutti i palazzi più alti di Gaza che sono stato colpiti dalle bombe israeliane, come lo Dogmoush, Andalous, Jawarah, Siussi e tanti altri avevano sul tetto le rampe lanciarazzi, oppure punti di osservazione di Hamas. Li avevano messi anche vicino al grande deposito Onu poi andato in fiamme E lo stesso vale per i villaggi lungo la linea di frontiera poi più devastati dalla furia folle e punitiva dei sionisti», le fa eco la cugina, Um Abdallah, 48 anni. Usano i soprannomi di famiglia. Ma forniscono dettagli ben circostanziati. E’ stato difficile raccogliere queste testimonianze. In generale qui trionfa la paura di Hamas e imperano i tabù ideologici alimentati da un secolo di guerre con il «nemico sionista».

Chi racconta una versione diversa dalla narrativa imposta dalla «muhamawa» (la resistenza) è automaticamente un «amil», un collaborazionista e rischia la vita. Aiuta però il recente scontro fratricida tra Hamas e Olp. Se Israele o l’Egitto avessero permesso ai giornalisti stranieri di entrare subito sarebbe stato più facile. Quelli locali sono spesso minacciati da Hamas. «Non è un fatto nuovo, in Medio Oriente tra le società arabe manca la tradizione culturale dei diritti umani. Avveniva sotto il regime di Arafat che la stampa venisse perseguitata e censurata. Con Hamas è anche peggio», sostiene Eyad Sarraj, noto psichiatra di Gaza city. E c’è un altro dato che sta emergendo sempre più evidente visitando cliniche, ospedali e le famiglie delle vittime del fuoco israeliano. In verità il loro numero appare molto più basso dei quasi 1.300 morti, oltre a circa 5.000 feriti, riportati dagli uomini di Hamas e ripetuti da ufficiali Onu e della Croce Rossa locale. «I morti potrebbero essere non più di 500 o 600. Per lo più ragazzi tra i 17 e 23 anni reclutati tra le fila di Hamas che li ha mandati letteralmente al massacro», ci dice un medico dell’ospedale Shifah che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita. Un dato però confermato anche dai giornalisti locali: «Lo abbiamo già segnalato ai capi di Hamas. Perché insistono nel gonfiare le cifre delle vittime? Strano tra l’altro che le organizzazioni non governative, anche occidentali, le riportino senza verifica. Alla fine la verità potrebbe venire a galla. E potrebbe essere come a Jenin nel 2002. Inizialmente si parlò di 1.500 morti. Poi venne fuori che erano solo 54, di cui almeno 45 guerriglieri caduti combattendo».

Come si è giunti a queste cifre? «Prendiano il caso del massacro della famiglia Al Samoun del quartiere di Zeitun. Quando le bombe hanno colpito le loro abitazioni hanno riportato che avevano avuto 31 morti. E così sono stati registrati dagli ufficiali del ministero della Sanità controllato da Hamas. Ma poi, quando i corpi sono stati effettivamente recuperati, la somma totale è raddoppiata a 62 e così sono passati al computo dei bilanci totali», spiega Masoda Al Samoun di 24 anni. E aggiunge un dettaglio interessante: «A confondere le acque ci si erano messe anche le squadre speciali israeliane. I loro uomini erano travestiti da guerriglieri di Hamas, con tanto di bandana verde legata in fronte con la scritta consueta: non c’è altro Dio oltre Allah e Maometto è il suo Profeta. Si intrufolavano nei vicoli per creare caos. A noi è capitato di gridare loro di andarsene, temevamo le rappresaglie. Più tardi abbiamo capito che erano israeliani». E’ sufficiente visitare qualche ospedale per capire che i conti non tornano. Molti letti sono liberi all’Ospedale Europeo di Rafah, uno di quelli che pure dovrebbe essere più coinvolto nelle vittime della «guerra dei tunnel» israeliana. Lo stesso vale per il “Nasser” di Khan Yunis. Solo 5 letti dei 150 dell’Ospedale privato Al-Amal sono occupati. A Gaza city è stato evacuato lo Wafa, costruito con le donazioni «caritative islamiche» di Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi del Golfo, e bombardato da Israele e fine dicembre. L’istituto è noto per essere una roccaforte di Hamas, qui vennero ricoverati i suoi combattenti feriti nella guerra civile con Fatah nel 2007. Gli altri stavano invece allo Al Quds, a sua volta bombardato la seconda metà settimana di gennaio.

Dice di questo fatto Magah al Rachmah, 25 anni, abitante a poche decine di metri dai quattro grandi palazzi del complesso sanitario oggi seriamente danneggiato. «Gli uomini di Hamas si erano rifugiati soprattutto nel palazzo che ospita gli uffici amministrativi dello Al Quds. Usavano le ambulanze e avevano costretto ambulanzieri e infermieri a togliersi le uniformi con i simboli dei paramedici, così potevano confondersi meglio e sfuggire ai cecchini israeliani». Tutto ciò ha ridotto di parecchio il numero di letti disponibili tra gli istituti sanitari di Gaza. Pure, lo Shifah, il più grande ospedale della città, resta ben lontano dal registrare il tutto esaurito. Sembra fossero invece densamente occupati i suoi sotterranei. «Hamas vi aveva nascosto le celle d’emergenza e la stanza degli interrogatori per i prigionieri di Fatah e del fronte della sinistra laica che erano stato evacuati dalla prigione bombardata di Saraja», dicono i militanti del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. E’ stata una guerra nella guerra questa tra Fatah e Hamas. Le organizzazioni umanitarie locali, per lo più controllate dall’Olp, raccontano di «decine di esecuzioni, casi di tortura, rapimenti nelle ultime tre settimane» perpetrati da Hamas. Uno dei casi più noti è quello di Achmad Shakhura, 47 anni, abitante di Khan Yunis e fratello di Khaled, braccio destro di Mohammad Dahlan (ex capo dei servizi di sicurezza di Yasser Arafat oggi in esilio) che è stato rapito per ordine del capo della polizia segreta locale di Hamas, Abu Abdallah Al Kidra, quindi torturato, gli sarebbe stato strappato l’occhio sinistro, e infine sarebbe stato ucciso il 15 gennaio.



La gente di Gaza torna libera, e disperata

di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 23 gennaio 2009
GAZA - E’ un momento unico questo per i giornalisti nella striscia di Gaza. Dopo mesi e mesi di chiusura imposta dagli israeliani e di censura sui media locali da parte delle autorità di Hamas, la regione è aperta. La popolazione sembra più incline a parlare del solito. C’è scoramento, rabbia, dolore, confusione. E soprattutto torna a galla l’antica guerra fratricida tra Fatah e Hamas. L’autorità di Hamas è messa in dubbio. Solo nelle ultime 24 ore i suoi poliziotti armati, informatori e miliziani sono tornati a farsi vivi per le strade. E comunque tendono a restare in disparte, meno intrusivi di prima. L’emergenza bombardamenti è al massimo. E le priorità del dopoguerra trionfano sul resto. Dunque si può lavorare. I giornalisti possono muoversi, raggiungere zone che erano sbarrate sino a poco fa.
SFOGHI CONTRO LA GUERRA - Non è difficile sentire pareri di fuoco contro Hamas, contro le debolezze e la corruzione di Abu Mazen, contro il fatto che questa è stata una guerra stupida, inutile, perdente in partenza. «La guerra si fa quando si può vincere. Altrimenti perché battersi?» dicevano ieri scorati un gruppo di pescatori. In uno dei caffè più frequentati dagli studenti dell’Università Islamica sostenevano di essere vittime di Hamas e dei Fratelli Musulmani, sostenevano che ancora una volta i palestinesi sono stati vittime di giochi decisi a tavolino altrove. E’ possibile cogliere il mutare delle opinioni quasi in tempo reale. Nei primi giorni della guerra sembrava prevalere il consenso. La popolazione, esasperata da oltre due anni di embargo e chiusura imposta da Israele (con la collaborazione egiziana), vedeva nel tiro di missili sul Negev un più che legittimo gesto di rivolta.

«Meglio morire subito combattendo, che strangolati lentamente dalla chiusura israeliana. Gaza è diventata una gigantesca prigione a cielo aperto», dicevano in tanti. Anche i più critici con Hamas tendevano comunque a plaudire la vendetta armata. Poi però queste opinioni sono cambiate. Il massiccio bombardamento israeliano è stato terrificante. Un vera operazione di punizione collettiva anche contro i civili, che in certi casi rasenta il crimine di guerra. Il messaggio è stato chiaro, evidente per tutti: dovete assolutamente bloccare Hamas, sappiate che qualsiasi zona dove operano i loro miliziani, specie quelle da dove sparano i missili, potrà venire colpita e rasa al suolo. E’ vero. Quasi sempre, specie nelle zone urbane di frontiera, Israele ha notificato la popolazione con qualche ora di anticipo che avrebbe bombardato. Lo ha fatto con i volantini dal cielo (come avveniva in Libano nel 2006), ma anche utilizzando la rete telefonica locale mandando sms sul sistema Jawwal. Pure, poche ore dopo il bombardamento è stato letale, le incursioni di carri armati e squadre speciali dell’esercito brutali. Durante l’azione militare Israele non ha guardato in faccia a nessuno. Ne abbiamo fatto le spese anche noi, quando con la nostra macchina a metà gennaio siamo stati presi di mira da una pattuglia della fanteria nella zona di Netzarim. Ci hanno sparato contro per due ore, pur vedendo che, dopo le prime raffiche, noi non rispondevamo affatto al fuoco, anzi gridavamo che eravamo giornalisti da dietro una duna. Solo una lunga serie di telefonate con i portavoce militari a Gerusalemme, mentre ancora a Netzarim ci sparavano contro, ha permesso infine la nostra fuga. Ma cosa sarebbe successo a una qualsiasi famiglia palestinese? Quel fatto ci ha fatto capire in diretta la logica delle regole di ingaggio israeliane in questo conflitto.

E’ stata un’operazione mirata non tanto a distruggere l’apparato militare di Hamas, che per il suo carattere di guerriglia mischiata alla popolazione è ben difficile da annientare, quanto a convincere i palestinesi che d’ora in poi non solo il sostegno ad Hamas, ma anche la sola esistenza di questa organizzazione tra le loro terre, rappresenta un pericolo. E’ ancora difficile capire se Israele abbia avuto successo. Appare però sempre più evidente il malcontento di Gaza. La popolazione è scorata, confusa. C’è chi parla apertamente con nostalgia dell’”età dell’oro” 1967-1987, il periodo precedente la prima intifada, quando c’era sì la repressione militare dell’occupazione israeliana seguita alla Guerra dei Sei Giorni. Ma c’era anche il benessere economico, la possibilità per ogni palestinese di viaggiare in auto da Khan Yunis ad Haifa, Tel Aviv, Gerusalemme. Ci è capitato di sentire più volte negli ultimi giorni gli abitanti di Gaza dire che allora, prima della “stupida e inutile intifada contro i sionisti”, i “nostri datori di lavoro ebrei erano amici, ci pagavano bene, venivano a visitarci qui nelle nostre case e noi andavamo nelle loro”. Dichiarazioni impensabili solo sino a un mese fa, specie qui a “Hamastland” nel cuore di Gaza. Probabilmente sono sentimenti solo temporanei, passeranno presto. Al loro fianco convivono le grida di vendetta, la radicalizzazione dei giovani che oggi, di fronte ai morti e alle case distrutte, chiedono una “nuova guerra santa” e glorificano gli “shahid” morti combattendo. Ma è comunque un momento magico per cogliere tutti questi sentimenti contrastanti. Questo è il momento per raccontare Gaza.




Gaza riapre i tunnel: «Per noi sono l'aria»

di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 24 gennaio 2009
RAFAH (Gaza meridionale) — «Marameo!» fanno i palestinesi impolverati all'aereo israeliano senza pilota che li osserva dal cielo. Scavano, scavano, lavorano immersi nella terra e sorridono. Quelli più magri sono sotto, nelle gallerie transennate da traversine di legno riutilizzate all'infinito, armati di picche, badili e secchi primitivi ricavati da vecchie taniche di plastica sventrate. Le riempiono di sabbia e sassi dal fondo del pozzo, quindi i compagni le recuperano alla superficie con un verricello. I più «ricchi» si fanno aiutare da un motore elettrico alimentato dal generatore. Gli altri più semplicemente ricorrono a muli o cavalli da tiro. Tutto attorno il terreno è sconvolto dalle bombe.

Crateri immensi, profondi anche oltre sei metri. E larghe fessure create dai missili anti-bunker, ricordano l'effetto dei proiettili americani contro le postazioni di Al Qaeda a Tora Bora, in Afghanistan, nel 2001. «Ecco cosa ne facciamo di ventitré giorni di bombardamenti assassini: in poche ore ricostruiamo ciò che gli israeliani hanno con tanto accanimento tentato di annientare. Perché non abbiamo alternative, senza questa vitale via di commercio con il mondo all'esterno la Striscia di Gaza soffoca, muore piano piano», dice sorridendo Abu Jasser, 27 anni. È uno dei tanti giovani «nuovi imprenditori » della Striscia di Gaza, esponente della rampante «aristocrazia dei tunnel» cresciuta negli ultimi tre anni all'ombra dell'embargo contro Hamas decretato con pugno di ferro da Israele. I suoi tre tunnel si trovano nel cuore di quello che chiamano «Brasil», uno dei quartieri della cittadina di Rafah confinante a sud con l'Egitto, più volte bombardato (l'attacco più grave fu durante le operazioni repressive contro la seconda intifada quando Israele decise di obbligare ad evacuare migliaia di abitanti per poter colpire più impunemente). Ogni volta, immancabilmente, i tunnel sono stati riaperti. E ora sta avvenendo lo stesso. Tutta la zona ferve d'intensa attività. Ci sono nell'aria il puzzo di gasolio bruciato dei generatori, il rumore degli scavi, le grida dei lavoratori. Ogni tanto passano in motorino gli attivisti barbuti di Hamas. Se hanno una pistola la nascondono sotto le giacche. Controllano che non ci siano «spie» israeliane, anche un giornalista straniero può essere sospetto. Ma pochi si interessano a loro. «L'importante è riprendere il commercio con l'Egitto il più presto possibile. Ogni giorno di blocco mi costa centinaia di dollari. E anche i commercianti egiziani attendono con impazienza il via», dice Abu Jasser.

Ci fa scendere nel suo tunnel. L'entrata nel terreno coperta da un foglio di plastica è quadrata, circa due metri per lato; si scende una quindicina di metri utilizzando le transenne come una scala. Sul fondo la sabbia è umida, rimossa di fresco. Da qui parte la galleria lunga circa 750 metri che porta in Egitto, ma dopo un paio di metri è sbarrata dai crolli. Abu Ali, un venticinquenne magro magro, si sta aprendo un varco nonostante le minacce di nuove frane interne. «Ho un po' di paura perché potrebbero esserci bombe inesplose. E poi c'è uno strano odore qui, magari gli israeliani hanno usato gas velenosi, armi chimiche, oppure uranio impoverito per impedirci di lavorare. Ma cosa possiamo farci? Questa è la nostra vita», afferma continuando a scavare. Lui guadagna circa 100 dollari al giorno, Abu Jasser migliaia, specie quando arrivano i carichi di vestiti e cibi particolari. Questo tunnel gli è costato 100 mila dollari al momento della costruzione un anno fa. Ora valuta i danni in altri 5 mila dollari. Ma ritiene che entro una settimana i suoi tre tunnel saranno in piena funzione, 24 ore al giorno, con 16 «dipendenti» divisi su due turni. Tutto attorno tanti altri come loro scavano febbrilmente. Abu Rahaf, 21 anni, sprona i suoi operai a colpi di dollari. Sta organizzando l'arrivo di diverse derrate alimentari dall'Egitto: formaggio, carne in scatola, biscotti, spezie. I suoi vicini stanno già facendo affari d'oro, dopo i 23 giorni ininterrotti di chiusura, Gaza più che mai attende la riapertura dei tunnel. La benzina sta già arrivando. In due giorni è scesa da 10 a 4 shequel al litro. È la sfida dei poveracci contro la forza delle armi. «Entro al massimo tre mesi tutto sarà come prima della guerra. Gaza ha bisogno dei tunnel come gli uomini dell'aria per respirare», dice Abu Rafah filosofico. Tutti ammettono che «ogni tanto da qui passano armi». Ma, aggiungono alzando le spalle, «sono poca cosa, qualche mitra e pistola». Le prove? «Basta vedere come è andata la guerra. Hamas non ha potuto fare nulla contro le armi israeliane. Altro che Iran o Hezbollah! I tunnel servono soprattutto per mangiare».
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